Incontro con Nino Costa
Tipologia : Altre Pubblicazioni
Data pubblicazione : 01/01/1955

Incontro con Nino Costa

Nino Costa, Poesie piemontesi, Torino, Cenacolo, 1955, pp. 9-15

 

 

 

La si vedeva da lontano la grande quercia maestosa, che dominava la vallata ed annunciava ai passeggeri: presto siamo giunti alla stazione! ed i viandanti nelle ore calde riparavano alla sua ombra, l’ombra della quercia del marchese, discendente, per donne, da una antica famiglia aleramica. Poi venne la prima grande guerra; la famiglia si sparpagliò per il mondo; e, crescendo i prezzi del legname, la quercia fu abbattuta. Ed un altro albero solenne, l’olmo di cui canta Nino Costa, stava in cima alla strada che discendeva dal castello al borgo; ed era l’ornamento della casa della vecchia famiglia comitale. Disfatta la famiglia, venduta la casa, l’olmo fu subito abbattuto da chi al culto della tradizione e della bellezza, anteponeva l’utile tratto dalla breve spanna di terra, aduggiata, pensò il nuovo padrone, dall’ombra della pianta secolare. Sinché vive l’olmo sulla piazza del villaggio, vive la poesia che scalda il cuore del poeta. Sinché nelle case rimangono le guardarobe, le madie, i cofani, sinché essi sono guardati dalla mare granda e rispettati dalle nuore; sinché nelle guardarobe e nei cofani sono custoditi religiosamente le tele, le lenzuola, le tovaglie, i vestiti vecchi e nuovi, la famiglia vive e dura a lungo. Ma i vecchi muoiono e la famiglia si disfa; ed al posto del vecchio pergolato (La topia) custode di tanti ricordi dei vecchi e di sussurri di innamorati, è costruito un cubo di nudo cemento armato, detto garage; e la madia, odorosa ancora di tanto pan fresco rusticano, ospita, inchiodato il coperchio e aperto uno sportello a ribalta sul davanti, bottiglie di liquori e strumenti per mescolanze nocive alla salute.

 

 

Non ho mai osato, temendo di non ritrovarlo al suo luogo, ritornare all’ombra del robusto fico secolare posto, invece del pergolato, al margine dell’aia della bicocca un tempo posseduta dalla nonna, dove tante volte mio fratello ed io abbiamo fatto, ragazzi, merenda di pane ed uva; ma se ci tornassi vorrei avere con me il libro nel quale Nino Costa canta la melanconia delle sere nelle Langhe, quando le musiche dei grilli fanno la grida e lui trae conforto alla caducità delle cose umane dal pensiero del rispuntare perenne delle erbe, delle foglie, dei fiori, del crescere delle piante, del rinnovarsi delle nuove culle, che consolano la nonna, turbata dal costume nuovo dei giovani, perché «almeno lon l’è ancora nen cambià». Il poeta canta quel che il cuore gli detta; e se egli entra, ben vestito e ripulito sul tramvai torinese pieno di operai, «roba della Fiat», stracchi, sporchi e di cattivo umore, dopo un istante di silenzio, un sorriso, l’offerta dello zolfanello per accendere la sigaretta, bastano per fare, di lui e degli operai, altrettanti buoni amici. Leggendo questo, il vecchio insegnante ricorda a sua volta le vetture di terza classe che alle quattro del mattino conducevano, sfollati dalla campagna, gli operai alla Fiat e lui alla lezione; ed i giovani si stringevano volentieri per far posto a lui che vedevano imbarazzato nello stare all’impiedi – ma tanta cortesia non gli era resa nelle classi dei signori -, sicché poi il tempo correva veloce nel narrare lieve delle comuni traversie.

 

 

Poeta piemontese Nino Costa? Si, se poeta piemontese vuol dire cantare quel che gli uomini, che non sono capaci ad esprimersi col canto, sentono quando guardano con gli occhi intenti a quel che accade intorno ad essi e cercano di comprendere quel che veramente dicono le stelle, le piante, la terra, le bestie, gli uomini. Nino Costa attende le sere d’agosto per dimenticarsi della fatica del vivere e per sentire soltanto più, dai campi e dai boschi, venir fuori «la gran forza innocente della terra». Fu un giorno bruciante d’agosto: e anche io sentii, quella volta sola, la terra vivere e la zolla ardente, appena rotta dall’aratro, parlare e dire: questo è il mio odore di terra; oggi che brucio ed il sole mi spacca, ricomincio a creare e domani vedrai i miei frutti.

 

 

Queste sono sensazioni degli uomini, in qualunque luogo del mondo essi siano. Nino Costa guarda agli uomini che corrono, corrono per le strade delle città e delle campagne e non vedono; e, per contrasto, il pensiero corre al poggiolo (el lobiot) della casa campagnola, dove gli innamorati giovani sentivano di essere intravveduti dall’occhio curioso della luna, mentre scambiavano baci; corre alle tre soffitte inghirlandate di rose e pensa: chi sarà mai stato a creare quel giardino sui tetti? Il poggiolo e le tre soffitte sono il mondo che non corre a vuoto ed in cui egli vede, immagina, crea sentimenti, passioni, pensieri universali.

 

 

Al tempo della restaurazione, ci fu chi scrisse un libro intitolato Girouettes, e ad ogni nome era indicato, con altrettante bandieruole, le mutazioni di regime alle quali volentieri colui si era adattato e da cui aveva tratto profitto. Per dare ordine a qualche centinaio di fogli volanti venuti alla luce in Piemonte tra il 1797 ed il 1802 li feci rilegare in quattro volumi: regio, francese, austro-russo e di nuovo francese. Lo stile, il frasario non muta e talvolta son gli stessi uomini i quali parlano secondo muta il vento. Nino Costa non si impaccia di libri vecchi e di fogli dispersi dal tempo: ma sul campanile del villaggio vede il gallo che gira secondo muta il vento. Il contadino lo guarda rapido per intuire il tempo che farà; ma lui, il gallo dipinto (el galucio piturà) sa di non essere tanto sciocco e che andrà sempre bene a colui che si gira secondo il vento tira; e guardando in giù sulla piazza, vede tanta gente, piena di chiacchiere che, non vuole sia detto, ma rassomiglia a lui e nella vita ubbidisce alla massima comoda del piccolo gallo dipinto.

 

 

Poeta dunque, senza aggettivi, poeta che canta, secondo il cuore gli detta, verità e sentimenti universali. Perché dunque, noi piemontesi, gli siamo particolarmente riconoscenti? Forse perché Nino Costa non ha voluto al suo canto dare una espressione formale che egli non sentiva propria a lui? Non so; spontaneamente, istintivamente egli ha cantato in piemontese, perché questa era la sua lingua. Non un dialetto destinato ad essere a poco a poco obliterato; ma vera e propria lingua. E quanto propria, quanto adatta al pensiero! Sicché pare e forse è impossibile tradurre quella poesia dalla sua lingua natale in un’altra qualsisia. Il pensiero di Nino Costa era paesano, familiare, melanconico, composto di brevi quadri, di problemi quotidiani, sempre gli stessi: l’amore, i figli, il padre, la mamma, i nonni, la terra, il podere, il dovere, la patria, la carità, le persone buone, i benefattori degli uomini, il coraggio, la viltà, il buon senso, don Bosco e il Cottolengo. Forseché questi uomini e queste qualità buone e cattive non sono degne di poesia e non possono essere cantate in qualsiasi lingua? La forma usata da Nino Costa era appropriata al contenuto; le parole usate furono quelle che meglio rendevano la commozione, il sentimento, la musicalità dell’idea espressa dal poeta. Al profano, che non ha mai scritto un verso, ma si annoierebbe a leggere versi italiani tradotti in piemontese, leggendo Costa sembra di vedere scorrere le parole una dopo l’altra disposte così come non parrebbe possibile disporle diversamente a chi voglia pensare e scrivere nella propria parlata materna.

 

 

Piace talvolta sognare e, riandando agli anni passati, rivedere la nonna che prepara il caffè alla moda vecchia, avanzando e ritirando sulla brace del caminetto la coccoma perché la schiuma non trabocchi e frattanto consiglia, rimbrotta e racconta ai nipoti. Il suo dialetto era la lingua propria e fine usata da Nino Costa nel poetare; epperciò ancora lo ringrazio per avermi fatto rivivere, dopo tanti anni, tra la gente vissuta alla fine del secolo scorso, e se gli uomini d’oggi paiono diversi, giova sperare serbino, mutate le apparenze, le virtù le quali fanno durare nei secoli le famiglie e i popoli.

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