Difesa della messa in lingua latina
Tipologia : Altre Pubblicazioni
Data pubblicazione : 08/03/1968

Difesa della messa in lingua latina

Pietro Barbieri, L’ora presente alla luce del Vangelo, Roma, Casa editrice Cosmopolita, 1945, pp. V-VII

«Il Messaggero», 8 marzo 1968

 

 

 

Dissento profondamente da coloro i quali desiderano che le cerimonie religiose siano rese più moderne, che non solo la spiegazione del Vangelo e le prediche si tengano, come già accade, nella lingua del paese, ma che anche la messa sia celebrata in volgare e che in volgare si risponda e si canti ogni qualvolta le regole liturgiche comandano l’uso della lingua latina. Si dice: tutte le cerimonie religiose della Chiesa cattolica sono manifestazioni di una unità di propositi e di opere, per cui i fedeli insieme convenuti, rendono testimonianza della loro comunione in Cristo e della volontà di vivere insieme in purezza di pensiero e in letizia di opere buone ubbidendo agli insegnamenti dell’Uomo-Dio che si è sacrificato per redimere l’umanità dal peccato; ed innalzarla al cielo. Se così è perché nascondere il pensiero divino dietro il sipario di parole incomprensibili alla più parte degli uomini viventi, delle anime semplici, alle quali una lingua morta da millenni non dice nulla che commuova e trascini?

 

 

No. Quella lingua nella quale parlavano i pretori, i giudici ed i centurioni del tempo di Cristo non è morta. Ogni qualvolta entriamo in chiesa ed ascoltiamo le parole sublimi dei mirabili canti intonati dai cori, sentiamo che quelle parole, ripetute le centinaia e le migliaia di volte, sono sentite da chi le pronuncia. Che importa che il senso tecnico letterale talvolta sfugga, che occorra avere e non molti l’hanno pronto, il testo dinnanzi agli occhi per comprendere appieno quelle parole? Ma la stessa cosa accade a tutti coloro i quali non abbiano il raro privilegio di una ferrea memoria, anche per le grandi classiche poesie in ogni lingua, anche per la trama poetica delle bellissime fra le audizioni musicali.

 

 

Quel che si cerca, ciò a cui aspira l’anima di chi non entra nel tempio, per mera curiosità, è di sentirsi parte del tutto, di perdersi, uno tra i molti, nella comunità di coloro i quali intendono vivere secondo la parola del Cristo. Ma la comunità dei credenti non è composta dei soli uomini viventi oggi. Essa vive nelle generazioni che si sono succedute da Cristo in poi. Ognuna di quelle generazioni ha trasmesso quella parola alle generazioni successive; ed ogni generazione ha sentito quella parola e vi ha creduto perché essa era stata sentita e in essa avevano creduto i suoi avi. La parola di Cristo è viva in noi non perché essa sia stata scritta sulle pergamene e nei libri stampati. Sarebbe cosa morta se così fosse. Ma ognuno di noi l’ha sentita dalle labbra della mamma e della nonna. Mettiamoli in fila questi uomini e queste donne che in ogni famiglia hanno trasmesso oralmente gli inni agli altri, i comandamenti divini: amatevi gli uni con gli altri, non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso. Non sono molti: da venti a trenta persone bastano a ricondurre la tradizione trasmessa ad ognuno di noi da un antenato il quale viveva al tempo del Messia.

 

 

Ogni uomo ed ogni donna vissuto dopo quel giorno ha fatto parte e fa ancora parte della comunione di coloro i quali hanno creduto e credono nel messaggio di bontà di Gesù; ognuno di essi ha interpretato, ed ha sentito quel messaggio attraverso ai suoi bisogni, ai suoi dolori, alle sue aspirazioni. I canti, i cori e le parole in lingua latina, che noi ascoltiamo e leggiamo o pronunciamo in chiesa non sono nostre. Esse sono il retaggio di sessanta generazioni che ci hanno preceduto, ed il toccarle sarebbe un rompere quella continuità di comunione spirituale che lega i viventi a coloro che sono morti, e che sono vissuti, errando e ravvedendosi nella medesima comunità di uomini vissuti dopo che la parola di Cristo ha trasformato il mondo.

 

 

Se mutare le parole dei riti religiosi sarebbe un sacrilegio, fare intendere quelle parole è un dovere. La spiegazione delle parole scritte nei vangeli, la esposizione, anzi, del significato di ognuno dei riti e dei canti che si leggono nei breviari è il primo dovere del sacerdote; è un dovere interpretato dai sacerdoti nel modo più diverso. Confesso di apprezzare scarsamente la maniera dotta e quella polemica. L’uomo semplice e la donna umile, i quali sentono la bellezza delle parole latine dei canti imparati a memoria, anche se ripetuti con qualche errore di grammatica, non comprendono le dispute dottrinali e non si interessano alle polemiche contro i miscredenti siano essi protestanti o liberi pensatori o materialisti. L’uomo semplice e la donna umile, chiedono al sacerdote: dimmi come dobbiamo vivere ogni giorno, come dobbiamo interpretare alla luce del Vangelo gli avvenimenti quotidiani, quale è la legge morale alla quale dobbiamo conformarci, quali fra i comandi ricevuti dai potenti della terra, da coloro che oggi imperano su di noi e sui nostri fratelli viventi nelle più diverse parti del mondo, siano quelli ai quali dobbiamo ubbidire.

 

 

Monsignor Barbieri spiega ogni domenica il Vangelo ai suoi uditori della radio, più numerosi di quelli che il sacerdote può ordinariamente accogliere in chiesa, e lo spiega con l’intento di applicare il dettato ai fatti del giorno, alle vicende liete e tristi di questa nostra umanità torturata.

 

 

Non sono un ammiratore della radio. Da molti anni, da quando sull’orizzonte salì la maligna stella del conformismo o totalitarismo spirituale morale religioso ed economico, pensai che la radio era un’invenzione del demonio, intento a trovare il mezzo di abbrutire l’uomo. Noi soffriamo ancora oggi e soffriremo per lunghi anni – e nessuno sa se riusciremo mai più a guarire da quella lebbra ed a riconquistare la libertà, di pensare e di vivere – le conseguenze della predicazione conformistica che, per due decenni imperversò sui bollettini a cui si dava il nome di giornali e sulla radio. Questa più pestifera di quelli; ché la parola parlata, da uomo a uomo, ha virtù persuasiva grandemente più efficace di quella della parola che il vecchio contadino piemontese mi definiva stampata nel ferro dei giornali. Si fa più fatica a leggere la parola trasferita dai piombi della tipografia sulla carta dei giornali che non ad ascoltare ad ogni ora del giorno il verbo pronunciato dall’ordigno vociferante nella stanza dove si vive. Quella parola entra come uno stillicidio nel cervello dell’ascoltatore ed a poco a poco lo rende incapace di ragionare e lo inebetisce. Nessuna invenzione è più spaventosamente atta, quando sia maneggiata dallo spirito del male, a rendere l’uomo un numero, un automa. Per nessuna invenzione si deve, perciò, avere altrettanta cura, affinché essa sia adoperata nello spirito del bene. V’ha opera di bene la quale superi la spiegazione delle parabole, degli apologhi del Vangelo, il commento dei casi della vita e delle massime di Cristo?

 

 

Molti di noi hanno ascoltato alla radio la voce calda, efficace, commossa di Monsignor Barbieri quando nel mattino della domenica applica gli insegnamenti del Vangelo ai fatti dell’ora presente. Ogni volta che penso all’istupidimento cagionato alla umanità dalla nuova diabolica invenzione, auguro che si moltiplichino gli annunciatori i quali si sono assunti la missione di ricordare ad essi che le regole della vita sono poche, che esse furono già scritte in alcuni pochissimi libri e che di questi il più grande è il Vangelo.

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