Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

Prestito o buoni?

«Corriere della Sera», 1 aprile[1], 4 e 26[2] maggio 1919

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 181-183

 

 

 

I

 

I buoni ordinari del tesoro. Per i buoni ad interesse progressivo

 

Un recente decreto autorizza l’emissione di una nuova serie di buoni del tesoro 5% triennali e quinquennali, la quale avrà luogo dall’1 aprile al 30 settembre 1919, alle stesse condizioni fissate per le precedenti emissioni: e cioè al prezzo di lire 99,25 per i buoni triennali e di 98,50 per i buoni quinquennali.

 

 

Così, nudo e crudo, il comunicato governativo. Quasi lo facessero apposta, i comunicati ufficiali si dilungano assai intorno ai decreti che meritano biasimo e sono tacitiani rispetto ai provvedimenti che meritano lode. Il decreto odierno, se, come dirò subito, è suscettivo di aggiunte e perfezionamenti, merita lode viva. Esso, se non m’inganno, significa che per ora il ministro del tesoro ha sospeso l’emissione di un nuovo grande prestito in rendita consolidata 5%, il quale da varie parti si annunciava da tempo come imminente. La sospensione mi pare ragionevole e mi auguro abbia non breve durata. Fu perduta nel novembre, appena dopo Vittorio Veneto, una magnifica occasione di lanciare il prestito, e di raccogliere molti miliardi, come fece la Francia con un successo spettacoloso. Finché non sia terminata la fase di assestamento dell’economia del dopo guerra, finché i risparmiatori non vedano chiaro intorno al regime tributario dell’avvenire, finché il progetto di riforma Meda non diventi legge, finché non si sia persuasi che altre vie di investimento più convenienti non ci sono, lo stato dovrebbe pagare troppo per ottenere somme a prestito con un consolidato. L’ultimo prestito, 5% ad 86,50, con la garanzia dell’immutabilità dell’interesse per 15 anni, costa troppo all’erario. Stava bene dopo la sciagura dell’ottobre 1917, quando occorreva vincere ad ogni costo le incertezze dei risparmiatori, ma si comprende benissimo la riluttanza del ministro del tesoro a caricare l’erario dell’onere di 5,78 lire per ogni 100 lire effettivamente incassate per una così lunga serie di anni.

 

 

Se si può, è meglio aspettare il momento in cui, a cose assestate, il nuovo prestito di consolidazione si possa emettere ad interesse più basso, del 5%, ed alla pari; ovvero in cui possa lanciarsi un 3,50%, perfettamente uguale all’antico, colle cedole pagabili all’estero, verso il corso di 90. Fino a quel momento, si può ricorrere ai buoni del tesoro. Essi hanno dato finora eccellenti risultati. Al 31 dicembre 1918, contro 249,7 milioni di prestito redimibile 4,50% del 1914 e 1915; – 1.249,3 milioni di prestito redimibile 5% 1915 – e 13.844,9 milioni di consolidato 5%, ossia contro 15.344 milioni di consolidati e prestiti lunghi, calcolati al valor nominale ossia notevolmente superiori all’incasso effettivo -; il tesoro incassò 3.757,9 miliardi per vendita di buoni del tesoro 5% a 3 e 5 anni, con un abbuono appena di 0,75 e di 1,50%, e 10.845,4 milioni per vendita di buoni del tesoro ordinari e per forniture militari, a scadenze da 3 a 12 mesi. Praticamente, al netto da abbuoni, il tesoro incassò più dai buoni che dai consolidati.

 

 

Il fatto è significante. Lo è tanto più, in quanto si verificò quasi per caso. Intorno ai buoni, sovratutto ai buoni ordinari, lo stato non ha organizzato quasi alcuna propaganda. C’è molta gente, la quale ignora il fatto che lo stato vende, a sportello aperto, ogni giorno, per somme illimitate e per tagli anche piccoli, titoli che costituiscono un ottimo investimento di capitale, con buon frutto e con la certezza del rimborso del capitale a data fissa. Il pubblico seguita ingenuamente a depositare il denaro disponibile in conto corrente e su libretti di risparmio al 2, al 2,50 od al 3% presso quelle medesime banche di emissione, o banche ordinarie o casse di risparmio, da cui potrebbe comprare buoni brevi, con un frutto dall’1 al 3% maggiore.

 

 

In Inghilterra l’emissione dei buoni del tesoro è stata intrapresa sistematicamente e, dopo l’ultimo spettacoloso prestito 5% lordo del gennaio-febbraio 1917 il quale fruttò in denaro nuovo o fresco 1 miliardo circa di lire sterline (25 miliardi di lire italiane), si è deciso di non far più prestiti grossi in consolidati od a lunga scadenza. Fanno un gran rumore, spostano moltissimi interessi, richiedono un enorme sforzo ed impegnano il tesoro per troppo lungo tempo. A partire dall’ottobre 1917 si è deciso di sostituire al sistema dei prestiti da lanciarsi a data fissa, ogni anno, il sistema della vendita continua, giorno per giorno, di War bonds, che sono veri e propri buoni del tesoro a 5, 7 e 10 anni. Il successo fu strabiliante. Dall’1 ottobre 1917 al 18 gennaio 1919 si vendettero 1.600 milioni di lire sterline (40 miliardi di lire nostre) di questi buoni. Il 20 gennaio cominciò la vendita di una nuova serie di buoni, pure al 5%, limitata alle scadenze di 5 e 10 anni; e questa prosegue con notevole successo. In aggiunta, il tesoro britannico vende treasury bills, che sono i nostri buoni del tesoro ordinari ed all’8 marzo 1919 ne aveva in circolazione per 24 miliardi di lire nostre.

 

 

I vantaggi del sistema dei buoni per l’erario sono evidenti. Esso non si impegna a pagare il 5,78% per un numero sterminato di anni. Paga il 4, il 4,50, il 5, anche il 6, a seconda dei tipi, come ora si dirà, ma per 6 mesi, 1 anno, 3 o 5 anni. Dopo, rinnova il debito; e fra qualche anno spera, con probabilità, per non dire sicurezza, che potrà consolidare i debiti fluttuanti a meno del 5 per cento. Praticamente, l’erario non corre pericolo di dover rimborsare somme spaventevoli alle scadenze dei buoni. In astratto, sì, il pericolo esiste; ma in concreto, che cosa possono fare i detentori dei buoni se non essere ben felici di ricomprare un nuovo buono per altri 3 o 6 mesi o 1 anno o 3 anni?

 

 

Dal punto di vista del pubblico, i buoni presentano molte comodità: – impiegare i denari disponibili ad un buon frutto invece che al 2/3% fornito dalle banche; – essere ugualmente sicuri di riprendere i denari dopo 3 o 6 mesi od 1 anno o 3 anni, precisamente, come per i depositi bancari; – in caso di bisogno prima della scadenza, potere scontare il buono facilmente presso una banca; – potere impiegare i denari a mano a mano che si hanno disponibili, senza attendere l’epoca incerta del grande prestito futuro; – ed, aggiungasi, per la gente tremebonda, la sicurezza di poter riprendere i propri capitali ad una prossima scadenza, senza timore di imposte od altri infortuni.

 

 

Ma perché il successo si accentui, occorrerebbe che il tesoro si decidesse a qualche novità. Pare che il tesoro non ami le novità. Una volta fissato un tipo, lo mantiene fisso, immutabile, a qualunque costo. L’anno scorso decise di emettere un disgraziato buono da 25 lire, per i piccolissimi risparmiatori; intorno a cui si fece poi il silenzio assoluto. Oggi si annuncia una nuova emissione del medesimo tipo; quantunque l’esperienza abbia provato come esso sia disadatto ad incontrare il favore del pubblico e quantunque bastasse guardarsi attorno, in Inghilterra e negli Stati uniti, per vedere come erano fatti i tipi di buoni da 25 lire che incontravano il gusto del pubblico.

 

 

Lasciando da parte il buono da 25 lire, su cui bisognerebbe intrattenersi di proposito, occorre decidersi a qualche novità per i buoni soliti.

 

 

Primo di tutto per i buoni da vendere al pubblico – quelli per le banche ed i fornitori possono avere scadenze svariatissime – non far più differenze fra buoni ordinari e buoni triennali e quinquennali. L’unico effetto del diverso trattamento è di far ignorare al pubblico l’esistenza dei buoni ordinari. Fa d’uopo annunciare al pubblico che lo stato mette in vendita buoni a 3 ed a 6 mesi, ad 1 anno, 3 e 5 anni. Semplicemente. I buoni vendibili a domanda, presso le banche d’emissione, le banche ordinarie, le casse di risparmio, gli agenti di cambio, ecc. Naturalmente, bisogna interessare tutti costoro alla vendita, con una ragionevole provvigione. Non indico cifre; ma è chiaro che non si può pretendere che l’agente di cambio lavori per niente e collochi presso i suoi clienti i buoni senza alcun modesto lucro; mentre può collocare altri titoli con vantaggio. Non si può chiedere alle banche di far gratuitamente la reclame ai buoni a 3 e 6 mesi, col risultato di vedersi portati via i depositi, con cui esse oggi acquistano buoni al 5%, mentre pagano il 2 o il 3% sui depositi.

 

 

L’interesse dovrebbe essere progressivo: 4% per i buoni a 3 mesi, 4,50% per quelli a 6 mesi, 5% per quelli ad 1 anno, 5,50% per quelli a 3 anni e 6% per i buoni a 5 anni. Fino ad 1 anno compreso, l’interesse verrebbe pagato subito, deducendolo, come si fa già oggi, dalle 100 lire.

 

 

Il prezzo dovrebbe essere sempre la pari, ossia 100 lire. Quei 75 centesimi od 1,50 che si danno ora di abbuono ai buoni a 3 e 5 anni, esercitano scarsa attrattiva sul pubblico. Non pagare è meno attraente del ricevere. Quando chi ha pagato 98,50 un buono da 100 nominali, riceverà, dopo i 5 anni, le 100 lire, sembrerà a lui di aver ricevuto il suo dovuto. Se invece, come si fa in Inghilterra, si facesse pagare oggi 100 lire, ma si restituissero 102 lire dopo 5 anni – là, essendoci i buoni a 10 anni, il rimborso per questi vien fatto in 105 lire – il risparmiatore avrebbe la sensazione viva di ricevere davvero un premio, un qualcosa di tangibile in più del versato. L’interesse non dovrebbe essere troppo basso, se si vuole davvero allettare i sottoscrittori. Converrà sempre di più allo stato pagare il 4,50 per 6 mesi ed il 6% per 5 anni piuttosto che il 5,78 per 15 anni. Un 6% farà correre colla lingua fuori molta gente a sottoscrivere.

 

 

Si rifletta altresì, se ai buoni brevi a 3 e 6 mesi e 1 anno non convenga annettere un modesto premio alla rinnovazione. Per esempio, 10 centesimi, da pagarsi in contanti, a chi rinnovi un buono a 3 mesi da 100 lire per altri 3 mesi; 20 centesimi per chi rinnovi un buono a 6 mesi; 40 centesimi per chi rinnovi un buono ad 1 anno. Rimane l’interesse a sottoscrivere subito il buono più lungo; e c’è inoltre lo stimolo a rinnovare.

 

 

Sovratutto, bisogna far uscire i buoni dal mistero in cui sono avvolti. Il tesoro italiano è come una mammoletta timida la quale non osa farsi vedere al sole. In Inghilterra, vi sono pagine intiere di giornali, avvisi sesquipedali, in cui il tesoro chiede ai cittadini in caratteri cubitali: State voi perdendo i due quinti del vostro reddito? Ed il cittadino incuriosito impara come, depositando i suoi risparmi al 3% alla banca mentre potrebbe comprare buoni al 5%, egli rinunci ai due quinti del reddito che potrebbe avere. E, siccome a tutti rincresce di passare per gente troppo bonacciona, le sottoscrizioni affluiscono.

 

 

II

 

I fastidi dei portatori di buoni del tesoro

 

Oramai le lettere le quali giungono dai lettori a proposito degli articoli e della propaganda fatta a pro dei buoni del tesoro sono tante e così concordanti che non è più possibile tacere. «Ottimi i buoni, sicuro il capitale e gli interessi, convenientissima la certezza della scadenza. Tutto questo è vero ed è attraente. Ma…» C’è un ma, che io preferisco lasciar esporre ad uno dei miei corrispondenti:

 

 

Forse Ella ignora a proposito dei buoni del tesoro – scrive non una persona qualunque, ma un notaio, uomo per definizione preciso ed esperto di pratiche legali ed amministrative – una pratica governativa per la quale chi avrebbe la migliore intenzione per quell’impiego de’ suoi risparmi o di denaro temporaneamente disponibile se ne sente scoraggiato e preferisce depositare a banche o casse di risparmio ad interesse molto minore in conto corrente. E la pratica si è che dove non esiste una filiale della Banca d’Italia, pure essendovi altre banche e filiali di potenti casse di risparmio e uffici di registro, il possessore, sia per gli interessi e sia per l’esazione del capitale alle scadenze, deve portarsi ad una filiale della Banca d’Italia, la quale molto spesso è lontana dalla sua residenza, poiché nessun altro istituto di credito od ufficio governativo fa quei pagamenti, a meno che il possessore non abbia presso quegli istituti conto corrente, ed anche così non si rassegni a pagare una provvigione che spesso equivale al maggior interesse. Che se poi si presenta allo scopo ad una sede della Banca d’Italia, oltre la noia di dover riempire con cifre, nomi, ecc., una distinta a stampa, ha una sorpresa che si risolve sempre in perdita. La sorpresa è che vi vengono trattenuti i buoni scaduti per mandarli, prima del loro pagamento, a Roma da dove sono ritornati dopo uno, due od a volte tre mesi senza che nel frattempo si paghi al loro proprietario interesse alcuno e ciò perché a Roma si verifichino le firme di direttore, cassiere e contabile della banca da cui si ebbero, anche se firmatari sieno gli stessi cui si presenta il buono per il pagamento. Così stando le cose, come vuole ella che coloro cui sarebbero tanto giovevoli i buoni per tutte le giustissime ragioni da lei prospettate si inducano ad acquistarne? Tutto ciò che può inventare la burocrazia per allontanare da simili impieghi si fa: la diffidenza verso i possessori di titoli di stato e verso gli stessi propri funzionari da parte del nostro governo è qualche cosa d’incredibile. Come per i buoni, così per i prestiti. Se non si va alla sede della Banca d’Italia non si incassano gli interessi ed a quella banca il presentatore è obbligato a tante formalità che pei contadini poi sono un supplizio dispendioso – e deve subire tante umiliazioni da impiegati, pei quali la cortesia è un mito, da farlo scappare.

 

 

Tutto ciò, che è confermato da troppe altre fonti indipendenti, per non essere vero, rasenta veramente l’incredibile ed il grottesco. Par di vederli quei disgraziati buoni a tre, a sei, a dodici mesi od a tre anni, firmati e sottoscritti dal direttore e dal cassiere della sede, vivi e parlanti e capaci di leggere e scrivere ancora al momento del rimborso, i quali debbono invece essere mandati a Roma per la verifica a distanza della firma di chi era capacissimo di dire: si questa è la mia firma! E lì a Roma, i buoni si ammonticchiano sul tavolo di qualche impiegato, al quale non interessa affatto che, a causa dei ritardi nella verifica, i risparmiatori, i quali hanno avuto fiducia nello stato, perdano uno, due, tre mesi di interesse. Ma costoro, i quali reputavano di investire al 4, od al 4,50 od al 5% i loro risparmi e se lo vedono di fatto ridotto al 2 od al 3 od al 4%, imprecano allo stato, lo accusano di scrocco volgare, tacciano d’ingannatori i propagandisti e fanno propaganda contraria ai prestiti ed ai buoni. Vorrei che il ministro Stringher riflettesse seriamente su questi che paiono piccoli e sono grossissimi inconvenienti dei metodi tenuti nell’emettere prestiti e buoni. So bene che per ognuno dei malanni di cui il pubblico si lamenta è possibile trovare una giustificazione. Le distinte sono necessarie, la verifica delle firme è indispensabile; questa non può lasciarsi fare da banche e casse di risparmio private od autonome; occorre che sia fatta da un organo di stato; e poiché responsabile è il ministro, occorre sia compiuta a Roma. Se il portatore del buono attende l’ultimo momento per presentare il titolo, colpa sua se dovrà attendere per qualche mese il ritorno del buono da Roma; doveva presentarlo qualche mese prima della scadenza ed avrebbe ottenuto il rimborso nel giorno preciso promesso. Tutte queste però sono ragioni formalistiche, valide tutt’al più in confronto di banchieri, finanzieri e capitalisti rilevanti che sanno il loro conto, hanno una amministrazione speciale, uno scadenzario, ecc. ecc. Ma rispetto al grande pubblico sono le solite pessime ragioni di chi non vuol fare nulla e reputa che il compito dello stato sia finito, quando il titolo è emesso. Al resto deve pensare il portatore, a sue spese e noie; mentre lo stato attende, con impassibilità musulmana, al disbrigo della «pratica» nel modo più ostruzionistico che i suoi impiegati sieno capaci di inventare.

 

 

Teoria sbagliata, pur nell’ipotesi che lo stato non dovesse mai più ricorrere al credito pubblico; sbagliatissima in un’epoca nella quale le emissioni, le trasformazioni, le rinnovazioni, le conversioni per lunghi anni dovranno continuare ed il tesoro pubblico avrà persistente bisogno dell’aiuto del risparmio privato. Volendo, tutti questi inconvenienti si possono togliere. Si può su ogni buono appiccicare un talloncino rosso, con cui si raccomandi al portatore di presentare il titolo per la verifica un mese prima della scadenza. Meglio assai, si può delegare ai direttori della Banca d’Italia la facoltà di verificare la firma propria o dei propri predecessori. Posseggono forse qualche specialissima taumaturgica virtù di scoprire le firme false gli impiegati di Roma? Bisogna che le formalità siano ridotte al minimo; che gli impiegati abbiano ordine tassativo di riempire essi moduli e distinte appena ne siano pregati o si accorgano che il portatore ha qualche difficoltà a farlo. Bisogna che i rimborsi si facciano rapidamente, in giornata, in modo da consentire ai forestieri di prendere il treno e tornare a casa. Bisogna che tesoro e Banca d’Italia stringano accordi con le banche e le casse di risparmio affinché nei centri più piccoli il servizio degli interessi e dei rimborsi dei buoni e dei prestiti sia fatto rapidamente, senza spesa veruna per i portatori. Bisogna che dappertutto si veda, accanto alla scritta: «qui si vendono buoni del tesoro», l’altra scritta: «qui si pagano, senza alcuna spesa o provvigione, gli interessi e si rimborsa il capitale dei buoni del tesoro».

 

 

Quando dico: bisogna far questo o quell’altro, non chiedo l’impossibile. Chiedo cose fattibilissime, solo che ci si metta un po’ di buona volontà e di spirito di organizzazione. Giova allo stato che il pubblico sia contento? Sì. Ed è necessario allora servire il pubblico in modo inappuntabile, essere cortese, usare quegli avvedimenti i quali fanno dire: ecco finalmente un servizio pubblico che va bene! Che davvero si tratti di ideale irraggiungibile; e che sia fatale sentir pestamento di piedi, maledizioni, recriminazioni ed auguri di non dover mai più in vita tornare dinanzi a quello sportello dietro a cui sta un impiegato impassibile, il quale dice con aria annoiata cose sgradevoli?

 

 

III

 

Le spiegazioni dei fastidi

 

L’articolo su «i fastidi dei portatori di buoni del tesoro» mi ha procurato lettere in senso contradittorio. Asseriscono le une inesistenti gli inconvenienti ed i ritardi denunciati; segnalano le altre ritardi analoghi e plaudono alla verità delle cose dette. Come è naturale e come era mio dovere, ho ristudiato il problema; ed ecco quanto ritengo sia una esposizione esatta della verità.

 

 

Bisogna innanzi tutto distinguere i buoni del tesoro ordinari, da 3 a 12 mesi, da quelli triennali e quinquennali. Comincio dai primi. Essi sono emessi da una sezione di tesoreria, di cui ve n’è una in ogni capoluogo di provincia. La Banca d’Italia vende i buoni, come li vendono banche e banchieri privati: ma chi li emette è il tesoro, per mezzo delle sue sezioni. Sta di fatto che un buono ordinario emesso a Milano, è rimborsato, ove venga presentato pel rimborso nella stessa città ove fu emesso, nel giorno stesso della scadenza. Non occorre mandare il titolo a Roma, né altrove per il controllo; ed il rimborso avviene senza alcun ritardo dietro semplice presentazione e distinta.

 

 

Un ritardo v’è, quando il buono emesso e pagabile a Milano, viene presentato per il rimborso in un’altra città, per esempio, Torino o Genova. In tal caso l’ufficio di Torino deve chiedere a Milano la contromatrice del buono, ossia la madre da cui fu distaccato il buono rilasciato al portatore. Se la contromatrice è sul luogo, perché il buono emesso a Milano è presentato per il rimborso nella stessa città, è affare d’un momento verificare se i tagli della madre e della figlia combinano esattamente; il che è la garanzia più sicura contro le contraffazioni. Se, come dissi, bisogna richiedere da Torino la contromatrice che si trova a Milano, v’è nell’andare e venire un ritardo di qualche giorno: quindici al massimo, dicono i funzionari, un mese o più obiettano alcuni portatori. Io non oserei decidere il punto controverso, che è di fatto, ed osservo: tesoro e portatori devono mettere, ciascuno da parte sua, il massimo di buona volontà nel ridurre al minimo il ritardo, che ogni persona di buona fede deve riconoscere inevitabile. Il portatore deve farsi parte diligente e, se vuole ottenere il rimborso in una città diversa da quella in cui egli stesso ha chiesto che il buono fosse pagabile, andare qualche giorno prima alla Banca d’Italia od alla sezione di tesoreria, chiedere l’apposito foglio stampato e fare l’opportuna domanda, per così dire, di trasloco.

 

 

In fondo, è un servizio chiesto allo stato e non bisogna inquietarsi se bisogna fare una domanda per ottenerlo. D’altro canto, il tesoro dovrebbe riflettere che molti portatori ignorano tutto ciò; dovrebbe pensare essere suo grandissimo interesse diffondere i buoni precisamente e sovratutto tra gente malpratica di titoli, di buoni, di scadenze, di città di domicilio del buono ecc. Sono i clienti più sicuri, più affezionati dei titoli pubblici; son coloro che rinnoveranno i buoni o li convertiranno in consolidato. Assai meglio 1.000 sottoscrittori a 1.000 lire l’uno che uno per un milione. Perciò occorre aiutare la gente malpratica, far loro la lezione. Si potrebbero forse stampare le opportune avvertenze sul tergo del buono, che è in bianco. Ma temo che molti non leggerebbero e non capirebbero, essendoché le avvertenze scritte sul buono dovrebbero essere compilate in stile togato amministrativo. Perciò insisto nell’idea del foglietto rosso, ingommato sul davanti del buono, dove in caratteri visivi, precedute da un grande Attenti!!, fossero date in linguaggio popolare, quasi reclamistico, le istruzioni principali per il rimborso, per i due casi che questo sia richiesto nella città dove il buono è pagabile ovvero in un’altra città. So che il foglietto rosso urta i nervi delle persone pratiche (funzionari, banchieri, ecc.); ma replico che è interesse e dovere dello stato popolarizzare i buoni tra le persone malpratiche e farsi di costoro alleati e propagandisti.

 

 

E vengo ai buoni triennali e quinquennali. Questi non sono pagabili in una data città; ma presso tutte le sezioni di tesoreria del regno. Quindi le contromatrici sono conservate tutte alla direzione generale del tesoro in Roma: e per verificare se la figlia (buono del tesoro) ha il taglio corrispondente alla madre (contromatrice) bisogna far venire questa da Roma nella città presso la cui sezione di tesoreria il portatore chiede il rimborso. Non è dunque che il buono debba essere mandato da Torino o da Milano a Roma; ma è la contromatrice la quale deve essere fatta venire da Roma a Torino o Milano per la verifica del taglio. Occorre perciò che il portatore si faccia parte diligente e quindici giorni prima della scadenza (dicono i funzionari, un mese affermano taluni portatori) presenti non il buono ma la domanda di rimborso, affinché alla scadenza la contromatrice sia già arrivata a Milano od a Torino e si possa eseguire sull’istante il rimborso. Chi attende a presentare la domanda di rimborso il giorno della scadenza, deve rassegnarsi ad attendere l’arrivo della contromatrice e perdere per altrettanti giorni l’interesse.

 

 

Anche qui io ripeto la osservazione già fatta per i buoni ordinari: i portatori appartenenti ai ceti istruiti di cose finanziarie sanno o sono avvertiti della necessità di presentare la domanda di rimborso alcun tempo prima della scadenza. Gli altri – e sono i modesti, i piccoli, i non informati, che sono i clienti più affezionati e più desiderabili per lo stato – debbono essere avvertiti, a diligenza dello stato. Quindi sarebbe utile che anche su ogni buono del tesoro triennale o quinquennale fosse ingommato un foglietto rosso o verde o d’altro colore contenente istruzioni dettate in stile semplice, popolare, quasi da catechismo.

 

 

Come vedono i lettori, le formalità da adempiere per la riscossione dei buoni scaduti sono poche e facili e le avvertenze da tenere a mente per non perdere interessi dopo la scadenza si riducono in fondo ad una sola: presentare la domanda di rimborso o di rinnovo – non occorre presentare il buono – qualche tempo prima del giorno della scadenza. Non è la fin del mondo. Ognuno che impieghi capitali, deve usare una certa diligenza nelle cose sue; tenere un piccolo scadenzario e non lasciar trascorrere i giorni stabiliti.

 

 

Ma le querele più numerose dei portatori non sono quelle delle persone residenti nelle città capoluogo di provincia e sedi di sezioni di tesoreria e in quelle dove sono sedi o filiali della Banca d’Italia. Chi perde tempo, chi deve spendere denari, far viaggi costosi per riscuotere interessi di buoni e di consolidato è il risparmiatore che abita in campagna, nei piccoli borghi, dove c’è solo l’ufficio postale, al più l’esattore delle imposte od il ricevitore del registro. A costoro capita di doversi recare nella città vicina per l’incasso e di dovere talvolta pagare al banchiere locale od alla succursale della banca provvigioni che sanno di salato. Qui io credo vi sia davvero ancora qualcosa da fare per popolarizzare il buono ed in genere il titolo di stato.

 

 

Vi sono uffici postali che sono incaricati di pagare interessi ai propri portatori di libretti di risparmio e di curare il rimborso dei buoni scaduti; ed ho letto istruzioni precise interne su tal punto. Pare però che agli ufficiali postali non si dia alcuna remunerazione per tale servizio; ed è facile perciò che molti ufficiali postali dicano di non sapere niente, di non essere incaricati e cerchino di allontanare da sé l’amaro calice di tutte queste seccature senza compenso.

 

 

Evidentemente, occorre trovar modo che il collocamento, il pagamento degli interessi ed il rimborso dei buoni del tesoro funzionino perfettamente fin nei più remoti centri dello stato. Ed io non saprei trovare altro modo se non l’interessamento di tutti coloro – ufficiali postali, esattori, ricevitori del registro, banchieri, casse di risparmio – i quali possono coadiuvare all’uopo. Lo stato non può aver la pretesa che la gente lavori per lui gratuitamente; specie se non si tratta più del lavoro febbrile e patriottico delle grandi sottoscrizioni di guerra, ma del lavoro continuo di scritturazioni, incassi, pagamenti, resa di conti, ecc. Pagare una provvigione anche modesta, ma sufficiente, è il modo pratico di risolvere il problema. In apparenza, ciò aumenta il costo del servizio del debito pubblico di qualche frazione per ogni cento lire di debito. Ma se ciò serve a popolarizzare il buono, a radicarlo presso contadini, operai bene pagati, borghesi minuti, proprietari e professionisti di campagna, la piccola spesa è un investimento altamente fruttifero per lo stato.

 

 

Il buono del tesoro è tale un titolo ottimo, degno di essere diffuso largamente, che qualunque opera di propaganda, di semplificazione, di istruzione non può mai essere abbastanza raccomandata al tesoro.

 



[1] Con il titolo Per una politica di Tesoro. Prestiti o buoni? [ndr].

[2] Con il titolo Per i buoni del Tesoro. (Spiegazioni ed incitamenti) [ndr].

Torna su