Opera Omnia Luigi Einaudi
Fondazione Luigi Einaudi ETS

L’insegnamento della economia politica e specialmente della economia commerciale nelle scuole superiori di commercio

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 01/01/1902

L’insegnamento della economia politica e specialmente della economia commerciale nelle scuole superiori di commercio

Relazione presentata alCongresso degli Istituti industriali e commerciali italiani. Sezione commerciale, Torino, Tipografia cug. Baravalle e Falconieri, 1902, pp. 8

 

 

 

Negli ultimi anni si è verificato una tendenza crescente a rivolgere la propria attenzione agli studi commerciali. Si è veduto che nella concorrenza crescente di giorno in giorno fra le grandi nazioni, nella esplicazione pratica di sempre nuovi metodi di produzione e di smercio, la vittoria poteva unicamente spettare a quei popoli i quali potevano dimostrare di essere i più abili e più colti che riescivano ad applicare la maggiore somma di nozioni dottrinali adatte a guidare nelle intricate vicende della vita pratica.

 

 

Un paese, il quale, come in molti altri campi della attività scientifica ed operativa, fece da pioniere in questo, fu senza dubbio la Germania. Oramai è quasi divenuto un luogo comune il dire che la Germania va in Europa incamminandosi a conquistare la supremazia nelle industrie e nei commerci; ma non è inutile di avvertire che una delle principalissime cause per cui il made in Germany trionfa sui mercati del mondo si è la larga preparazione scientifica attraverso alla quale i giovani figli della Germania venivano trasformati in abili commessi di negozio, in infaticabili ed astuti commessi viaggiatori, in direttori di aziende, in grandi imprenditori, in mercanti principi, insomma capaci di larghe vedute e di audacie consentite dalla sicurezza delle cognizioni precise, profonde e specializzate.

 

 

L’esempio della Germania non è stato inutile per gli altri paesi; cosicché dappertutto si riconosce oramai come non sia possibile riuscire a conquistar durature vittorie commerciali, se l’opera di conquista non è preparata da una lunga preparazione educativa, se la scuola, rivolta prima esclusivamente ad intento di coltura generale o specializzata nelle discipline liberali, non viene in parte indirizzata all’ottenimento della cultura specificamente utile ai commercianti.

 

 

Uno dei paesi in cui sono maggiormente visibili le tracce di questo nuovo movimento educativo è per fermo l’Inghilterra. L’Inghilterra infatti, da lungo tempo persuasa della propria indiscussa superiorità economica, ha cominciato ad accorgersi con un certo sentimento di paura, che altre nazioni giovani ed energiche, le aveano preso il passo e quasi la sopravanzavano, minacciando di arresto e di crisi le sue industrie più antiche e famose. Ma ben presto gli inglesi si riscossero dal doloroso stupore e si diedero subito a ricercare avidamente le cause di così triste scoperta. Né le indagini furono lunghe, poiché da tutti si riconobbe come ai giovani inglesi facesse difetto sovratutto la istruzione tecnica e speciale di cui potevano menar vanto i tedeschi. E da due o tre anni a questa parte i più grandi uomini di Stato sono andati a gara nel denunciare le male conseguenze della deficiente cultura dello spirito di routine, del disprezzo tradizionale verso le cose straniere e ad additare nella educazione commerciale intensa il mezzo unicamente atto ad arrestare il loro paese sulla china di una decadenza che altrimenti sarebbe irrimediabile. Lord Rosebery, il geniale ex primo ministro britannico compendiò in una parola l’ideale a cui deve tendere un paese per non essere superato da altro nella gara per la supremazia: Efficiency. Efficienti, vuol dire, colti, istruiti, e sovratutto forniti di una istruzione adatta a conoscere le condizioni attuali delle industrie e dei commerci ed a saperne trarre pro; vuol dire per il commerciante e per il direttore di aziende non immiserire il proprio spirito nella routine delle pratiche quotidiane, ma affinare la propria mente per modo da potere abbracciare vasti campi, da scoprire vie nuove, da valutare la opportunità di seguire in certi momenti delle linee determinate di azione piuttosto che certe altre.

 

 

Sovratutto gli inglesi si persuasero che, allo scopo di preparare la rivincita commerciale, occorreva diffondere in tutti i gradi della popolazione delle esatte nozioni economiche; negli operai per persuaderli della inopportunità di ostacolare i progressi industriali con dei metodi restrittivi della produzione, quali purtroppo sono consigliati dalle Trade-Unions operaie; negli uomini di Stato per fare sì che con assurde leggi non si compromettesse l’opera dell’iniziativa privata ed anzi si concedesse a questa liberissima facoltà di svolgimento; negli imprenditori ed ai commercianti perché quella iniziativa dirigessero a scopi fecondi di utile per sé e per il paese.

 

 

Cosicché oggimai la necessità della diffusione della cultura economica forma come l’argomento principale di preoccupazioni per tutti coloro che vogliono prontamente agire in difesa del commercio britannico. E come là si suole, ben presto si passò dalla discussione accademica ai fatti. È importante notare, come a questo riguardo, l’iniziativa di una mutazione ad apportarsi nei metodi di cultura fu presa dalle due più venerabili conservatrici della fiaccola del sapere nell’Inghilterra, ossia dalle due grandi Università di Cambridge e di Oxford.

 

 

A Cambridge il professore Marshall ha presentato al Senato Universitario una proposta per la creazione di un corso di studi nelle scienze economiche e rami associati. Egli vorrebbe che lo studio delle scienze economiche conducesse all’ottenimento di un grado accademico, come lo studio proseguito nelle facoltà ordinarie; e codesta importanza data alle scienze economiche egli la giustifica con tre ordini di considerazioni. In primo luogo, che le questioni economiche vanno crescendo di urgenza e di complessità e che le cause economiche esercitano una influenza ognora più grande sulla vita umana. In secondo luogo, che codesti studi offrono abbondante campo per l’esercizio di quelle facoltà mentali che è intento dell’università di sviluppare. Finalmente che coloro i quali vorranno dedicarsi agli affari saranno di preferenza attirati ad una Università, la quale offre opportunità di approfondirsi nelle materie che saranno sempre vive dinnanzi ai pensieri ed alla pratica della vita reale a condursi dopo gli studi.

 

 

Ad Oxford un centinaio di insegnanti hanno sottoposto del pari alla considerazione del Consiglio Universitario il quesito, se non convenga di offrire un maggiore incoraggiamento allo studio sistematico delle scienze economiche ed ausiliarie di quello che sia offerto secondo il sistema esistente; e ciò sovratutto perché tale studio può avere una importantissima influenza sulla vita degli studenti, i quali intendono proseguire la carriera degli affari.

 

 

A Birmingham l’Università non si contenta di approfondire gli studi economici, ma crea senz’altro una facoltà di commercio, «scopo della quale è di provvedere una serie di corsi adatti ad uomini i quali vorranno dedicarsi alla carriera degli affari. Il suo oggetto deve essere la educazione non dei soldati gregari, ma degli ufficiali dell’armata industriale e commerciale; di quelli che, come principali, direttori, amministratori, segretari, capi d’ufficio, ecc., saranno in definitiva le guide dell’attività economica del paese».

 

 

A raggiungere le qualità necessarie per compiere tali funzioni non basta la pratica imparata al banco o nella fabbrica. «Gli uomini abbisognano, più di quanto non lo facessero cinquanta anni fa, di essere in grado di pensare a proposito dei loro affari in guisa da sollevarsi al disopra dei suoi particolari giornalieri e di giudicarli nel loro complesso. Vi è una certa probabilità di promuovere lo sviluppo di questa qualità per mezzo di una istruzione la quale avvezzi il futuro commerciante a contemplare una vasta serie di intraprese industriali, ad osservare lo sviluppo dei grandi mercati mondiali ed a fare adeguata stima delle risorse e possibilità delle altre nazioni».

 

 

È evidente, dagli argomenti ora citati, che in questo novello movimento iniziatosi in Inghilterra per la diffusione di una larga coltura commerciale, lo scopo precipuo dei suoi iniziatori sia quello di preparare i giovani alle future carriere commerciali, sovratutto per mezzo di una ampia e profonda istruzione economica.

 

 

In questo concetto che l’insegnamento economico formi parte principalissima del curriculum commerciale concordano altresì coloro i quali recentemente si sono occupati in Italia dell’indirizzo a darsi all’insegnamento nelle scuole superiori di commercio.

 

 

Così il dott. Sabbatini nel discorso preliminare premesso al programma dell’Università commerciale Luigi Bocconi si esprime:

 

 

«In questi ultimi tempi è avvenuto un profondo mutamento nelle condizioni generali dei paesi civili. La società è venuta spostando il suo stesso fondamento; è oramai entrato nella coscienza generale che la base del civile consorzio è prevalentemente – se non esclusivamente – economica.

 

 

«Le relazioni economiche fra popolo e popolo in tutto il mondo hanno acquistato tale complessità, tale intensità che costituiscono un fenomeno veramente nuovo e grandioso.

 

 

«La scuola deve seguire dappresso questo mutamento; per rispondere ai propri fini deve soddisfare alle nuove necessità della vita.

 

 

«In sostanza è un nuovo passo che si deve compiere sulla via da poco tempo aperta, cioè nel campo dell’insegnamento più idoneo per gli uomini chiamati ad esercitare un’azione direttiva nei traffici e nelle industrie.

 

 

«La vita economica odierna non è dato padroneggiarla per sola esperienza personale e col sussidio soltanto di cognizioni professionali.

 

 

«Per avere in essa parte effettiva, specialmente per concorrere con efficace influenza al movimento internazionale, è oggi indispensabile essere in grado di conoscere, di valutare, di interpretare le leggi che governano il mondo economico.

 

 

«Se è stato possibile prima d’ora che lo studio delle leggi economiche fosse cura esclusiva di scienziati e tutto al più valesse nelle facoltà giuridiche a complemento della cultura di giovani destinati in gran parte a funzioni pubbliche nello Stato, se fin ora i negozianti non si sono curati di studiare scientificamente le leggi economiche che governano la loro stessa attività, tuttociò trova spiegazione nelle circostanze di tempo e di ambiente.

 

 

«Ma oggi, data l’evoluzione che si è venuta compiendo nel pensiero e nelle istituzioni commerciali, non è più possibile continuare in tale sistema. Occorre che le scienze economiche siano rese famigliari ai negozianti. Ad essi, più che ad ogni altra classe di cittadini, possono e debbono rendere servizio. Deve sorgere una schiera di uomini che appartengano realmente al commercio e siano ad un tempo versati nelle scienze economiche, così da portare nella pratica quotidiana degli affari quel senso intimo delle esigenze della vita economica, che solo con uno studio largo, scientifico delle dottrine sociali è possibile acquistare.

 

 

«Importa sommamente che coloro i quali sono a capo di imprese industriali o commerciali, abbiano visione ben netta e precisa di questa condizione di cose; portino nella solidarietà economica del mondo intero una forza illuminata.

 

 

«Da un primo periodo – non lontano da noi – in cui neppure si conosce la scienza della economia, si viene al momento in cui questa si organizza e si consolida nello studio teorico degli scienziati; ma nessuna relazione tuttavia sussiste fra la scienza e la pratica. Ora siamo giunti, per gradi, fino a riconoscere fra l’una e l’altra un nesso così intimo, così organico, anzi una subordinazione così assoluta della pratica dei commerci alla scienza, che non si può ammettere ulteriormente di far senza nei commerci di una soda e larga coltura economica; coltura economica veramente soda e larga, cioè a dire assai più vasta e completa di quella che gli attuali ordinamenti scolastici possono impartire».

 

 

Ed il prof. Alessandro Corsi nelle Osservazioni e proposte per la fondazione di una Università Commerciale in Torino scrive:

 

 

«Le condizioni di buon esito finanziario negli affari sono cambiate notevolmente in questi ultimi anni. I mercati hanno cessato di essere locali o regionali o nazionali per diventare mondiali. Così la concorrenza non può misurarsi giustamente oggi se non da chi è in grado di estendere le sue vedute con sicurezza al di là dei mari e nei tempi che seguiranno e si sente atto a resistervi, a difendersene o a dominarle.

 

 

«Estesi e mutati sono di conseguenza i mezzi del credito industriale, sia per la grande che per la piccola industria e infinitamente più larga deve essere, per chi vuole arricchirsi, la scala delle sue operazioni.

 

 

«Questi cambiamenti hanno elevato il livello della intelligenza, mutato la proporzione delle cognizioni nel mondo dei traffici e la cultura legale, economica, amministrativa è diventata tanto necessaria per l’uomo di affari, che per l’uomo di leggi, per il pubblicista o per l’ingegnere».

 

 

Dalle cose esposte e dagli autorevoli pareri ricordati, chiaro apparisce come l’insegnamento delle scienze economiche costituisca una delle pietre angolari di qualsivoglia scuola superiore, la quale si proponga la formazione dei commercianti. Senonché, appunto in vista dello scopo specifico che si intende raggiungere, l’insegnamento delle scienze economiche deve essere ordinato in guisa da adattarsi all’indole delle Scuole superiori di commercio.

 

 

Le quali non sono degli Istituti esclusivamente scientifici, in cui sia necessario di dare un largo svolgimento alle parti esclusivamente storiche della materia od alle indagini teoriche non indispensabili all’apprendimento della economia commerciale propriamente detta. Per spiegare il nostro concetto con alcuni esempi, noi non riteniamo ad esempio necessario che si dia largo svolgimento alla storia delle dottrine economiche. È uno studio questo al quale è utile venga dato largo svolgimento nelle facoltà di Legge (dove pare si voglia cominciare ad introdurlo) ed anche nella Università Commerciale Bocconi, per i suoi intenti speciali di alta coltura scientifica. Ma in una Scuola superiore di commercio, la quale voglia dare agli insegnamenti delle lingue, del banco modello, della ragioneria e delle altre materie tecniche quella larga parte che è necessaria affinché i giovani da essa usciti abbiano la possibilità di ottenere immediata occupazione in qualche azienda, è manifesto come l’insegnamento della storia delle dottrine economiche abbia scarso rapporto con gli altri studi e possa togliere ad essi un tempo prezioso, quando non riesca a sovraccaricare di soverchio l’orario degli studi.

 

 

Quella parte di storia economica che si ritenga opportuno insegnare ai futuri commercianti, sovratutto per criticare gli errori economici del passato e del presente, potrà con tutta facilità essere conglobata in un corso di storia del commercio, che si suppone esistente in ogni ben ordinata Scuola superiore commerciale.

 

 

Così anche noi crediamo che non si debba dare un eccessivo svolgimento – sempre nel campo delle scienze largamente chiamate economiche – alla demografia. Questa che è oramai una scienza a sé, deve assolutamente essere insegnata in un Istituto di scienze sociali, poiché davvero non si può comprendere che i giovani possano avere una orientazione generale sufficiente sulla società umana, se non conoscono le leggi della popolazione. Ma ad un commerciante, il quale non voglia con specialità dedicarsi allo studio delle scienze sociali, crediamo possano essere sufficienti quelle nozioni demografiche, le quali fanno parte del corso di statistica in generale.

 

 

Ma se noi crediamo che in una Scuola superiore di commercio sia inopportuno dare troppo larga parte a materia di interesse esclusivamente storico o teorico, non riteniamo d’altronde che si possa fare a meno dei principii generali e che tutto l’insegnamento debba vertere su materia di indole applicata e di cui il nesso con le occorrenze della vita pratica siano visibili a primo aspetto.

 

 

Vorrebbero alcuni che l’economia si riducesse nelle Scuole di commercio a trattati speciali di materie attinenti al commercio. Usi e consuetudini commerciali, monete e banchi, borse, mezzi di comunicazione e di trasporto, assicurazioni, leggi fiscali e doganali, legislazione sul lavoro, ecc., lasciando da parte e brevemente accennando alle questioni di metodo, alle leggi generali economiche, fra cui cardinale quelle del valore alla distribuzione della ricchezza, ecc., ecc.

 

 

Noi non neghiamo che le materie accennate dianzi abbiano una importanza peculiarissima per i futuri commercianti; sì da far ritenere opportuno di creare per ognuna di esse dei corsi speciali, obbligatori o facoltativi a seconda delle circostanze.

 

 

Niuno vorrà negare che i mezzi di comunicazione e trasporto e la formazione delle relative tariffe interessino tutti i commercianti e che una trattazione minuta di quegli argomenti non debba essere elevata alla dignità di un corso speciale.

 

 

Così dicasi pure delle Assicurazioni.

 

 

Ma qui non finisce il compito dell’insegnamento economico per i commercianti. Per quanto utilissime, quelle materie sono applicazioni speciali di principii generali, i quali sono raggruppati appunto col nome di scienza economica. Senza l’insegnamento autonomo di questa scienza economica generale, è vano potere sperare che il futuro commerciante abbia una idea sintetica delle leggi che regolano il mondo in cui egli vive e dovrà lavorare, e delle ragioni che spiegano gli atti degli uomini ed i rapporti fra le diverse materie speciali a cui egli si applica.

 

 

Per questo è assolutamente indispensabile che la scienza economica venga insegnata, pur non perdendo mai di vista la natura speciale della scuola, come un complesso organico e con quella concatenazione fra principii generali teorici ed applicazioni pratiche, senza di cui non si può dire esista vera scienza.

 

 

Così, ad esempio, chi scrive, in un programma di insegnamento delle scienze economiche nella Università Commerciale di Torino, che egli ebbe l’incarico di compilare, ordinò, in applicazione dei concetti suesposti, l’insegnamento nel seguente modo:

 

 

Primo Corso: Statistica generale. – Si comincia con questa materia sovratutto per ragioni propedeutiche. Inquantoche si ritiene che l’insegnamento della statistica metodologica possa essere un ottimo strumento per addestrare i giovani a comprendere le difficoltà dello studio delle scienze sociali, ed i metodi più efficaci per riuscire a coordinare i fatti ed a trovarne le leggi. Una delle cause più frequenti di errori e di illusioni perniciose nella vita commerciale è appunto la difficoltà di colpire il vero significato dei fatti e di andare più in là della apparenza, la quale condurrebbe a riconoscere benefiche certe linee di condotta, che invece si appalesano in definitiva altamente perniciose. L’insegnamento della statistica metodologica dovrebbe giovare sovratutto ad addestrare le menti degli studiosi a scoprire i vari legami fra i fatti ed a respingerne le interpretazioni false e tendenziose. In breve, dovrebbe servire allo stesso intento a cui in altri campi giova l’insegnamento della logica.

 

 

Economia teorica generale. – Dato in questo modo ai giovani una salda preparazione metodologica ad interpretare i fatti sociali ed a comprendere le leggi le quali collegano insieme quei fatti, sarà più agevole passare allo studio della scienza economica generale, nella quale si dovranno studiare i principii del valore e le loro applicazioni alla produzione, alla circolazione ed alla distribuzione della ricchezza. In breve un vero trattato di economia politica modernamente inteso.

 

 

Secondo Corso: Economia e statistica commerciale. – Il secondo corso dovrebbe essere consacrato alla applicazione dei principii generali svolti nel primo anno, di quella che più specialmente suolsi chiamare «Circolazione della ricchezza», e che comprende le materie più direttamente attinenti al commercio:

 

 

  • Moneta;

 

  • Banchi;

 

  • Commercio e mezzi di trasporto;

 

  • Commercio internazionale;

 

  • Politica doganale, trattati di commercio;

 

  • Sindacati, trusts;

 

  • Speculazioni, borse, ecc., ecc.;

 

 

avendo cura di trattenersi più a lungo su quelle parti, le quali non formano oggetto di corsi speciali, nel modo che si è detto dianzi.

 

 

Alla Economia commerciale dovrebbe far seguito la Statistica commerciale, la quale illustrerebbe con dati di fatto gli argomenti economici già discussi, esaminando le statistiche relative, il loro grado di attendibilità, ed il loro modo di formazione. E così si potrebbero studiare:

 

 

  • le statistiche dei prezzi delle merci;

 

  • le statistiche del movimento commerciale;

 

  • le statistiche del movimento della navigazione;

 

  • le statistiche delle borse;

 

  • le statistiche dei valori mobiliari;

 

  • le statistiche dei trasporti di terra;

 

  • le statistiche delle clearing-houses, ecc.

 

 

Il terzo Corso dovrebbe essere destinato ad una trattazione di Scienza delle finanze, avendo cura di soffermarsi più a lungo su quelle parti del sistema tributario che concernono i commerci e le industrie. – Né questo insegnamento potrebbe essere ritenuto completo se non si estendesse o venisse suffragato da un Corso speciale di Legislazione fiscale, conoscere la quale è ormai necessario ad un commerciante, data la enorme complicazione delle leggi fiscali di ogni natura e la possibilità di riuscire danneggiati dalla eventuale dimenticanza di una di esse.

 

 

Ordinato in codesto modo l’insegnamento della scienza economica, potrà davvero essere un fattore importantissimo nella formazione intellettuale di un ceto di commercianti colti, intraprendenti, dalle vedute larghe e consone al movimento grandioso dei traffici nell’epoca moderna.

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