Opera Omnia Luigi Einaudi
Fondazione Luigi Einaudi ETS

Chi paga, senza rivalsa, l’interesse?

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 01/01/1930

Chi paga, senza rivalsa, l’interesse?

Economia politica contemporanea. Saggi di economia e finanza in onore del prof. Camillo Supino, CEDAM, Padova, 1930, vol. I, pp. 349-360

 

 

 

1. – In una meditata prolusione su «La capacità di resistenza nei contratti considerata nelle classi sociali e nei popoli» (Economia, febbraio 1929, pag. 107) Rodolfo Benini espone «sull’interesse del capitale, concettualmente distinto del puro profitto, cioè dalla rimunerazione dell’opera personalissima dell’imprenditore» alcune «idee semplici, venute chissà quante volte (e altrettante, egli ritiene, trattenute) sulla punta della penna degli economisti, ma non per questo men buone come fili conduttori».

 

 

2. – L’autore aveva dichiarato, poco innanzi, che la sua tesi è a fondo storico. Egli insiste sull’importanza della «capacità di resistenza» delle parti che intervengono in contratto; capacità diverse a seconda delle riserve di mezzi il cui possesso consente ai contribuenti di protrarre più o meno a lungo la conclusione del contratto o la cui mancanza li costringe a rendersi subito. Mutano di tempo in tempo le capacità di resistenza rispettiva delle classi; e già ora è cresciuta quella delle classi lavoratrici sicché«passo passo, il profitto, che aveva invaso gran parte della zona di vantaggio spettante in equi contratti al salario, retrocede sulle sue basi, ove resterà ottimamente fin che al mondo sia riconosciuta utile la funzione dell’imprenditore, qualificata in alto grado dall’iniziativa, dall’apprensione dei rischi, o dell’economicità dell’organizzazione».

 

 

3. – Se, come per il profitto, la tesi del Benini quanto all’interesse fosse stata soltanto o prevalentemente storica, non mi attenterei a discuterla. Fa d’uopo, in storia, definire tempi, luoghi, azioni umane per negare o discutere affermazioni che son frutto di lunga meditazione. Che il salire e il collegarsi delle classi lavoratrici abbiano rafforzata la loro posizione contrattuale di fronte agli imprenditori, è verità manifesta. Che quelle cause abbiano ridotto il profitto è da dimostrare; né il Benini, così ponderato nel giudizio storico, lo afferma. La ritirata del profitto da una zona di vantaggio può bene essere contemporanea ad un suo avanzamento in altre zone, avanzamento promosso da quella medesima causa che aveva prodotta la ritirata. Guadagnarono probabilmente di più gli imprenditori, quando furono costretti dalla cresciuta forza degli operai a non guadagnare più collo sfruttare la incapacità di questi a contrattare.

 

 

4. – La tesi del Benini rispetto all’interesse non appare tuttavia storica ma logica. Egli non interpreta vicende storiche, sibbene analizza col ragionamento rapporti tra forze economiche, tra attori del dramma, durante il quale sul mercato son fissati prezzi, salari, interessi. Riproduco dapprima testualmente il brano:

 

 

«Vi è, per ciò che si riferisce al capitale-denaro, una specie di conto aperto tra risparmiatori e produttori bisognosi di credito, gli uni riscuotendo l’interesse che poi ripagano agli altri nel prezzo delle merci acquistate. Naturalmente, coloro e non risparmiano, perché non possono o non sanno, pagano come i primi l’interesse nel prezzo delle merci; ma nulla riscuotono. Per essi non ha luogo alcun giro di compensazioni. Anche per il capitale inteso nella forma più diretta di terre, edifici, materie prime, macchine ecc., facenti parte di patrimoni ereditarii o comunque venuti in possesso di imprenditori, c’è sborso e rimborso d’interessi, nei limiti in cui costoro sono clienti l’uno dell’altro per le cose di rispettiva produzione; mentre c’è sborso senza rimborso da parte della clientela sprovvista di capitali di tale specie. Solo pochi di cotesta clientela, per lo più del ceto “professionisti ed arti liberali”, potendo opporre prezzi abbastanza alti delle loro prestazioni d’opera, si rifanno così dell’interessecontenuto nel prezzo delle merci che sono abituali per il loro tenor di vita; non invece i molti, che dal mercato del lavoro tornano con prezzi eccedenti appena il limite minimo di accettazione. Cosicché, per eliminazione, appaiono questi ultimi i veri sopportatori dell’interesse, che pagano senza rivalsa».

 

 

5. – Parrebbe, a leggere questo brano, che esista un conto di dare ed avere aperto su un gran libro, dove i totali scritti dalle due parti bilancino. Attraverso a molte partite che si compensano, esisterebbe un netto interesse goduto dai risparmiatori e pagato dai lavoratori comuni.

 

 

6. – Esisterebbero cioè in primo luogo:

 

 

a)    risparmiatori (Tizio) i quali riscuoterebbero un interesse sul risparmio prodotto ed impiegato in mutui ai produttori;

 

b)    produttori (Caio) bisognosi di credito, i quali pagherebbero il suddetto interesse;

 

c)    ma i produttori rialzerebbero il prezzo delle merci prodotte in modo da ottenere il rimborso dell’interesse pagato;

 

d)    cosicché i risparmiatori ripagherebbero ai produttori l’interesse in un primo momento riscosso.

 

 

Le proposizioni a, b, e c paiono ovvie. Se Tizio risparmia 100 lire e se il saggio annuo d’interesse è del 10%, Tizio riscuote dopo un anno 10 lire, Caio mutuatario le paga e rialza d’altrettanto il prezzo delle merci per la cui protezione occorse l’ausilio per un anno del capitale di 100 lire. Segue da ciò la proposizione d, ossia una «compensazione» o «ripagamento», per cui tra Tizio e Caio una partita sia chiusa in pareggio? Intendendo, da quel che pare, per “chiusura in pareggio” del conto una transazione o compensazione per cui Tizio riscuote da una parte un interesse e dall’altra lo restituisce sotto forma di aumento del prezzo delle merci e Caio paga l’interesse e poi lo riprende? Se così fosse, l’interesse nei rapporti fra Tizio e Caio non esisterebbe più, essendo annullato da addebiti ed accrediti con segno opposto.

 

 

Intanto, notisi, che la chiusura a pareggio si avrebbe solo nel caso in cui il ciclo del mutuo coincida col ciclo della produzione della merce che è oggetto di transazione fra Tizio e Caio. Se Tizio mutua 100 lire al 10% ad un anno data e dopo un anno, colla somma 110 ricevuta a saldo, acquista una partita di merce la quale costò 100 per materie prime, lavoro di direzione e manuale, rischio ecc. ecc. e 10 per interesse sul capitale impiegato e se quella partita, in condizioni di perfetta concorrenza ecc. ecc., vale sul mercato 110, alla fine dell’anno, col passaggio della merce da Caio a Tizio, il conto aperto è chiuso in pareggio.

 

 

In realtà questa è una eccezione probabilmente rarissima. A Tizio può occorrere, dopo un anno, una merce la quale abbia richiesto un ciclo di produzione di durata, ad esempio, zero (ad ipotesi raccolta di violette o bacche selvatiche o selvaggina, in cui non si è incorporato alcun interesse o un interesse praticamente trascurabile) ovvero due mesi, sei mesi, due anni, tre anni. A parità di altre circostanze, a un anno data, Tizio, il quale ha riscosso 110, dovrà pagare 100, 101.66, 105, 121, 133.1 (trascuro, sotto l’anno, gli interessi composti e, al di sopra, il calcolo ad anno). Dunque quella tale compensazione, a chiusura in pareggio del conto aperto o ripagamento non accade per transazioni singole, e probabilmente non accade neppure tra gli stessi contraenti. Dovrebbe trattarsi di una compensazione per masse, media. Forse interessante per lo statistico; ma di cui l’importanza per l’economista dovrebbe essere definita e chiarita.

 

 

Suppongasi che Tizio, il quale ha risparmiato dieci volte 100 ed ha riscosso dopo un anno dieci volte 110, prediliga beni prodotti in un ciclo di produzione misurato dall’attimo (è un romantico dai gusti semplici primitivi) e compri allora, dieci beni valutati 100. Egli rimane in possesso di un resto uguale a dieci volte 10. Sono questi per lui «guadagni» da interessi «non ripagati»?

 

 

Suppongasi che un altro Tizio, con i medesimi risparmi di dieci volte 100 e riscossioni di dieci volte 110, prediliga beni prodotti in un ciclo di produzione biennale, del costo e prezzo 121. Quel di più 11 che deve pagare per ogni unità originaria 100 di risparmio, che cosa è? una perdita nel conto aperto?

 

 

Né Tizio primo ha la sensazione di aver guadagnato, né Tizio secondo di aver perduto alcunché. Tizio primo ha un residuo di Tizio secondo ha dovuto cavare dal forziere ; ma tutti due sono persuasi, il primo di avere il resto perché ha comprato roba che valeva poco e il secondo di aver dovuto aggiungere denari al ricavo del mutuo perché ha voluto comprare merce di pregio.

 

 

7. – Esisterebbero anche in secondo luogo:

 

 

e)    risparmiatori (Tullio) che qui possiamo anche supporre produttori, i quali avendo risparmiato 100 ed impiegatolo direttamente nella propria impresa, aumenterebbero il prezzo delle merci prodotte includendo nel costo l’interesse nel capitale impiegato in ragione del 10% ad anno;

 

f)     capitalisti, proprietari di patrimoni, creditori, (Sempronio) i quali riscuotendo interessi frutto del proprio patrimonio compenserebbero, con questa riscossione, l’onere dell’interesse contenuto nel prezzo delle merci da essi acquistate.

 

 

Questi tali Semproni sarebbero, a cagion d’esempio, venditori di fitti di case per 5000 lire all’anno. Se noi supponiamo che i fitti siano netti – supposizione legittima, perché per il resto i Semproni non intervengono ad acquistare sul mercato beni di consumo, bensì riparazioni, premi di assicurazione ecc. ecc. – essi sono tutto interesse. Dunque Sempronio compra con 5000 lire di puri interessi beni di consumo in cui l’interesse entra per zero o per il 5 o per il 10 o per il 20 per cento, a seconda della durata del rispettivo ciclo produttivo. Anche qui non c’è compensazione individuale possibile. Né Sempronio ha la sensazione di essere stato «compensato», ossia di avere dato denaro-interesse senza ricevere roba in cambio, ma altro denaro-interesse, maggiormente nel caso in cui, per il lungo ciclo produttivo, effettivamente l’interesse ha gran parte nella formazione del prezzo della merce che non nel caso in cui, per chiudersi il detto ciclo nel giro di un attimo, il prezzo della merce è mondo di ogni traccia di pagamento al capitale.

 

 

8. – Suppongasi, in terzo luogo, di fronte all’anzidetto risparmiatore- produttore (e o Tullio) un (g) lavoratore di eccezione (Mevio) professionista od artista di grido, capace di aumentare il prezzo delle sue prestazioni d’opera in guisa da rifarsi dall’interesse contenuto nel prezzo delle merci che sono abituali per il suo tenor di vita.

 

 

Poiché ci fosse compensazione occorrerebbe che, se i Tullii vendessero le merci prodotti a prezzi:

 

 

100, 105, 110, 121, 133.1 a seconda che il rispettivo ciclo di produzione fu:

 

 

un attimo, 6 mesi, 1 anno, 2 anni, 3 anni, i Mevii vendessero alla loro

volta le loro prestazioni a prezzi:

 

 

100, 105, 110, 121 e 133.1 non giàperché (1) il ciclo produttivo delle medesime prestazioni fu di:

 

 

un attimo, 6 mesi, 1 anno, 2 anni e 3 anni, ma perché (2) ad essi piace acquistare merci aventi quel tal ciclo produttivo.

 

 

Di una relazione possibile fra prezzo della prestazioni e la causa (2) non si è mai sentito parlare.

 

 

La relazione fra prezzo delle prestazioni e la causa (1) è invece possibile (ad esempio, una lite trascinata per anni, senza anticipi da parte del cliente); ma non si trova in alcun rapporto necessario di coesistenza simmetrica con la durata del ciclo produttivo delle merci prodotte e vendute da Tizio. Ben può darsi che Mevio riscuota dai suoi clienti 133.1 ed a lui piaccia comperare merci a prezzo 100 o 105. Né, quando egli spende un onorario di 133,1 lire, in cui c’è molto interesse, Nevio ritiene di essersi meglio «compensato» delle 133.1 lire spese per l’acquisto di una merce, contenente del pari assai interesse, di quanto non gli accada quando a tal fine spende una somma ricavata da prestazioni vendute, senza interesse, a 100 lire l’una.

 

 

9. – Siamo all’ultimo e quarto luogo, in cui di fronte al risparmiatore- produttore (e o Tullio) trovasi un (h) lavoratore ordinario (Sulpizio), uno dei molti i quali, per non avere margine di resistenza non possono rifarsi dell’interesse contenuto nel prezzo delle merci che sono abituali per il loro tenor di vita. È certamente una disgrazia per costoro guadagnare soltanto 20 lire al giorno, «limite minimo di accettazione», come dice Benini e non potere ottenere 30 lire che supponiamo sia il limite massimo. Ma non si sa vedere in che cosa di tal disavventura sia responsabile il conglobamento di interesse nel prezzo delle merci che essi comprano. A parità di lavoro prestato, il salario è uguale nelle differenti industrie, senza badare se queste producano merci in cui si incorpori assai o punto interesse. Il lavoratore trae l’identico vantaggio dallo spendere le sue 20 lire, sia che esse si volgano ad acquistare una merce nel cui valore di 20 lire non figuri interesse ovvero altra merce composta per una buona parte di aspettativa (vino vecchio). Sulpizio ha danno dal ricevere 20 invece di 30; ma a lui può giovare di più comprare con le 20 lire merci a ciclo lungo fornite di molto interesse, piuttostochè merci a ciclo breve senza interesse.

 

 

10. – Se teoricamente, si vuole dare un fondamento ed una formulazione razionale alla tesi beniniana del conto corrente, fa d’uopo cercarla nella classica concezione del valore normale od in quella moderna di un sistema in equilibrio. Ma se così si fa, cade l’eccezione dei lavoratori comuni i quali pagherebbero senza rivalsa l’interesse e ne sarebbero i veri sopportatori; e cade la condanna dei risparmiatori i quali ritrarrebbero quel resto d’interesse «non compensato» che sarebbe, a quanto risulta dal brano citato, l’unico loro arricchimento netto, dalla usurpazione di tutto o parte del margine esistente fra il salario «minimo di accettazione» e il salario massimo che gli imprenditori sarebbero disposti a pagare se gli operai fossero nel contrattare dotati di bastevole capacità di resistenza. In un sistema in equilibrio, il salario è quello che rende la quantità domandata di lavoro eguale a quella offerta, ed è perciò anche quello che contemporaneamente soddisfa, rispetto alla domanda, alla condizione di non superare il ricavo della dose di prodotto ottenuta coll’impiego dell’ultimo lavoratore impiegato e rispetto alla offerta, a quella di non essere inferiore al costo del tenor di vita, dato il quale la quantità di lavoro offerta sul mercato è quella, a cui il salario assume precisamente quel valore. È implicito, nella concezione di un sistema economico in equilibrio come in quella marginalistica o dei valori normali, l’esistenza di una eguaglianza tra il salario, il prezzo di mercato dell’incremento marginale del prodotto dovuto al lavoro pagato con quel salario ed il prezzo di mercato dei beni e dei servigi necessari a mantenere il lavoratore a norma del tenor di vita corrente nella sua categoria. Ed è implicito dunque che, a determinare i prezzi normali che debbono trovarsi tra di loro in equilibrio, abbia contribuito anche il trascorrere del tempo. Se noi immaginiamo, conformemente alla pratica seguita nella compilazione dei numeri indici del costo della vita, un bene medio, o un conglomerato di beni o di servigi, acquistato dal lavoratore comune, se noi aggiungiamo che questo conglomerato abbia richiesto per la sua fabbricazione un processo produttivo della durata di sei mesi e che il saggio corrente di interesse sia del 10% noi concludiamo che se, a saggio d’interesse zero, il salario normale è di 20 lire, al saggio postulato del 10%, il salario normale deve essere di 21 lire. Al saggio d’interesse zero, il lavoratore può sussistere, secondo il tenor di vita corrente nella sua categoria, con un salario di 20 lire, perché il prezzo del conglomerato di beni a lui occorrenti non subisce aumenti per il trascorrere del tempo. Ma se il saggio è del 10%, e se il ciclo medio produttivo è di sei mesi, quel conglomerato non costa meno di 21 lire; e se a tanto non giunge il salario normale, la situazione del mercato è instabile. La domanda di lavoro è superiore alla offerta; né la uguaglia se non quando il salario abbia toccato quel livello. Anche per i lavoratori comuni deve esistere, se vuolsi adoperare il vocabolo, compensazione fra maggior prezzo pagato per i beni acquistati a causa dell’interesse e maggior salario ricevuto a causa del maggior prezzo; ma il vocabolo è improprio, poiché la compensazione, per aver un senso, deve essere una operazione che si effettua per singoli bilanci. Tra il bilancio di Tizio in spareggio, perché egli, ricevendo il salario normale 21, in cui l’interesse, come causa remota, entra per 1, acquista beni a lungo ciclo in cui l’interesse entra per 5; ed il bilancio di Caio in avanzo perché egli collo stesso salario acquista beni a breve ciclo in cui l’interesse entra per 0.50, non c’è pareggio di interessi pagati e maggiori salari ricevuti. A parlar propriamente si deve dire che il saggio di interesse corrente è uno dei fattori determinanti la situazione d’equilibrio che sul mercato si forma; e grazie a cui si hanno prezzi, salari, interessi normali. Data quella situazione è assurdo parlare di certuni che lucrano quel che gli altri perdono; poiché invece a ciascuno spetta il suo.

 

 

11. Probabilmente il Benini è scivolato fino alla conclusione essere i lavoratori ordinari «i veri sopportatori dell’interesse, che pagano senza rivalsa»perché egli non ha avuto dinanzi alla mente una situazione normale del mercato, maquelle situazioni instabili che si verificano quando si passa da un equilibrio all’altro, e di cui noi abbiamo contemplato esempi insigni e, da un punto di vista teorico meravigliosi lungo i processi di svalutazione e di rivalutazione monetaria svoltisi dal 1914 in poi. Certamente, durante ed a causa di quel processo, cumuli di fortune si formarono a vantaggio di taluni fortunati ed a danno di altri. Chi arrivò prima a piazzarsi nei punti di vantaggio nel contrattare lucrò assai; e altri perdette quel che egli guadagnò. Laddove pare impossibile scoprire, nelle situazioni normali, chi sia danneggiato dall’esistenza di un interesse ed è intuitivo che, se l’interesse non esistesse, certuni sarebbero invece avvantaggiati senza ragione – perché Tizio dovrebbe pagare solo 20 un bene il cui ciclo produttivo è un anno, laddove Caio paga 20 il bene che si produce in un giorno? -; è agevole vedere che nei momenti di rottura di un equilibrio esistente può darsi che taluno guadagni quel che altri perdette. Può darsi, sebbene neppure sia certo; l’inventore di un nuovo processo produttivo, che rivoluziona l’industria, guadagnando assai con vantaggio di tutti. Talvolta, come nelle crisi di svalutazione e rivalutazione, il vantaggio collettivo, sebbene non escluso in tutto (trasformazioni storicamente utili di ceti dirigenti, impulso a novità o ad economie) è minimo in confronto allo sconvolgimento delle fortune. Dubito che gli avvantaggiati siano i percettori di interesse e i danneggiati i lavoratori comuni. L’esperienza recente dimostrerebbe che i maggiori avvantaggiati furono le variopinte schiere di imprenditori, che i lavoratori comuni soffersero di meno e non di rado migliorarono, certo più dei lavoratori scelti (professionisti ed artisti) e che i maggiori perdenti furono i risparmiatori o percettori di interesse.

 

 

12. La tesi del Benini teoricamente non tocca l’interesse. Può avere interesse per i fenomeni di rendite o pseudo-rendite. Sovratutto è una tesi storico-statistica, la quale parte da premesse intorno all’influenza dell’eredità sui punti di partenza degli individui nella competizione economica, alla mancanza di solidarietà dei lavoratori, ai salari bassi delle moltitudini, ai profitti temporanei degli imprenditori. In conseguenza di questa analisi storica è rimasto attaccato all’interesse del capitale un sapore di non guadagnato, di frutto di oppressione, di fortuna. Dal dire che qualche cosa non è guadagnato al concludere che esso è portato via è breve il passo e dall’aver primamente concluso al “portato via” all’indagare quali classi riescono “a portarsi via a vicenda” e alla individuazione finale dell’unica classe che non riesce a portar via niente a nessuno e paga per tutte, lo scivolo sulla china marxista è irresistibile. Dico che questa è una china marxista perché viene spontaneo il riferimento all’uomo che descrisse il compenso del capitale come un coagulo di lavoro non pagato.

 

 

13. Ma si potrebbe anche parlare di china mercantilistica, canonistica, di quei modi di pensare istintivi che ci rappresentano il mondo economico come un’accolta di barbari guerrieri intenti a saccheggiare le miniere di Golconda ed a rubarsi a vicenda i frutti della spogliazione comune. Gli economisti si dividono forse in due categorie: coloro i quali sono dall’educazione ricevuta, dalla forma mentale innata portati a vedere nel mondo la sopraffazione, il portarsi via a vicenda qualcosa, l’arricchirsi a spese d’altri, lo sfruttamento capitalistico, il sistema del sudore, il tormento degli schiavi, l’abbiezione dei servi della plebe, «le file dei senza patrimoni, espropriati», dice il Benini, «ab immemorabili», i salariati ed i miliardari e simiglianti scene ed attori di un dramma a forti tinte. E ci sono gli altri, i quali, pur non negando l’esistenza di sfruttatori e sfruttati, di oppressi e di oppressori, di classi espropriate e di gaudenti espropriatori, non possono credere che la storia si sostenga e si teorizzi in questi contrasti. Essi sono più ottimisti, perché riflettono che l’umanità sarebbe scomparsa le cento volte dalla faccia della terra se quei modi di vita, se quelle relazioni comuni fossero state le fondamentali caratteristiche della storia. Una società in cui alla lunga non si attui il «suum cuique tribuere» non dura. Ci deve essere, per far durare le società economiche secoli e millenni, in esse assai più cooperazione, assai piùattribuzione ad ognuno di quel che ad ognuno spetta per i servigi resi, di quanto a prima vista non sembra. La scienza economica classica con le sue propaggini moderne marginalistiche, pure, matematiche o dell’equilibrio si propone problemi ipotetici, astratti, di prima approssimazione, senza alcun riferimento a problemi concreti e senza verun proposito di propugnare alcuna soluzione di problemi concreti. Non accade tuttavia che in quel suo schematizzare ed in quel suo astrarre lo storico possa scorgere per conto suo uno schema di quel che di permanente, di stabile, di progressivo, di costruttore c’è nel meccanismo economico? Il teorico puro non deve preoccuparsi di quel che lo storico vede nei suoi schemi; ma non può negare che tra il suo schema e la visione dello storico vi sia una rassomiglianza forse non fortuita. Il teorico non pone al ragionamento economico premesse scelte a caso ma, sebbene vi sia indifferente, coglie, se teorico vero, le premesse atte a rappresentare il vero permanente, non l’accidentale fortuito.

 

 

La scienza economica eterodossa, socialistica, marxistica, storicistica- anti-classica studia invece quel che nella società c’è di transitorio, di instabile, di decadente, di distruttore, si indugia sugli attriti, sulle sopraffazioni, sui passitismi. Ambe le ricerche sono teoricamente legittime. È lecito chiedere quale delle due rappresentazioni teoriche dia luogo ad applicazioni più feconde? Se è bene conoscere le cause di attrito e di sopraffazione, non è anche vero che a rappresentare il mondo come dominato sovratutto dalla sopraffazione e dal furto reciproco, si corre il rischio di spezzare le molle dell’azione e si accelera il processo, se processo c’è, di decadenza? I classici, i puri, i matematici amano dire che essi fanno della scienza astratta e che non bisogna guardare alle conseguenze pratiche della scoperta del vero. Essi non possono tuttavia vietare agli uomini di sentirsi più forti in un mondo le cui leggi di vita possono essere rappresentate come stabili, persistenti, durature. Perciò la scienza economica astratta ha affascinato tanto gli uomini d’azione, epperciò tante delle sue conquiste più celebri furono dovute a uomini che si erano proposti di risolvere problemi concreti. Ed è significativo che non gli eretici ma i classici ed i puri siano stati nel tempo stesso i maggiori teorici ed i più efficaci solutori di problemi concreti.

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