Che cosa ha detto Cantillon?
Tipologia : Altre Pubblicazioni
Data pubblicazione : 01/01/1955

Che cosa ha detto Cantillon?

Richard Cantillon, Saggio sulla natura del commercio in generale, Einaudi, Torino, 1955, pp. XI-XXV

 

 

 

Ad occasione del secondo centenario della prima edizione (1755) viene pubblicata la seconda versione italiana di un libro il quale è una delle pietre miliari della scienza economica. La prima traduzione era stata pubblicata nel 1767 a Venezia a cura dello Scottoni. Attribuita ad «Autore inglese», la versione dello Scottoni era stata largamente divulgata tra gli economisti italiani sino all’inizio del secolo XIX ed era poi caduta in dimenticanza.

 

 

Quando, nel 1881, il Jevons riscoperse il Cantillon, la sorpresa tra gli economisti fu grande: come mai l’Essai sur la nature du commerce en général, il libro, che lo scovritore, originalissimo tra gli economisti inglesi del secolo scorso definì «la vera culla della economia politica», era stato negletto per così lungo tempo? La sorpresa era giustificata dalle parole conclusive del Jevons: «Il primo trattato sistematico sulla scienza economica fu probabilmente scritto da un banchiere, spagnuolo di nome, nato in una famiglia irlandese della contea di Kerry, educato non si sa dove, dato agli affari in Parigi e certamente ammazzato in Albemarle Street in Londra. Il trattato fu scritto non si sa precisamente se in inglese od in francese; fu stampato in Parigi per la prima volta sotto la specie di una versione francese e sul frontespizio compare come editore un Fletcher Gyles avente bottega in Holborn dinnanzi al Gray’s Inn».

 

 

Le incerte notizie diligentemente e faticosamente raccolte dal Jevons sulla vita del Cantillon furono alquanto arricchite dalle ricerche condotte poi dall’Higgs e dal Bauer e riassunte nella introduzione apposta da Friedrich A. Hayek alla versione tedesca del Saggio allestita dalla signora Hella Hayek nel 1931; introduzione, la quale è il miglior strumento sinora venuto

alla luce per la conoscenza della vita e del pensiero del Cantillon[1]. Che i Cantillon fossero di origine spagnuola si desume soltanto dal nome; e si sa invece che essi da secoli avevano stanza in Irlanda e che alcuni membri della famiglia erano emigrati alla fine del seicento in Francia al seguito degli Stuardi in esilio, ed ivi avevano iniziato fruttuosi rapporti di banca e di negozio giovandosi delle buone relazioni famigliari e politiche con gli emigrati inglesi seguaci dei pretendenti. Il più abile di essi, Riccardo Cantillon,

 

 

Non lasciò dunque, al pari di Davide Ricardo, tracce profonde nella scienza economica nella veste di studioso professionale, ma in quella di un banchiere, il quale, grazie ad una mente ben costrutta, penetrò a fondo nella natura dei negozi da lui condotti con fortuna in un’epoca fortunosa. Quando nobili mercanti e plebei impazzivano in Rue Quincampoix dietro al «sistema» di Law, Cantillon vide freddamente l’abisso e vendette quando altri comprava azioni destinate in breve a diventare carta straccia. Anticipò a prestito lire sterline buone in pegno di azioni del Mississippi; ma si mise al coperto vendendo all’istante le azioni ricevute in pegno; salvo a ricomprarle più tardi per pochi soldi ed a restituirle intatte alla data convenuta.

 

 

Lo accusarono perciò di avere mutuato somme non sue ottenute dalla vendita di cose di proprietà dei suoi debitori; ma perché avrebbe dovuto correre lui il rischio voluto da gente avida e balorda, la quale ebbe la sorte giusta spettante agli avidi balordi? Vendendo a tempo la cartaccia spinta alle stelle dagli impazziti, il Cantillon si procacciò la inimicizia dei potenti e massimamente di Law; e dovette porre in salvo persona e roba al di là della Manica. Naturalmente, fu tacciato di essere nemico della cosa pubblica perché aveva opinato, non con la chiacchiera ma vendendo a suo rischio titoli pubblici che egli prevedeva, contro l’infatuazione generale, destinati a zero; e pure naturalmente fu assoggettato alla procedura di avocazione dei profitti che, con scarsa originalità, oggi si dissero di regime o di speculazione[2]. Dopo la caduta di Law, il Cantillon, pur fissando la dimora in Londra, si sposta di continuo per affari e per diporto fra Parigi, Abbeville, Rotterdam, Bruxelles, Colonia, Verona, Genova, Utrecht. Nel 1734 è di nuovo a Londra ed ivi è morto a tradimento da un servitore licenziato, Joseph Denier detto Le Blanc, con la complicità di altri cinque domestici, i quali, simulando un incendio presto spento, fanno bottino di denari, gioie, oggetti preziosi e carte. I complici sono rilasciati non essendosi raggiunta la prova della complicità; il Le Blanc riesce a passare la Manica e scompare in Francia. Dopo la morte, l’oblio cade sulla persona del Cantillon; la figlia, bambina allora di sei anni di età, presto, grazie alla fortuna del padre, si sposa (nel 1743 a 15 anni) col terzo conte di Stafford, morto nel 1750 senza discendenti; e nel 1759 si sposa una seconda volta con Roberto Maxwell, barone Farnham. Morta nel 1761 lascia erede una unica bambina, Lady Henrietta Maxwell, che nel 1783 va sposa a Denis Daly; ha un figlio, creato primo Lord Dunsandle e muore novantaduenne nel 1852. La paria si estingue nel 1911 col quarto Lord Dunsandle; ma il nome dei Daly sopravvive in altri rami.

 

 

Nessuno dei Daly e degli Stafford conserva, salvo due ritratti della moglie e della figlia di Cantillon, alcun ricordo notabile del finanziere, il quale aveva contribuito allo splendore economico delle nobili famiglie in cui la figlia era entrata; e forse non si desiderò rimanesse traccia del sangue mercantile mischiato al loro lignaggio. Che la famiglia nella quale la figlia di Cantillon era entrata non gradisse troppo il ricordo del finanziere parrebbe potersi dedurre dal brano di un manoscritto del marchese di Mirabeau, padre del grande oratore della rivoluzione ed uno dei fondatori della setta degli economisti, detta poi fisiocratica. Dopo molte vane letture di scritti recenti sull’industria e sul commercio, tutti difettosi nella esposizione dei principii, capitò finalmente nelle mani del Mirabeau padre «un raro manoscritto, unico resto dell’immensa fatica di uno dei più abili uomini nati in Europa, vero caposcuola di genio nel nostro secolo in materia di commercio. Quest’uomo è il signor Cantillon…» Mirabeau cancella a questo punto il nome e continua: «Avrei ricordato il suo nome con piacere… ma mi si dà per certo che avrei in tal modo dato noia alla sua famiglia».

 

 

Purtroppo il marchese di Mirabeau sembra avere dapprima tentato di profittare del fastidio da lui supposto nei familiari al solo sentir parlare del Cantillon, per appropriarsi del testo francese del Saggio, una copia del quale, forse la sola, era caduta nelle sue mani. Sta di fatto che egli, sebbene possedesse da sedici anni il manoscritto, indugiò dapprima a pubblicarlo, pretestando la difficoltà di correggere il mediocre francese dell’autore e la mancanza di un «supplemento» citato ripetutamente nel testo; e si sarebbe alla fine deciso di includerlo, con titolo mutato «poiché eravamo fin troppo inondati di saggi sul commercio», nel libro suo famoso L’Ami des hommes, se non fosse stato costretto a restituirlo al legittimo proprietario, intimo amico del Cantillon, il quale lo pubblicò nel 1755. Chi fosse l’amico non si sa; non la moglie, morta da cinque o sei anni.

 

 

La pubblicazione non aveva salvato l’Essai dai plagiari. Plagiario vero e proprio non può essere detto un Philip Cantillon, forse cugino di Riccardo, il quale nel 1759 pubblicò The Analisis of Trade, Commerce, Bullion etc., che è un libretto malamente e dichiaratamente tratto «dal manoscritto di un signore di grande ingegno morto da poco e adattato alla situazione presente del nostro commercio».

 

 

Ma in verità l’adattamento non ci fu e il testo è un raffazzonamento di brani dell’Essai e di pagine di Locke, di Hume e di diversi autori, male cuciti con aggiunte irrilevanti di Philip. Altri copiò meglio; ma fu peggior pirata. Nel 1749 il Postlethwayt ne aveva già incorporato avanti lettera 6000 parole in A Dissertation on the plan, Use and Importance of the Universal Dictionary of Trade and Commerce, tradotta dal francese di Savary con aggiunte; e, ricadendo nel peccato, del resto a quei tempi non insolito e reputato veniale, di pirateria letteraria, ne aveva incluso quasi l’intero contenuto nei due volumi in folio (1751 e 1755) del suo Universal Dictionary. Evidentemente il Postlethwayt copiava da un perduto testo originale inglese dell’Essai; sicché Henry Higgs, che nel 1931 pubblicò, a cura della «Royal Economic Society» di Londra, una nuova edizione del saggio, ponendo a fronte il testo francese del 1755 e una sua versione inglese, poté a buon diritto osservare che la sua non era una mera versione, ma una ricostruzione dello scomparso testo originale inglese, compiuta attraverso ai plagi contemporanei. Valeva la pena di tradurre Cantillon nella nostra lingua? Si dovrebbe dire di si, anche solo perché esso non fu mai incluso nelle grandi raccolte italiane: non negli ottanta volumi della Biblioteca dell’Economista, non nei dieci della Collana degli Economisti, non nelle più recenti collezioni di Sociologi ed economisti e di Storia e dottrine economiche, tutte vanto della Unione tipografico editrice torinese. Si dovrebbe dir di no, se la pubblicazione dovesse servire ancora una volta alla vana logomachia sul: «fu Cantillon un mercantilista, un fisiocrate, un protezionista, un liberista o di tutto un po’ o un precursore di queste e di altre scuole ancora?».

 

 

La sola risposta alla petulante domanda è: Cantillon, al pari del nostro Galiani, merita di essere ricordato nelle storie della scienza economica non perché precursore od originatore o seguitatore di una scuola, non perché classificabile in una finca o in un rigo di un prospetto con graffe e sottograffe del progresso della scienza; ma perché l’uno si chiamava Cantillon e l’altro Galiani. Per nessun economista come per questi due – oltre, s’intende, per Ricardo e per Ferrara; ma di essi non accade far menzione, perché universalmente posti tra gli spiriti magni della scienza economica – mi divertii tanto nel leggerli e nel farli leggere durante le esercitazioni di storia delle dottrine economiche tenute nel Laboratorio di economia politica dell’Università torinese nel decennio attorno al 1930. Divertimento cagionato dalla gioia provata nel leggere la bella viva classica prosa di Galiani e quella letterariamente nuda, scarna di Cantillon e dal compiacimento di contemplare la nascita di alcuni teoremi fondamentali della scienza economica, precisati e sistemati poscia nei due secoli corsi dopo il 1734 (data della morte di Cantillon ed estrema della elaborazione dell’Essai) e il 1751 (data della prima edizione della Moneta di Galiani).[3] Che cosa disse Cantillon, che non fosse stato detto prima o detto così bene o consaputamente?

 

 

Leggiamo le parole di apertura del libro: «La terra è la fonte o la materia donde si trae la ricchezza; il lavoro dell’uomo è la forma che la produce: e la ricchezza in se stessa non è altro che il nutrimento, le comodità e gli agi della vita» (p. 5 della presente versione italiana e così in seguito per le altre citazioni). Il primo pezzo del periodo, su cui si sono indugiati i fautori delle origini cantilloniane delle teorie fisiocratiche, non impressiona molto. Chi non aveva pensato e scritto che tutto viene dalla terra e dall’uomo? Impressiona la omissione del terzo fattore: il capitale, destinato a tenere poi un così gran posto nella teoria classica. Ma, avendo io anni fa degradato il capitale a «servo sciocco» di qualcun altro, non mi dolgo della omissione. Vale ed è illuminante la definizione di quel che si trae dalla terra e dal lavoro: la ricchezza concepita come il nutrimento, le comodità e gli agi della vita.

 

 

Dunque non le cose materiali in sé, non il frumento ed il pane, non la lana ed i vestiti, non la casa, non la strada, non la nave; ma il godimento che da quelle cose materiali traggono gli uomini. Ricchezza non è la cosa bruta, il frutto spontaneo dell’albero, non è neppure il quadro di Raffaello o la scultura di Michelangelo; è l’apprezzamento che di queste cose danno gli uomini; il godimento dei sensi, dell’intelletto, della fantasia, del cuore che è provato dagli uomini. Il quadro di Raffaello non sarebbe ricchezza per uomini ritornati allo stato selvaggio; gli uomini dei secoli bui medioevali cancellarono i testi di Omero e di Virgilio per utilizzare la pergamena ad uso di sacre scritture; mutati i gusti, il cardinale Angelo Mai riscoperse i testi cancellati e conservò quelli sovrapposti. Ad uguali cose materiali corrispondono, in tempi e luoghi diversi, ricchezze valutate diversissimamente. Cantillon, ad apertura del libro, nel 1734, scolpisce in parole lapidarie la natura immateriale, psicologica della ricchezza.

 

 

Invece del «capitale», che è cosa morta, quale personaggio aveva Cantillon considerato vero motore della società economica? La risposta si legge nel titolo medesimo del capitolo decimoterzo: «La circolazione e lo scambio delle derrate e delle mercanzie, come pure la loro produzione, avvengono in Europa ad opera degli imprenditori e a loro rischio» (p. 34).

 

 

Tanti anni prima che gli economisti classici inglesi, Adamo Smith e Davide Ricardo, commettessero l’errore terminologico di dare all’organizzatore della produzione e dello scambio il nome di «capitalista», quasiché il mezzo materiale accidentale dominasse sul serio la scena economica, tanti anni prima che Gian Battista Say tentasse invano di correggere, mettendo in onore la figura dell’imprenditore, la terminologia classica, Cantillon aveva visto che il vero organizzatore di tutto ciò che si produce, non sono i personaggi detti «proprietari», «capitalisti», «lavoratori», tutti benemeriti nel loro mestiere, quando lo sappiano fare; l’iniziatore, il creatore, il responsabile è l’imprenditore…

 

 

«Il fittavolo è un imprenditore che promette di pagare al proprietario, per il suo podere o la sua terra, una somma fissa di denaro… senza che egli sia sicuro del vantaggio che potrà trarre da questa impresa. Egli impiega una parte di questa terra per nutrire greggi, per produrre grano, vino, foraggio, ecc. secondo il proprio giudizio, senza poter prevedere quale di questi generi di derrate procurerà il prezzo migliore. Questo prezzo delle derrate dipenderà in parte dalle stagioni e in parte dal consumo; se vi sarà abbondanza di grano in proporzione al consumo, esso avrà un prezzo basso, se ve ne sarà scarsità, il prezzo sarà alto. Chi può prevedere il numero delle nascite e dei decessi in uno stato nel corso di un anno? Chi può prevedere l’aumento o la diminuzione delle spese che può verificarsi nelle famiglie?

 

 

E tuttavia il prezzo delle derrate del fittavolo dipende naturalmente da simili avvenimenti che egli non può prevedere, e di conseguenza egli conduce l’impresa del suo podere nell’incertezza» (p. 34). Continuando a leggere, si contemplano le definizioni, anzi gli schizzi dell’imprenditore di trasporti, del mercante-imprenditore per l’acquisto e la rivendita all’ingrosso, dell’imprenditore-manifattore il quale trasforma le materie prime in prodotti finiti, degli imprenditori-negozianti al minuto; dei coltivatori di miniere, degli impresari edili, degli armatori, dei pasticcieri, dei bettolieri, degli artigiani, ecc. ecc. Tutti costoro comprano a prezzo fisso, pagano salari fissi, sostengono spese fisse e vendono a prezzo incerto.

 

 

Corrono il rischio di perdere e l’alea di guadagnare; mettono in moto la macchina economica e la fanno agire. Oggi, si dice che alle imprese individuali descritte dal Cantillon, si sono sostituite le società anonime, i grandi complessi industriali, gli enti pubblici, lo stato medesimo; si racconta di tecnici i quali conducono le imprese, accollando i rischi ad azionisti inconsapevoli e succubi. Il succo delle mutazioni intervenute sta nel crescere negli uomini, nella grandissima maggioranza degli uomini, del desiderio del certo e del fisso, l’aspirazione alla sicurezza, l’aborrimento del rischio, la paura anzi il terrore della perdita e della caduta.

 

 

La copia crescente delle notizie di fatto, le rilevazioni statistiche sempre più perfette e pronte sulle quantità offerte e domandate hanno in parte ridotto i rischi. Ma i rischi son destinati d’altra parte a crescere, non tanto per la pazzia degli uomini, sempre pronti a portarsi via gli uni agli altri, in modi brutalmente dichiarati, anche nella specie di leggi, o subdolamente inavvertiti, i frutti del lavoro di ognuno, quanto perché cresce il potere degli imprenditori di inventare metodi di produzione atti a rendere inutile l’opera della maggior parte dei lavoratori, che così diventano disoccupati ed esagitati; e dovrebbe o potrebbe crescere il potere di altri imprenditori di inventare nuovi metodi di produrre nuovi beni di godimento atti ad assorbire i disoccupati. Diminuisce il rischio dell’ignoranza dei fatti presenti e cresce il rischio della imprevedibilità dei fatti futuri e della resistenza opposta alla loro attuazione. Ma non scema l’importanza delle cose non note e del rischio di fronteggiarle. Il problema è: chi deve correre il rischio di vedere bene nel futuro? Altri creda nella grossa fandonia che lo stato, che la società intera, che l’ente pubblico sia atto a vedere il futuro, col minimo costo per la collettività.

 

 

Dinnanzi a questi interrogativi par di vedere Cantillon soffermarsi un momento e poi scrivere: «mais cela n’est pas de mon sujet – ma ciò esorbita dal mio argomento» (p. 37). Val la pena di citare uno dei problemi che egli reputa posto fuori del suo campo: «Altra questione che esula dal mio argomento è quella di sapere se sia meglio avere una grande quantità di abitanti poveri e mal in arnese, oppure un numero meno considerevole, ma che vivano meglio: un milione di abitanti che consumino il prodotto di sei campi a testa, o quattro milioni che vivano sul prodotto di un campo e mezzo (pp. 53-54)».

 

 

Cantillon aveva implicitamente, in una celebre frase che anticipava Malthus, dichiarato, paragonando gli uomini ai topi, il suo scarso rispetto verso la soluzione dei quattro milioni. «Gli uomini si moltiplicano come topi in un granaio, se hanno mezzi illimitati di sussistenza (p. 52)».

 

 

Ma subito si pente di avere dato, in qualità di economista, un giudizio di valore; e osserva: non spetta a me decidere quale sia la scelta del bene o del male morale o politico fra i troppi miserabili ed i meno numerosi prosperi. A me basta constatare che l’incremento delle sussistenze può essere fatto servire sia all’una come all’altra scelta. In molti e, sembra soggiungere, in troppi casi gli uomini si moltiplicano come topi; non è escluso che essi facciano altro uso della opportunità offerta dalle più abbondanti sussistenze.

 

 

L’atteggiamento mentale scientifico è già netto puro in Cantillon: di qui le grandi massime affermate consaputamente da lui. Oggi, egli studierebbe con la stessa fredda indifferenza formale il moltiplicarsi degli uomini come ratti o come conigli selvatici in Cina o in India od invece la loro condotta prudente nell’Europa occidentale. Ai moralisti, ai teologi, ai politici decidere quale sia il bene o il male. «Cela n’est pas de mon sujet». Cantillon non dà giudizi di valore; studia cause ed effetti. Hayek ha fatto il conto che il C. usa una trentina di volte la parola «naturale» o «naturalmente»: da tale causa deriva o può derivare (se non interferiscano altri fattori, ad esempio, non economici) tale effetto; tale e tal’altro fatto sono collegati tra di loro con un rapporto di interdipendenza.

 

 

Che altro si può chiedere all’economista, se non di fornire al politico ed al moralista gli strumenti atti a consentirgli un ben maturato giudizio di merito? Topi da granaio o cittadini deliberanti nel foro? Il tiranno preferirà i topi a cui fornire panem et circenses; Pericle vorrà cittadini deliberati a costruire il Partenone. Il Cantillon ha inventato parecchi strumenti logici atti a far ragionar bene gli economisti, troppo disposti, innanzi e dopo di lui, a mescolare problemi distinti, ingenerando, al luogo di chiarezza, confusione. Egli adoperava già lo strumento del «coeteris paribus»: «Le terre appartengono ai proprietari, ma diverrebbero loro inutili ove non venissero coltivate e, a parità di condizioni, più lavoro vi si impiega e più le terre rendono; e più si lavorano le derrate prodotte, sempre a parità di condizioni, più valore esse acquistano come mercanzie (p. 32)». Non ignorava lo strumento dell’isolamento del fattore studiato: gli accade di pensare agli effetti del commercio estero sul numero degli imprenditori e degli artigiani?

 

 

E subito riflette: «ma per il momento mi limito a considerare uno stato soltanto per quanto riguarda i suoi prodotti e la sua industria, allo scopo di non complicare l’argomento trattato con elementi occasionali (p. 32)». Egli è sovratutto preoccupato di ragionare diritto e di badare solo alle cose essenziali. Sembra che egli abbia suggerito a Ricardo la predilezione per gli «strong cases», per quel che è essenziale, decisivo in ogni problema.

 

 

Le maniere di far vivere gli uomini sono molte e mutabili; gli olandesi ricorrono alla navigazione ed ai trasporti per mare per conto dei forestieri; gli inglesi fanno altrettanto ed in più si giovano delle miniere di carbone: «Ma tutti questi vantaggi sono sottigliezze e casi eccezionali, che qui considero solo accidentalmente. Il modo naturale e costante per aumentare gli abitanti di uno stato è quello di dar loro impiego e di fare in modo che le terre producano di che sostentarli (p. 53)».

 

 

Lo strumento delle «approssimazioni successive» fu inventato dal Cantillon? Si vorrebbe dir di si, se non si sapesse come sia arduo il problema delle priorità scientifiche. Certo è che Cantillon aveva «naturalmente» la testa fatta per ragionar bene. Vuol immaginare l’uso che il proprietario farà delle sue terre? Comincia a supporre che di quel gran fondo non ve ne sia «alcun altro al mondo». Siamo nel caso del monopolio e il C. subito pensa che egli «seguirà la propria fantasia per quanto concerne gli usi ai quali lo destinerà» (p. 40). E porrà al suo prodotto un prezzo arbitrario; come si vede bene nel caso dell’imprenditore unico possessore della miniera d’argento.

 

 

Costui fa il calcolo del prezzo più conveniente per lui, paragonando il pregio attribuito all’argento dei compratori possibili al pregio delle altre cose offerte al soddisfacimento dei loro desideri. «Vedendo che lo smercio del suo prodotto era stabile, vi attribuì senza dubbio un valore proporzionato alla sua qualità od al suo peso nei confronti delle altre derrate e mercanzie che riceveva in cambio. Finché tutti gli abitanti continuavano a ritenere questo metallo come una cosa preziosa e durevole e cercavano di possederne qualche pezzo, l’imprenditore, che solo ne poteva vendere, era in un certo senso padrone di esigere in cambio altre derrate e mercanzie in una quantità a suo arbitrio (p. 62)». Mutano i dati del problema e si scopre «una nuova miniera di argento, incomparabilmente più ricca ed abbondante» e nella quale la fatica del lavoro, dato che «le acque potevano scolare facilmente» era «assai più leggera che non nella prima?» (p. 62). Ed ecco che venuto meno il monopolio del primo coltivatore, il prezzo si riduce a quello di convenienza del nuovo concorrente. Moltiplicandosi le miniere, il prezzo tende ad adeguarsi a quel «che costa per la sua produzione» (p. 63).

 

 

Forse l’analisi più perfetta compiuta dal Cantillon è quella contenuta nel capitolo sesto della parte seconda: «dell’aumento e della diminuzione della quantità di denaro effettivo in uno stato». È un capitolo da meditare a guisa di modello. Cantillon va oltre Locke, il quale aveva dichiarato che il rapporto fra la quantità di derrate e di merci e la quantità di denaro era il regolatore dei prezzi. Si, dice il C., ma come ciò accade? Che cosa si intende per aumento della quantità monetaria? «Una accelerazione o una maggiore velocità della circolazione del denaro negli scambi [non] equivale, in una certa misura, ad un aumento del denaro effettivo?».

 

 

Sovratutto l’aumento non si fa da sé, per incanto, quasi si trattasse soltanto di risolvere una equazione in cui la quantità delle varie specie di moneta (M ed M1) e le loro velocità (V e V1), le quantità di transazioni (T) ed il livello generale dei prezzi (P) variano in maniera mutuamente interdipendente. Cantillon segue il verificarsi graduale, di tempo in tempo, di paese in paese, di gruppo in gruppo, della soluzione posta dal teorico: dall’estrazione dell’oro da certe miniere al riparto del prodotto fra proprietari, imprenditori, fonditori, raffinatori, lavoratori alla spendita del ricavo in carne, vino, birra, abiti, biancheria, case ed altre comodità; dal maggior lavoro offerto così ad altri artigiani e conseguente aumento della loro spesa alle variazioni dei consumi di queste ed altre classi sociali; dall’incentivo al crescere della produzione agricola a quello del consumo dei fittavoli e dei contadini. Data la rigidità dei contratti a termine, saranno dapprima danneggiati i proprietari di terre ed i loro famigli; ma alla scadenza anch’essi otterranno canoni e paghe maggiori ed aumenteranno le loro spese. A poco a poco il livello generale dei prezzi aumenterà nel paese dove sono state scoperte le miniere; e diventerà conveniente importare manufatti esteri, con rovina delle industrie nazionali e fuoruscita della moneta nei paesi stranieri.

 

 

Nei paesi produttori di metalli preziosi la industria dominante diventa quella della estrazione dell’oro e dell’argento e languiscono le altre attività; le quali invece, per l’afflusso della moneta dai paesi produttori, fioriscono nei paesi esportatori a questi di manufatti. Meglio del rapido riassunto importa leggere tutto questo capitolo, nel quale si contemplano altresì anticipazioni sorprendenti del nucleo di verità contenuto nella modernissima teoria del moltiplicatore e si ammira la chiara spiegazione della decadenza economica della Spagna e del Portogallo, due nazioni ridotte a lavorare «nelle miniere unicamente per conto e a vantaggio degli stranieri» (p. 99). Nel piccolo libretto pubblicato più di vent’anni dopo la sua morte, Cantillon aveva racchiuso solo alcune delle dimostrazioni teoriche da lui tratte dalle osservazioni compiute durante una vita ricchissima di esperienze svariate.

 

 

Mirabeau padre così tratteggia la figura del Cantillon: «Straordinariamente attivo, la sua profonda erudizione abbracciò tutto ciò che riguardava il commercio. Predisse l’intiero ciclo che il famoso sistema del signor Law era destinato a percorrere e, costretto dalle circostanze a prendervi parte, abbandonò il teatro di questa sorprendente rivoluzione, lasciando al suo corrispondente ordini precisi che anticiparono le differenti fasi del ciclo attraverso a cui la catastrofe doveva maturare… Un uomo come lui seppe tenersi lontano dal rovinio di questo colossale e fragile edificio e cavare qualche buon frutto dalle macerie. Fu agevole per lui trarre profitto dalla crisi finanziaria che scoppiò quasi contemporaneamente in quasi tutta l’Europa, in Venezia, in Amsterdam ed in Inghilterra. Ma poiché era un genio tanto per cuore come per mente guardò sempre all’oro come a uno schiavo e fece servire la ricchezza ai suoi gusti ed alla sua curiosità… A tratti appassionato al pari di tutti gli spiriti ardenti, le sue passioni principali furono sempre l’indipendenza e la libertà. Cosmopolita o, meglio, ugualmente cittadino di ogni luogo, possedeva case in sette delle principali città d’Europa; la speranza di una qualunque minima nuova conoscenza e il desiderio di verificare un calcolo lo persuadevano a percorrere il continente da un capo all’altro. Un amico lo vide un giorno a casa in Parigi in veste da camera con il testo di Livio sul tavolo: Vado, disse, a fare un piccolo viaggio. Si è sempre ripetuto uno sbaglio nel calcolo del valore delle monete che i romani si erano fatti dare nelle Gallie a titolo di taglia. Una di queste monete sta nella collezione del Granduca ed io parto per verificarne il peso e la lega. In quel punto arrivarono i cavalli e il Signor Cantillon salutò l’amico per salire in carrozza. Durante i suoi viaggi voleva avere notizia sicura di ogni cosa; scendeva dalla carrozza per interrogare i contadini sul campo, apprezzava la qualità del suolo, lo saggiava colle mani, prendeva appunti; ed un contabile, che sempre lo accompagnava, li metteva in pulito quando la sera si riposavano». (Higgs, Life and Work of Richard Cantillon, in appendice alla edizione di Londra del 1931, pp. 381-82.

 

 

«Una grande massa di manoscritti preziosi – conclude Mirabeau padre – perì con lui durante la notabile e deplorevole catastrofe della sua tragica morte». Lamentevole è sovrattutto la perdita del «supplemento» al quale almeno una decina di volte il Cantillon si richiama nell’Essai come al luogo nel quale il lettore avrebbe trovato le prove delle asserzioni e delle notizie contenute nel libro.

 

 

Ai bibliofili, non agli economisti, è consentito sognare. Di Cantillon, oltre ad edizioni minori, posseggo una copia della prima edizione del 1755, adorna della firma – che il libraio venditore dichiara autentica – di Lavoisier, il grande chimico ghigliottinato durante il terrore perché gabelliere e forse anche, pensa oggi con orgoglio postumo qualche membro della nostra confraternita, perché economista. Il possesso di un’edizione e di una firma certamente segnalate mi fa talvolta sognare: di mettere le mani in qualche modo inopinato ed assurdo sul perduto manoscritto del «supplemento» all’Essai. Il sogno non si avvererà e non si avvererà per fermo a favor mio. Quello sarebbe tuttavia un gran giorno. Si pensi: uno scartafaccio nel quale si leggessero calcoli di costi e di prezzi di terre e di manifatture in Inghilterra, in Francia, in Germania ed in Italia, bilanci di famiglie contadine, annotazioni sulle follie delle speculazioni sulle azioni della compagnia del Mississippi e previsione sulla inevitabile rovina del sistema di Law! E tutto ciò di mano o sotto dettatura dell’uomo che Jevons disse fondatore della scienza economica!

 



[1] La tradussi integralmente e la inserii, con una mia avvertenza, nel fascicolo del luglio-agosto 1932 della Rivista La Riforma Sociale. Alla introduzione dello Hayek rinvio per i particolari della vita del Cantillon e della fortuna del suo libro nei più che due secoli passati dopo la sua morte. In una mia avvertenza fornivo alcune notizie, che farebbe d’uopo compire, sulla fortuna dell’Essai in Italia.

[2] Avendo acquistato da un libraio antiquario di Parigi, il quale ne segnalava la importanza per la storia del «sistema» di Law e delle sanzioni contro i profittatori del disastro, potei, nell’Economic Journal del 1933 in una breve nota (pp. 534-37) «On a forgotten quotation about Cantillon’s life», aggiungere alle notizie sulla vita del C. il piccolo particolare della sua iscrizione nella lista dei contribuenti all’imposta sui profitti speculativi anti-lassiani per l’ammontare di 2.400.000 su un presunto lucro di 20.000.000 lire.

[3] Per Galiani feci il tentativo in un saggio pubblicato nel 1945 in una rivista di Basilea e ripubblicato a pp. 267-305 del volume di Saggi bibliografici e storici intorno alle dottrine economiche (Roma 1953, Edizioni di storia e letteratura). Per Cantillon la ricostruzione di quel che è essenziale nel suo pensiero si legge nel secondo capitolo del già citato scritto dell’Hayek, superiore, per questo rispetto, al celebre saggio nel quale il Jevons rese conto della sua riscoperta. Data la possibilità del riferimento al saggio dell’Hayek, mi limiterò perciò ad alcuni essenziali punti del contributo dato dal Cantillon alla nascita della scienza.

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