Recensioni – giugno 1937 (Riv. Stor. Eco.)
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 01/06/1937

Recensioni – giugno 1937 (Riv. Stor. Eco.)

«Rivista di storia economica», giugno 1937, pp. 196-198

 

 

 

G. Santonastaso, Proudhon. 1935, pp. 199. L. 12.

 

 

Rodolfo von Jhering, La lotta pel diritto. Trad. it. di Raffaele Mariano, nuova ed, 1935, pagg. ottava – 126. L. 8.

 

 

Nicola Ottokar, Breve storia della Russia. Linee generali, 1936, pagg. 423. L. 25.

 

 

Edgar Quinet, Le rivoluzioni d’Italia. Trad. di C. Muscetta, 1935, pagg. trentaduesima – 463. L. 28.

 

 

Enzo Tagliacozzo, Voci di realismo politico dopo il 1870. 1937, pagg. 153. L. 10.

 

 

Mario Mazzucchelli, La rivoluzione francese vista dagli ambasciatori veneti. 1935, pagine 303. L. 20.

 

 

G. F. Finetti, Difesa dell’autarchia della sacra scrittura contro G. B. Vico. Dissertazione del 1768, con introduzione di Benedetto Croce, unitovi il sesto supplemento alla bibliografia Vichiana, 1936, pagg. sedicesima – 120. L. 8.

 

 

Antonio Corsano, Umanesimo e religione in G. B. Vico. 1935, pagg. 185. L.

13.

 

 

Adolfo Omodeo, Momenti della vita di guerra. (dai diari e dalle lettere dei caduti), 1934, pagg. 423. L. 25.

 

 

Domenico Forges – Davanzati, Giovanni Andrea Serrao, vescovo di Potenza e la lotta dello Stato contro la Chiesa in Napoli nella seconda metà del settecento. Trad. di A. C. dal testo francese, con prefazione e note di B. Croce, 1937, pagg. dodicesima – 133. L. 10.

 

 

Francesco Flora, Civiltà del novecento. 1934, pagg. 288. L. 18.

 

 

Philip Leon, L’etica della potenza o il problema del male. Trad. di M. Venturini, 1937, pagg. 417. L. 25.

 

 

Fausto Nicolini, Peste ed untori nei «Promessi sposi» e nella realtà storica. 1937, pagine 380. L. 25.

 

 

Fra i tanti bei volumi della «Biblioteca di cultura moderna» dell’editore Giuseppe Laterza e figli di Bari si trascelgono, per darne l’annuncio, quelli sopra elencati, non tanto perché discorrano di storia economica, quanto per dare dimostrazione della cura posta dall’editore nel presentare al pubblico libri atti a suscitare problemi vivi. L’uomo economistico, leggendo, impara a porre a sé problemi suoi in maniera non usitata nella sua confraternita.

 

 

O sia Flora, il quale umanisticamente difende la macchina ed immagina una «utopia» della radio, e fa così pensare al «fuori tempo» dei riformatori che vanno in giro per il mondo filando lana e cotone coll’arcolaio a mano; o sia von Jhering, il quale insegna agli’uomini «la necessità di asserire e difendere il proprio diritto ancorché con sacrificio dei proprii interessi individuali, non solo perché l’utile maggiore è da preferire al minore, il duraturo al momentaneo e labile, il fondamentale all’occasionale, ma innanzi tutto per il dovere morale, che comanda di mantenere salda l’ordinamento giuridico, condizione della vita sociale e umana» (Croce nella «prefazione»), ed afferma l’inanità delle tesi che contrappongono e subordinano diritto a morale od economica a politica, quasiché tutte le scienze morali non si risolvessero nell’unità dell’uomo; – o sia Omodeo, il quale, rievocando in pagine commosse i luoghi più alti del pensiero dei migliori tra i caduti, ci ricorda il messaggio: «oh, torto voi fate a noi quando oggi, a distanza di anni, voi rimproverate alla guerra di non aver dato ai viventi potenza economica, espansione coloniale e commerciale.

 

 

Noi questo non volemmo, quando ci sacrificammo. Volevamo giustizia e pace fra i popoli; volevamo un nuovo ordine internazionale fondato sulla discussione e sugli accordi tra uguali, grandi e piccoli»; – o siano Antonio Capello, Almorò Pisani ed Alvise Querini che, nella silloge di Mazzucchelli, ci descrivano, come potevasi vedere con gli occhi di rappresentanti di una repubblica decadente ed imbelle, il fatale andare della rivoluzione francese e l’ascendere del generale vittorioso; – o siano il Corsano ed il Finetti, riesumato dal Croce, i quali discutono della posizione del Vico rispetto alla religione, il secondo rifacendosi a quella concezione dello stato ferino, che tanto interesse presenta anche per noi; – o sia il Muscetta che, traducendo il famoso e dimenticato libro delle rivoluzioni d’Italia, attrae nuovamente l’attenzione degli studiosi sul singolare scrittore del tempo romantico; – o siano il Forges – Davanzati, colla vita del Serrao, vescovo, giansenista, morto per la libertà trucidato dai sanfedisti, od il Leon colla sua analisi dell’egoismo individuale e collettivo come fonti del male morale e del male sociale; – tutti dicono una parola che lo studioso di cose economiche e sociali non può ogni tanto non ascoltare.

 

 

Col libro su Proudhon, il Santonastaso ci dà una chiara introduzione anche della conoscenza del pensiero economico di Proudhon. Che cosa abbia dato a questo pensiero il P.; perché egli possa essere stato detta socialista e sindacalista; chi sia stato in sostanza il rivoluzionario che dava consigli agli speculatori di borsa, il negatore della proprietà che scriveva trattati sulle ferrovie, è un problema suggestivo. Il Santonastaso è benemerito per avere in Italia veduto l’interesse dell’uomo e dell’opera sua. Altri uomini fa rivivere il Tagliacozzo: sei conservatori italiani: Jacini, Turiello, Villari, Franchetti, Sonnino e Fortunato. Li avvicinava il comune vivo interessamento per i problemi sociali, per le classi meno diseredate.

 

 

La questione meridionale, nei suoi lineamenti concreti, studiati a lungo nella realtà, non ebbe mai illustratori più sapienti e fervorosi di codesti che ai democratici vociferatori del tempo apparivano reazionari. Erano il fiore della generazione succeduta a quella cavourriana e fu ad essi negato, o forse non vollero, aver parte adeguata al governo del paese.

 

 

Chi voglia procurarsi momenti di squisita gioia erudita legga il libro del Niccolini su «peste ed untori». Si riattacca ai celebri capitoli sulla peste e sulla carestia del Manzoni che io vorrei far leggere, con appropriate note, agli studenti del liceo invece dei male avventurati elementi di scienza economica che si propinano oggi da insegnanti svogliati a scolari disattenti, Li intitolerei «Elementi di politica (capitolo sulla peste e sugli untori) e di economica (capitolo sulla carestia)», e suggerirei al curatore di trarre gran partito per le note agli elementi di politica della insuperabile suppellettile di notizie nuove rare curiose controllatissime raccolte dal Niccolini.

 

 

Consiglio, finalmente, a chi voglia capir qualcosa della Russia d’oggi di leggere il compendio storico che sulla Russia di ieri, dalle epoche preistoriche a Stalin, ha scritto Nicola Ottokar. Russo di nascita, italiano di elezione, storico di vaglia, l’Ottokar ha scritto un libro che a primo aspetto sconcerta. Leggere storie d’Italia, di Francia, d’Inghilterra, di Germania vuol dire leggere storie di contrasti un po’ di sovrani e di ceti, ma sovratutto di idee. Gli uomini italiani sono vivi perché personificano ideali e lottano per un fine. Per che cosa abbiano lottato per duemila anni gli uomini russi, non si capisce bene.

 

 

Sembra per ingrandire lo stato, per giungere ai limiti geografici delle genti russe; ma non è nemmeno certo, perché non si sa bene che cosa siano i russi. Principi che si scavalcano e si ammazzano: varenghi (normanni), tartari, moscoviti, che tentano le vie del progresso economico e poi ritornano indietro, Vicende monotone. Alla fine si ha l’impressione di capire. La società russa è una società di padroni e servitori, Il gran principe di Kiew, la czar di Mosca è il capo di una sterminata famiglia patriarcale, che da qualche migliaia passa a milioni di dipendenti; ma il capo è ancora il padrone e gli altri sono i servitori. I nobili, nel linguaggio russo, sono le «persone di servizio» dello czar; ed i contadini sono i servi delle persone di servizio. la parola «persona di servizio» è la più illuminante tra quelle usate da 0ttokar. Il ceto governante mutò ripetutamente nei secoli; ma rimase sempre composto di «persone di servizio». Ancora oggi la burocrazia dominante bolscevica è composta di persone di servizio. Importa poco che il capo si chiami Dimitris Donskoj nel ‘400, Ivan il terribile nel ‘500, Michele Romanov nel ‘600, Pietro il grande e Caterina seconda nel ‘700, Nicola primo ed Alessandro secondo nell’800, Lenin e Stalin nel ‘900. Egli ha sotto di sé una burocrazia; che un tempo dotava con terre e con servi, ed ora rimunera con stipendi; ma è sempre composta di gente di servizio. Lo stato è una cosa fragile, priva di vita spirituale propria.

 

 

Sembra ad un certo momento, tra il dodicesimo ed il tredicesimo secolo, sorgano nuclei indipendenti di vita economica attorno ad alcune città commerciali, come Novgorod. Ma è breve meteora. Si forma a tratti un ceto intellettuale; ma poiché, invece che nel paese e nella tradizione, ha radici nella testa raziocinante e fantasticante, da quel ceto sorgano distruttori, non creatori. L’«intelligenza» russa abbatte i capi ed i servi di prima per sostituirvi nuovi capi e nuove genti di servizio, tra il capo ed i servi non si formò mai un ceto intermedio numeroso di gente indipendente, di proprietari rurali, di industriali e commercianti liberi, di professionisti. Questa è la tragedia della storia russa; questa è la ragione, per la quale, nel riporre il libro di Ottokar, le immagini di Stalin e di Ivan il Terribile, di Pietro il Grande e di Lenin si confondono e trapassano l’una nell’altra e un’ombra opaca si stende sull’immenso paese.

 

 

Non c’è neppure una chiesa in Russia. Non c’è, perché una chiesa non si concepisce se non lotta, per la supremazia, con lo stato; ed invece, eccetto un breve tentativo al tempo del patriarca Nikon e dello czar Alessio, padre di Pietro il grande, il clero fu anch’esso sempre al servizio dello stato. Unico grande fatto socialmente significativo nella storia russa: i cosacchi. Un fenomeno di frontiera, simile a quello che mantenne sinora negli Stati Uniti il tipo individualistico di organizzazione sociale. In America, l’uomo insofferente di servitù, colui che non voleva vivere a salario altrui andava verso l’occidente.

 

 

All’occidente, per un secolo dopo la indipendenza politica, si stesero terre libere, sulle quali ognuno poteva crearsi il proprio regno e guardare fisso negli occhi ogni altro uomo. Adesso che la frontiera di terre vuote libere è scomparsa, è nato negli Stati Uniti il problema del modo di creare una ideale «nuova frontiera» che garantisca la libertà umana contro il dominio dei ricchi e dei potenti! In Russia, il fenomeno della libertà alla frontiera si chiamò dei cosacchi.

 

 

Erano qualcosa tra soldati e contadini e vivevano, indipendenti, nelle steppe meridionali, soggetti astrattamente allo czar lontano, in realtà liberi dalla servitù diretta verso le «genti di servizio», nobili o burocrati, che non avevano avuto il tempo di allargare a quelle terre il loro dominio – servitù. Gli czar non videro quale potente forza di rigenerazione fosse nella società cosacca; e riuscirono ad assimilarla al resto della società russa. Distrussero se stessi e perpetuarono la tragedia del paese.

 

 

Travaux du Congres des economistes de langue francaise. Paris. Les editions Domat – Montchrestien, 158 – 160, rue Saint – Jacques; 1933, pagg. 193, fr. 30; 1934, pag. 275, fr, 40; 1935, pagg. 251, fr. 40; 1936, pagg. 239, fr. 40.

 

 

Gli economisti di lingua francese avevano preso la consuetudine di tenere ogni anno nei giorni di carnevale, accorrendovi, oltreché dalla Francia, dal Belgio e dalla Svizzera, un congresso dedicato allo studio dei problemi che di volta in volta li interessavano. Per un decennio, le adunanze, private e cordiali, non diedero luogo a nessun rendiconto pubblico. A partire dal 1933 i convenuti decisero di pubblicare rapporti e discussioni.

 

 

Sinora quattro sono i volumi, snelli e di giusto formato, venuti alla luce a dar conto delle discussioni condotte nei convegni dal 1933 al 1936. Ogni anno sono posti due problemi: nel 1933 si discusse dell’economia liberale e di quella diretta e del sistema monetario aureo; nel 1934 del luogo razionale dei sindacati nelle società moderne e della riforma dei sistemi fiscali; nel 1935 dell’evoluzione del credito e del controllo delle banche e della riforma economica negli Stati Uniti; e nel 1936 della autarchia e della corporazione dinnanzi alla dottrina ed ai fatti.

 

 

Il Lescure, professore nella facoltà di diritto di Parigi ed autore dei noti studi sulle crisi, premette un’avvertenza preliminare ad ogni volume. Relatori furono De Leener e Nogaro nel 1933, De Brouckere e Laufenburger nel 1934, Ansiaux e Qualid nel 1935, Landry e De Leener nel 1936. Troppi i nomi degli intervenuti nelle discussioni perché possano essere ricordati; parecchi fra essi i giovani docenti nelle università provinciali. Si ha l’impressione che gli anziani di Parigi incoraggino vivamente l’intervento nelle discussioni delle più giovani reclute dell’insegnamento universitario provinciale.

 

 

Giovani od anziani che siano, questi economisti di lingua francese hanno tutti un’aria di famiglia. Li paragonerei al nobile d’un tempo, il quale usava modi tanto più squisitamente cortesi quanto più il suo interlocutore era di ceto inferiore. Costoro usano i guanti della cortesia più raffinata verso i nuovi programmi o vangeli economici e sociali: economia manovrata, corporativismo, autarchia, controllo dei cambi e delle banche, new deal, ecc. ecc. Il patrocinatore dei nuovi metodi non può certo lamentarsi di repugnanza ad entrare nello spirito, di mala volontà nello studiare e nell’apprezzare.

 

 

Come in ogni altro campo, gli economisti francesi sono maestri nel mettere in volgare, nel tradurre nella loro tersissima logica lingua il pensiero altrui talvolta ancora nebuloso o in via di formazione. Forse il bisogno medesimo di dare forma propria logica e semplice a pensieri ancora indistinti rende i francesi così amabilmente scettici verso le novità, così, in fondo, attaccati al classico ed allo sperimentato.

 

 

Ecco Landry, il quale ponendo il problema dell’autarchia economica, consente a buttare dalla finestra il teorema dei costi comparati di Ricardo; ma lo fa rivivere dopo in un elegante diagramma, nel quale è dimostrato che l’autarchia potrebbe diventare una cosa ragionevole se, comparando il piacere ricavato dai beni importati col dolore della perdita di quelli esportati, ed aggiungendo al risultato, positivo o negativo, così ottenuto, il risultato del confronto fra l’utilità delle nuove produzioni intraprese in conseguenza della concorrenza delle merci importate colla disutilità dell’abbandono delle vecchie produzioni, si ottenesse un risultato totale negativo.

 

 

Landry non esclude che il risultato sia tale; ma quale la probabilità che ciò accada? Par di sentir dire: discutiamo pure di autarchia, poiché si tratta di un’idea – forza, come disse, quasi per debito d’ufficio di insegnante di sociologia coloniale, un altro oratore, il Maunier; ma non dimentichiamo essere nostro ufficio porre nitidamente il problema e, perciò stesso, arrivare ad una conclusione scettica. Divisia è scettico anche a proposito delle idee – forze in tema di autarchia. è forte l’idea del francese che vuole far mangiare altrui a caro prezzo il riso coloniale? No. A lui pare forte soltanto l’idea di quell’altro francese, il quale volontariamente si decide a comprare ad alto prezzo il riso coloniale quando potrebbe acquistare a basso prezzo il riso straniero. Qui c’è veramente un’idea; là c’è solo la forza.

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