Opera Omnia Luigi Einaudi
Fondazione Luigi Einaudi ETS

Avvertenza – Fracchia, Appunti per la storia politica ed amministrativa di Dogliani

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 01/01/1924

Avvertenza – Fracchia, Appunti per la storia politica ed amministrativa di Dogliani

Francesco Fracchia, Appunti per la storia politica ed amministrativa di Dogliani, F.lli Bocca, Torino, 1924, pp. 3-8

 

 

 

L’opera mia, nel compilare la monografia di storia municipale che qui si presenta al giudizio degli studiosi di storia piemontese, è stata puramente di raccoglitore ed ordinatore di materiali i quali sostanzialmente ed agli occhi degli studiosi si possono, come si dirà poi, considerare inediti. L’autore delle memorie qui raccolte non fece professione di studioso e di scrittore.

 

 

Da quando, giovanissimo laureato, verso i vent’anni, ritornò, dopo il compimento della pratica forense, nella sua Dogliani ed ivi si dedicò alla vocatura ed al notariato, Francesco Fracchia era divenuto l’uomo in cui tutti, poveri ed agiati, contadini e negozianti, proprietari ed artigiani, avevano fiducia ed al quale ricorrevano per consiglio. La reputazione di lui come consigliere nelle faccende difficili si era formata prestissimo ed era continuamente cresciuta. I suoi concittadini lo vollero anche consigliere comunale, assessore, sindaco e consigliere provinciale[1].

 

 

Sol che avesse voluto, avrebbe certamente seduto in Parlamento; ed assistii io al rifiuto netto che egli oppose all’invito a lasciarsi presentare candidato, che gli veniva da chi era stato e ridiventò uomo potentissimo nella vita politica italiana. Non che egli stimasse poco gli uffici pubblici; ed in quelli a cui fu chiamato pose cura grandissima e diligenza somma, badando soltanto all’interesse pubblico, non alle ire ed ai piccoli interessi dei partiti che sono talvolta violenti e potenti nella vita nei minori centri rurali.

 

 

Ma, forse senza averne fatto un programma consaputo di vita egli sentiva che la sua missione era un’altra: quella di essere il «notabile» dei luoghi dove era nato e dove aveva trascorso l’esistenza; l’uomo cioè che la fama pubblica riconosceva, senza contrasto, come colui a cui si ricorreva per consiglio e per guida nelle vicende private e pubbliche intrigate, in quelle in cui sommamente importava che la via da seguire fosse chiara e retta. Era per me, ragazzo, nell’età in cui si comincia a pensare all’avvenire e si rimane spaventati dalle difficoltà di persuadere altrui a considerare l’opera nostra come vantaggiosa e meritevole di essere richiesta, argomento di stupore la folla di gente che ingombrava l’anticamera del Suo ufficio e nei giorni di mercato, di fiera e nelle domeniche dilungavasi lungo le scale fin quasi sulla piazzetta raccolta. Non stupii più, quando seppi valutare le ragioni del gran concorso.

 

 

Riceveva i clienti, ritto in piedi dietro lo scrittoio, nel vecchio studio a centine basse e raccolte, aperto verso il cortile che sapeva di antico e da cui scorgevasi la torre dell’orologio e quella mozza del Castello, adorno di care stampe che ancora mi restano negli occhi, di raccolte di giurisprudenza e di libri di storia e di letteratura. Ai contadini, che tutti conosceva di persona per miglia e miglia all’intorno, indirizzava la parola col tu familiare; e fattosi spiegare il caso, brevemente e con rapida parola, dissuadeva dal litigare ed indicava il modo di sciogliere il nodo che li infastidiva. Se richiesto di prestare l’opera sua di notaio, prendeva appunti mentre le parti gli esponevano i casi loro in confuso e con reticenze, come usano per lo più i rustici; e quando essi ancora credevano bisognasse di spiegazioni egli aveva già pronto l’atto, che chiariva nitidamente le intenzioni dei contraenti e, lettolo ad alta voce, lo dichiarava perfetto.

 

 

Ad ognuno, anche importuno, che venisse da lui, aveva la risposta cortese ed aggiustata; sicché tutti dipartivansi contenti. Ai bisognosi non richiedeva la mercede dell’opera compiuta a favore loro o del consiglio dato; e coloro che poco potevano pagare, sapevano che non perciò sarebbero stati consigliati e serviti con minor zelo dei più fortunati. Perciò la folla semplice, che può correre dietro, per amore di novità o per ignoranza, ai facili promettitori, ascoltava lui quando trattavasi di cose serie; e grande fu la commozione che pervase gli animi all’annuncio della sua dipartita.

 

 

Era nato in una casa dove tutto raccomandava il culto delle cose antiche e delle austere tradizioni: la madre sua operosissima, che io vidi sempre affaccendata fino al giorno in cui improvvisamente si spense, il padre che conservava religiosamente ricordi ed oggetti, fin nelle stanze da magazzino e negli alti sottotetti, dove i nostri vecchi recavano i panni ad asciugare al sole ed all’aria, i mobili famigliari a più generazioni, i soffitti a travi di legno, che per le nostre corse fanciullesche traballavano, tutto rendeva severa testimonianza delle abitudini che vanno spegnendosi della vita provinciale piemontese del settecento e della prima metà dell’ottocento.

 

 

Noi, con l’insolenza inconsapevole dei bambini e dei fanciulli, indirizzavamo la parola ai vecchi nonni col tu; ed essi sorridevano a noi che usavamo modi famigliari e rumorosi che la vecchia casa non conosceva. Ma i nostri genitori non mai salutavano e parlavano ai nonni se non col lei che era segno di rispetto e di devozione. A tavola, soltanto il padre e la madre stavano seduti; perché i figli, finché non giunsero ad essere giovani fatti, sempre facevano corona ritti in piedi ed in atteggiamento composto.

 

 

Parca la mensa, limitate le ricreazioni al giardino, rare le passeggiate, solenni e ricordate a lungo le gite in campagna, al momento della divisione del grano e della vendemmia. Si seguivano le scuole del luogo fino alla rettorica ed all’umanità, di cui Dogliani era dotata per munificenza napoleonica (cfr. Capitolo nono, III). E poi i figli sciamavano a seguire le tradizioni della famiglia, dove si ricordavano i nomi di avi e proavi, medici, militari, avvocati, magistrati insigniti di onorificenze e patenti, un tempo largite più raramente d’oggi. Queste che io osservavo nella casa avita erano le abitudini universali della borghesia piemontese per gran parte del secolo XIX; ed in un’epoca in cui gli spostamenti sociali non erano frequenti, si comprende come quelle abitudini formassero una classe dirigente che lasciò tracce profonde di onestà, di capacità, di parsimonia, di devozione al dovere della vita politica ed amministrativa del Piemonte che fece l’Italia.

 

 

La formazione di un esercito saldo, tradizionalmente devoto al Re ed al paese, non si spiega se non si ricordi che i rapporti fra i soldati e gli ufficiali erano la prosecuzione di quelli che, nel borgo nativo, intercedevano fra gli appartenenti alle classi sociali da cui soldati ed ufficiali provenivano. Non v’era donna di campagna la quale passando nei giorni di mercato o di fiera sotto il balcone della «signora Felicita» non la salutasse ed a cui la nonna non chiedesse famigliarmente notizie di quei di casa; e così quando il figlio della contadina ed il figlio della signora si incontravano al reggimento, l’uno come recluta e l’altro come ufficiale, erano già stretti tra di loro rapporti di rispetto e di famigliarità. Pareva naturale che, da certe famiglie uscissero fuori professionisti, impiegati, servitori dello Stato.

 

 

Stipendi, anche per quei tempi modestissimi, erano ricevuti senza querele e senza dispregio, che si guardava all’ufficio coperto come ad un onore e ad un dovere. I nonni non dubitarono nell’accordare la mano della maggiore delle sorelle di mia madre ad un distinto professore nelle scuole di rettorica del luogo, che fu poi preside di liceo a Vercelli ed a Torino, sebbene a quei tempi il suo stipendio si aggirasse forse sulle mille lire all’anno; che i bisogni erano pochi e pareva onorevole un ufficio il quale culminasse in una pensione di duecento lire al mese ed in una croce dei Santi Maurizio e Lazzaro.

 

 

Quella borghesia provinciale possedeva, insieme coi «particolari» contadini, parte cospicua del territorio comunale; ma poiché erano molte le famiglie, le fortune erano assai modeste; ed era reputato ricco colui il cui patrimonio andava sulle 100.000 lire. I fondi erano tramandati di generazione in generazione; ed erano ricordati e riprovati i pochi casi di vendite volontarie. Quando il nonno, per il succedersi inopinato di anni funesti, a causa dell’imperversare dell’oidium, all’agricoltura, e per fronteggiare le spese della educazione dei figli, dovette vendere a prezzo non degno i due fondi aviti, grande fu lo strazio in casa; ed io ricordo di aver visto occhi gonfi di lacrime, anche a lunga distanza di anni, non tanto per il danno economico, quanto per la perdita della terra che portava il nome della famiglia e con esso s’era quasi identificata. E come si rallegrarono i nonni quando videro il loro figlio amato e stimato da tutto il paese, investire i suoi risparmi nell’acquisto di un’altra terra, alle cui vicende la famiglia poteva oramai essere nuovamente raccomandata! L’uomo, la famiglia non si concepivano sradicati dalla terra, dalla casa, dal comune; e sono questi sentimenti che partoriscono anche l’attaccamento e la devozione alla patria e lo spirito di sacrificio, in cui soltanto germogliano gli stati saldi.

 

 

In una siffatta famiglia provinciale, cementata dall’operosità e dall’affetto di donne di alto sentire e designata dalla estimazione dei proprii compaesani dal succedersi di generazioni di uomini probi e devoti al proprio dovere l’avv. Francesco Fracchia fu nudrito di quei sentimenti di ossequio alle tradizioni, di amore alle memorie di un tempo, di consapevolezza dei legami fra le generazioni che nel tempo si succedono, i quali lo indussero a dettare, per diletto suo o per istruzione dei suoi lettori, le pagine che qui si pubblicano.

 

 

Rimasto vedovo, dopo brevi anni di unione intimissima, e dedicatosi tutto all’unica figlia, di sera, quando l’ufficio era oramai chiuso, e tutto era quieto, dilettavasi a leggere le vecchie carte dell’archivio comunale di Dogliani. E tutte le fece passare, neppure una carta lasciando inesplorata negli armadi dove sono serbate le filze degli «ordinati» del comune ed altri preziosi documenti. Il giorno dopo rendeva conto delle curiosità scoperte ai genitori, alle sorelle; e dai primi riceveva aiuto di ricordi, di parentele dimenticate, di località col tempo mutate di fisionomia. Commentava i fatti ed i detti più dissimili dal moderno con parlare arguto e con riso giocondo ed argentino; facendo rivivere le persone che aveva visto attraverso le carte ingiallite e consunte ed inspirando in noi che l’ascoltavamo, l’amore per la storia viva, che voglio augurarmi non venga meno in me finché io viva.

 

 

Forse i frutti delle horae subsecivae dedicate alla esplorazione delle carte archiviali sarebbero rimasti conosciuti soltanto nella breve cerchia famigliare, a cui egli spiritualmente presiedeva, se in paese non fosse capitato un tipografo forestiero, a cui venne l’idea di pubblicare una Gazzetta di Dogliani, periodico agrario-amministrativo-commerciale, il quale cominciò ad uscire l’8 febbraio 1890 e seguitò ogni settimana a venire alla luce sino al n. 259, comparso il 31 dicembre del 1894. Non fu inutile quel quinquennio di giornalismo locale; che, ad esempio, la Gazzetta di Dogliani si fece propagatrice delle buone pratiche agricole con piani ed istruttivi articoli del geom. Maurizio Giachelli, promosse la fondazione di una sezione del Comizio Agrario di Mondovì, la quale assai contribuì all’incremento agricolo del territorio, diede consigli di diritto, d’igiene e di altre utili discipline; indulgendo, naturalmente, di tanto in tanto al pettegolezzo locale e partecipando alle competizioni amministrative e politiche. A chi ne serba la raccolta, la Gazzetta di Dogliani è rimasta però cara sovratutto per la serie di articoli che Francesco Fracchia vi andò pubblicando, con compiacimento grande dei suoi compaesani, sulla storia di Dogliani.

 

 

Cominciò egli la serie il 15 Marzo 1890 (n. 6, anno I) con alcuni Appunti storici sul Beato Ancina e sulla sua visita pastorale a Dogliani e la chiuse il 22 settembre 1894 (n. 245, anno V) discorrendo dell’Asilo d’Infanzia fondato e cresciuto per tenace volontà di un altro uomo degno, il signor Gerolamo Greborio, segretario del comune. È la serie compiuta di questi articoli, che io, per incarico della figlia sua dilettissima, ho raccolto e pubblicato nel presente volume. Gli articoli erano scritti currenti calamo, senza un ordine prefisso, così come portavano le sue letture dei documenti in archivio, o la opportunità di una coincidenza festiva od il desiderio espostogli da un amico di conoscere la storia di una torre, di una casa, di una fondazione pia del luogo. Quando mi accinsi al lavoro, quegli articoli mi si riordinarono quasi da sé in un quadro della vita locale nel passato nei suoi diversi aspetti. Quelle che, leggendole ed ascoltandole in giovinezza, mi erano apparse curiosità storiche, assumono oggi ai miei occhi, rileggendole, dignità vera di storia locale.

 

 

Non è il racconto storico, volutamente sistematico, compilato da uno storico di professione. All’esposizione fanno difetto, come comportava l’indole della pubblicazione e dello scrittore, i riferimenti di archivio; né io ho tentato pure di riparare alla mancanza, che avrei avuto d’uopo di tutto il lungo tempo che amorosamente egli aveva dedicato allo studio delle carte doglianesi; e forse avrei soggiaciuto alla tentazione di aggiungere, togliendo freschezza ed individualità al lavoro.

 

 

Ma anche senza riferimenti alle filze ed alle carte del piccolo archivio doglianese, siamo certi di trovarci dinnanzi a citazioni esattissime e con scrupolo controllate. Talvolta l’A., nelle parti in cui la storia del luogo si intreccia con quella della dinastia dominante di Saluzzo, di Francia o di Savoia, ricorre a libri di storici reputati, come il Manuel di San Giovanni, il Bollati, il Muletti, il Manzone, il Mommsen, il Muratori, il Vernazza, il Merkel, il Durandi, l’Orta; ed in tal caso sempre cita la fonte. Mancano del tutto le incursioni nella storia generale e le elucubrazioni archeologiche intorno a favoleggiate antichità, che deturpano tanto spesso le storie locali, anche recenti, scritte da uomini non adusati ai metodi della critica storica. Veggasi come siano sobrii gli estratti che dà di opere storiche già date alle stampe nel capitolo primo (Monumenti e ricordi di Dogliani antica) nel terzo (I signori di Dogliani, par. II, dove si leggono appunti dal libro di Carlo Merkel, Manfredi I e Manfredi II Lancia) e nel quinto (Deputati ed eletti per Dogliani alle Congregazioni del Marchesato di Saluzzo, in cui si riassumono le notizie pertinenti a Dogliani dal volume dei Monumenta della R. Deputazione di Storia Patria relativo alle Congregazioni dei Comuni del Marchesato di Saluzzo, pubblicato dal Bollati).

 

 

Fui in dubbio se dovessi comprendere nel volume anche queste pagine, dove l’A. si fa espositore dei risultati degli studi altrui; ed a decidermi per il sì fui persuaso dal riflesso che quelle pagine erano poche, che la loro omissione avrebbe guasto la compiutezza del discorso e che anche esse erano avvivate da osservazioni personali e da aggiunte di carattere locale.

 

 

Fuor di queste poche pagine, tutto il restante dell’opera è frutto di lavoro originale condotto sulle carte di archivio. Io cercai di mettere la mano il meno che potevasi in quello che può bene essere chiamato un manoscritto inedito, poiché la raccolta della Gazzetta di Dogliani serbasi da alcune rare famiglie in pochissime copie complete ed è praticamente inaccessibile agli studiosi; ma qualche lieve aggiunta fu potuta fare giovandomi di annotazioni manoscritte ad una copia degli articoli suoi che l’A. andava via via ritagliando e incollando su un suo quaderno per sua memoria. Feci qualche taglio, laddove l’A. ricordava cose già riferite in altra occasione o dove erano contenute riflessioni non aventi carattere storico; tra due esposizioni del medesimo avvenimento fatte a distanza di tempo preferii la più compiuta: incastrai talvolta, per sovrapposizione, i brani di due o più appunti pertinenti al medesimo soggetto; mutai od aggiunsi i richiami da un capitolo all’altro come comportava l’indole diversa della pubblicazione. Confido che l’opera mia manuale di editore possa sembrare a Lui rispettosa, fin nelle particolarità più minute, della sua volontà di scrittore.

 

 

La materia parve, come dissi, ordinarsi da sé in alcune grandi partizioni. Prima i ricorsi esistenti della vecchia Dogliani: le lapidi romane, le torri, le mura, i ponti (capitoli I e II); poi le vicende politiche: i signori di Dogliani dal mille alla rivoluzione francese (capitolo III); le istituzioni e gli ordinamenti amministrativi e giudiziari: vicario, potestà, giudice, eletti alle congregazioni del marchesato, le franchigie e gli statuti, gli organi elettivi del governo locale, bilanci e tributi (capitoli da IV ad VIII); le funzioni sociali, educative ed economiche del comune: medici, speziali, pestilenze, igiene, scuole, fiere, mercati, calmieri, carestie, usure (capitoli IX e X); la religione, la chiesa e la beneficenza: parrocchie, pievi, conventi, confraternite, processioni, lasciti, asilo infantile (capitoli XI e XII); e finalmente i rapporti occasionali della vita locale con gli avvenimenti esteriori: passaggi di truppe, patronato di doglianesi giunti ad eccelse cariche a pro del comune, echi rivoluzionari (capitoli XIII e XIV). L’amore al luogo natio non sarebbe stato bastevole a fargli dare tanta importanza allo studio degli ordinamenti amministrativi e sociali, se l’abito mentale del giurista e la lunga consuetudine di amministratore della cosa pubblica non gli avessero dato modo di vedere le vicende storiche nella loro unità indistruttibile.

 

 

Sicché i capitoli dal IV al XII non appaiono, come in tante storie, sovrapposizioni materiali compiute da storici i quali credono loro obbligo di trattare «anche» della vita giuridica ed economica delle epoche e dei paesi, le cui vicende essi narrano, ma vi sono estranei e perciò riescono solo a dar fastidio ai lettori giuristi ed economisti; ma risaltano nel quadro storico, quasi fossero fusi in esso e l’A. avesse voluto invece di occasionali appunti dettare una vera storia seguitata e meditata. Gli è che l’unità era nella sua mente lucida e penetrante, che scartava gli accessori e subito andava al succo della questione. Come leggeva fino in fondo all’animo di chi gli si faceva innanzi e con poche interrogazioni lo costringeva a confessare il vero suo proposito e coi suoi occhi vividissimi e fermi faceva abbassare quelli dei reticenti e mendaci, così nelle carte d’archivio amava leggere, insieme col curioso, l’umano, il persistente, ciò che era vivo nei secoli passati ed è ancora vivo adesso. Perciò egli fu scrittore alieno da rettorica, semplice, efficace. La sua narrazione sente la terra natia e ne dà il sapore. Parlando delle baruffe fra le confraternite, dei dissidi tra i capi di case, delle gioconde feste di un tempo, descrive la vita di un luogo, dove le fondamentali passioni ed i persistenti sentimenti umani poco mutarono, dove per il pronto polverizzarsi della proprietà feudale, non si conobbero mai gravi contrasti sociali e le contese prendevano e prendono aspetti tenui e si aggirano intorno a piccole cose.

 

 

Ma le sue predilezioni più profonde furono per i fatti ed i monumenti che fanno risaltare le forze le quali tengono ritta in piedi la fabbrica della società umana: il rispetto per i vecchi – «uso da giovane a pendere volentieri dal labbro dei vecchi narranti le loro venture, ora godo di frugare nelle antiche carte, parendomi di discorrere con persone care» (cap. XII, II); – il sentimento del legame fra le generazioni passate e quelle future – «ed ora il vecchio bacia, o bambini, il posto che gli faceste fra di voi e vi bacia… ma si attarda nel corridoio, dietro alla porta, commosso!… oh! come è dolce il vostro canto che si solleva al cielo; è una preghiera, è un augurio per quanti beneficarono e beneficheranno la Casa, che ieri era dei vostri figli!» – la voce eterna delle cose mute che videro passare gli uomini per centinaia d’anni – «povero vecchio ponte, maturano anche i tuoi secoli, te fortunato che cadendo ripeterai: ho sempre fatto il mio dovere. Non io potrò dire altrettanto».

 

 

Non lo disse egli, poiché non tollerò mai che altri gli rendesse, non che complimento, meritata onoranza. Ma lo dissero tutti coloro che lo conobbero; né la memoria dell’uomo, che mia madre recava ad esempio di rettitudine, e che io venerai come secondo padre, mai verrà meno nel cuore di quanti ritengono che la vita è lavoro e che solo han diritto alla quiete eterna coloro i quali passarono sulla terra adempiendo alla legge del dovere.

 



[1] Nato in Dogliani il 15 Maggio 1846 ed ivi morto il 26 Ottobre 1911, fu dal 10 Luglio 1870 sino alla morte consigliere comunale, dal 29 Luglio 1895 a tutto il 1909, quando spontaneamente si ritirò dalla carica, consigliere provinciale, dal 10 Aprile 1904 all’8 Settembre 1907, sindaco. Tolse in moglie la prima volta il 5 Gennaio 1880 la signora Silvia Bruno e ne ebbe l’unica figlia Marina. Rimasto vedovo assai presto, contrasse seconde nozze il 20 Luglio 1895 con la signora Martina Musso.

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