Opera Omnia Luigi Einaudi
Fondazione Luigi Einaudi ETS

La unificazione del mercato europeo

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 01/01/1947

La unificazione del mercato europeo

Europa federata, Edizioni di Comunità, 1947, pp. 55-66

 

 

 

Debbo parlarvi dell’ideale federativo dal punto di vista economico. Forse questo è l’aspetto che mette più vivamente in luce l’assurdità del presente sistema dei piccoli Stati europei. L’americano il quale capiti oggi in Europa rimane sorpreso ed infastidito così come poteva essere infastidito, se non sorpreso, un francese od un inglese il quale viaggiasse in Italia tra il 1814 ed il 1860. Abituato a trascorrere dall’Atlantico al Pacifico, attraverso 48 Stati diversi e qualche territorio non ancora divenuto Stato, senza essere costretto ad ogni piè sospinto a mostrare passaporti, a documentare visti, a sottoporsi a fastidiose visite doganali e ad essere frugato addosso per sorprendere eventuali violazioni valutarie, l’americano medio esclama: Che razza di gente sono questi europei i quali non si sono ancora accorti che noi non viviamo nel tempo delle diligenze, dei traffici lenti su carri e su muli, della corrispondenza inviata casualmente per mezzo di amici o di conoscenti? Non si sono ancora accorti che tutto il mondo oggi è legato non solo dalle ferrovie e navi a vapore o da motonavi; ma è unificato economicamente dal telegrafo e dal telefono con o senza fili e dai velivoli, i quali attraversano monti e mari con velocità di centinaia e presto di migliaia di chilometri all’ora?

 

 

Che sorta di pazzia collettiva è mai questa per cui dopo avere speso miliardi di lire buone per traforare le Alpi, per approfondire e attrezzare porti, per avvicinare paesi con ferrovie, canali navigabili, aeroporti, gli europei ad ogni piè sospinto mettono gente armata per impedire agli uomini ed alle cose di attraversare le Alpi, di utilizzare i porti, di sfruttare le ferrovie ed i velivoli? Lo stravolgimento mentale degli europei è veramente inesplicabile. Siamo tutti persuasi che oggi, allo stato attuale della tecnica agricola, delle risorse minerarie e degli impianti industriali, c’è forse un milione di uomini di troppo in Italia.

 

 

Non è escluso che, domani, la terra italiana possa impiegare più uomini d’ora. Io non credo che ciò sia probabile e nemmeno vantaggioso; ché, alla lunga, progresso vuol dire far produrre alla terra di più con minore fatica e quindi con minore impiego di mano d’opera. Ma non è affatto escluso che la industria italiana, compresa quella trasformatrice dei prodotti agricoli, possa impiegare domani qualche milione di lavoratori più d’oggi. Per il momento, è un fatto certo che vi sono in Italia all’incirca 1.200.000 disoccupati.

 

 

Ed è un fatto certo che la Francia, che la Svizzera, che il Belgio, che l’Inghilterra sono affamati di lavoratori; e che esistono in quei Paesi risorse attuali le quali non possono essere utilizzate per mancanza del fattore lavoro. Se l’Europa fosse unificata economicamente, una parte, non dico tutti, dei 1.200.000 disoccupati italiani si trasferirebbe là dove essi potrebbero essere impiegati, con vantaggio proprio, con vantaggio dell’Italia, sottoposta a meno duri sacrifici di imposte per lenire la disoccupazione permanente ed invernale, e con vantaggio dei Paesi di immigrazione, dove crescerebbe la produzione dei beni e diminuirebbe la urgenza di aiuti da oltre Atlantico. Chi s’aiuta Dio l’aiuta, ripete senza volerlo quel tale americano. Noi sentiamo il dovere e l’interesse di aiutare l’Europa immiserita; ma perché gli europei non cominciano collo sbatter giù le barriere doganali, le divisioni anacronistiche le quali riducono la produzione di quei beni di cui gli europei hanno tanta urgente necessità? Le condizioni della vita moderna hanno, infatti, ridotto gli Stati europei, ad eccezione della Russia, a minuscole entità economiche, nelle quali l’attività economica incontra ostacoli insuperabili.

 

 

La piccolezza dei mercati infatti: limita la divisione del lavoro, sicché le imprese economiche sono costrette a dimensioni inferiori a quella che sarebbe la dimensione ottima in un mercato più ampio, nel quale i consumatori invece di essere 45 milioni fossero, per limitarci alla popolazione degli Stati partecipanti alla conferenza di Parigi, 250 milioni; favorisce il monopolio delle imprese nazionali, le quali, assicurate dai vincoli al commercio contro la concorrenza straniera, possono più facilmente mettersi d’accordo per limitare la produzione; tende all’aumento dei prezzi ed all’incremento dei profitti dei produttori protetti; cosicché non solo la produzione dei beni viene ridotta e quindi viene ridotto il reddito nazionale, ossia la torta comune da dividere fra tutti gli uomini, ma il reddito o torta viene malamente diviso, con danno dei più ed arricchimento dei pochi.

 

 

Gli effetti dannosi del frazionamento dell’Europa in microscopici mercati sono oggi assai maggiori di quel che non fossero innanzi al 1914. In quegli anni lontani, ho avuto l’onore di combattere insieme con alcuni pochi uomini testardi, primissimi fra tutti Edoardo Giretti, Antonio De Viti De Marco, Attilio Cabiati, Maffeo Pantaleoni, contro il protezionismo doganale. Dopo trent’anni debbo confessare, forse unico superstite di quella schiera, di aver perduta la battaglia.

 

 

Oggi il protezionismo è assai più maligno d’un tempo. Ai dazi doganali, che quasi quasi noi siamo indotti, per uno di quegli scherzi così frequenti nella storia, a considerare con occhio benevolo, si sono aggiunte invenzioni diaboliche come: contingenti, le liste dei prodotti di cui è vietata od è sottoposta a licenza l’importazione o l’esportazione, le restrizioni valutarie che frastornano e distruggono assai più il commercio internazionale e quindi distruggono la capacità produttiva e inaspriscono la nequizia monopolistica in misura assai più grave di quel che facessero i tanto da noi vilipesi dazi protettivi. Quel che vogliamo noi federalisti è dunque l’abolizione delle frontiere economiche fra Stato e Stato.

 

 

Vogliamo cominciare dall’Europa occidentale, ben sapendo che questo è un primo passo verso unificazioni più ampie. Ma deve essere ben chiaro che l’abolizione delle frontiere economiche non ha senso se accanto alla libertà di movimento delle cose, delle merci e derrate materiali, non si avrà anche libertà di movimento degli uomini. Potranno, sì, essere posti limiti temporanei, e taluno forse permanente, al libero movimento di uomini, sui quali qui sarebbe troppo lungo intrattenerci; ma quella deve essere la meta.

 

 

La libertà di movimento delle cose significa passaggio ad un’unica autorità federale della potestà legislativa riguardo al commercio internazionale. Nello stesso modo come la nuova costituzione italiana ha sancito il divieto alle regioni, alle provincie ed ai comuni di porre qualsiasi impedimento al libero movimento delle cose entro il territorio nazionale, così la accettazione del principio federativo significa divieto ai singoli Stati sovrani di porre qualsiasi impedimento di qualsiasi specie al movimento delle cose fra uno Stato e l’altro.

 

 

Fa d’uopo essere ben chiari su questo punto. Federalismo è sinonimo di riduzione della sovranità economica di ognuno degli Stati federati: la potestà legislativa sulle dogane e sulle diavolerie moderne dei contingenti, dei divieti viene trasferita dallo Stato singolo alla federazione. E viene trasferito qualcos’altro che è molto più dello stesso regolamento del traffico internazionale: il diritto cioè di stampare moneta di carta.

 

 

Il problema è straordinariamente complicato; ma è chiaro che sarebbe inutile proclamare la libertà del commercio fra Stato e Stato, se poi ai cittadini di ogni singolo Stato fosse negata la facoltà di fare liberamente pagamenti per le merci acquistate o vendute. Questa facoltà sarebbe illusoria se ai singoli Stati fosse consentito di far ballare, come succede oggi, il ballo di San Vito alla propria moneta cartacea; e quindi fosse consentito di regolare le quantità di divise nazionali ed estere da scambiare.

 

 

Federalismo vuol dire tante altre cose oltre quelle che ho accennato; ma vuol dire certamente abolizione del diritto di ogni singolo Stato di emettere carta moneta. Così come oggi non è lecito ai singoli comuni e provincie, e domani non sarà lecito alle regioni, di istituire proprie Banche di emissione, così nel futuro Stato federale europeo dovrà esistere un solo istituto di emissione.

 

 

Per salvare la faccia ai singoli Stati si potranno inventare palliativi apparenti; ma fa d’uopo affermare che senza una unica moneta lo Stato federale non potrà esistere. Il che avrà per risultato che gli Stati singoli non potranno più, come oggi non possono comuni e provincie in Italia, ricorrere al torchio dei biglietti per far fronte al disavanzo dei loro bilanci. Sarà colpita a morte la illimitata sovranità finanziaria dei singoli Stati.

 

 

Io credo che la limitazione sarà di grande vantaggio all’economia dei singoli Stati ex sovrani. Altri potrà nutrire opinione diversa; e perciò è chiaro che l’ideale federalista non è cosa da prendersi alla leggera. La sua attuazione incontrerà ostacoli ed opposizioni formidabili; ed è tanto più necessario guardarli in faccia. Se noi vogliamo evitare le guerre, od almeno una parte di esse, dobbiamo sapere quali sono le difficoltà che dovranno superare per ottenere il bene massimo della pace. Le difficoltà sono sovrattutto, a parer mio, ideologiche. Noi siamo ancora abituati a parlare un linguaggio strano in materia di rapporti internazionali economici; anzi a pensare in termini di guerra col nemico, invece che di rapporti coll’amico.

 

 

Si parla ancora di «invasione» delle merci straniere, le quali verrebbero alla «conquista» dei nostri mercati; come se le merci estere fossero simili ai soldati di un esercito nemico, il quale vuole distruggere la nostra indipendenza. Chi non vorrebbe, in verità, vedere invasa la propria casa da merci e derrate a buon mercato? E come può immaginarsi che taluno «invada» con merci la nostra casa se noi non siamo disposti, nell’interesse nostro, a dare all’invasore merci e servizi a noi sovrabbondanti? Ed ancor si parla di «inondazione» delle merci estere le quali sommergerebbero il territorio nazionale. Dio volesse che queste «inondazioni» fossero più frequenti ed estese di quanto non siano! Anche qui si tratta di un traslato poetico.

 

 

Trasportiamo la parola dal campo delle acque straripanti e dannose in tempi di piena al campo economico ove la parola non ha senso. Chi non vorrebbe vedersi inondato, anche gratuitamente, di cose utili alla nostra vita? Celebre è rimasta la petizione, scritta da Federico Bastiat, dei fabbricanti di candele di sego e di cera, di lampade, lampadari e bugie contro un concorrente sleale, il quale inondava il mercato con un suo prodotto ottenuto a costo zero, sicché i petizionanti vedevano ristretta la domanda dei loro prodotti ad una piccola parte di quella che giustamente sarebbe stata. Epperciò i petizionanti chiedevano un secolo fa alle Camere francesi di emanare una brava legge atta a frenare la inondazione, compiuta dolosamente senza richiesta di alcun prezzo, da parte dello sleale concorrente. E questo era il sole, contro cui si invocava l’arma secolare della legge, la quale avrebbe dovuto ordinare la chiusura di tutte le finestre, abbaini e spiragli, attraverso a cui la maledetta luce del sole si introduceva a nocumento e rovina della gloriosa antica industria dei fabbricanti di candele di sego e di cera, di lampade, lampadari, bugie, ecc., ecc. Ed ancora, quando partono da una capitale negoziatori di trattati di commercio, essi hanno in testa di «difendere» il loro paese contro le merci estere e chiedono «armi» per trattare da paro a paro con negoziatori «nemici».

 

 

E le armi chieste sono il diritto di imporre alle merci estere alti dazi, ove lo straniero non abbassi i proprii. E ciò si chiama reciprocità; come se la cosiddetta reciprocità non riposasse sulla idea balorda che sia possibile «difendere» il concittadino arrecandogli il sicuro danno di aumentare il prezzo delle cose che egli deve acquistare; e come fosse evidente che a scemare il danno dello schiaffo datoci dallo straniero coll’impedire, con i suoi dazi, le nostre importazioni, giovasse infliggere a noi stessi un altro schiaffo, col rincarare il prezzo delle merci estere e quindi delle merci nazionali che noi desideriamo di acquistare. Eppure questo grottesco linguaggio bellico è ovvio, è naturale, è fatale sinché nella nostra testa noi coltiviamo e adoriamo l’idolo dello Stato sovrano assoluto. Sinché noi renderemo omaggio al nemico numero uno dell’umanità, che è l’idea dello Stato sovrano assoluto, noi dovremo rassegnarci alle guerre economiche internazionali, guerre di parole vane e di fatti atroci. Perciò noi non possiamo avere fiducia nei consessi internazionali di Stati sovrani.

 

 

Nel 1917 combattei l’idea, non ancora attuata, della Società delle Nazioni; e seguito a ritenere vana la medesima idea anche se essa ha cambiato nome. Noi non possiamo sperare che, attraverso a negoziati fra Stati sovrani, si giunga ad un qualsiasi risultato tangibile di unificazione del mercato economico europeo. Le discussioni non saranno certo inutili e perciò noi dobbiamo favorire la inclusione del problema nei programmi dei negoziati internazionali; e bene il governo italiano ha operato, a parer mio, a farsi antesignano e promotore di una politica europea; al di là delle egoistiche politiche nazionali ad occasione dei convegni per il piano Marshall. Ma non illudiamoci. Trattative impostate sulla base della conservazione della sovranità piena degli Stati odierni sono destinate al fallimento. Fallirono in passato e falliranno in avvenire.

 

 

Fallirono tra il 1776 ed il 1787 in America, sinché le 13 antiche colonie pretendevano di conservare la sovranità doganale; e l’unificazione trionfò solo quando il generale Washington, coll’ausilio del Madison, del Jay, del Jefferson, persuase i 13 Stati a rinunciare a questa come ad altre parti della loro sovranità. Fallirono in Germania, sinché una Prussia, allora governata da uomini illuminati, non costrinse gli Stati del Nord a rinunciare alla sovranità doganale ed a costituire nel 1833 lo Zollverein, condizione e foriero della unità germanica.

 

 

Fallirono in Italia, dove dal 1770 al 1860 invano si discusse di unioni doganali da uomini insigni come Galeani Napione, Prospero e Cesare Balbo, Carlo Cattaneo ed altri insigni di tutte le parti d’Italia (ed un libro sul Programma nazionale italiano del Ciasca dà la storia di quelle discussioni); ma invano si discusse sinché la spada di Vittorio Emanuele e di Garibaldi non unificò l’Italia politicamente e perciò economicamente. Nella unificazione economica europea per trattative fra Stati sovrani è impossibile aver fiducia.

 

 

Occorre che i popoli, in una di quelle misteriose maniere di cui è feconda genitrice la storia, consapevoli delle difficoltà dell’impresa e degli incommensurabili vantaggi che essa è destinata a produrre, impongano la loro volontà ai governanti, sempre timidi – e sia data venia per la umana esitazione – nel rinunciare ad una parte dei diritti sovrani della loro nazione.

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