Il pensiero economico sociale in Piemonte
Tipologia : Altre Pubblicazioni
Data pubblicazione : 01/01/1898

Il pensiero economico sociale in Piemonte

Circolo filologico di Torino, Le arti, le scienze, la storia, le lettere in Piemonte. Primo cinquantenario dello Statuto italiano. Conferenze, Libreria Roux di Renzo Streglio, Torino1898, pp. 255-279

In estratto: Torino, Libreria Roux di Renzo Streglio, 1898

 

 

 

L’argomento che io oggi ho dovuto prendere ad oggetto della mia lettura conduce ad un risultato strano e curioso. L’argomento è il contributo che il Piemonte ha dato agli studi economici e sociali. Disgraziatamente fra tutte le regioni italiane la nostra forse è stata in singolar modo priva di quegli ingegni potenti ed originali che nella scienza economica, come in tutte le altre, soli hanno lasciata profonda la propria orma.

 

 

Pochi nomi si elevano solitari in mezzo alla universale mediocrità, o meglio alla completa assenza di economisti e di sociologi nei secoli passati e nella prima metà del secolo presente: Botero, Vasco, Cibrario e Cavour. È nota la terribile e truce teoria della popolazione che si intitola dal mite pastore anglicano Malthus. La popolazione sottoposta all’irresistibile impulso genetico cresce in ragione geometrica e si moltiplica seguendo i dettami della Bibbia come la sabbia del deserto e le stelle del firmamento. Ma non crescono con altrettanta rapidità i mezzi di sussistenza; la terra avara risponde con parsimonia agli sforzi dell’uomo; le spighe biondeggianti obbediscono ad una ragione d’incremento puramente aritmetica. Da questo squilibrio fra il rapido moltiplicarsi geometrico della popolazione ed il lento progresso aritmetico delle sussistenze nascono la miseria, la povertà, la fame, le carestie, le guerre, le pestilenze; mezzi tutti che cospirano ad un unico intento: attuare nuovamente quell’equilibrio che ad ogni istante minaccia di venir rotto. Questa la teoria Malthusiana della popolazione, che parve dominare incontrastata durante quasi un secolo, e che a molti sembra ancora la prova solenne delcarattere irrimediabile e fatale di tutti i mali che affliggono l’umanità.

 

 

È oramai divenuto di moda l’andar ricercando nei libri polverosi delle età trascorse i ruderi delle scoperte che hanno reso famosi i principi della intelligenza e gli innovatori delle discipline scientifiche. A questa sorte non si sottrasse il Malthus. In un nostro illustre piemontese, il Botero, acuto analizzatore della Ragion di Stato, molti hanno voluto vedere un precursore della dottrina malthusiana della popolazione. Nelle Cause della grandezza delle città, il Botero accenna infatti ai problemi che si pongono ai reggitori delle città riguardo alla popolazione, ai mezzi di assicurare una adeguata sussistenza ai sudditi, alle cause che fanno prosperare le città e ne limitano l’accrescimento. Pel Botero la stazionarietà della popolazione dipende dallo squilibrio fra l’istinto genetico, in forza del quale la specie umana crescerebbe senza limiti, ed il difetto di nutrimento. La legge malthusiana è chiaramente intraveduta in queste parole, ma qui si ferma la somiglianza. Il difetto di nutrimento non deriva pel Botero come nel Malthus dal lento accrescimento delle sussistenze, ma dalle difficoltà dei trasporti, che impediscono alla roba ed al vitto di giungere in tempo ed in quantità sufficiente alle città. Più ristretta della dottrina malthusiana, la teoria del Botero ha un’impronta meno fatalistica e meno terribile; essa prevede il giorno in cui i rapidi mezzi di trasporto dovranno permettere alle derrate di giungere in abbondanza a sfamare le città popolose, ed in cui nessun freno più si opporrà al dilagare della specie umana.

 

 

Ma come le intuizioni vaghe e gli accenni isolati e sparsi non costituiscono un corpo di dottrine organico e cosciente, così non si può onestamente asserire che il Botero abbia esposto intera e nitida la teoria malthusiana della popolazione.

 

 

L’investigatore curioso degli scritti antichi darà lode al Botero, vissuto in un’epoca dedita agli intrighi politici, di essersi occupato della vita economica del popolo, e di avere, se pure vagamente, intuito una delle cause della povertà e della miseria.

 

 

Sovratutto però sarà lodato il Botero per avere additato, sullo scorcio del secolo decimosesto, quando ancora brillava al suo apogeo la potenza della Spagna, la causa vera e profonda che la dovea condurre ad irrimediabile rovina. Quando tutte le potenze europee invidiavano la Spagna per i galeoni ricolmi d’oro che le venivano dalle colonie americane, il Botero faceva rilevare come quella pioggia d’oro distoglieva gli uomini dall’agricoltura e dall’industria, inaridiva le fonti della ricchezza nazionale e preparava un doloroso risveglio alla Spagna quando le fosse venuto meno il reddito fittizio delle miniere innaffiate dal sangue degli schiavi indiani.

 

 

Dal Botero al Vasco corre un secolo e mezzo, durante cui si matura il passaggio dall’Italia decadente e spagnuola all’Italia riformatrice, in cui si sentono i primi sintomi della rivoluzione ventura.

 

 

Giambattista Vasco fu un frate domenicano nato a Mondovì nel 1733. Ebbe vita agitata e burrascosa. Direttore di un giornale scientifico e scrittore libero in un tempo e in un paese dalle idee ristrette e dal regime autoritario, dispiacque ai potenti, e dovette passare in carcere alcuni anni della sua esistenza. Morì nel 1796 nella villa di un suo protettore, il marchese Niccolò Incisa. Il Vasco fu scrittore fecondo; ma i suoi lavori hanno quasi tutti un carattere occasionale. Sullo scorcio del secolo passato le accademie si erano risvegliate dal lungo torpore e offrivano premi a coloro che rispondessero a quesiti di genere per lo più politico e sociale. Era l’alba intellettuale della rivoluzione francese. Molti fra i più grandi teorici della rivoluzione fecero le loro prime prove rispondendo ai quesiti accademici. Anche il piemontese Vasco fu assiduo estensore di voluminose risposte alle domande accademiche; e nelle sue risposte portò sempre l’impronta di uno spirito ribelle ed originale. Scrisse sulle monete, pretendendo di sollevare il rame agli onori di tipo monetario, perché meno soggetto dell’oro e dell’argento alle variazioni di valore e più difficile ad esportarsi. Accanto a questa stranezza ebbe alcune idee geniali, che poi trovarono attuazione o meriterebbero ancora adesso di venire adottate. Suggerì, ad esempio, il sistema decimale per le monete; alcuni anni dopo la Convenzione francese esaudiva i suoi desiderii. Propose che il valore delle monete fosse abbandonato al libero corso del commercio, e che il Governo si limitasse ad accertare il peso e il titolo d’ogni moneta; la proposta non venne ancora sanzionata per legge, ma nella sostanza regola il nostro sistema monetario. Non meno reciso ed innovatore per l’epoca sua è Vasco nella condanna delle corporazioni d’arti e mestieri, delle mete e dei calmieri, delle dogane e del sistema proibitivo. Egli avea letto le pagine di Adamo Smith, dove il grande scozzese denunciava i danni arrecati all’industria ed ai commerci dalle corporazioni chiuse, e su quelle pagine si era imbevuto delle dottrine liberiste e con gran foga ne invocava la immediata adozione nel Piemonte, precorrendo la storia di tre quarti di secolo. In un tempo in cui tutto era vincolato, dalla libertà di locomozione al numero dei fili che si dovevano impiegare nella confezione dei panni, il suo parve ardimento estremo. Ardita sembrò eziandio la proposta di lasciare libero il saggio dell’interesse. In un libro intitolato Usura libera, il Vasco dimostra la futile inutilità dei provvedimenti intesi a limitare il saggio massimo dell’interesse ed a colpire con pene gravissime gli usurai, e mette limpidamente in luce come le proibizioni dell’usura ad altro fine non riescono fuorché ad aumentare l’interesse medesimo, che le leggi professano di voler diminuito.

 

 

Nella predicazione del suo Vangelo liberista, il Vasco non si spinge però agli estremi; osservatore acuto della vita contemporanea, egli sa che in mezzo agli attriti sociali è indispensabile l’intervento di una autorità moderatrice. Vuole aboliti i privilegi delle corporazioni d’arti e mestieri, ma riconosce la necessità di sottoporre ad un esame gli aspiranti ad esercitare le professioni che interessano la sanità pubblica: medici, chirurghi, speziali. La salute della popolazione è legge suprema; in omaggio a questo principio, il Vasco vuole che il Governo sorvegli i macellai, gli osti, i panattieri, affine di impedire le adulterazioni. Vuole libera l’usura, ma nel tempo stesso, per facilitare il credito al povero, domanda la diffusione dei Monti di Pietà, e desidera che le masse vengano eccitate ad elevarsi per mezzo di Casse di Risparmio. Afferma che la povertà è dovuta allo scarso sviluppo delle industrie e dei commerci, ed invoca la libertà doganale e la libertà di emigrazione; ma di fronte alla mendicità persistente non esita ad attribuire al Governo l’obbligo di sussidiare e ricoverare i poveri invalidi e vergognosi, e di procurare lavoro ai disoccupati colle opere pubbliche, strade, canali e col prosciugamento delle paludi.

 

 

Ma dove il vecchio frate piemontese si dimostra più radicale e rivoluzionario, e dove le sue idee meglio si accostano ad alcune fra le tendenze che oggi si combattono nel pensiero e nell’azione economico sociale, si è nel suo scritto sulla Felicità pubblica considerata nei coltivatori di terre proprie. La Società libero economica di Pietroburgo avea nel 1767 proposto il quesito: «È utile al bene pubblico che i contadini possiedano terre in proprietà o solamente beni mobili, e fin dove deve estendersi il diritto del contadino sulle terre?». La domanda era curiosa perché proveniva da un paese riputato immerso nelle tenebre più profonde della barbarie, e perché dimostrava che fin dal 1767 eranvi persone in Russia le quali pensavano a quella emancipazione dei contadini dalla servitù della gleba, che fu solamente tradotta in realtà circa un secolo dopo. Il Vasco rispose al quesito della Società libero economica russa coll’opera sopra menzionata, la quale forma una delle più sorprendenti letture per chi si immaginasse che molte fra le cose oggi dette siano novità non mai prima udite.

 

 

Il Vasco dimostra anzitutto che una nazione è tanto più prospera, ricca, efficacemente difesa contro i nemici esteri e contro le turbolenze interne quanto più la ricchezza è equamente diffusa e le terre sono possedute dai contadini medesimi che le coltivano. Fin qui egli ha fatto solo l’apologia della piccola proprietà, sulla quale è celebre l’aforisma di un contemporaneo del Vasco, l’inglese Young: date in affitto ad un contadino un giardino, e ve lo ridurrà in un deserto; dategli in proprietà una roccia, e ve la trasformerà in un giardino. Ma in Vasco c’è qualcosa di più della semplice apologia della piccola proprietà.

 

 

Non è ancora spenta la eco della vivace discussione sorta sui giornali ed in Parlamento intorno alla proposta fatta dal ministro Luzzatti di esentare dalla imposta fondiaria le quote minime. La riforma non ha solo un carattere tributario, ma anche sociale; colla esenzione delle imposte vuole rafforzare la piccola proprietà contro i debiti e l’usura; colla abolizione delle tasse di registro sulle permute intende a far sì che la terra non si frantumi e non si polverizzi eccessivamente. Nelle montagne del Piemonte, nella Sardegna ed in molte regioni d’Italia la terra è frazionata in modo quasi ridicolo. In virtù delle successive divisioni ereditarie vi sono proprietari di cento e più appezzamenti distinti, lontani gli uni dagli altri, difficili a coltivarsi senza una enorme perdita di tempo. In Sardegna vi sono dei proprietari di un olivo, di un castagno; spesso chi possiede la pianta non è proprietario dell’esiguo tratto di terreno su cui la pianta cresce. Contro i danni della proprietà-cencio il ministro del tesoro si accontenta di proporre la esenzione dalle imposte di registro affine di facilitare le permute. Più radicale, il deputato Pandolfi alcuni anni fa propugnava la creazione delle Masserie di famiglia, ossia di poderi abbastanza ampi da mantenere una famiglia colonica, col divieto di ipotecarli e di frazionarli alla morte del capo di casa.

 

 

Ma più radicale di tutti è il vecchio Vasco. Egli è profondamente convinto dei mali che alla agricoltura derivano dalla eccessiva suddivisione della terra. «La successiva divisione, scrive, del terreno di un uomo tra i suoi discendenti deve presto o tardi ridurlo in parti sì piccole che nessuna di esse sia sufficiente al mantenimento di una persona». Il reddito di un terreno troppo ristretto non corrisponde mai alle fatiche prodigatevi dal coltivatore. «Non vi è sì ricco terreno che non richiegga per coltivarlo un giogo di buoi e molti dispendiosi arnesi di campagna, che soli basterebbero per un terreno anche più esteso. Dal che avviene che il rapporto delle spese al profitto è maggiore in chi possiede un terreno troppo piccolo che in chi ne possiede una ampia misura». Da queste considerazioni il Vasco trae la conseguenza per lui ineluttabile che si debba fissare la misura la quale corrisponda al lavoro di un uomo, in guisa che con quella bene coltivata, ei possa mantenere sé stesso, la moglie e la prole, e «tal misura vietare che mai si divida né per testamento né per legittima successione né per contratto veruno». Alla unità culturale minima che può essere posseduta da un uomo ed al disotto della quale è vietato per legge di scendere, il Vasco dà il nome di manso, parola che ricorda davvicino la masseria del deputato Pandolfi.

 

 

Negli ultimi anni un altro fenomeno ha attirato in Italia l’attenzione di coloro che si occupano della vita economica agraria: la permanenza in talune regioni di sterminati latifondi e di un monopolio terriero che rende le masse della popolazione agricola dipendenti da una piccola aristocrazia proprietaria. L’Agro Romano e la Sicilia sono gli esempi classici del latifondismo italiano, e notissime sono le svariate proposte fatte per rompere la cerchia di ferro che consacra la terra alla sterilità ed i lavoratori alla miseria.

 

 

Il Vasco era persuaso anch’esso dei pericoli sociali del latifondismo terriero; ed a lui pareva che un solo rimedio potesse opporsi contro la sua deleteria influenza: la proibizione assoluta ad un sol uomo di possedere più di un determinato numero di mansi. Nessun agricoltore celibe, secondo lui, avrebbe dovuto possedere più di quattro mansi; ai coniugati doveva esser lecito averne otto. Pur troppo la realtà delle cose era molto lungi dall’ideale vagheggiato; molti erano i grandi proprietari, e spossessarli di un tratto di tutta la eccedenza al di sopra del massimo di quattro od otto mansi sarebbe stato impresa troppo difficile. Per non far sembrare le riforme da lui proposte ingiuste e violente il Vasco invoca alcune leggi indirette, grazie alle quali si potrà gradatamente giungere al desiato intento senza soverchi attriti. La prima legge indiretta è l’abolizione del diritto di testare; la legge e non l’uomo deve regolare in qual modo la terra deve essere distribuita affine di ottenere il massimo utile sociale. Si deve inoltre proibire a chi già possegga terreni a sufficienza di fare nuovi acquisti; condonare le imposte ai nullatenenti affinché possano acquistare terreni; si deve finalmente dare nei pubblici incanti la preferenza ai nullatenenti di fronte a coloro che già posseggono.

 

 

Io non so quale accoglienza abbia fatto la Società libero economica di Pietroburgo alle audaci proposte del Vasco, le quali si assommavano in una vera legge agraria, con l’innalzamento degli umili e la decapitazione dei grandi.

 

 

Oggi, a tanta distanza di tempo e dopo tante trasformazioni nella tecnica agraria, e nella economia produttiva, le proposte del Vasco non godono molta probabilità di essere attuate se non entro limiti molto ristretti. Esse rimarranno sempre però splendida prova della vigoria dello spirito e della indipendenza di carattere dell’economista piemontese, il quale, a costo anche di sofferenze personali e del carcere, non si piega dinanzi ai poteri costituiti, siano questi le Corporazioni di arti e mestieri, o le classi proprietarie. Egli nobile, invoca una legge agraria distruggitrice della base materiale della potenza nobiliare; egli, liberista ed odiatore dei privilegi, non esita un momento a fare intervenire lo Stato nella distribuzione della ricchezza, quando teme che la libertà conduca non all’elevamento di tutte le classi sociali, ma all’asservimento economico dei più da parte dei pochi.

 

 

Se agli scritti oramai antiquati dei due ecclesiastici piemontesi, il Botero ed il Vasco, i moderni non ricorrono se non per soddisfare un sentimento di curiosità erudita, ben altro è il servigio che a noi rendono le opere dello storico Cibrario. Il Cibrario non si entusiasmò e non scrisse intorno alle questioni brucianti che tradizionalmente tengono il campo nella economia teorica e nella vita quotidiana, ma fu uno dei più insigni e dei pochissimi storici dell’Economia che vanti l’Italia.

 

 

Per comprendere bene l’importanza dell’opera storica del Cibrario bisogna ricordare la triste condizione in cui era in quei tempi ed è ancora in gran parte la scienza della storia in Italia. Salvo rarissime eccezioni, il mestiere dello storico pareva ridotto ad una descrizione più o meno minuta e precisa degli avvenimenti politici, delle paci, delle guerre, delle alleanze, delle vite dei principi e dei matrimonii regali. Parve un progresso grande quando al catalogo noioso di date irrilevanti e di fatti superficiali si aggiunse lo studio della vita intellettuale, artistica e letteraria, quando si studiarono non solo le azioni degli uomini, ma le cause che li avevano fatti agire e lottare, quando allo studio microscopico dei fatti isolati si accompagnò l’indagine della loro derivazione causale e dell’ambiente che ne aveva permesso lo sviluppo.

 

 

Si trattava però sempre di una forma novella che aveva assunto la storia politica; e gli avvenimenti politici, letterari, artistici sembravano i soli degni di attirare, sebbene in guisa più organica e profonda, l’attenzione degli storici. Si dimenticava così che al disotto delle classi sociali che fanno la storia politica, al disotto della piccola elite di geni e di intellettuali che accrescono il patrimonio letterario od artistico di una nazione, è sempre vissuta una torma immensa di gente dedita al rude lavoro dei campi od ai mestieri cittadini, su cui l’onda delle epoche storiche è passata inavvertita senza lasciar traccia di sé. Mentre i Longobardi ed i Franchi, i re Italiani e gli imperatori del Sacro Romano Impero, le repubbliche ed i principati si susseguivano in Italia con una serie di avvenimenti notissimi ed emozionanti, come vivevano quei contadini il cui lavoro quotidiano permetteva ai signori di sbizzarrirsi nei tornei e nelle guerre? che cosa mangiavano e come vestivano? quale era il prezzo del grano, della carne e delle altre merci di uso comune? quali erano i sentimenti provati da queste che pur costituivano le classi di gran lunga più numerose e predominanti della popolazione? Gli storici italiani sono muti a questo riguardo; intenti a descrivere le vicende pittoresche e tumultuarie del fastigio della piramide sociale, non si accorgono che l’ampia sua base ha una vita propria, e che lo studio della vita uniforme ed umile delle classi lavoratrici è forse più fecondo di insegnamenti che non la contemplazione dell’opera delle classi dirigenti. Non si accorsero sovratutto che le rivolte ed i cambiamenti di dinastia, che le divisioni politiche e le innumerevoli guerre sono avvenimenti superficiali di fronte alla lenta e graduale rivoluzione che si compieva nei modi di vivere e di pensare del popolo, nei sistemi di appropriazione della terra, nei rapporti fra le varie classi sociali; e non compresero come i fenomeni della storia politica siano il risultato supremo e quasi la efflorescenza esterna dei mutamenti compiutisi attraverso a lunghi secoli nella composizione e nella forza delle classi produttrici.

 

 

Io non voglio affermare che il Cibrario abbia concepito ai suoi tempi la relazione di causa ed effetto esistente fra le condizioni di vita delle classi sociali e gli avvenimenti politici, ma è certo che egli ebbe il merito grandissimo di rivolgere la sua attenzione a fenomeni trascurati come di nessun conto dagli altri storici. Le sue indagini sulla vita economica nel medio evo, sulle monete, sui prezzi del grano, sui sistemi di coltivazione della terra, sui rapporti feudali sono le fonti più autorevoli e genuine che tuttora esistano per chi voglia penetrare dentro ai misteriosi segreti della vita medioevale italiana. Dirò di più. In Germania, in Inghilterra e nella stessa Francia noi abbiamo una serie imponente di storici i quali nell’ultimo quarto di secolo si sono dedicati con passione e con pazienza allo studio di questo lato, materiale bensì, ma anche fondamentale della storia umana; in Italia il Cibrario rimane ancora isolato ed inimitato; solo poche monografie sparse si sono aggiunte al nostro patrimonio scientifico; ma l’opera dello storico piemontese rimane ancora l’unica che si sia di proposito indirizzata a dilucidare le vicende economiche della nostra Patria, rimprovero solenne a quei giovani che negli archivi e nelle biblioteche sudano sui codici polverosi per accertare la data di un matrimonio, di una battaglia o della nascita di un uomo illustre, ignorando di fare opera sterile e sprecando invano una preziosa attività intellettuale che potrebbe essere indirizzata alla scoperta di tante cose nuove e veramente importanti.

 

 

E qui avrei finito la breve esposizione del contributo portato dal Piemonte agli studi economici, se non mi soccorresse il nome di uno che non fu economista, ma fu invece, per fortuna d’Italia, un grande e geniale uomo di Stato: Camillo Cavour.

 

 

Sembra irriverente l’affermazione che Cavour non fu un economista, dopo che tale lo proclamarono tanti storici e tanti biografi suoi. Ma è debito di studioso spassionato confessare che nei suoi scritti egli non espresse idee che non fossero già ampiamente svolte nei libri dei suoi contemporanei, o che non avessero già esercitato una profonda influenza, se non nell’Italia, nell’Inghilterra e nella Francia. Ma non si vuole dire con ciò che il Cavour sia stato solo un volgarizzatore. Egli fu qualcosa di più grande ed elevato. La sua grandezza economica consiste appunto nell’essere egli stato il primo uomo di stato, il primo ministro della rivoluzione italiana, il quale abbia compreso l’importanza dei problemi economici e sociali. Come nell’Inghilterra nessuno crede che la figura di Roberto Peel debba essere diminuita solo perché la paternità delle idee da lui attuate risaliva fino ad Adamo Smith, così nessuno in Italia può ritenere menomata la grandezza del Conte di Cavour solo perché il programma da lui attuato era il risultato della lenta elaborazione degli scienziati che lo precedettero. Egli non fu uno scienziato, ma un uomo d’azione, e possedette per conseguenza tutte quelle qualità che agli scienziati di solito fanno difetto: la percezione sottile ed acuta dei bisogni del momento che fugge, l’adattamento all’ambiente, la pieghevolezza e la duttilità nelle idee. Uno scienziato che diventi ministro, rimanendo fedele rigidamente alle sue idee, è sempre più o meno un giacobino; non vede, non sente i molteplici attriti della vita reale, i quali richiedono un’attenta cura per non dislocare tutto il delicato meccanismo sociale; ed applica le teorie concepite nella calma tranquilla del suo gabinetto, facendo astrazione da tutti gli ostacoli, supponendo che gli uomini non abbiano dal passato, che si vuole distruggere, ereditato sentimenti, passioni e abitudini che opporranno un freno insuperabile alla mania livellatrice dei teorici.

 

 

L’uomo di stato, quando sia veramente grande, non è un giacobino invasato da un’idea fissa, ma non è nemmeno un opportunista guasto dalla necessità di continue transazioni, abituato al mercimonio delle proprie idee in cambio di passeggeri vantaggi e condiscendenze. Esso invece è deliberato a tradurre in atto quelle idee della cui verità egli è convinto; ma in questo processo di trasformazione dell’ideale in reale non è dominato dalla fretta del neofita, ed è sempre pronto a riconoscere la necessità di rispettare temporaneamente gli interessi che sarebbero offesi dalle innovazioni. Egli si preoccupa sovratutto degli effetti immediati e lontani che ogni riforma potrà produrre nella società sottoposta allo sperimento, e procede per conseguenza a grado a grado, raggiungendo nondimeno lo scopo prefissosi in minor tempo e con minori sacrifizi di quelli che sarebbero necessari con le rivoluzioni radicali e le inevitabili reazioni.

 

 

Camillo Cavour fu la espressione più splendida del grande uomo di stato anche nel campo economico-sociale. Sebbene la brevità del tempo non mi conceda di esaminare l’opera sua finanziaria e doganale nel periodo in cui fu ministro, e mi debba limitare a tracciare le somme linee del suo pensiero quale ci appare dagli scritti che di lui ci sono pervenuti, pure anche da essi balza fuori limpida e netta la qualità predominante del suo spirito: l’adattamento delle teorie economiche e sociali all’ambiente in cui devono essere attuate, la trasformazione del pensiero in realtà attiva ed operosa. Quali erano le correnti ideali del pensiero economico e sociale che fra di loro lottavano nell’epoca in cui il Cavour formò la sua educazione intellettuale?

 

 

Le due opposte dottrine, le cui ramificazioni ideali si possono rintracciare fin nell’evo antico ed orientale, il liberismo ed il socialismo.

 

 

Trionfatore quasi incontrastato era il liberismo, che avea assunto un carattere mistico di adorazione di una dea ignota e benefica: la libertà. A noi che viviamo in un’epoca così profondamente diversa, riesce talvolta quasi impossibile comprendere la fede cieca che gli economisti d’allora avevano nella libertà d’industria, di lavoro, nella libera concorrenza internazionale. Chi legge le pagine irruenti del Ferrara, che insegnava Economia politica nell’Ateneo torinese, ha l’illusione di trovarsi dinanzi ad un anarchico teorico, per cui la società avrà raggiunto la perfezione massima quando gli individui avranno imparato a vivere in società senza il bisogno di nessun potere costrittivo; quando la polizia non sarà necessaria per mancanza di malfattori, e gli scarsi criminali spontaneamente si sottoporranno alle meritate pene; quando le classi sociali non si gioveranno della loro potenza per opprimere e sfruttare i deboli, quando la libertà assoluta ed illimitata di tutti gli individui si concilierà spontaneamente col massimo rispetto della personalità altrui. Era un sogno splendido, ma un sogno in cui molti hanno creduto, ed al quale noi dobbiamo la scomparsa di tutti quei vincoli vessatori e numerosissimi che impacciavano l’industria, i commerci e la vita quotidiana medesima dei secoli scorsi. La dottrina liberista voleva dire: libertà assoluta di domicilio e di movimento da un luogo ad un altro; libera scelta delle professioni; abolizione delle barriere doganali fra uno stato ed un altro; libera fissazione dei prezzi delle merci in seguito al gioco spontaneo della offerta e della domanda; libertà di contratto fra padroni ed operai singoli senza intervento dello Stato intorno alle modalità ed al tempo del lavoro. Nessuna proibizione la quale venisse a turbare la libertà dei fanciulli di 7 anni o delle donne di locarsi per quella mercede che loro paresse più opportuna. Lo Stato ridotto alla funzione di carabiniere e di giudice per reprimere le infrazioni alla legge. La società composta di atomi liberamente lottanti senza freno. La vittoria al più degno ed al più forte nella lotta incessante per la vita.

 

 

Ma accanto al liberismo anarchico della prima metà del nostro secolo spuntavano già i germi di una opposta dottrina che oggi ha smisuratamente allargato la sua influenza: il socialismo. In Inghilterra Owen, in Francia St. Simon, Proudhon, Fourier, in Italia Pisacane, avevano già cominciato a predicare il nuovo vangelo, che nelle classi proletarie avea suscitato un immenso entusiasmo. Come tutti i vangeli, il socialismo, che allora era detto comunismo, avea assunto forme strane ed utopistiche. Owen fondava in America delle colonie dove si lavorava e si consumava in comune; St. Simon immaginava una società industriale retta da scienziati e da dotti; Fourier pazientemente aspettava per 30 anni l’ignoto donatore, il quale doveva dargli il mezzo di attuare il suo falanstero e di rivoluzionare il mondo; Proudhon con ironico sogghigno metteva a nudo le eterne contraddizioni dell’ordinamento sociale, e pareva compiacersi nella distruzione finale; Luigi Blanc sognava di organizzare il lavoro. Era un movimento incomposto, in fondo al quale stava il pensiero che la società era male ordinata, che i ricchi opprimevano i poveri, che la libera concorrenza e la proprietà privata conducevano inevitabilmente alla diseguaglianza della fortuna ed allo sfruttamento di classe, e che era necessario sostituire alla vecchia società una del tutto nuova, dove l’egoismo individuale fosse scomparso, dove non esistesse la proprietà privata, e dove gli uomini in comune producessero e fors’anche in comune consumassero in proporzione ai loro meriti od ai loro bisogni.

 

 

In mezzo a queste due tendenze, così profondamente contraddittorie dello spirito umano della prima metà del nostro secolo, Camillo Cavour si trovò per la natura del suo ingegno, lucido e preciso, incapace ad accettare un’unica teoria ed a condurla sino alle sue ultime conseguenze. Egli non dissimula la sua fede economica profondamente liberista, nello stesso modo con cui ha sempre proclamata alta la sua fiducia nelle forze conservatrici come fattore politico; ed eleva anzi un inno di gloria a quella che allora era la scienza del liberismo: l’Economia politica. «L’Economia politica, scrive egli, è considerata ai dì nostri come uno dei rami principali delle scienze sociali. La spiegazione dei fenomeni occasionati dalla produzione, dalla distribuzione e dalla consumazione delle ricchezze, dopo aver dato per lungo tempo origine a sistemi speciosi e ad ingegnose ipotesi, è divenuta l’oggetto di una scienza non meno positiva, non meno certa, che la maggior parte delle scienze fisiche e molto meno dubbia che quasi tutte quelle le quali si occupano di fatti puramente morali». Malgrado la sua ammirazione per la scienza economica, il Cavour non è affatto disposto a tradurne nella pratica gli insegnamenti, senza por mente a tutti gli aspetti della vita umana, che non sono solo economici, ma anche morali, intellettuali, artistici. Egli è sempre pronto nel passare dalla teoria alla sua realizzazione pratica, a fare concessioni agli avversari, a smussare gli angoli delle dottrine troppo unilaterali ed acute. Difensore del libero scambio nelle relazioni commerciali fra le varie nazioni, storico applaudito anche all’estero del movimento compiutosi in Inghilterra dalla lega contro le leggi sui cereali, espositore minuto e fervido dei vantaggi che all’Italia sarebbero ridondati dalla adozione universale della libertà di commercio, egli si induce solo lentamente a tradurre in atto i suoi ideali. Sia che si tratti di abolire i dazi sui grani, sui vini o sulle sete e sul ferro, egli si preoccupa sempre del perturbamento e dello squilibrio che una mutazione troppo repentina avrebbe prodotto nelle industrie nazionali.

 

 

Nessuno meglio di lui ha descritto con veemenza di linguaggio la decadenza della agricoltura e dell’arte della seta nel Piemonte all’ombra addormentatrice del protezionismo; ma nessuno più del Cavour era pronto a riconoscere che queste industrie tisicamente sviluppatesi in una serra calda non potevano d’un tratto essere trasportate all’aria ossigenata della libertà commerciale; onde le sue proposte di abolizioni dei dazi non sono mai radicali, ma costituiscono sempre mezze misure. Per lui il libero scambio non è un provvedimento che possa essere attuato appena i governanti si siano persuasi della sua verità, ma è principio destinato a trasformarsi in forza attiva a mano a mano, in modo che ogni passo verso di esso sia uno sprone e quasi uno stimolo alle industrie protette per adattarsi alle nuove forme di libero traffico ed un mezzo per rendere possibile una ulteriore diminuzione dei dazi.

 

 

Non solo il Cavour comprendeva la necessità di attuare gradualmente il libero scambio, ma aveva anche chiara la coscienza degli ostacoli fisici e sociali che si opponevano al movimento liberista. Per lui il libero scambio dipendeva tanto dalla sua eccellenza teorica quanto dalla trasformazione gigantesca che si andava allora operando nei mezzi di comunicazione e di trasporto. In un saggio, splendido per precisione di pensiero, sulle ferrovie in Italia, egli dimostra come solo dopo la loro diffusione su tutta la penisola sarà possibile avviare una intensa corrente di traffici fra le varie regioni italiane; fra le industrie del settentrione e l’agricoltura del mezzodì. In quel saggio vi sono pagine che parrebbero profetiche sulla importanza che l’Italia doveva assumere nelle relazioni fra l’Estremo Oriente e l’Europa dopo la costruzione di un esteso sistema ferroviario. L’avvento del libero scambio non dipende pel Cavour solo dall’affittirsi delle ferrovie, ma dalla dinamica delle classi sociali nelle cui mani sta la somma del governo.

 

 

Parrà strana l’affermazione in bocca ad un ammiratore delle forme rappresentative di governo; ma pel Cavour la libertà di commercio ha maggiori probabilità di essere attuata sotto un governo assoluto che non sotto una repubblica od una monarchia costituzionale. La ragione è evidente. In un governo assoluto basta che il monarca ed il piccolo gruppo di persone intellettuali che gli sta d’attorno si persuada della verità della dottrina liberista perché subito la pratica sia messa d’accordo colla teoria. In un governo repubblicano o rappresentativo invece è necessario ottenere il consenso delle assemblee popolari, ed in queste sono sempre potentissime le classi offese nei loro interessi vitali della pratica della libertà; gli agricoltori, gli industriali i quali veggono minacciati i propri profitti e le proprie rendite fanno un’accanita guerra al libero scambio; i commercianti interessati allo sviluppo dei traffici sono troppo pochi e le masse popolari sono inerti e naturalmente inclinate a dichiararsi in favore del partito più clamoroso. Che il libero scambio trovi i suoi oppositori più accaniti fra gli interessi offesi è ripetuto spesso dal Cavour: «Esaminando attentamente le cause alle quali i successi dei proibizionisti sono da attribuirsi, si riconoscerà che la forza apparente del partito proibitivo non è dovuta ad un aumento nel numero dei suoi aderenti, ma agli sforzi disperati degli interessi minacciati dai principii della libertà commerciale… Le differenti fasi della lotta fra le verità teoriche e gli interessi che sono da queste contrariate stanno sempre sotto l’influenza degli avvenimenti del mondo politico. Questo è vero sopratutto per i principii economici che toccano quasi tutte le classi della società: infatti l’applicazione loro è per lo più subordinata a cause totalmente straniere ai problemi della consumazione delle ricchezze».

 

 

La scienza economica si trasforma pel Cavour in realtà pratica solo dopo una lotta fra gli interessi opposti delle varie classi sociali. Questo concetto illumina di viva luce, pel Cavour, il problema che ai suoi tempi si elevava gigante sovra tutti gli altri: la indipendenza e la libertà d’Italia. Pel Cavour il movimento democratico non ha nessuna probabilità di successo in Italia. Per dimostrare la sua tesi egli non ricorre ad astratte supremazie dell’idea costituzionale sull’idea repubblicana, ma fa un’analisi curiosa delle classi sociali italiane. «Per convincersi che il movimento democratico non ha basi profonde in Italia, scrive il Cavour nel suo saggio sulle ferrovie, basta analizzare gli elementi di cui si compone il partito favorevole alle novità politiche. Questo partito non gode molte simpatie fra le masse, le quali, ad eccezione di alcune rare popolazioni urbane, sono in generale affezionatissime alle vecchie istituzioni del paese. La sua forza sta quasi esclusivamente nella classe media ed in una parte della classe superiore. Ora, l’una e l’altra hanno interessi conservatori da difendere. La proprietà non è in Italia il privilegio esclusivo di nessuna classe, e laddove esistono i residui di una nobiltà feudale, questa partecipa insieme col terzo stato alla proprietà territoriale. Su classi così fortemente interessate al mantenimento dell’ordine sociale, le dottrine sovversive della Giovane Italia fanno poca presa. Così, ad eccezione dei giovani, presso cui l’esperienza non ha ancora modificato le dottrine imparate nell’atmosfera eccitante delle scuole, si può affermare che in Italia non esiste se non un piccolissimo numero di persone seriamente disposte a mettere in pratica i principii esaltati di una setta resa velenosa dalla sventura. Se l’ordine sociale fosse veramente minacciato, se i grandi principii su cui esso si basa corressero realmente pericolo, si vedrebbero, noi ne siamo persuasi, molti fra i più risoluti democratici, fra i repubblicani più esaltati, ascriversi per i primi nelle file del partito conservatore».

 

 

Non sembra di vedere nelle idee espresse dal conservatore Cavour nel 1846 una strana analogia coi concetti esposti due anni più tardi da Carlo Marx nel suo celebre Manifesto dei Comunisti?

 

 

Liberista come lo può essere un uomo di Stato, il Cavour si mantiene profondamente avverso alle teorie socialiste che avevano preso gran voga in Francia. Egli non crede che lo Stato possa in modo efficace occuparsi di altro che delle opere pubbliche di non difficile esecuzione o che eccedono le forze dell’industria privata. Se si volesse confidare al potere governativo la direzione delle operazioni ordinarie dell’industria, dell’agricoltura e del commercio, si cadrebbe in difficoltà infinite, insormontabili, si sarebbe trascinati nell’assurdo e nel ridicolo.

 

 

I sistemi socialisti implicano per lo statista piemontese la violazione dei principii di libertà individuale, investono la società di un potere senza limiti e riducono gl’individui a far la parte di automi, e non sono suscettibili di essere seriamente applicati. E quand’anche ciò fosse, quand’anche si potesse attivare una società sansimonista o fourierista con buoni risultati economici, il sacrificio del libero arbitrio e d’ogni specie di libertà individuale che essa richiederebbe osterebbe talmente agli istinti indomiti dei popoli moderni, che questa società non potrebbe sussistere in modo stabile ad onta di qualunque vantaggio materiale che fosse per risultare nei singoli suoi membri. Ma la obbiezione più grave che il Cavour eleva contro il comunismo è la incapacità dello Stato o della collettività a risparmiare, a capitalizzare. All’aumento continuo dei capitali, che è una condizione assoluta della prosperità dei popoli, provvedono ora gli individui stimolati dalla speranza di un interesse, di un compenso. Il proprietario ed il fabbricante non s’imporrebbero certamente alcuna privazione per migliorare i loro beni, aumentare le loro fabbriche, se non avessero negli ordini sociali e nel principio della proprietà tanta fede da renderli certi di poter godere o far godere alla loro famiglia nell’avvenire i frutti dei loro risparmi. Quand’anche fosse possibile e facile di cambiare la meccanica odierna della distribuzione delle ricchezze senza sconvolgimenti o rivoluzioni, sostituendogliene un’altra più perfetta, se questa mutazione fosse contraria al principio della proprietà e perciò infirmante l’impulso della forza che spinge tutte le classi della società a risparmiare, questa mutazione sarebbe in ultimo dannosa non solo ai ricchi ma anche ai poveri, giungerebbe forse a stabilire un sistema d’eguaglianza, ma sarebbe l’eguaglianza della miseria.

 

 

Né meno reciso è Cavour nella condanna della cosidetta organizzazione del lavoro. Se lo Stato dovesse veramente garantire lavoro a tutti gli operai, si cadrebbe in inconvenienti gravissimi. La produzione dei varii oggetti che costituiscono la ricchezza sociale non sarebbe più regolata dalla ricerca o dalla consumazione, probabile di essi, ma bensì dal numero degli individui impiegati nei varii rami dell’industria. Così il numero e la vastità delle case e degli edifizi da costruirsi non sarebbe più in ragione dei crescenti bisogni della società, ma del numero degli operai che avessero abbracciato l’arte del muratore. Per applicare il principio, il Governo sarebbe di necessità costretto a regolare preventivamente con norme restrittive il numero degli individui ascritti a ciascuna arte o professione, come pure le condizioni di ammissione in esse. Sarebbe la morte della libertà.

 

 

Benché avversario aperto del comunismo, dei falansteri e di tutti gli altri schemi di riorganizzazione della società su nuove basi, il Cavour fu uno dei primi uomini di stato italiani che abbiano compreso l’importanza della questione sociale.

 

 

È sua la frase divinatrice per quei tempi: «I maggiori problemi che l’età nostra è chiamata a sciogliere non sono più i problemi politici, ma bensì quelli sociali; ché alle questioni intorno alle varie forme di governo sovrastano d’assai quelle che riflettono l’ordinamento economico della società». Nella bocca di Cavour questa non fu una pura e semplice frase. Nei suoi scritti la questione sociale è spesso trattata e con criteri che si discostano di molto da quelli allora accolti dalla comune degli economisti e degli scrittori politici. Era allora di moda biasimare la tassa inglese dei poveri; gli economisti la dipingevano come fonte della povertà che pretendeva guarire, contraria ai principii della libertà nelle relazioni fra le varie classi sociali, perturbatrice del saggio dei salari. Cavour con raro coraggio si costituì difensore di un sistema che, saviamente applicato, può, secondo lui, salvare la società dai pericoli che la sovrastano. Egli ha proclamato l’assoluta necessità di stabilire, in tutti i paesi che hanno raggiunto un alto grado di prosperità e di ricchezza, sovra solide e prudenti basi, il principio della carità legale, affinché sia riconosciuto quale uno stretto dovere sociale il non lasciare nessun individuo esposto a cadere vittima della estrema miseria. Quando si pensa che il Cavour esprimeva questi pensieri più di cinquant’anni or sono, mentre in Italia nessuno si curava dei poveri, e l’indipendenza d’Italia era l’unico argomento dei discorsi e degli scritti, si deve confessare che egli precorreva i tempi.

 

 

Nel primo numero del «Risorgimento», il 15 dicembre 1847, il Cavour tracciava le linee generali di un programma sociale, di cui, per vergogna e ludibrio della patria nostra, nessuno dei governanti si è ricordato nel mezzo secolo che decorse dalla promulgazione dello Statuto se non nei tempi di battaglie elettorali, quando fa mestieri mendicare i voti delle masse operaie. Il Risorgimento non dovea proporsi per solo scopo economico l’aumento dei prodotti nazionali: «esso metterà, esclama Cavour, eguale o maggior cura nella ricerca delle cause che influiscono sul benessere di quella parte della società che più direttamente contribuisce a creare la pubblica ricchezza: la classe degli operai. Gli è perciò che tutti coloro che intrapresero volenterosi la pubblicazione di questo foglio, unanimemente dichiarano che non avrebbero per buono, per veramente utile al paese alcun aumento di ricchezza se ai beneficii di esso non partecipassero coloro che vi ebbero parte, la massima parte, gli operai. L’edificio industriale che per ogni dove s’innalza, è giunto e giungerà ancora a tale altezza da minacciare rovine e spaventose catastrofi se non se ne rafforzano le fondamenta, se non si collega più strettamente colle altre parti di esso la base principale su cui poggia, la classe operante, col renderla più morale, più religiosa, col procacciarle istruzione più larga, vivere più agiato. Pronti a combattere tutto ciò che potrebbe sconvolgere l’ordine sociale, dichiariamo però di considerare come stretto dovere della società il consacrare parte delle ricchezze che si vanno accumulando col progredire del tempo al miglioramento delle condizioni materiali e morali delle classi inferiori. Facciamo sì che tutti i nostri concittadini, ricchi e poveri, i poveri più dei ricchi, partecipino ai beneficii della progredita civiltà, delle crescenti ricchezze, ed avremo risoluto pacificamente, cristianamente il gran problema sociale ch’altri pretenderebbe sciogliere con sovversioni tremende e rovine spaventose».

 

 

Il lato caratteristico di tutte queste parole non è l’essere state scritte 50 anni fa. Cavour era un uomo di genio, ed un uomo di genio può prevedere che ad una nazione non bastano l’indipendenza, l’unità e la libertà per prosperare e per progredire, e può pronosticare anche le catastrofi sociali, che sono la inevitabile conseguenza della oppressione economica, non meno che della oppressione politica. Cavour era vissuto in Inghilterra: conosceva bene la legislazione sociale anglosassone, e si era fatto propugnatore di una legislazione consimile per l’Irlanda, in un tempo in cui pareva che la indipendenza politica dovesse guarire tutti i mali della verde Erinni. Cavour poteva dunque senza anacronismo affermare nel 1847 che il compito dell’Italia nuova era sopratutto la risoluzione metodica, scientifica della questione sociale. Il meraviglioso si è che tutti gli statisti che vennero dopo di lui si siano dimenticati delle sue parole profetiche e si siano perduti in meschine lotte politiche e nella scalata incessante ed infeconda al potere.

 

 

A dire il vero, di questa degenerazione delle classi dirigenti italiane, di questa loro cecità di fronte ai massimi problemi dell’età nostra, non è da fare meraviglie. Nei terreni ingrati e sassosi non spuntano fiori e non nascono alberi rigogliosi. Da una classe politica reclutata in mezzo ad una aristocrazia moribonda, dimentica di quei doveri il cui adempimento solo ne può legittimare l’esistenza, ad una classe media di burocratici e di professionisti ignoranti ed affamati, e ad una classe operaia che non è proletaria, ma non è nemmeno proprietaria, da una classe politica siffatta non si poteva sperare nulla di buono. Solo quando le condizioni di alcune regioni industriali ed operose del settentrione d’Italia saranno generalizzate, quando ad una classe intelligente e colta di capitani dell’industria si contrapporrà una classe non meno intelligente, colta ed organizzata di operai, potremo sperare di vedere la fine dell’affarismo e della rettorica ed il principio dell’azione riformatrice. Solo allora potremo sperare che le sovversioni tremende e le rovine spaventose predette da Cavour non si avvereranno, e che le rivolte della Sicilia, delle Marche, della Lunigiana rimarranno fenomeni isolati nella storia del secolo che muore.

Torna su