Terminologia economica bellica e metodologia nei documenti diplomatici e legislativi

Tratto da:

Lo scrittoio del Presidente

Data di pubblicazione: 01/01/1956

Terminologia economica bellica e metodologia nei documenti diplomatici e legislativi

Lo scrittoio del Presidente (1948-1955), Einaudi, Torino, 1956, pp. 101-107

 

 

 

In alcuni documenti relativi a rapporti commerciali si osserva una fraseologia la quale sembra più propria a trattazioni belliche che non a quelle pacifiche commerciali:

 

 

Azione offensiva – nuovo fronte – arma dialettica – primo e più importante obiettivo – complesso di inferiorità o soggezione – seme in campo avverso – intenzioni aggressive – lotta in corso – fattore di turbamenti – reazione efficace – manovra atta ad incrinare – seguire nella manovra – vantaggio dell’iniziativa.

 

 

Questa fraseologia, non mai stata del tutto ignota, divenne di moda durante il periodo fascistico quando i dirigenti, nella loro sconfinata ignoranza, immaginavano sul serio che il commercio interno ed internazionale avesse luogo su una base bellica di vittorie e di sconfitte e che i successi e gli insuccessi potessero essere concepiti alla stessa stregua di quelli che si verificano alle corse dei cavalli, o nelle gare di pugilato, o di gioco al pallone e simili.

 

 

La terminologia bellica potrebbe meritare una qualche considerazione soltanto quando essa esplicitamente si riferisse ai rapporti in cui si trovano i produttori, concorrenti su uno stesso mercato e per la vendita dello stesso prodotto o di reciproci surrogati, quando essi produttori non sono né uno solo né molti.

 

 

Quando il produttore è uno solo egli fa tutto ciò che maggiormente gli conviene. Non bada all’interesse dei consumatori e cerca di ottenere dalla vendita dei suoi prodotti il massimo guadagno netto.

 

 

Qui la terminologia bellica è fuor di luogo, perché non c’è guerra, ma esistono, da una parte il padrone e dall’altra i sudditi.

 

 

Neppure la terminologia bellica ha senso comune quando i produttori sono molti e nessuno di essi conosce le azioni di tutti gli altri e può prevedere ciò che gli altri fanno, essendo essi in molti ad agire e nessuno di essi essendo così importante da determinare con la sua azione un movimento dei prezzi a proprio favore. Consumatori e produttori dovranno in questo caso accettare il prezzo del mercato, il quale si stabilisce senza il concorso della loro volontà. I compratori acquisteranno se ne avranno convenienza ed i produttori dovranno adattarsi ai prezzi di mercato.

 

 

Che guerra si conduce in questo caso? Ognuno produce se e finché guadagna ed ognuno acquista se e finché ha interesse all’acquisto.

 

 

Una certa rassomiglianza al gioco bellico si ha solo quando i produttori in un mercato non sono né uno né molti; ed invece sono pochi e l’offerta di ognuno di essi ha un certo peso nella determinazione del prezzo di mercato. In questo caso l’analogia più appropriata sarebbe però quella col gioco degli scacchi. Nel gioco degli scacchi ognuno dei giocatori deve fare le sue mosse senza sapere quali saranno le mosse ulteriori dell’altro giocatore; ognuno però si regola cercando di indovinare quello che l’altro farà. Vince il più abile nel prevedere le mosse altrui. Sembra che questo caso non sia quello che hanno in mente i redattori dei rapporti che nel parlare di cose economiche amano fare ricorso a terminologie bellicistiche. Si deve notare anzitutto che la situazione propria del gioco degli scacchi si riferisce al mondo dei produttori ed ai rapporti che possono avere tra di loro i produttori. Se in Italia, ad esempio, la Fiat non fosse praticamente sola ma dovesse tener conto, per una grossa parte della sua produzione, della concorrenza, supponiamo, di una Lancia molto più grossa di quello che in fatto non sia, ognuno dei due produttori, prima di fare una mossa nel lanciare una nuova marca o nello stabilire un nuovo prezzo, dovrebbe indovinare quali potrebbero essere le analoghe mosse del concorrente. Oggi le cose non stanno così in Italia né per la Fiat, né per la Montecatini, né per la Pirelli, né per altri colossi che abbiamo sul mercato. Ma può immaginarsi che qualche cosa di simile accada in qualche paese del mondo. Il caso non si vede però accennato in nessuno dei rapporti venuti dall’estero in materia commerciale; e là dove si verifica, trattasi di rapporti fra diversi pochi produttori in una medesima industria.

 

 

È un gioco rivolto a determinare quanto ognuno dei diversi produttori, ad esempio, di automobili, troverà convenienza mettere sul mercato, con un profitto che sarà minore di quello che si avrebbe da colui che fosse monopolista, ma profitto sempre. D’altra parte anche i consumatori compreranno solo se avranno convenienza ad acquistare. Insomma neanche in questo caso c’è guerra di ammazzamento reciproco dei produttori fra di loro e di questi contro i consumatori. Gli affari si concluderanno soltanto a condizione che ambedue le parti guadagnino qualche cosa nel definire il contratto. Nessun consumatore compra a dieci un prodotto che gli dà un’utilità soltanto di otto. Nel commercio non vi è spargimento di sangue ma soltanto lucro.

 

 

Fino a quando si considerano i fatti commerciali attraverso un velo di grottesche parole belliche è difficile vederli nella loro realtà; realtà che non mai è di guadagnare l’uno e di perdere l’altro, ma di guadagnare sempre tutte e due le parti, più o meno l’una o l’altra, ma ogni volta con reciproca soddisfazione. L’una sarà magra e l’altra grassa, ma sarà sempre una soddisfazione per tutti due. Chi rinunzia ad un affare solo perché l’altra parte lo fa migliore è un allocco ed andrà, come merita, in malora.

 

 

La fraseologia bellica porta anche ad altri inconvenienti che sembrano non piccoli. Accadde in passato di leggere in taluni rapporti diplomatici del Sud Africa calcoli relativi alla possibilità di potere dalla lotta tra i bianchi di lingua afrikanda e i bianchi di lingua inglese trarre qualche beneficio per gli italiani che avrebbero potuto essere i terzi avvantaggiati dalla discordia altrui. Più recentemente, in rapporti dalla Indonesia, si è visto spuntare il medesimo concetto; italiani che dovrebbero profittare del momento per sostituirsi in parte ai vecchi dominatori olandesi od ai sospettati nord americani.

 

 

Viene in mente in proposito una frase attribuita, forse non senza fondamento, al vecchio Conte di Torino nel momento dei funerali del fratello, Duca d’Aosta, della cui rivalità con Vittorio Emanuele III assai si parlava: «Stiamo attenti, – avrebbe detto il Conte di Torino, – a tentare di soppiantarci l’uno con l’altro: ché se dovesse andare via Vittorio, tutti noi dovremmo insieme con lui sbarazzare il campo». Così è di queste aspettative terminologiche di profittare delle disgrazie altrui. Se gli inglesi dovessero abbandonare il Sud Africa, se gli olandesi e gli americani non potessero più fare affari o vedessero diminuire i loro affari in Indonesia, non sarebbero certamente altri bianchi a profittare della rovina altrui. Ci sarebbero ben altre rovine e ben altre distruzioni di ricchezze in quei paesi per non essere danneggiati anche noi in quel poco che avessimo potuto cominciare a fare.

 

 

Parole di buon senso si lessero invece, se il ricordo è esatto, in rapporti del console generale in Tunisia, dove si riferivano opinioni di coloni italiani impressionatissimi dall’eventuale cacciata dei francesi. «È vero, – osservavano questi italiani, – che i francesi non ci hanno trattato bene; ma oggi è inutile recriminare con nostro danno. La lotta degli arabi contro gli stranieri non si fermerebbe ai francesi, ma colpirebbe anche noi italiani, e ci porterebbe via quel poco che abbiamo salvato dalle vessazioni purtroppo reali dei francesi».

 

 

2 giugno 1952.

 

 

Se la terminologia avvertita in alcuni rapporti diplomatici era sembrata impropria, il presidente aveva invece ricevuta diversa ed ottima impressione dal metodo tenuto nella compilazione dei rapporti, metodo che qui si descrive.

 

 

Un’altra particolarità appare degna di nota: quella di trasmettere – di «rifischiare» come si dice nel linguaggio d’uso di palazzo Chigi – il testo dei rapporti più importanti ai capi missione nei paesi dove la materia di quei rapporti abbia rilevanza per averne pareri e critiche. La consuetudine potrebbe essere vantaggiosamente imitata, come non sembra sia, nelle altre amministrazioni dello stato, anche per togliere vigore alla tendenza di ogni servizio a considerarsi sciolto da ogni obbligo di vicendevole critica con gli altri servizi dello stato.

 

 

La lettura dei rapporti diplomatici lascia impressione assai gradevole anche per il rispetto seguente: ognuno di quei rapporti non si occupa se non di un determinato argomento ed esclude per principio considerazioni che siano estranee a quell’argomento. Se occorre, si scrivono più rapporti nello stesso giorno su problemi i quali differiscono uno dall’altro.

 

 

Suppongo che la consuetudine sia stata determinata dalla necessità di comunicare i rapporti diplomatici soltanto a quell’ufficio del ministero degli esteri od a quegli altri ministeri i quali siano in merito competenti. La consuetudine molto opportunamente evita all’ufficio di smistamento romano di tagliare i rapporti in diverse parti per comunicare ognuna di esse ai ministri o ai funzionari a cui il rapporto interessa.

 

 

Ciò è assai lodevole. Ed è da aggiungere una considerazione che non so se sia stata fatta da coloro che originariamente hanno dato siffatte istruzioni. Essi hanno stabilito cioè una regola che dovrebbe essere seguita non solo in tutti i ministeri, ma anche da tutti coloro il cui pensiero deve essere comunicato al pubblico. Non parlo dei discorsi degli oratori nei consessi legislativi, i quali si occupano per lo più de omnibus rebus et de quibusdam aliis, rendendo così tanto difficile le risposte dei ministri, ma anche degli articolisti dei giornali i quali affastellano in un articolo argomenti diversissimi con il risultato che i lettori impazientiti non vanno alla fine degli articoli. Se tutti i pubblicisti seguissero la regola dei diplomatici, di occuparsi in ogni dato articolo soltanto di un argomento senza imbrogliare il discorso con spunti molteplici dubitativi e contraddittori, non solo gli articoli sarebbero letti più volentieri, ma contribuirebbero qualche cosa alla discussione dei problemi di interesse pubblico.

 

 

2 giugno 1952.

 

 

In un disegno di legge in materia d’imposta generale sull’entrata applicato alle contrattazioni effettuate nelle borse merci erano state usate inavvertitamente le parole «contrattazione eminentemente speculativa» nel senso spregiativo accolto nel discorrere volgare. Di qui una annotazione a margine.

 

 

Il contenuto proprio delle operazioni a termine sta nel liberare i produttori, che lo desiderano, dalle alee delle variazioni dei prezzi, scaricandone il rischio su un ceto di specialisti. L’industriale che ricorre al contratto a termine dimostra di voler fare solo l’industriale, astenendosi dallo speculare sui rialzi e ribassi dei prezzi. Per lui quindi l’operazione è proprio il contrario di «eminentemente speculativa». Per chi a sua volta assume il rischio, le variazioni dei prezzi sono la materia prima di un commercio utilissimo alla collettività.

 

 

Se si usasse da tutti la parola «speculazione» nel senso di «operazione fatta da chi, guardando al di là della punta del suo naso, si preoccupa di quel che può accadere nell’avvenire», non vi sarebbe nessun inconveniente nell’usarla. Siccome però l’uso comune è legato a concetti quali «filibustiere» – «brigante in guanti gialli» – «frequentatore di locali Malfamati» e simili, parrebbe opportuno astenersene nei documenti legislativi.

 

 

15 febbraio 1953.

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