Introduzione – P. Verri, Bilanci del commercio dello Stato di Milano
Tipologia : Altre Pubblicazioni
Data pubblicazione : 01/01/1932

Introduzione – P. Verri, Bilanci del commercio dello Stato di Milano

Pietro Verri, Bilanci del commercio dello Stato di Milano, a cura di Luigi Einaudi, La Riforma Sociale, 1932, pp. 11-36

 

 

 

Agli economisti era noto, per la pubblicazione che ne fece per il primo il Custodi, l’Estratto di alcuni capitoli preliminari al bilancio generale del commercio dello Stato di Milano per l’anno 1762; ed era pur nota all’ingrosso, per la succinta narrazione fattane dal medesimo Custodi e in seguito dal Ferrara, l’occasione dalla quale quel bilancio era nato[1]. Poiché il benemerito editore della grande collezione degli Scrittori classici italiani di economia politica aveva dichiarato essere quelli estratti «i capitoli di un interesse generale e che possono fornire degli utili esempi per la diligente esecuzione di simili travagli» e poiché quelle venti pagine parevano bastevoli, nessuno, nel nostro campo, si era chiesto se per avventura fosse vantaggiosa una pubblicazione compiuta del bilancio del Verri. Col tempo, erasi anzi radicata l’opinione che quello pubblicato dal Custodi e riprodotto dai successivi editori fosse «il» bilancio del Verri, sicché il diligentissimo suo bibliografo, avendo elencato alla data del 1764 il Bilancio del commercio dello Stato di Milano, in data 2 marzo 1764, rinvia senz’altro alle collezioni del 1804, 1818 e 1835[2], come se quello fosse il bilancio di cui le collezioni pubblicavano i capitoli estratti.

 

 

Che le cose non stiano così è chiaro a chi riveda sui documenti e sulle narrazioni del Custodi e di altri parecchi, le vicende di quel bilancio. Il Verri, allora trentacinquenne, erasi fatto apprezzare nel 1763 dalla Corte di Vienna con un manoscritto, inviato al principe di Kaunitz, di Considerazioni sul commercio dello Stato di Milano, nel quale in tre distinte parti egli trattava della grandezza e decadenza del commercio di Milano dal 1400 al 1750, dell’attuale suo stato e dei mezzi di ristorarlo[3]. Descriveva il Verri gli «abusi e vessazioni della finanza, la quale devastava ogni genere d’industria nel popolo» e chiudevasi il libro, «col suggerire che non si affittasse in mano de’ finanzieri il tributo; che s’erigesse una deputazione, la quale cominciasse coll’amministrare per conto regio la finanza, poi, colla esperienza acquistata, proponesse leggi più chiare, semplici e miti per il tributo; indi compilasse una tariffa più adattata alle circostanze della nazione»[4].

 

 

Il progetto urtava contro gli interessi di un gruppo di potenti finanzieri, a capo dei quali stava Don Antonio Greppi, uomo di grande valore, il quale nel 1750 era stato a trent’anni chiamato dal governatore Gian Luca Pallavicini a costituire una società per le ferme generali dello Stato di Milano ed aveva, sia pure con vantaggio non piccolo della sua compagnia, messo ordine per il primo nel garbuglio delle regalie e delle altre entrate del fisco. L’abolizione dell’appalto, che garantiva alle finanze un’entrata certa, parve temeraria alla Corte, la quale divisò di procedere per gradi. «Invece di stabilire una amministrazione economica [in economia] per le finanze, si concertò di fare un nuovo affitto per nove anni, interessandovi la Camera per la terza parte; invece di ordinare la riforma delle leggi di finanza a un ceto d’uomini, che ne avesse già la pratica, s’istituì una Giunta immediatamente, nella quale fui anch’io compreso e le si diede incombenza di rifondere le tariffe, le grida, i capitoli e tutta la legislazione della finanza. In questa Giunta vi entrava un Fermiere, il quale regolava a suo talento la pluralità dei voti»[5].

 

 

Nelle sedute della Giunta, della quale il Verri era stato nominato, con dispaccio del 24 gennaio 1764, consigliere con voto deliberativo, egli si trovò «quasi sempre solo in voto». Antonio Greppi, capo dell’impresa «che aveva già calcolato l’utile certo di più d’un milione annuo nel sistema vegliante, non vedeva di buon occhio che si scompaginasse la macchina. Si opponeva da’ suoi partigiani, all’idea di riformare la tariffa, la plausibile difficoltà di non aver un bilancio dell’importazioni ed esportazioni, senza la qual previa norma non potevasi certamente stender la mano a far cambiamenti nella tariffa. Questa obbiezione era fondata. Infatti non esisteva un bilancio delle importazioni ed esportazioni e vi bisognava più di un anno di tempo per farlo: così era delusa ogni idea di riforma»[6].

 

 

Un anno di lavoro era necessario per fermo, trattandosi di estrarre i dati opportuni, e per una parte sola della materia, da più di due mila volumi di bollette; sicché, di fronte alla grandezza dell’assunto[7] «si metteva da parie il pensiero d’ogni riforma in quest’articolo con gran contento della compagnia dei Fermieri». La «fortuna»[8] aveva assistito in modo singolare il Verri, facendogli «capitare» tra mani un dimenticato spoglio dei libri delle dogane. «Avrei creduto di mancare ai miei sentimenti se avessi dissimulato di possedere io questo stralcio e d’essere disposto a comunicarlo. Così feci, ed il presidente mi pregò istantemente di comunicarlo. Come io avessi questo bilancio ve lo dirò. In mezzo al mistero ed alle tenebre[9] potei ottenere tutte le carte dello spoglio fatto sopra i daziati [le merci soggette a dazio] del 1752. Quest’operazione fu intrapresa per ordine del signor conte Cristiani, rimase imperfetta per la di lui morte, restò presso un galantuomo[10] che mi confidò le carte, ed io con una fatica lunga ed ostinata ho dato l’ultima disposizione e fatti i calcoli. Questo bilancio è il primo capitolo della seconda parte del mio libro mandato a Vienna; ed anche per ciò mi son creduto in dovere di non dissimulare. Se avessi dato alla Giunta un solo esemplare di questo scritto, facilmente si metteva in silenzio nel fascio delle scritture. Bisogna darne una copia a ciascuno delli otto componenti la Giunta. Rivedere otto volte tanti carteggi era una fatica inutile. Li scritti per i Tribunali e le Giunte si stampano, così feci, consegnai all’Agnelli il mio manoscritto e ne feci stampare cinquanta copie in numero. Risulta da quel bilancio che il credito di quell’anno 1752 era di lire tredici milioni circa, più una incognita, e questa partita incognita sono i frutti dei beni posseduti dai Milanesi negli Stati Sardi; partita che ho accennata, ma non potuta calcolare per mancanza di mezzi. Il debito di quell’anno risulta di ventidue milioni circa, più un’altra incognita che è l’uscita del denaro per la cassa militare sul quale mi mancavano i dati…».

 

 

L’oggetto era nuovo affatto, perché non vi fu prima che uno scritto ipotetico del marchese Carpani, che nel 1754 sosteneva senza prove che il nostro commercio attivo ascende a quarantanove milioni, e il passivo a quaranta milioni. Io analizzava i prodotti interni, seta, grani, lino, cacio, manifatture, analizzava capo per capo le merci estere, indicando d’onde ne riceviamo principalmente ogni classe, e appoggiando ai daziati fatti nel 1752, ne calcolava il valore. Era oggetto importante, reso anche necessario per non arenare il tutto, era parte di un libro approvato dalla Corte, era annunziato con modestia, non pubblicato, perché otto soli esemplari ne distribuii, scrivendo in fronte di ciascuno di questi otto il nome del ministro della Giunta a cui lo affidava. Poi avendomene richiesto altri esemplari, il presidente pregandomi a farli stampare se la stampa non era rotta, glieli diedi, e avendone egli distribuiti a dei suoi amici, feci io lo stesso del restante a’ miei, cosicché in tutto cinquanta copie ne furono visibili…. – Ma perché, direte voi, tutto questo minuto proemio? Che importanza e a qual proposito a una cosa tanto naturale? – Eccovene la risposta al quesito nella lettera che fedelmente vi trascrivo:

 

 

Illustrissimo Signore,

 

 

Mi ha cagionato molta sorpresa l’intendere che Vostra Signoria Illustrissima, senza partecipazione e permesso del Governo, abbia dato alla stampa anche in paese forestiero (cioè in Milano dal signor Agnelli), un supposto bilancio del commercio di codesto Stato di Sua Maestà, e più sorpresa mi ha fatto il vederlo compilato senza le necessarie cognizioni e i fondamenti che necessariamente richiedonsi ad accertare una tal opera. Sarebbe stato riparabile in tutti un passo così poco considerato; ma rendesi molto più degno di osservazione in Vostra Signoria Illustrissima, la quale, appena ammessa all’onore di servire Sua Maestà, ha dato un saggio che non può se non compatirsi come effetto di leggerezza giovanile. Concorrono in questa sua risoluzione tutti i caratteri che la qualificano impropria ed inopportuna, sì perché non era ella autorizzata a riconoscere i fonti onde poter equilibrare la forza e la debolezza dello Stato, sì perché ha dato ella fuori un calcolo che discredita il paese, e per conseguenza fa poco onore a Sua Maestà, al di cui servigio potrebbero derivare delle molte perniciose conseguenze. L’opera a capriccio e con indipendenza da quelli che sostengono la rappresentanza sovrana non è la strada che deve battere chi s’inizia al Ministero. Molto meno poi quando si tratta di comparire al pubblico, il che non deve farsi senza prevenzione ed approvazione della Corte. L’amor proprio deve sottomettersi ad essere subordinato ai doveri del Ministero, e chi non intende o non sa conformarsi a questa massima, non merita d’essere ministro. Io voglio dar tempo a Vostra Signoria illustrissima di meditare sopra queste riflessioni, e quando si senta virtù e coraggio bastante per adattarvisi, procurerò di scusare e coprire il suo trascorso. Se poi le sembrassero troppo rigide e troppo difficili ad eseguirsi, in tal caso mi resterà il piacere di aver conosciuto in lei un giovane cavaliere che ha dei lumi naturali ed acquisiti, e che avrebbe della disposizione per maturarsi; ma che gli manca il principale requisito che è quello della docilità e moderazione. Sono con distinto rispetto

 

 

Di Vostra Signoria Illustrissima

 

 

Vienna, 19 aprile, 1764.

 

 

dev.mo ed obbl.mo servo

 

 

Kaunitz Rittberg

 

 

«Il fallo non dà luogo a riflessioni. Uno speculativo potrebbe credere che gl’impresari, vedendo con ciò aperta la strada ad una riforma, avessero indotto uno dei segretari del ministro plenipotenziario a dipingermi a guazzo in una lettera che il ministro sottoscrisse. Io vi dirò che da ogni parte mi sono veduto piovere addosso le ire dei Fermieri. Il Baretti, nella sua Frusta Letteraria, mi ha terribilmente confutato col dire libriciattolo, politicuzzo, e cose simili provanti come vedete. Si fece serpeggiare una poverissima tessitura di scipitaggini manoscritte che s’intitolò Confutazione del bilancio, ecc. Comparve in iscena il marchese Carpani con altro scritto intitolato Saggio sopra il bilancio dello Stato di Milano, e sostiene che i libri dei daziati sono inutili per fare un bilancio, ma che si deve farlo a priori. Comparvero sonetti che dicono che da Voltaire e da Hume ho cavato il bilancio. Compare un senatore, ed è Muttoni, che stampa in Cosmopoli il 19 marzo 1774, e dice che per aver commercio bisogna aver popolazione, e siccome non sono tanto vigoroso da popolare tutto lo Stato, così nemmeno posso suggerire cosa che convenga al commercio, al qual commercio niente ha che fare la tariffa delle gabelle; e così se la va nobilmente ragionando».

 

 

Le polemiche suscitate dalla memoria di Pietro Verri furono davvero vivacissime. Cominciò il Baretti «nel suo sguaiato foglio della Frusta»[11], eccitato, da quel che pare, dall’invio che del bilancio del Verri gli fece Don Antonio Greppi[12], a dare addosso al giovane studioso, il quale faceva, col bilancio, le sue prime prove di amministratore. Nel n. XXI della Frusta uscita in Roveredo colla data dell’1 agosto 1764, ma probabilmente pubblicato a mese inoltrato, egli dapprima si dimostra lieto che l’Italia sia meno infestata di sonetti e canzoni, di stanze amorose e di egloghe, di versi sdruccioli e di versi sciolti. Ma è preoccupato che alla «poetica pestilenza» faccia seguito un’altra pestilenza, quella degli scrittori di cose economiche. E qui è bene lasciar la parola al Baretti medesimo, ché agli economisti accade troppo di rado di vedere i loro scritti fatti bersaglio di invettive di gran marca, come quelle che il focoso polemista scagliò contro il primo «bilancio» del malcapitato Verri[13]:

 

 

«Non vorrei però, Carissimi Signori miei, che uscendo come a dire d’una profonda Bolgia, precipitassimo in un’altra più profonda, cioè non vorrei che alle nostre tante migliaia di Poetonzoli arcadici venissero dietro altre migliaia di Politicastri infranciosati. Né questa cosa io la dico qui in aria, e senza il mio bel perché; ma la dico in conseguenza dell’aver osservato che in questi passati mesi si sono tutt’a un tratto stampate in varie Città d’Italia molte Dissertazioni, molti Trattatelli, molti Libriccini in somma, quale in ottavo e quale in quarto, e quasi tutti molto bislacchi e molto stravaganti, o sull’assoluta necessità d’incoraggiare fra di noi ogni sorta d’Arti, o sulla Navigazione, o sul Commercio, o sulle Monete, o sull’Agricoltura, o per dirla a un fiato sopra cent’altri simili Argomenti.

 

 

Né mi sono accorto, leggendo molti di que’ libriccini, che coloro da’ quali sono stati scritti, sieno Filosofi sublimi, sublimissimi, come debbon essere que’ che pretendono arrabattarsi con quelle tanto difficili materie, ma mi sono anzi sembrati Ragazzacci pieni di brio e di petulanza, che dopo aver letto di volo trenta o quaranta Autori francesi parte buoni, e parte cattivi, si sono ficcata questa matta opinione nel capo d’essere tanto Filosofi quanto Locke, Arbuthnot, o D’Alembert, ed atti per conseguenza a maneggiare le Scienze più astruse, come si maneggia una Scatola da tabacco. Per oppormi dunque di buon’ora a questo nuovo gravissimo male che sta minacciando l’Italia, ho giudicato ben fatto di cominciar oggi a dare un buon pajo delle mie metaforiche Frustate ad uno di questi Politicuzzi, cioè di dire qualche cosa intorno a questo suo Libriccino intitolato Bilancio del Commercio dello Stato di Milano.

 

 

Se l’amore della verità, e non qualche particolare invidia o antipatia, avesse posta la penna in mano a questo anonimo Sacciutello, non ho difficoltà a credere, che il suo Libriccino fosse potuto riuscire di qualche utile a qualche Abitante della Lombardia. Ma perché egli si lasciò evidentemente indurre a scrivere da tutt’altro motivo, non è da stupirsi se ogni sua pagina contiene molti Spropositi massicci, che non occorre qui riferire ad uno ad uno perché la materia di cui si tratta in questo suo Bilancio non può interessare l’Universale de’ miei Leggitori. Basterà ch’io faccia notare a questo folle Fabbricatore di Bilanci, che il suo Calcolo non può essere giusto in natura rerum, poiché conchiude che lo Stato di Milano ha avuto un Commercio passivo di dieci Milioni circa di lire milanesi l’anno per lo spazio di questi ultimi vent’anni, il che è quanto dire, che in detto spazio di vent’anni, lo Stato di Milano ha avuto un’Uscita maggiore della sua Entrata di dugento milioni circa di lire milanesi.

 

 

Ma cospetto del Dimonio, signor Politico mio caro, e dove volete Voi che quello Stato s’abbia presa una così esorbitante somma di denaro per mandarla fuori di sé? Come potete voi essere così di buona pasta da persuadervi, che quello Stato avesse quella orribil somma vent’anni fa, e che se l’abbia tuttavia a dieci milioni ogni anno? Eh voi altri Politici di barba molle vi formate delle Zecche nella fantasia, e coniate in pochi minuti de’ milioni e de’ milioni di Lire e di Zecchini; e per mezzo poi di un Calcolo affatto bestiale buttate tutti que’ vostri immaginarj mucchi di danaro fuori d’un Paese con quella stessa facilità con cui una Fantesca Svizzera butta le scopature e le immondezze fuori d’una finestra.

 

 

Ecco il risultato, Signor Politico Anonimo, di questo vostro famoso Bilancio. Pensate, Leggitori Lombardi, che giusto dettaglio egli debbe fare in esso delle varie somme che formano questo Stupendissimo Totale! Egli fa presto, con la sua crassa ignoranza di molte cose anche facili a sapersi, fa presto a ridurre il conto a suo modo. Tutto quello che entra nello Stato lo fa per lo più crescere sì nella quantità, che nel prezzo, e tutto quello che esce dallo Stato lo scema e impicciolisce a tutto suo potere; e con questa Aritmetica, che è forse più maliziosa che goffa, toglie al suo paese una somma di danaro che mai non ebbe, né mai poteva avere a un gran pezzo, e che impoverirebbe l’Italia tutta, non che lo Stato di Milano in assai meno spazio di vent’anni, se da tutta Italia si mandassero ne’ Paesi esteri dieci milioni di lire Milanesi ogni anno, com’egli balordamente pretende si sia mandata da quel solo Stato.

 

 

Affé che dacché leggo Libri Italiani per uso della mia Frusta ne ho letti di grossi degli spropositi, ma uno più grosso di questo né l’ho letto, né credo che lo leggerò mai più; onde consiglio l’Autore, e so che lo consiglio bene (s’egli è giovane, come ho ragione di sospettare) a studiar tuttavia l’Aimable Vainqueur, o qualch’altra bella Danza Francese, e a rinunciar per sempre alla Politica, e alla Filosofia, perché chi forma di questi Bilanci, e stampa di questi Spropositi, mostra d’aver avuto dalla Natura un buon pajo di calcagna da Ballerino, e non una testa da Politico e da Filosofo».

 

 

L’obbiezione sostanziale che il Baretti muoveva ai calcoli del Verri era quella anche oggi ovvia contro coloro i quali dal saldo passivo di moderni bilanci del commercio di importazione e di esportazione di merci argomentano all’impoverimento di essi in genere od almeno in metalli preziosi: essere impossibile che la moneta circolante sia così fortemente diminuita, poiché dentro non ve ne fu mai tanta che bastasse all’uopo, né dopo tanti anni, ve ne resterebbe ancora abbastanza da farne invio fuori. Ma il Baretti non aveva posto mente che l’acuto ingegno del Verri aveva anticipato l’integrazione, che oggi, anche ovviamente, si fa al bilancio commerciale con le partite cosidette invisibili, additando nei grossi pagamenti delle soldatesche guerreggianti a più riprese in Lombardia uno dei mezzi con cui lo Stato di Milano aveva potuto saldare la bilancia passiva dei suoi pagamenti internazionali.

 

 

Ed il Verri, assumendo implicitamente la teoria quantitativa del valore della moneta, aveva altresì dal rinvilito prezzo dei grani e del vino fra il 1748 ed il 1762 argomentato che, non essendo la raccolta di essi duplicata né la popolazione dimezzata, giuocoforza era che fosse scemata notevolmente la massa della moneta circolante. Un altro mezzo era quello che oggi si dice dei frutti dei capitali investiti all’estero ed allora erano i frutti dei poderi che in gran numero i signori milanesi possedevano nelle terre del Novarese, Oltrepo pavese, Vigevanasco, Lomellina, Alessandrino ed altre terre prima appartenenti allo Stato di Milano e poi smembrate a favore degli Stati di Casa Savoia.

 

 

Il Marchese Carpani, entrando nel dibattito con un volumetto intitolato Bilancio dello Stato di Milano[14] stima che la partita «incognita» dei redditi milanesi negli Stati di Savoia non possa superare il milione di lire, sicché il saldo passivo da 9.751.069 scenderebbe appena a 8.751.069 lire. A dimostrare l’improbabilità di questo enorme saldo passivo, il Carpani argomenta dall’assurdo. Come è possibile si esportino soltanto 2.201.958 lire di grani, quando è opinione comune che il raccolto nazionale di un anno di riso, frumento, granoturco, panico e legumi basti a sostentare la popolazione dello Stato per più di due anni? Mettasi che basti solo per diciotto mesi, a due moggia e mezzo di consumo per persona e per una popolazione di 1.020.000 anime il raccolto annuo risulta di 3.825.000 moggia, da cui dedotto il consumo, restano moggia 1.275.000 da vendersi, che a 12 lire il moggio danno 15.300.000 lire di grani esportabili, ben più dei 2 milioni e 200.000 lire calcolati dal Verri. Ma il calcolo del Carpani è cervellotico, nessuna prova potendosi fornire che in realtà il raccolto dei grani normalmente di tanto eccedesse l’annuo interno consumo.

 

 

Incomprensibile era la seconda prova o «prospetto» come la chiama il Carpani, degli errori del Verri; perché egli la deduce dalla circostanza che il reddito demaniale della terra lombarda, secondo il censimento (catasto) attuato nel 1760 ammontava a 24.300.000 lire; e sommatolo con il milione e mezzo di lire che, secondo il Verri, erano le esportazioni di manifatture dello Stato, ne cava un credito totale di 25.800.000 lire. Che non si sa che cosa sia, essendo composto di partite eterogenee e in ogni caso senza alcuna logica relazione con il bilancio del commercio internazionale. Del pari non ha valore la terza prova la quale consiste in una stima del prodotto dei terreni, la quale tornerebbe a dare una eccedenza di 1.226.067 moggia di grani vendibili all’estero. Come, esclama poi il Carpani, con soli 13 milioni di entrata, quanti ne calcola il Verri, potrebbe lo Stato di Milano, fra imposta regia e civile, pagare ogni anno 18 milioni di lire? Domanda priva di significato, perché i 18 milioni di imposta si pagavano col reddito nazionale ed i 13 milioni erano il valore delle esportazioni, e queste erano, e neppur tutte, solo una frazione di quel reddito.

 

 

Con un’accusa di denigrazione del credito nazionale – «sembrami che altro scopo essa [la scrittura del Verri] non abbia, se non quello di dimostrare fallito lo Stato di Milano, e di diffidare chiunque avesse a contrattar col medesimo: dal che verrebbero a giustificarsi quei Signori Genovesi, che preferiscono la sicurtà de’ signori Marchese Mollo e Pinotini a quella della Congregazione dello Stato» – esordisce la sua confutazione il senatore Mutoni[15], ma segue poi con osservazioni precise, delle quali tenne evidentemente conto il Verri nel secondo bilancio da lui curato:

 

 

  • non essere corretto assumere per l’importazione delle merci estere il 1752 e per il calcolo dell’esportazione della seta il notificato del 1751;

 

  • erroneo il fondarsi sui «»notificati«» o denuncie, perché chi notifica paga 10 soldi per libbra. Essendosi nel 1751 scoperto e castigato un tale per contrabbando, nel 1760 la notificazione crebbe da 84 a 147 mila libbre di seta; e nel 1762, essendosi sul finire del 1761 trattato di affittare l’esazione delle notifiche ai fermieri, queste salirono a 243.391 libbre. Per il grano, il notificato non giunge che a 1.644.000 moggia, quando il consumo interno certamente giunga, secondo il Mutoni, a 2.500.000 moggia e 183.496 altre moggia si confessano estratte dal Verri;

 

  • improbabile il calcolo del Verri per il riso: 100.000 moggia di consumo interno e 23.862 esportate, totale 123.862; troppo poco per le 226.743 pertiche le quali dal catasto risultano destinate a questa cultura e per le altre 454.456 pertiche, terzo delle terre coltivate a vicenda, che si possono assegnare ai risi;

 

  • erroneo in ogni caso assumere un solo anno per un calcolo così complesso, diversa essendo l’importazione e l’esportazione secondo l’abbondanza dei raccolti: nel 1725 il dazio sulle mercanzie rese 96 mila doppie di utile e nel 1730 appena 12 mila;

 

  • erroneo l’applicare il medesimo prezzo all’insieme dei panni, invece di una media ponderata dei prezzi secondo la bracciatura maggiore o minore delle diverse qualità di ciascun panno.

 

 

Non ha gran valore agli occhi del Mutoni la partita invisibile della «prodigiosa quantità di denaro entrato in questo secolo nel Milanese in occasione delle passate guerre». I soldati possono «consumare i generi che in quello nascono, e consumare quella sola parte, che è superflua al vitto degli abitanti». Se i soldati tanto consumarono «bisognerà confessare, che più grani vi sia da vendere di quello che abbia l’Autore considerato nel suo adeguato; e se questo non eravi, converrà confessare che la guerra non avrà portato denaro». Aggiungasi che l’ultima guerra, dal 1742 al 1749, alla quale il Verri si riferisce con la sua dimostrazione del rialzo dei prezzi dovuto all’abbondanza di moneta importata dall’estero, «»trattine pochi mesi che è stata sul Milanese, fu sempre sul Modenese, nella Romagna, nel Piemonte e nel Genovesato, onde questa [la guerra] estraendo e la truppa e il denaro per pagarla dal Paese ha minorato la consunzione e non ha portato, ma estratto «il contante». Al che può osservarsi che i soldati non consumano solo grano, ma tant’altre derrate e servizi d’ogni sorta; e con la loro domanda urgente fanno crescere i prezzi; e probabilmente la guerra combattuta tutto attorno al Milanese per anni parecchi fece crescere in quegli anni l’esportazione, divenuta improvvisamente lucrosa.

 

 

Anche per il Mutoni, come per il Carpani, l’errore massimo commesso dal Verri era la sotto valutazione dei grani e delle sete che si esportavano. Non è fuor di luogo, a dare un’idea del modo con cui allora si battagliava attorno alle cifre e si sostituivano le induzioni di quel che doveva essere ai dati mai noti su quel che realmente accadeva, riprodurre la tabella finale del Mutoni:

 

 

   

Risara stabile

Aratorio Prato

Risara

Milanese

Pertiche

2.569.098

162.991

250.299

Pavese

«»

391.984

41.806

189.534

Cremonese

«»

123.826

5.628

250.827

Terre separate

«»

111.256

230

21.900

Lodigiano

«»

190.456

16.088

650.727

Comasco

«»

157.569

58

Vall’Intelvi

«»

7.459

25

Casal Maggiore

«»

106.386

Totale Pertiche

«»

4.657.988

226.743

1.363.370

 

 

Il vizio della quale dimostrazione era che il Mutoni, premessa l’impossibilità di una valutazione diretta delle importazioni e delle esportazioni, insisteva nel pretendere che «si doveva» esportare più grano di quanto il Verri aveva constatato, poiché certamente «si doveva» all’interno produrre assai più del fabbisogno per il consumo nazionale. Il che se anche fosse stato vero, non recava alcun avanzamento alla conoscenza del reale, all’affinamento dei metodi di rilevazione dei fatti accaduti.

 

 

Perciò la Corte di Vienna, se forse era stata lieta delle confutazioni del Carpani e del Mutoni, utili, non meno che il rabbuffo riservato del Kaunitz, a persuadere l’ambizioso Verri a starsene sottomesso alle auliche paterne direttive, si persuase altresì che le confutazioni e i rabbuffi nulla toglievano al pregio grande del tentativo del Verri; il quale per la prima volta aveva tentato di sostituire alle presunzioni, ai calcoli indiretti e cervellotici, alle argomentazioni intorno a quel che doveva essere, una vera e propria statistica delle quantità importate ed esportate, e dei loro valori, fondata sull’esame dei libri dei dazieri e sulle dichiarazioni di prezzo fatte dai mercanti importatori ed esportatori. Il tentativo era riuscito imperfetto, sì perché riferivasi ad un anno, il 1752, oramai troppo lontano, sì perché vi erano lacune evidenti nel calcolo. Ma francava la spesa di rinnovarlo, con avvedimenti migliori e con l’autorità derivante da un ordine del governo centrale. Perciò il principe di Kaunitz, nel giorno stesso, 19 aprile 1764, in cui indirizzava al Verri la lettera privata di ammonimento sopra riprodotta, scriveva al plenipotenziario austriaco in Lombardia, conte Firmian, altra lettera, nella quale è evidente il ben diverso concetto che il Kaunitz si era fatto del valore dello scritto del Verri e di quello delle confutazioni oppostegli. Ecco la lettera ufficiale[16]:

 

 

«Soddisfo alla precedente di V. E. del giorno tre, con cui mi rimise il ”Bilancio” stampato dal conte Verri del commercio dello stato di Milano, colle altre tre pezze che lo accompagnavano. Può ben essere persuasa l’E. V., che io non approvo e non sarò mai per approvare alcun passo che deroghi all’autorità e dignità del Governo; e specialmente a questo riguardo mi è rincresciuto, che il detto cavaliere di cui peraltro mi piace l’ingegno e la scelta che ha fatto de’ suoi studi, siasi lasciato inconsideratamente condurre dal fervor giovanile a convertir colla stampa in oggetto di compatimento, ciò che prodotto in iscritto alla sola Giunta ed al Governo, gli avrebbe fatto dell’onore, se non altro per l’idea e per il piano di eseguirla…. Ma posto che è rotto il ghiaccio, convien ora andare innanzi, e verificare col maggior accerto che si può il giusto mezzo tra i nove milioni di annua mancanza, che fa comparire il detto bilancio, e gli undici milioni di sopravanzo annuo, che risultano dalla Lettera critica al medesimo opposta. Sono persuaso che sia falso il bilancio, perché l’autore non poté essere autorizzato a riconoscere i fonti originali per fissare dati certi; e credo egualmente che non sussista il calcolo annesso alla Lettera critica perché si vede dettata da un puro spirito di contraddizione e di animosità. Ordini dunque V. E. alla Giunta di subito applicarsi a riconoscere, per quanto sia praticabile, lo stato attivo o passivo di codesto commercio, affinché rimosse le esagerazioni, e con quella maggiore probabilità che sia compatibile colla natura del soggetto, possa vedersi da qual parte propenda la bilancia. È troppo necessario questo esperimento, acciocché i paesi circonvicini, eccitati a dubitare sugli eccessi opposti, non entrino poi in diffidenza per la mancanza di una dimostrazione che decida».

 

 

La Giunta, dove pure vi erano suoi avversari, delegò, probabilmente per suggerimento venuto dall’alto, lo stesso Verri a compilare la nuova statistica del commercio internazionale del Milanese, in unione al consigliere Angelo Maria Meraviglia Mantegazza. Pur tra qualche resto di malumore per gli ammonimenti ricevuti, l’incarico diede grande soddisfazione al Verri, come si può vedere dalla chiusa della lettera del 15 maggio 1764 da Milano, di cui sopra s’è riprodotta la prima parte[17]:

 

 

« – Ma almeno, direte voi, il paese vi farà giustizia. La rabbia stessa dei Fermieri farà conoscere che avete difeso la patria: essi sono tanto detestati che un loro avversario debb’essere il benvenuto. Voi sostenete che il paese perde, e con ciò stimolate a soccorrerlo, allontanate dall’accrescere aggravii, tutto ciò i vostri patrioti lo sentiranno. Avete portato la luce in questo buio, avete comunicato dei fatti con modestia, senza offendere alcuno, sarete ricompensato dal partito pubblico. – No, amico, sono isolato, e il pubblico è ancora troppo cieco per rendermi ragione. Sento tutta l’ingiustizia che mi si fa, ma il mio temperamento è di ricevere lena dalli ostacoli. Il camminare al bene coll’aura seconda è men glorioso che il camminarvi fermo e costante attraverso le tempeste. Se avessi un rimorso, non sarei così. La mia vita, le mie azioni, i miei pensieri sono limpidi e puri. Camminiamo avanti. Saranno giorni dacché mi è stata data la commissione di fare uno spoglio dei libri della daziaria. Ho in mia casa i libri del 1762, ho scrittori e computisti che travagliano, la direzione la do io. A buon conto la Corte ha riconosciuto, primieramente: che il bilancio si deve cavare dai libri. Secondariamente, che è utile l’averlo. In terzo luogo che io sono capace di organizzarlo e dirigerlo. Conclusione: ho impiegato più mesi a fare dei conti, ho spesi quattro zecchini per la stampa e diciotto soldi per pagare l’onorevolissima lettera descrittavi, servo senza soldo, sono un poverissimo figlio di famiglia, vedete il bel negozio che ho fatto». In meno di 18 mesi, la grande operazione era chiusa ed il 30 di ottobre del 1765 il Verri ed il Mantegazza[18] presentavano al conte di Firmian il nuovo bilancio del commercio dello Stato di Milano, primo intrapreso per ordine del governo.

 

 

Poiché dalle vicende ora narrate risultava che i bilanci erano due, l’uno privatamente stampato dal Verri, colla data del 2 marzo 1764, e l’altro del 30 ottobre 1765 da cui il Custodi aveva estratto i capitoli pubblicati nella sua raccolta, trattavasi di rintracciare copia di amendue. La difficoltà maggiore era per il primo. Ché di esso, sebbene fossero state stampate cinquanta copie, nessuna era giunta né all’Archivio di Stato né alla Braidense di Milano. Venne in mio soccorso la cortesia somma del compianto senatore conte Emanuele Greppi, benemerito sotto tanti rispetti degli studi storici ed uno degli editori del carteggio tra i fratelli Verri, il quale, da me ufficiato, ne fece ricerca tra le carte del suo pro-avo. Egli l’aveva del resto già utilizzato in un erudito saggio pubblicato nel 188[19]; sicché gli fu agevole metterlo a mia disposizione affinché ne traessi copia.

 

 

La copia dell’archivio Greppi porta il n. 8 e sebbene non rechi il nome del destinatario è certamente una delle otto copie che il Verri comunicò ai membri della Giunta di cui egli e Don Antonio Greppi facevano parte[20]. La mia ristampa riproduce fedelmente l’esemplare Greppi. Quanto al secondo bilancio, le copie manoscritte esistenti negli archivi milanesi devono essere parecchie. La mia stampa è esemplata sul manoscritto esistente nella Braidense di Milano[21].

 

 

Il confronto fra la mia stampa e gli estratti pubblicati dal Custodi chiarisce che questi si limitò a riprodurre e non compiutamente i due primi capitoli del testo Osservazioni sul bilancio del commercioPrincipii e metodo che hanno diretto il bilancio – insieme con la tabella del «Bilancio generale», tralasciando in tutto altri quattro capitoli: «Utilità che nasce dal bilancio» – «Dilucidazione di alcuni punti particolari» – «Dei rami di commercio, i quali non si registrano ai libri della mercanzia» – «Prodotto de’ grani», oltre alle sei tabelle poste in fine. Per la pratica irreperibilità del primo bilancio a stampa e per la natura mutila della pubblicazione fatta del secondo, i due bilanci del Verri possono reputarsi sostanzialmente inediti. Parve a me conveniente il pubblicarli, sia per il nome dell’autore, sia perché furono tra i primi[22] tentativi, i primi certamente per lo Stato di Milano, compiuti per conoscere, sulla base di dati sicuri, quali fossero le correnti di importazione e di esportazione fra uno Stato ed i paesi esteri.

 

 

La pubblicazione è fatta testualmente, con irrilevanti omissioni di alcuna virgola, laddove la punteggiatura apparve troppo esuberante; e con quella dell’indice al secondo bilancio che nel manoscritto della Braidense trova suo luogo tra la dedica e il testo. Ma qui non trattasi di vera omissione; ché il lettore ritroverà quell’indice, senza mutazione alcuna, nei titoli in neretto dei capitoli dell’indice al medesimo bilancio compreso nel mio indice generale. Nella compilazione del quale, oltre ad avere incluso letteralmente, come ora detto, quello compilato dal Verri, mi sono attenuto, fin dove era possibile, alle parole medesime usate dal Verri sia nei titoletti inseriti nel primo bilancio sia nel testo di amendue; così da introdurre, anche in questa unica aggiunta, il minimo di arbitrio nella stampa[23].

 

 

L’ufficio mio di editore non richiede un giudizio sul valore scientifico e storico dei documenti che qui di seguito si pubblicano. Siffatto giudizio sarebbe per fermo monco e quindi ingiusto per il Verri, se non tenesse conto di quanto egli, prima e dopo, scrisse in altri celebri lavori a stampa e in alcuni rimasti inediti su questioni affini alla presente e in generale sui principii della scienza economica. La pubblicazione, che ora si fa, vuole appunto essere un contributo offerto a chi vorrà in avvenire compiutamente studiare, colla scorta dei carteggi e degli inediti, la figura di Pietro Verri politico, economista e storico.

 

 

Qui basti accennare, fra i punti meritevoli di essere segnalati, alla dimostrazione che egli dà nel primo bilancio (a pag. 43) e ripete nel secondo (a pagg. 71 e seg.) del non potersi argomentare dal corso favorevole o contrario dei cambi esteri ad un saldo attivo o passivo della bilancia dei pagamenti internazionali, essendo il problema complicato dal perenne disordine monetario, dal quale originava un commercio di moneta, come di mercanzia comune.

 

 

Sovratutto interessano, dal punto di vista della metodologia statistica, la cura posta nel sormontare la difficoltà dei diversissimi vocaboli usati, nei vari luoghi di sdaziamento, a significare la medesima merce; l’avviamento alla formazione di quella, che oggi è patrimonio comune delle amministrazioni doganali, ossia di una tariffa con terminologia unica ed invariabile. Oggi, noi godiamo i frutti delle fatiche che il Verri e i suoi colleghi dovettero superare per ridurre a poche tabelle sintetiche migliaia e migliaia di annotazioni confuse, registrate per ordine cronologico sui libri delle dogane da doganieri, i quali, privi di qualsiasi guida intorno alla merceologia degli oggetti soggetti a dazio, usavano una «molteplice e capricciosa lingua» e scrivevano le merci ora «a braccio, ora a pezze, ora a Rubi, ora a libbre e talvolta a valore». Se nel capitolo intorno alla utilità che nasce dal bilancio si avvertono rimpianti mercantilistici rispetto al denaro che se ne va per merci che si potrebbero produrre o perfezionare in paese, si osservano d’altro canto legittimi compiacimenti per i successi conseguiti dai produttori milanesi nella esportazione delle sete e di talune derrate, la cui importanza economica era rimasta fin allora insospettata, come i frutti del lauro e l’erba rozza (la garance dei francesi).

 

 

Che se il Verri lamenta non si utilizzino le pelli nazionali per la fabbricazione dei cuoi, facendo poi venir questi dall’estero, giova osservare che del danno egli dà colpa ad una causa artificiale, ossia al monopolio dell’università o corporazione dei confettori delle pelli, ostinati nell’impedire ad altri l’esercizio di quell’industria, a cui poi essi si applicavano con metodi imperfetti. Se il Verri si affligge per la scarsissima esportazione dei libri, anche qui egli ne dà colpa alle vessazioni di revisori di corta veduta, sicché la querela è argomento acconcio per lui a chiedere libertà di stampa in tutto ciò che non riguardi «la religione, il principe ed i costumi» ed anche in questi casi vuole che i revisori si comportino «urbanamente». Se una critica tecnica si volesse muovere al bilancio del Verri questa sarebbe: che sebbene egli sia partito dal principio di registrare tutte «le partite che dai libri della mercanzia constano essere venute dai paesi esteri a noi, ovvero da noi trasmesse ai paesi esteri» tuttavia nel Compendio della ricapitolazione generale (vedi da carta 89 a 96), ogni «voce» compare una volta sola all’importazione od alla esportazione, mai da ambe le parti. Il che è certamente impossibile si sia verificato per tutte le voci; dovendo allora, come oggi, essere frequente il caso di merci le quali sono importate per certe qualità, in dati tempi e da taluni Stati confinanti ed esportate per altre qualità, in tempi diversi e per altri Stati confinanti.

 

 

L’inconveniente derivò da ciò che «nel transunto totale dove trovansi le merci per ordine alfabetico divise nelle loro Classi, e separate in due colonne d’entrata e uscita, venne sottratta dalla totale quantità delle merci entrate quella porzione, che di ciascuna è uscita, e dalla totale quantità d’ogni merce uscita fu dedotta quella porzione che consta essere della stessa merce entrata». Questa sottrazione «importantissima» ha bensì posto in chiaro «la precisa quantità di ogni merce, che serve all’interna consumazione, ovvero, che somministrasi alla consumazione de’ forestieri, dedotta la nostra» e in conseguenza ha consentito di conoscere «depurati i rami del credito e del debito nostro verso il forestiere (vedi pag. 74)»; ma ha reso il bilancio incompiuto e meno rappresentativo di quelle che veramente erano le correnti del commercio internazionale dello Stato milanese.

 

 

A spiegare il procedere tecnico del Verri, si pensi che i bilanci si facevano allora con gli occhi fissi a quel saldo finale che si desiderava attivo e troppo spesso risultava passivo. Chi può tuttavia muovere rimprovero di ciò al Verri, quando ancor oggi l’opinione pubblica, gli amministratori ed i giornali nel nostro come in altri paesi quasi ad altro non badano quando commentano le statistiche medesime! Fa d’uopo essere lieti che il desiderio di conoscere quelle cifre di saldo abbia fatto muovere i primi passi nella via della rilevazione rigorosa dei dati di fatto contenuti nei libri delle dogane e che quei passi siano stati compiuti da uno dei maggiori economisti della sua età, da chi forse era, meglio di tutti, capace di porre in luce i problemi non pochi e non piccoli che quella rilevazione poneva.

 

 



[1] Il bilancio, col titolo detto nel testo, si legge da carte 349 a 368 del tomo XVII della Parte Moderna della raccolta Scrittori classici italiani di economia politica, diretta da Pietro Custodi (Milano, 1804); e di qui fu riprodotta nel vol. IV dell’edizione Silvestri (Milano, 1818) delle Opere filosofiche e d’economia politica del conte Pietro Verri, e nel vol. II, pagg. 331-49 delle stesse opere nell’edizione dei Classici italiani (Milano, 1835), come pure, probabilmente, in altre edizioni, non in quella, sotto altri rispetti più compiuta, del Le Monnier del 1854. Dell’occasione, da cui il bilancio nacque, discorrono il Custodi a pagina XVII e seguenti delle Notizie premesse al vol. XV della raccolta, ed il Ferrara a pag. XV della Prefazione ai Trattati italiani del secolo XVIII, contenuti nel vol. III della prima serie della Biblioteca dell’Economista.

[2] Luigi Negri, Saggio bibliografico su Pietro Verri, pubblicato a carte 136-151, 337-351 e 499-521 dell’annata LIII dell’Archivio Storico Lombardo, lavoro condotto con somma diligenza ed utilissimo, nonché agli storici, agli economisti, troppo disamorati, dopo il Cossa, delle fatiche bibliografiche.

[3] Fu, in parte ed arricchito di nuove notizie comunicategli dall’archivista del Senato Corti, pubblicato per la prima volta nel 1804 dal Custodi nel tomo XVII della Parte moderna della sua raccolta col titolo: Memorie storiche sull’economia pubblica dello Stato di Milano, pagg. 5- 189.

[4] Traggo la sostanza del racconto da quello che il Verri medesimo ne fece in una scrittura del dicembre 1771, indirizzata, a guisa di memoria giustificativa della sua vita, al fratello Alessandro. Già pubblicata dal Cusani e dal Casati, si legge, ridotta a giusta lezione, nel volume IV del Carteggio di Pietro e di Alessandro Verri dal 1766 al 1797, Milano, 1919, pagg. 311-342.

[5] Carteggio, lett. cit., pag. 313.

[6] Carteggio, lett. cit., pag. 314.

[7] Seguo, da questo punto in poi, non più la lettera-memoria giustificativa del dicembre 1771, ma la più fresca e contemporanea lettera del 15 maggio 1764, pubblicata in Lettere e scritti inediti di Pietro e di Alessandro Verri, annotati e pubblicati dal dottor Carlo Casati, Milano, 1879, vol. I, pagg. 173-180.

[8] Tale la dice il Verri medesimo nella lettera del dicembre 1771, loc. cit., pag. 314.

[9] La nota del «mistero» e delle «tenebre» ritorna frequentemente negli scritti del Verri, partigiano della pubblicità e della discussione contro il vezzo di circondare dal più gran segreto gli affari pubblici, per crescere l’influenza dei ministri e dei funzionari ed i lucri dei finanzieri.

[10] Il revisore della mercanzia [di] Bobbio, a quanto appare da altra lettera del 24 gennaio 1769, pubblicata dal Casati, Lettere e scritti inediti cit., vol. IV, pag. 10.

[11] Tale la definisce, a questo proposito, Pietro Verri, nella citata lettera del 24 gennaio 1769, pag. 11. Tra il Verri e gli altri collaboratori del Caffè e il Baretti non correva buon sangue, anche per altre ragioni di polemica letteraria. Cfr. lo studio, citato sotto, del Ferrari.

[12] Il 21 luglio 1764 il Baretti scrive al Greppi in un breve biglietto: «Ricevo i due libri trasmessimi; ne farò uso tosto che sarò guarito di una flussioncella in un occhio, che mi sforza per oggi a valermi d’altra mano». Ed il 2 agosto, da Venezia, aggiungeva: «In campagna scriverò qualcosa intorno ai libretti trasmessimi, uno dei quali è evidentemente una cosaccia molto pazza, e l’altro una cosa molto savia e scritta con molta destrezza per far comparire imprudente e minchione chi è imprudente e minchione. Mi spiace di non avervi domandato a bocca il motivo che ha indotto quel Politichetto Innamorato a diventare così contrario, dopo le molte cortesie da voi usategli e di cui io sono stato testimonio oculare in Mantova». Achille Neri, il quale pubblica, con altre, queste lettere (cfr. Lettere inedite di Giuseppe Baretti ad Antonio Greppi, in Archivio Storico Lombardo, s. II, vol. III, anno XIII, 1886, pagg. 641-45), ritiene che esse si riferissero, per l’uno dei due libretti, al bilancio del Verri, argomentando dalle somiglianze fra gli aggettivi usati nella seconda lettera e quelli della Frusta: «politichetto innamorato» nell’una e «politicastro» nella Frusta; e fra i dubbi sui motivi del cangiamento di umore dopo tante cortesie, espressi nella lettera, e le insinuazioni della Frusta su «qualche particolare invidia o antipatia», che «avesse posto la penna in mano a questo anonimo sacciutello».

[13] Riproduco dall’edizione terza di Milano, 1804, di La Frusta letteraria di Aristarco Scannabue, tomo secondo, pagg. 170-171.

[14] Bilancio dello Stato di Milano. Col quale a priori si fa la dimostrazione del suo attivo commercio con tre prospetti dell’annuo raccolto de suoi Generi presentato a Sua Eccellenza il Sig. Conte Carlo di Firmian plenipotenziario della Lombardia Austriaca. S. l. n. d. 1 c. fr. – 4 c. s. n. dedica – 3 c. s. n. al lettore – 66 pp. Cito da una copia da me posseduta. Il Negri mi assevera irreperibile la copia della Braidense.

[15] Una lettera a stampa in-4, di 16 pp. e 1 tavola, senza titolo, che comincia «Amico, e sig.re stimat.mo, Cosmopoli diecinove marzo 1764» trovasi alla Biblioteca naz. braidense, sotto la segnatura z c c. V. 20/p. 252. Questa medesima lettera fu anche attribuita – ma né il Melzi, II, p. 109, col. 2, né il Negri a pagg. 346 e 506 della cit. bibl., dicono da chi – a Pietro Martire Freganeschi, padre del Giovan Battista, pure oratore della città di Cremona presso il governo di Milano ed autore di scritture economiche (cfr. G. B. Freganeschi e le questioni tributarie in Lombardia nel secolo XVIII, in Carlo A. Conigliani, Saggi di Economia politica e di Scienza delle finanze, Torino, Bocca, 1903, p. 622). Del Freganeschi il Verri, attentissimo alle cose scritte contro di lui, non fa però cenno; ed il Melzi, invece che a lui, attribuisce la lettera al Mutoni (cfr. II, p. 109, col. 2, ed anche I, p. 136, col. 1) e del Mutoni soltanto discorre il Verri. Deve certamente trattarsi della medesima scrittura, coincidendo la data di Cosmopoli 19 marzo 1764, il n. delle pagine 16 e il formato in-4.

[16] Tratta dalla stampa fattane dal Custodi nelle citate Notizie sul Verri, in Scrittori classici cit., p. m. XV, pagg. XVIII-XX. Di chi sia la paternità degli 11 milioni di sopravanzo annuo risultanti dalla Lettera critica opposta al Verri non è ben chiaro; poiché né il Carpani né il Mutoni arrivano a tale conclusione. Forse il K. assunse come cifra di sopravanzo quella di 11.9 milioni che il Mutoni assevera essere stato lo sbaglio del V. nel calcolo della esportazione dei grani. Il Ferrari, il quale discorre dell’articolo della «»Frusta«» contro il Bilancio (Luigi Ferrari, Del Caffè periodico milanese del secolo XVIII, in Annali della R. Scuola Normale Superiore di Pisa – Filosofia e Filologia, vol. XIV, Pisa, Nistri, 1900, p. 81), sulla scorta delle lettere pubblicate dal Neri attribuisce al Greppi il merito del «buon paio di frustate di Aristarco» e al Mutoni il calcolo degli 11 milioni di avanzo; ma di questa cifra non ricorda la fonte.

[17] Lettere e scritti inediti cit., editi dal Casati, vol. I, pag. 178.

[18] Dalla narrazione condotta nel testo, dal raffronto tra i due bilanci, di cui il primo opera certo esclusiva del Verri, e dalla dichiarazione esplicita di questi: «»non ha avuta parte nella esecuzione se non nella mera materialità di fissare i prezzi delle mercanzie«» (lettera del 9 aprile 1769 al Corte, in Lettere e scritti inediti cit., III, 328) si può fondatamente concludere che il Mantegazza sia stato modesto collaboratore meramente esecutivo dell’opera concepita e diretta dal Verri.

[19] Saggio sulle condizioni economiche del Milanese verso il 1780,

appunti e documenti raccolti da Emanuele Greppi, in Annali di Statistica, serie II, vol. 19, 1881 (Roma, 1881), pagg. 57-131. Il Greppi dà ivi notizia di altri bilanci commerciali, pubblicati, dopo i primi due del Verri, nel 1766, 1767, 1769 (di nuovo compilato sotto la direzione del Verri e pubblicato il 13 agosto 1773; e questo il Greppi dice il «primo bilancio degno di fede») e finalmente quello del 1778, dovuto a Giuseppe Scorza segretario della Camera dei Conti, il quale ne stese due relazioni datate il 21 marzo 1782 e l’1 maggio 1783. Di quest’ultimo trae largamente partito il Greppi nella sua bella monografia.

[20] Trattasi di un in-quarto assai bene stampato, con copertina in cartone verde marmorizzato, cosidetto di Varese, senza indicazione di data né di luogo di stampa né di stampatore. Consta di 1 foglio bianco, 25 pagine non numerate, 1 pagina bianca e 1 foglio bianco.

[21] Bellissimo codice cartaceo, alto cent. 28, largo 20, del secolo XVIII, di pagine scritte e numerate 115, oltre i doppi fogli di guardia e sette tavole, una fra la pagina 110 e la 111 le altre sei in fine, notate colle lettere alfabetiche dall’A all’F. Il codice è legato in pelle, con fregi in oro e porta la segnatura A E XIII 14.

[22] La priorità generale cronologica difficilmente può essere stabilita in tal materia. Per ristringerci a cose italiane, in Piemonte, subito dopo la pace di Aquisgrana, si conducevano diligenti inchieste rivolte alla formazione di statistiche del commercio internazionale e da esse il Prato ricavò per il 1752 una tabella nella quale al denaro uscito in L. piemontesi 13.580.529 per importazioni si contrappone un’entrata di L. 15.858.089, con un saldo attivo di L. 2.277.560, conclusione contrastante con quella di molti memorialisti, i quali con svariati ragionamenti concludevano a saldi passivi talora fortissimi (Cfr. G. Prato, La vita economica in Piemonte a mezzo il secolo XVIII, Torino, 1908, pagg. 301- Tra i miei libri, trovo un Commercio attivo e passivo della città di Spoleto e suo territorio, secondo il calcolo formato nell’anno corrente MDCCLXI dal barone Antonio Ancajani, nobile cittadino di essa città e dedicato al merito degli altri nobili cittadini suoi colleghi (s. i. l. 1761, di pagg. 8 s. n. – 135), nel quale si conclude ad un passivo di 82.840, un attivo di 67.832 ed un saldo passivo di 15.008 scudi. L’Ancajani tenta un bilancio del dare e dell’avere generale, tenendo conto, oltrecché delle merci importate ed esportate, anche delle spese dei forestieri, dei noli attivi e passivi, dei salari pagati a lavoranti venuti dal di fuori, delle imposte spedite alla capitale, delle spese di lite e di dataria, dei redditi di privati e di enti pubblici da beni situati fuori del territorio delle spese di posta e simili. Dappertutto, in Italia, v’è, in quella stupenda età corsa tra il 1748 e il 1789, un fervore di studi che talvolta si rivolge al problema dei rapporti economici internazionali. I due bilanci del Verri sono, di quella letteratura e in questo particolare campo, l’espressione più caratteristica. In questa introduzione, essendosi limitate le citazioni a quelle indispensabili alla intelligenza del contenuto specifico dei due bilanci del Verri, non si ricordano gli scritti non pochi e non privi d’importanza anche dottrinale nei quali si discute della bilancia del commercio e dei problemi relativi ai bilanci che cominciavano allora, in Italia e fuori, a compilarsi. Può fare eccezione il Breve ragionamento sopra i bilanci economici delle nazioni di Gian Rinaldo Carli, venuto alla luce nel 1769, perché ad esso, come alle note da lui apposte all’edizione veneta (1771) delle Meditazioni sull’economia politica del Verri, diede occasione la rivalità che tra il Carli ed il Verri era venuta accentuandosi in quel torno di tempo. Parecchie sono le allusioni critiche del Carli ai due bilanci del Verri: ma poiché esse toccano, non il loro contenuto specifico, ma il loro valore di indice o sintomo della ricchezza o potenza o progresso economico delle nazioni, non è qui il luogo di discorrerne.

[23] Dove, a pag. 53, prima linea del titolo corressi «dello» in «nello», o dove, come a pag. 103, nota e, «prendere» in «perdere», o, nella tabella E, «dedetto» in «dedotta», ciò feci per far che il testo potesse intendersi; ma né in questo né in qualche caso, lasciato invariato, di locuzioni le quali offendono il nostro gusto moderno, feci uso del sic, con cui spesso gli editori bruttano ristampe di brani troppo evidentemente già brutti in sé, perché convenga su tale evidenza richiamare l’attenzione del lettore.

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