Politici ed economisti

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Data di pubblicazione: 02/06/1962

Politici ed economisti

«Il Politico», 2 giugno 1962

 

 

 

Lo scritto che qui presentiamo ai lettori è con ogni probabilità l’ultimo contributo dato da Luigi Einaudi alla scienza, nell’agosto del 1961, poco prima della Sua scomparsa.

 

 

Esso fu scritto, per invito del nostro direttore prof. B. Leoni, come relazione al XII congresso della Mont Pelerin Society, della quale il nostro direttore è, come è noto, segretario europeo. A quel Congresso, che si tenne a Torino nel settembre del 1961, Luigi Einaudi, che era membro della Società, partecipò attivamente di persona, tenendo anche una relazione orale sul tema trattato nel presente scritto, e intervenendo nelle discussioni.

 

 

Il testo originale del presente saggio fu redatto in italiano, ma l’autore autorizzò la traduzione in inglese, di cui aveva preso cura, in occasione del Congresso, lo stesso prof. B. Leoni, e che viene qui pubblicata insieme coll’originale.

 

 

Luigi Einaudi polemizza nel suo scritto contro quella che egli ritiene ovviamente una degenerazione del compito dell’economista nell’età contemporanea: la funzione del «tecnico» puro, sempre pronto a tradurre in atto, la volontà dei politici nel dominio economico, anche là dove tale volontà si rileva produttrice di effetti nefasti o comunque non desiderati e non desiderabili.

 

 

L’economista, a giudizio di Luigi Einaudi, ha, o dovrebbe avere, ben altre e più serie responsabilità: il suo compito non è quello di compiacere il politico, ma di ammonirlo là dove gli insegnamenti della scienza vengono dal politico ignorati o trascurati, colle conseguenze spesso dolorose e tragiche che tutti sappiamo. Per questo estremo richiamo alla moralità della funzione dell’economista come uomo di scienza, in un’epoca in cui tanti «esperti» preferiscono rinunciare a tale funzione per diventare semplicemente gli esecutori della volontà dei governanti sul piano della «tecnica», il presente scritto di Einaudi assume il significato di un testamento spirituale, la cui importanza è ovviamente assai maggiore di quella di un ordinario contributo scientifico.

 

 

La direzione è profondamente grata a Donna Ida Einaudi, che ha voluto concedere l’autorizzazione alla pubblicazione del saggio nella nostra Rivista.

 

 

Gran giorno quello del 16 novembre 1849 nel quale Francesco Ferrara, che noi reputiamo essere stato il più grande economista italiano del secolo decimonono, pronunciava il discorso inaugurale del corso di economia politica nella università di Torino. Francesco Ferrara succedeva nell’insegnamento ad Antonio Scialoia, sceso dalla cattedra torinese per accorrere a Napoli quando Ferdinando di Borbone, promulgata la costituzione, l’aveva chiamato al governo, per chiuderlo poco dopo per anni nelle sue galere.

 

 

Il Ferrara, scampato a sua volta dal carcere borbonico, era riuscito a rifugiarsi a Torino, dove doveva iniziare la pubblicazione della grande «Biblioteca dell’economista», non emulata altrove, dei classici della scienza economica, e dove, per la bella fama da cui il suo nome era già circondato, fu subito chiamato a coprire la cattedra dello Scialoia. A sentire il discorso inaugurale erano accorsi in folla deputati senatori pubblicisti, fra gli altri il conte Michelini, araldo della libertà economica nel parlamento subalpino, il marchese Gustavo di Cavour; e, nonostante che la prolusione durasse ben due ore, ascoltarono in silenzio la voce eloquente del giovane professore. «All’uscita», riferisce «La legge», giornale diretto da Giuseppe Massari, «gli uditori che erano ancora sotto l’impressione del suo nobile discorso, hanno salutato il professore con vivi ed unanimi applausi».

 

 

Sovratutto, assisteva sui banchi della scuola un resocontista d’eccezione, Camillo di Cavour, il quale continuò a seguire le lezioni, dandone notizia, con quella latitudine nel tempo che allora non meravigliava, nei numeri del 14, 26 e 28 dicembre 1849 e del 5 gennaio 1850 del giornale quotidiano «Il Risorgimento» che il Cavour dirigeva.

 

 

Erano di fronte il maggiore degli economisti italiani di quel secolo e colui che doveva diventare il più grande uomo di stato della nuova Italia. L’uno degno dell’altro. Camillo di Cavour andava ad ascoltare Ferrara, perché egli era già persuaso di una grande verità: «cioè che i maggiori problemi che l’età nostra è chiamata a sciogliere, non sono più i problemi politici ma bensì quelli sociali; che alle questioni intorno alle varie forme di governo sovrastano d’assai quelle che riflettono l’ordinamento economico della società».

 

 

Perciò, nel pensiero del conte di Cavour «fra tutte le scienze morali la più importante, quella di cui lo studio si dovrebbe maggiormente promuovere e diffondere, è la scienza dell’economia politica, che ha per iscopo di ricercare le leggi secondo le quali si compiono i fenomeni sociali; d’indagare le cause che regolano la creazione e la distribuzione delle ricchezze, e quindi la condizione relativa delle varie classi della società».

 

 

L’uomo di stato che cosa chiedeva all’economista? Non di esporre le leggi teoriche della scienza pura, ma di dire in qual modo quelle leggi teoriche guidassero gli uomini pubblici nella via della verità e quindi del buon operare.

 

 

Rammaricava il Cavour che in Francia l’insegnamento della scienza economica fosse stato relegato in angolo oscuro del collegio di Francia, dove né la straordinaria lucidità di Pellegrino Rossi né l’ingegno peregrino di Michele Chevalier avevano potuto rendere quell’insegnamento fecondo; epperciò allo «stato deplorabile delle dottrine economiche in Francia è da attribuirsi in gran parte la rapida e facile diffusione delle teorie socialiste e la favorevole accoglienza fatta dalle masse popolari alle più strane utopie, ai più assurdi progetti di riordinamento sociale». Dove quel che monta qui non è la condanna precisa delle teorie socialiste sibbene la responsabilità degli economisti, nel non averne dimostrato l’errore.

 

 

Non importa che gli economisti emulino i socialisti nel dichiarare di essere col cuore altrettanto ansiosi delle sorti delle classi più numerose. Gli economisti non devono poggiarsi sul sentimento e sugli impulsi di un cuore che posseggono veracemente generoso al par di quello affettato a parole dei demagoghi.

 

 

«Se l’economista, per raggiungere il suo scopo, che è la ricerca della verità scientifica, è costretto a dare ascolto alla voce della ragione più che a quella del cuore; s’egli deve attenersi ai precetti della logica, anziché abbandonarsi alle fantasie della immaginazione; se la sua mente positiva rifugge dalle sterili declamazioni, egli perciò non è men sollecito del bene dei suoi simili, men desideroso di alleviare i mali che affliggono l’umanità di quanto non siano quegli audaci demagoghi che pretendono al monopolio dei sentimenti di filantropia e di carità».

 

 

Gli avversari della scienza economica la accusano di essere essa responsabile dei mali della società moderna. L’accusa rivolta la coscienza del gran conte: «Se si desse ascolto ai nemici dell’economia politica, si direbbe che i dolori del proletariato sono un nuovo morbo morale introdotto nel mondo dalle dottrine economiche. Eppure non vi è verità storica più certa, più matematicamente dimostrata del progressivo miglioramento della condizione delle classi più numerose. Noi deploriamo altamente i mali che dal proletariato derivano, noi speriamo di vederli menomati col volgersi dei tempi, coll’incremento dell’incivilimento, ma non dubitiamo di affermare che il proletariato moderno è un progresso immenso rispetto alla schiavitù in vigore in quelle antiche repubbliche il cui sistema economico eccita tuttora l’ammirazione di parecchi dei nostri retori; ed al servaggio del medio evo caro agli scrittori che s’inspirano ad un certo romanticismo cattolico».

 

 

Camillo di Cavour è anzi sicuro che «il proletariato non è probabilmente l’ultima fase dello svolgimento economico dell’umanità». Ma è sicuro che l’avvenire non sarà quello immaginato dai socialisti. Se il futuro «si appoggia sopra un organismo cavato a priori dalle proprie viscere, astrologato in un gabinetto e proclamato in un club, questa non è più teoria del futuro, ma congiura contro la logica, è la pretesa di imprigionare l’umano intelletto nelle dimensioni di un palazzo parlamentare, è un arresto intimato all’umanità: non è la teoria, ma l’eresia del progresso».

 

 

Che cosa chiedeva dunque l’uomo di stato all’economista? Di illuminare la politica economica e sociale colla chiarezza della ragione. Il conte di Cavour non desiderava dall’economista progetti di rigenerazione dell’umanità, quadri di ideali tipi di vita, promesse di riforme profonde e rivoluzionarie nell’assetto sociale. Egli chiedeva all’economista di usare, nel discutere i problemi della società, lo strumento della logica, del ragionamento; se voi starete lontani dalle declamazioni umanitarie; se voi esaminerete ad una ad una le idee, le proposte, i progetti e vi limiterete a studiare serenamente, col solo strumento della logica, quali sono le conseguenze dell’attuazione di quelle idee, di quelle proposte, di quei progetti e li accoglierete o li respingerete a seconda che la logica vi dirà che gli effetti sono utili o dannosi, voi avrete adempiuto pienamente al vostro dovere.

 

 

L’uomo politico d’oggi che cosa può imparare dall’economista? Cavour sapeva che cosa chiedere, perché aveva studiato e scelto e concluso: non aveva studiato le effimere pubblicazioni del giorno, non leggeva solo i giornali e di questi seguiva solo i maggiori. Aveva invece letto i grandi libri su cui allora si compiva l’educazione economica: ed esistono, nei quaderni della giovinezza, i suoi riassunti da Adamo Smith, da Gian Battista Say, da Sismondi.

 

 

L’uomo politico di oggi, del quale certo non si può presumere abbia la preparazione del conte di Cavour, che cosa, in compenso, può leggere nei libri che oggi gli sono offerti?

 

 

Innanzi tutto, egli è respinto dal gergo. L’uomo politico appartiene al genere dell’uomo comune, ordinario, al quale non si può chiedere di intendere nulla più di quel che si suppone possa comprendere il comune lettore di un giornale quotidiano. Le parole che l’uomo politico italiano medio intende sono quelle dei vocabolari comuni della lingua italiana: dei Fanfani, dei Rigutini, dei Panzini e nulla più di tanto. Il lettore comune e l’uomo politico con lui che cosa vuolsi invece capisca quando nelle cose a stampa, nelle relazioni e nei discorsi degli economisti si imbatte in parole come «congiuntura», «struttura», «sovrastruttura», col derivato «strutturare», «recessione», «dinamica», «dualismo», «moltiplicatore», «capovolgimento della prassi»? Cito, non le parole tecniche che si leggono sulle riviste specializzate, mai viste e nemmeno aperte dall’uomo politico ordinario; ma quelle in cui mi imbatto nelle prima pagina di un quotidiano. Egli dirà, come il parrocchiano dopo la predica del famoso oratore, anche se nella testa, di quel rimbombo, non gli è rimasto niente: come ha parlato bene! ma a casa riuscirà a ripetere qualcosa solo della spiegazione piana piana, terra terra che il curato gli ha fatto del vangelo della domenica. Di fatto, l’uomo comune ha capito ed apprezza e può darsi faccia tesoro delle parole del vangelo; al grande oratore sacro va l’elogio inutile del: «come ha parlato bene!»

 

 

Che cosa vuolsi dica alla mente del lettore comune, ad esempio, la parola «congiuntura»? Può darsi dica qualcosa in lingua tedesca; ma, se ci si riflette, in lingua italiana non dice nulla: è un seguito di fatti che accadono? od un momento di questi fatti? fotografa un momento, di quelli che nel pensiero comune sono considerati favorevoli o avversi o niente? Par certo sia qualcosa che si muove, che non è fissa; ma nella mente del lettore politico resta una nebbia vaga. Che cosa è la «struttura»? L’uomo comune e con lui l’uomo politico comune, sentono dagli economisti e dai proprii capi parlare ogni giorno di riforme «di struttura», di riforme che non possono essere superficiali, ma devono andare sino alla radice e quindi riformare, innovare, mutare la «struttura» della società. Che cosa sia la «struttura», non è detto dalla parola medesima. Si intuisce vagamente che deve essere l’opposto dell’ordinamento sociale esistente; e per lo più ciò vuol dire «socialismo» o «comunismo» al luogo del «capitalismo» od «individualismo»; e siccome anche queste parole sono generiche e non rispondono alla realtà effettuale di nessun paese noto e neppure dell’Italia si rimane al buio di quel che sia la auspicata riforma di struttura.

 

 

All’incirca, si suppone che, per cominciare, si intenda parlare di qualche specie di quella che in linguaggio più comune dicesi socializzazione o statizzazione o municipalizzazione. Cosa vuolsi – anche qui per limitarci alle parole cosiddette scientifiche, lette nei quotidiani – intenda il politico ordinario invece di, suppongo, «attività industriale o commerciale o tecnica o agricola» sente parlare di «componente interna» della situazione; od, invece delle parole troppo semplici del vocabolario tradizionale di «esportazioni», «importazioni», «rimesse degli emigranti», «spese dei viaggiatori stranieri in Italia o dei viaggiatori italiani all’estero», legge di «componente estera» della medesima situazione?

 

 

L’uomo politico fa finta di capire e se ne va dicendo e non pensando: «costui come parla bene»! Invece di dire alla buona che sono stati ridotti i dazi protettivi di importazione o si sono aboliti o ridotti i divieti di importare questa o quella merce, si usa parlare di «liberazione degli scambi», che è la stessa cosa, espressa in linguaggio astratto, che il disgraziato uomo politico deve mentalmente tradurre in quelle parole su cui egli deve tuttodì deliberare.

 

 

Per dire che, a parità di nascite, i progressi nella sanità pubblica consentono un aumento della popolazione lavoratrice, si dice che aumenta la «pressione demografica». Ed invece di «quantità di beni domandate ed offerte» sul mercato, che tutti sanno che cosa sono, si parla di «intersezione della curva della domanda e dell’offerta», di «curve di indifferenza»; ed invece di discorrere di materie prime le quali sono acquistate da una impresa all’estero per essere trasformate in prodotto finito per il consumo interno o per l’esportazione all’estero, si parla astrattamente di «circuiti produttivi» nazionali ed internazionali; che senza forse è un modo di esprimersi più vasto e vago, ma vorrebbe significare qualche cosa concretamente intelligibile. Nel gergo non si parla più di progresso, avanzamento, incremento, incivilimento che sono parole le quali accennano, senza lasciar dubbi, a tipi di società le quali passano da una situazione economica e sociale considerata inferiore ad un’altra superiore. Il gergo ha adottato la parola «sviluppo»; e nessuno osa oramai teorizzare qualcosa di diverso dallo «sviluppo». Nel linguaggio comune, «sviluppo» è parola la quale richiede necessariamente una qualifica: bene o male.

 

 

Tizio si sviluppa fisicamente bene; Caio, sviluppandosi, fa temere che le sue promesse intellettuali non siano mantenute; Sempronio a scuola era l’ultimo della classe; e poi nel suo mestiere è divenuto bravissimo. Figurativamente, richiederebbe per lo meno il segno positivo o quello negativo. Perché usarlo, invece dei soliti progresso e regresso? Le ragioni sono quelle sole della boria, che un tempo dicevasi accademica. Il gergo ha scavato un solco fra l’economista e l’uomo politico che, essendo troppo affaccendato nell’operare bene o male prima di riflettere, avrebbe bisogno di capire senza troppa fatica.

 

 

Chi sono coloro che parlano il gergo? Ho sotto gli occhi il rendiconto del terzo congresso nazionale delle società economiche tenutosi a Torino nel settembre 1898 ad occasione della Esposizione nazionale del cinquantenario dello Statuto. Su 125 aderenti a stento sono riuscito a mettere insieme i nomi di una dozzina tra giuristi ed economisti di mestiere, fra cui alcuni giovani al par di me silenziosi.

 

 

Quel congresso era tipico delle radunanze di uomini interessati nei problemi economici nel nostro paese alla fine del secolo scorso. Precorrevano le grandi assise che oggi si tengono dalle confederazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori, delle camere di commercio e delle associazioni economiche in genere.

 

 

Oggi, nei congressi gli intervenuti non sono conosciuti col titolo di economisti, ma di «esperti», che, in lingua italiana, si dicevano un tempo «periti». Quando la Confederazione italiana dell’industria o quella dell’agricoltura o le opposte Confederazione del lavoro e Confederazione dei lavoratori italiani indicono congressi, gli esperti intervengono in folla. Sono a centinaia. Sono uomini dotti, assai più informati, ciascuno nel proprio campo, degli economisti generici, i cui nomi erano noti nel mondo e degli sparuti manipoli di economisti e di statistici, che intervengono alle sessioni dei loro istituti od associazioni. Gli esperti compongono i Comitati di studio, danno gli uomini ai gruppi di lavoro che sono costituiti senza tregua in seno ai consigli o comitati internazionali allo scopo di preparare le relazioni e le risoluzioni da sottoporre ai consigli dei capi di stato o di governo e dei ministri i quali governano oggi le cose del mondo.

 

 

Come potrebbe l’assemblea delle «Nazioni unite» discutere e deliberare senza l’aiuto di centinaia e di migliaia di «esperti»? Necessari, dottissimi, informatissimi gli esperti, soli «conoscitori del gergo» , sono diventati, a causa di una sapienza specifica non mai emulata in passato dagli economisti, una delle sette piaghe d’Egitto, una vera disgrazia per l’umanità. Ognuno di essi conosce a fondo il suo problema, quello di cui è divenuto «perito» e sa come risolverlo. Gli altri colleghi in perizia aggiungono, riducono, perfezionano; muovendosi sempre nello stesso ordine di idee.

 

 

Conoscendo a fondo tutti i particolari, tutte le difficoltà del problema, essi, dopo avere affermato il principio, sanno circondarlo di tutte le condizioni, le eccezioni, le riserve necessarie affinché il principio possa essere attuato. Gli economisti, i quali un secolo fa erano chiamati a stipulare un trattato di commercio, fossero Chevalier per la Francia e Cobden per l’Inghilterra, e, più tardi Luzzatti, negoziatore italiano a vita, redigevano una lista delle merci la cui introduzione reciproca era libera dai dazi ed un’altra per la quale, voce per voce, erano dichiarati gli importi dei dazi da pagare alla frontiera. Parafati gli accordi, gli economisti tornavano a casa e consentivano ad importatori ed esportatori dei paesi concorrenti di profittare più o meno delle agevolezze consentite dal trattato o di sormontare alla meglio gli ostacoli da essi creati.

 

 

Oggi, il compito dei «periti», quando un trattato sia concluso, è appena all’inizio. Occorre sorvegliare l’applicazione del trattato. Se in uno dei paesi contraenti gli industriali o gli agricoltori nazionali si lagnano di subire perdite a causa della concorrenza ed invocano la clausola di salvaguardia, i periti si debbono radunare per appurare se esistano le condizioni della applicazione della clausola medesima; discutere e deliberare. Il perito, a differenza dell’economista di un tempo, il quale poneva una regola e lasciava gli interessati liberi di muoversi entro i confini di quella regola, è dirigista per definizione. Egli sa come si risolva il problema posto nella regola e deve assicurarsi che esso sia risoluto secondo le regole.

 

 

Ma il gergo e la sapienza del perito non sarebbero difetti in se stessi capitali. Il gergo frappone tra il politico e l’economista l’ostacolo del linguaggio incomprensibile a chi deve operare; il dirigismo lusinga la propensione naturale del politico a ritenersi chiamato a far prosperare, indirizzandolo saviamente, il proprio paese. Sono difetti grossi, non decisivi.

 

 

Il momento decisivo del problema sta nell’attitudine dell’uomo perito quando sia posto di fronte all’uomo politico. L’atteggiamento del perito od esperto è semplice, quasi ovvio. L’uomo perito è forse chiamato a decidere, a scegliere fra i tanti fini dell’operare pubblico, a decidere cioè il fine che lo stato deve proporsi? Il fine è scelto dall’uomo politico, dal capo del governo, dal parlamento. I motivi delle decisioni sono politici; il politico è persuaso che quei fini sono quelli che giovano al miglioramento della collettività, a procacciare il bene comune, ad innalzare la generazione vivente ad un livello di benessere economico e di perfezionamento morale ed intellettuale più alto di quelli toccati in passato.

 

 

Il compito del perito si ritiene sia diverso: posto il fine voluto dal politico, sono congrui i mezzi che questi ha per avventura scelti per il raggiungimento del fine? Il compito è per fermo importante, oserei dire spesso altrettanto e forse più decisivo della determinazione del fine. Quando, come spesso accade, il fine è nebbioso, male concepito, frutto di improvvisazione demagogica, al perito è facile dimostrare che non esistono mezzi adatti a raggiungere un fine malcerto o manifestamente dannoso; o, che se i mezzi esistono, questi sono cagione di danni maggiori degli immaginari benefici che il politico aveva sognato. Se il fine è accettabile in principio, come la decimazione dei redditi maggiori, ma dubbio nella applicazione, per l’eccesso della tassazione sugli scalini più alti della scala dei redditi, il compito del perito è delicato ed ugualmente vantaggioso.

 

 

Se egli dimostrerà che la scala di tassazione voluta dal politico è siffatta da abolire oltre un certo livello alla radice qualsiasi incitamento al lavoro remunerato; se egli dimostrerà che, per i redditi di capitale, una tassazione del 98 per cento per gli scalini di redditi al di là dei centomila, non lire italiane, ma ad esempio, franchi svizzeri è tale da rendere grandemente conveniente spendere il capitale produttivo del reddito piuttostoché consumare il minimo residuo del relativo reddito rimasto al contribuente (un consumo di 1000 franchi in capitale una tantum dà invero un godimento assai maggiore del consumo annuo di 1 franco, che sarebbe tutto ciò che resta al contribuente di un reddito di 50 franchi decimato del 98% di imposta); se avrà dimostrato siffatta verità evidente, avrà istruito il politico sulle conseguenze derivanti dall’attuazione dei suoi fini egualitari ed avrà persuaso l’opinione pubblica e per conseguenza i politici della scarsa saggezza di fini apparentemente inspirati a giustizia.

 

 

Se il perito, chiamato a giudicare il proposito del politico di avocare al municipio la fabbricazione e la vendita del pane, industria dalla quale gli amministratori si ripromettono di dare al bilancio del comune il medesimo lucro, supponiamo di 1 milione di lire all’anno, che ora andrebbe a pro del fornaio; se il perito, analizzando i dati del problema conchiuderà che il

gioco non vale la candela; che quel lucro è ottenuto grazie alla peculiare perizia di quel fornaio nel fabbricare un pane gradito ai borghigiani e nel comprare a tempo la farina; e non essere probabile le stesse qualità possano essere quelle del panettiere assoldato a salario fisso per quel servizio, sicché invece di un lucro, il comune potrebbe essere chiamato a subire una perdita, il perito avrà medesimamente assolto al suo compito e, illustrando le specie ed il costo dei mezzi, illuminato altresì il pericolo sulla opportunità del fine.

 

 

Ebbene no. L’ufficio dell’economista, il quale non sia solo uomo perito in un determinato o in parecchi territori dello scibile economico e sociale, è quello di vedere anche i legami fra l’operare economico e l’operare politico o morale o spirituale. In altre parole, l’economista non può ignorare che egli, come uomo, ha l’obbligo di dare giudizi di valore. Non giova dire che i giudizi di valore sono estranei alla scienza; che nei giudizi di valore non si usano gli strumenti della esperienza e del ragionamento i quali sono proprii della scienza; che essi sono fondati sul sentimento, sulle tradizioni, sulla appartenenza a questa o quella classe sociale, sulla religione.

 

 

Non è vero. Non dirò che l’economista non è una fetta d’uomo; ma è un uomo intiero, il quale non può liberare se stesso dalla propria natura, dalle proprie passioni, dalla eredità delle generazioni, dal potere degli interessi. L’osservazione non è pertinente; perché nessuno chiede all’astronomo, al fisico, al chimico di dimenticare di essere altresì un uomo che ha figli, sposa, genitori, che vive in una società ed è in grado di vivere nella società come cittadino pieno e non solo come astronomo o chimico o fisico. Dico invece che la separazione dei mezzi dai fini è irreale e deve essere nettamente respinta. Lo studio dei mezzi, di cui dovrebbe oggettivamente ed esclusivamente occuparsi l’economista, è inseparabile dallo studio dei fini. I mezzi adeguati reagiscono sui fini. I mezzi di libertà sono incompatibili con i fini illiberali.

 

 

Supponiamo per un istante che le critiche alle nazionalizzazioni od avocazioni allo stato, al comune od altro ente pubblico siano infondate; che si dimostri in maniera persuasiva che i prognostici di perdite invece di guadagni nel passaggio dall’esercizio privato all’esercizio pubblico siano sbagliati. Supponiamo che la nazionalizzazione consenta di ottenere alcuni o parecchi o forse anche tutti quei benefici indiretti di mali impediti e di vantaggi conseguiti che i suoi fautori allegano con giusto compiacimento; supponiamo che i medesimi benefici indiretti – per citare un esempio solo fra i mille, la soppressione delle correnti di fumo che escono dalle officine di Pozzuoli ed avvelenano il panorama e la vita vegetale di una delle meraviglie del mondo, il golfo di Napoli – non si possano ottenere o solo mediocremente con i mezzi di controllo e di coercizione che si possono usare nelle società ad impresa libera; supponiamo che, assunte ad una ad una le nazionalizzazioni siano immuni da critiche; supponiamo dunque data la dimostrazione piena della convenienza di una, di molte o delle più tra le branche dell’attività economica. Ebbene, anche in tale ipotesi irreale e assurda, il problema rimane vivo. Anzi, la sua gravità aumenta a mano a mano che l’una branca di attività si aggiunge all’altra sulla via delle nazionalizzazioni; e cresce il numero proporzionale dei dipendenti dello stato o di enti pubblici.

 

 

La garanzia della libertà dei cittadini sta nella esistenza di poteri diversi, di forze di attrazione svariate; grazie a cui l’uomo ordinario non deve necessariamente dipendere, per ottenere il pane necessario alla vita, in una forza sola. Anche se la decoriamo del nome di stato, essa resta la sola fonte di vita, dalle cui decisioni dipende la possibilità per l’uomo

di mantenere se stesso, la sposa, i figli, i genitori. La tirannia politica è contennenda; ma alla lunga è condannata a morte, se gli uomini possono procacciarsi i mezzi di vita indipendentemente dal tiranno; se quindi hanno, sia pure taglieggiati da tributi e ridotti a guerreggiar di astuzia per nascondere qualche avanzo di bene, i mezzi di congiurare, di raccogliere armi.

 

 

Ma se il tiranno domina anche la vita economica; se, come accadeva in Italia ed in Germania negli anni dal 1920 al 1940, lo stato tende a padroneggiare anche tutta la vita economica, manca la possibilità della salvezza. Solo una guerra sfortunata, provocata dalla pazzia e dall’insolenza del capo, può salvare il paese. Per fortuna, sembra esistano ancora freni alle manifestazioni ultime della volontà di dominazione del mondo da parte dei reggitori comunisti. L’incremento progressivo delle nazionalizzazioni delle attività economiche è per se stesso ragione di effetti dannosi.

 

 

La concorrenza fra milioni di intraprese alle quali può ricorrere, per cercar lavoro, l’uomo fornito delle sole sue braccia – tipo umano che, in tempo di leghe operaie e contadine, di risparmio diffuso, di cooperative, di assicurazioni sociali tende a diventare una mera figura retorica od astratta immaginata a scopo di ragionamento – crea, anche se le imprese concorrenti scemano di numero e vanno dalle colossali alle minime artigiane, un certo tipo di lavoratore. La società che tende ad essere organizzata sempre meglio dallo stato, crea un altro tipo di lavoratore. Il reclutamento e la scelta nel primo tipo di società economica hanno luogo, per tentativi e sbagli, in un modo imperfetto e misto, tenendo conto di fattori di parentele, di clientela e di ceto sociale, all’incirca sulla base del merito tecnico. Alla lunga, l’impresa che vuole prosperare, che intende sopravvivere alla scomparsa dei fondatori, che giunge alla terza generazione, non può reclutare i giovani solo per raccomandazioni, per favore. La rivalità fra le imprese vieta la decadenza generale.

 

 

La società nazionalizzata, la quale a poco a poco acquista il monopolio della occupazione, tende gradualmente ad acquistare indole sua propria. I capi sono scelti dalla classe politica, ossia da una piccola minoranza degli elettori, e cioè dal gruppo il quale abbia saputo organizzarsi meglio o disporre di una fede che più delle altre sia riuscita a conquistare l’opinione pubblica. I capi delle imprese economiche nazionalizzate ed i loro dipendenti, tendono ad essere progressivamente scelti sempre di più fra coloro che si palesano meglio adatti a rendere servigio alla classe politica.

 

 

Se la banca, oggidì nazionalizzata in Italia quasi intieramente, è sfuggita sinora alla manomissione della classe politica, ciò è dovuto ad una combinazione miracolosa di circostanze: le tradizioni degli uomini del passato, tuttora viventi e in posizione di comando, il rispetto dei politici verso il mistero che circonda fortunatamente ancora le faccende di moneta e di banca, e li rende peritanti nel mettervi le mani. Dureranno ancora tradizione e rispetto?

 

 

Chi ha avuto, anche per accidente, una qualche esperienza della vita pubblica, paventa l’estendersi dell’impero della raccomandazione e dell’intrigo. Lo stato tenta di opporre il metodo di concorso per tutti gli uffici pubblici a quello della libera scelta, per conoscenza diretta, per presentazione di persone probe, per eredità famigliare, in uso nelle imprese private; ma è difesa la quale stenta a prendere piede nelle industrie di fresca nazionalizzazione e negli impieghi di massa. Spaventano moralmente le lettere, le quali tuttodì si ricevono dalle più diverse parti d’Italia: «Avremmo fatto volentieri a meno di aggiungere alle altre la nostra istanza; ma la verità è che senza la raccomandazione di una persona influente, non si riesce in nessun concorso». La realtà è molto migliore di quella che risulta dalle lettere; ma si trema anche solo nel vedere quanto la persuasione della importanza dell’appoggio, che è intrigo, sia diffusa.

 

 

Può l’economista, che non sia soltanto un perito, chiudere gli occhi dinanzi alle conseguenze della sua indifferenza rispetto al problema dei fini e seguitare a dire: «quando ho giudicato se i mezzi proposti od altri alternativi sono congrui al fine posto dall’uomo politico, ho pienamente adempiuto al mio ufficio»?

 

 

No; egli ha mancato alla parte essenziale di esso. Io non dico che l’economista debba necessariamente aborrire dallo stato socialistico, anche se esso è, a parer mio, tirannico e totalitario. L’economista può essere socialista; ma ha il dovere di dire che quel tipo di stato è il suo ideale e che egli è avversario del tipo di stato liberale, custode, come del bene supremo, del bene della libertà per i singoli. Non si è liberali, se non si pone anzitutto il principio della discussione fra ideali diversi; e fra gli ideali ha pieno diritto di cittadinanza, oltrecché quello liberale, anche il contrapposto ideale socialistico ovvero comunistico. L’economista tuttavia non ha diritto di essere neutrale e di farsi schermo di una distinzione inesistente fra mezzi e fini. Egli deve prendere parte per quello tra i fini, al quale si trova più vicino. E deve dare la dimostrazione del suo assunto.

 

 

Noi dobbiamo sempre essere in grado di plaudire con Camillo di Cavour alle parole con le quali il 10 novembre del 1849 Francesco Ferrara chiudeva il suo discorso inaugurale al corso di economia politica nella università di Torino: «Il despota perdona al demagogo, non perdona all’economista».

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