Prefazione – I. Onigo, Il mercante di Prato
Tipologia : Altre Pubblicazioni
Data pubblicazione : 01/01/1958

Prefazione – I. Onigo, Il mercante di Prato

Iris Onigo, Il mercante di Prato: Francesco di Marco Datini, Bompiani, Milano, 1958, pp. IX-XIII

 

 

 

Di una prefazione mia il libro della marchesa Iris Origo non avrebbe davvero bisogno; tanto è compiuta e chiara e suggestiva la introduzione. Debbo perciò dire le ragioni per le quali ho subito detto di si all’amico Umberto Zanotti Bianco quando egli mi parlò di una presentazione mia del libro sul Datini. Le ragioni sono due; e la prima è che il libro rende testimonianza dell’amore posto dall’autrice ai documenti dell’archivio Datini. Che cosa sia quell’archivio e chi fosse Francesco di Marco Datini che lo creò e tramandò a noi dice lo scritto della Origo. L’archivio Datini non è il solo dei piccoli archivi a cui sono affezionato. Nei grandi archivi italiani sono contenuti tesori, che son ben lungi dall’essere finiti di esplorare: l’archivio Vaticano, quello dei Frari a Venezia, Brera a Milano, l’archivio sabaudo a Torino, il grande archivio di Napoli suscitano rispetto e soggezione a chi vi ha passato qualche mese od anno. Le carte non finiscono mai; e si resta scoraggiati.

 

 

Perciò ho sempre desiderato di poter lavorare in un piccolo archivio, dove si può sperare di vedere, se non di utilizzare, tutto; di vedere la fine dell’ultima carta esistente sulla materia oggetto di studio. Mi ero attaccato, per soddisfare al desiderio del finito, in tempi di vacanze universitarie, all’archivio catastale del comune dove vivo; ma dopo avere «esaurito» la schedatura dei dati sui trapassi anche minimi di proprietà dal 1793 al 1880, le vicissitudini della vita mi vietarono di proseguire, come avrei potuto, sino al 1913 e di arricchire le nude schede con le notizie che avrei potuto ricavare dai minutari notarili e dalle registrazioni degli uffici finanziari del tempo. Mi rimase, come eredità dell’impresa interrotta, un senso di invidia per quegli studiosi i quali hanno visto quale fonte di godimento sia lavorare in un piccolo archivio; per l’amico Fausto Nicolini, il quale dà fondo a quello che, per quanto ricchissimo, si può ancora considerare un piccolo archivio perché ristretto alla materia proprio dei banchi pubblici, oggi concentrati nel Banco di Napoli; per Salvatore Pugliese, il quale dedicò quasi l’intera vita all’archivio dell’Ospedale di Vercelli; per Alessandro Luzio, che allietava le battaglie attinenti alla direzione della Gazzetta di Mantova collo scavo delizioso dal chiuso finito archivio Gonzaga; per coloro che hanno iniziato ed auguro continueranno metodiche esplorazioni dell’archivio della tenuta agraria di S. Pietro in Perugia; per i professori Bensa e Melis ed altri i quali hanno consacrato anni allo studio giuridico, contabile e commerciale dei tesori Datini.

 

 

Dire: «ho, su questo punto e per il tempo scelto visto tutto e nessuno vedrà più di me; altri commenterà e discuterà; ma i testi sui quali discutere, sono quelli e non più» è proposizione lecita per chi ha lavorato in un piccolo archivio, non per chi deve camminare lungo i chilometri dei Frari di Venezia, dove le sorprese e le novità sono ogni giorno all’agguato. All’aver lavorato nel piccolo archivio Datini, la Origo aggiunge un’altra ragione del mio scrivere la prefazione; ed è il contenuto del suo scrivere storia. Nei limiti minimi del tempo disponibile, amo leggere libri di storia. Non tutti, ché le disillusioni mi hanno reso diffidente, senza che la diffidenza mi eviti il rammarico del tempo perduto nel leggere per intiero, dalla prima all’ultima pagina, come ho costume di fare, i libri incominciati. Forse a torto, scarto, ma non riesco sempre, le storie, che direi scatoloni, che vorrebbero essere e non sono a sorpresa. Sono quelle che hanno un andamento noto: tesi ed antitesi, con sintesi dialettica e spiegazione dei fatti come accaddero e non potevano non accadere; sono quelle nelle quali non operano e non agiscono re e principi, generali ed avventurieri, villani e frati; ma «principii» – «istituzioni» – «evoluzioni» – «fasi o periodi storici» – «la corte» – «l’esercito» – «la marina».

 

 

La peste delle pesti sono, in questa categoria, le storie economiche, nelle quali si narrano la nascita, la grandezza e la morte della «economia feudale», della «borghesia», del «capitalismo» nascente progressivo o maturo, ossia pronto ad essere ammazzato da altre entità economiche dette «proletariato» – «socialismo» – «comunismo» – «classi lavoratrici» e simili astrazioni. Per lo più le storie economiche di questa fatta sono scritte da uomini i quali, ad apertura di pagina, si capisce subito non avere alcuna familiarità con il meccanismo economico effettivo del passato e del presente. Quando si legge delle borse come del solito covo di briganti, degli accaparratori di grano come di abominandi speculatori, dei violatori della legge sul maximum come degli autori del rialzo dei prezzi, il libro si dovrebbe chiudere, perché scritto da un innocente superbioso; ma non si chiude perché la rivoluzione francese, comunque trattata, è problema eterno, ognora vivo oggi e domani, in Francia e dovunque; e ci si ostina a sperare che lo scrittore abbia scorto qualcosa che gli altri non hanno visto.

 

 

Talvolta, in mezzo al noioso gergo pseudo economico, qualcosa si legge di originale, di scavato sulle fonti e, nonostante il superfluo criterio interpretativo, di veramente e solidamente illuminante. Leggendo storie economiche pure, non si può avere l’illusione di capire qualcosa dei grandi fatti della storia: quell’illusione, che per parlar solo dei moderni, ho immaginato di avere leggendo il poema storico di Gibbon sull’impero romano, o il gran libro di Tocqueville sulla rivoluzione francese o quelli di Croce sulla storia d’Italia e del reame di Napoli. Nonostante le pretese degli pseudo-economisti di essere i soli a spiegare le ragioni profonde delle vicende umane, la storia economica seria ha uffici più modesti: narra e spiega le vicende economiche, le quali meritano al pari delle vicende politiche o religiose o militari, di essere narrate e spiegate.

 

 

Nello stesso modo nel quale le storie politiche narrate da chi non ha mai avuta nella sua vita alcuna familiarità con le vicende e le passioni e i contrasti politici danno involontariamente il senso dell’irreale; come si avverte, quasi senza volerlo, la differenza fra la narrazione di guerre e battaglie marittime e terrestri compiute dall’ammiraglio Mahan o dal generale Jomini e le, sia pur dotte, ricostruzioni dell’uomo di tavolino; come le storie religiose richieggano uomini di fede o di negazione che, scrivendo di Gregorio VII o di Lutero, sentano il problema religioso e non lo contaminino facendo intervenire lotte di principi e di stati territoriali, rivolte di contadini e latrocini di signori avidi di terre ecclesiastiche; così lo storico economista narra di vicende economiche pure e semplici. Quando nei saggi di Gino Luzzatto o di Armando Sapori leggo la descrizione di ciò che accade nella bottega del mercante fiorentino o le vicende del negoziante veneziano che arma navi e rischia mercanzie so di avere imparato veramente qualcosa su ciò che accadeva nelle città mercantili italiane di un’epoca gloriosa.

 

 

Non mi sono addottrinato sul perché di qualche pre-capitalismo o posti-feudalismo; e non me ne importa nulla, perché le marionette astratte passano e saranno distrutte domani da una nuova moda storicistica o da un nuovo gergo di concorrenti a cattedre universitarie; ma l’immagine della bottega o della nave resta nell’occhio e talvolta pare di rivederla in uno scagno di sottoripa a Genova, dove si trattano i milioni o i miliardi o in qualche barco varato a Camogli. Se prendo in mano i due volumi di Pugliese, parmi di essere in grado di raffigurarmi la vita dei contadini del Vercellese dal principio del ‘700 alla fine del ‘900.

 

 

Pugliese non aspirava all’università, sebbene ne fosse degnissimo; cominciava l’opera narrando ingenuamente cose risapute sull’utilità della statistica; ma sebbene non si desse l’aria di scoprire nuovi orizzonti sulle interpretazioni della storia piemontese nei due ultimi secoli, ci informò sul serio sulla storia economica e sociale di quei tempi, e così ci lasciò un modello di quel che un uomo ansioso di conoscere i fatti accaduti riesce a ricavare da un piccolo archivio. Perciò sono affezionato all’archivio Datini. Esso ci ha dato i lavori di dotti, i quali hanno scavato a fondo nella economia toscana, italiana ed europea tra il ‘300 ed il ‘400. Oggi ci dà il libro della Origo. Che non è un libro professionale sulle origini cattoliche del capitalismo moderno in contrapposto alla nota tesi sulle sue origini protestanti. Non è un libro sui metodi di contabilità, di commercio, di corrispondenza, di creazione di filiali, di amministrazione di fondaci in Toscana, in Genova, in Avignone o nelle Baleari.

 

 

Tutto ciò è stato chiarito e narrato da altri; e continuerà ad essere chiarito ed approfondito; ché la messe è abbondante e molti possono essere i ricercatori. No; la Origo narra la vita e i fatti dell’uomo Datini, del mercante Francesco di Marco Datini, al quale Prato riconoscente ha eretto un bel monumento nella sua piazza principale. L’uomo Datini quale vien fuori dai suoi ricordi, dalla sua corrispondenza: avido di guadagno, deliberato ad arricchire, non mai contento della fortuna accumulata, che sarebbe grande anche ai tempi nostri, sospettoso di fattori, commessi, servitori, mezzadri; lavoratore accanito, di giorno e di notte; non alieno dagli amori vagabondi ed ancillari e perciò fornito, in assenza di figli legittimi che la moglie non gli poté donare, di bastardi, dei quali una volle dotare riccamente; non desiderò pubblici uffici, che, quando vennero, curò degnamente; legato ad alcuni pochi amici, fra i quali, consigliere ed ammonitore saggio, ser Lapo Mazzei autore di lettere indirizzate principalmente al Datini ed alla moglie di questi ed entrate nel novero dei classici della letteratura italiana.

 

 

Con la moglie visse a lungo rimbrottandola di continuo amorosamente; per lo più lontani l’uno dall’altro; lei a Prato ad attendere alle faccende di casa e lui a Firenze ed a Pisa a curare le cose dei fondaci; e di qui la corrispondenza fra i due, del contenuto della quale è intessuto in parte notabile il libro della Origo. Sulla traccia degli scartafacci, dei conti, delle lettere la Origo descrive quel che era la casa di Datini, come se l’era costrutta, i poderi, il mangiare, i vestiti, i libri, i servi, gli schiavi e le schiavette, i fattori ed i commessi di un uomo instancabile, il quale non lasciava quietar nessuno e sempre era malcontento. Irascibile e prepotente il Datini fu sempre; ma anche ansioso per le disgrazie che gli potevano capitare; per la nave che tardava e poteva essere andata a fondo o venuta preda dei saraceni. L’amico ser Lapo e la moglie Margherita lo rimbrottavano e lo incoraggiavano; ma ansioso e preoccupato, che allora si diceva «malinconico», fu tutta la vita.

 

 

Dopo i 60 e per lunghi anni, ché egli visse fino verso gli 80, delle due parole con cui egli intitolò i libri della sua casa mercantile: «C’ho ‘l nome di Dio e di guadagno», quella di Dio salì al primo luogo. Oramai il patrimonio era fatto ed era saldo; ed importava pensare alla vita futura. Privo di figli, si tormentò sempre sul modo di disporre delle sostanze con vantaggio dell’anima sua e del bene pubblico. Il timore delle pesti, allora micidialissime, lo angustiava e lo faceva sì fuggire con la moglie e la famiglia sino a Bologna; ma la «malinconia», più viva gli veniva dal pensiero della vita futura. Sospettosissimo, egli stracciò i primi testamenti in favore della chiesa e di lasciti pii, perché l’esperienza del tempo non lo persuase che gli intendimenti dei testatori fossero attuati da vescovi e da abati; e finì per fidarsi di alcuni «buoni uomini» da lui scelti e che dovevano essere sostituiti, venendo anch’essi a morte, a scelta dei capi del Comune di Prato.

 

 

Creò così l’opera del Ceppo, che dura ancor oggi e ci ha conservato, attraverso le vicissitudini di un mezzo millennio, le carte dell’archivio del fondatore. Lessi di un fiato le pagine della Origo nel testo inglese originario; ma il testo italiano odierno, nella traduzione in buona lingua di Nina Ruffini, si legge con diletto più sicuro e di pagina in pagina viemmaggiore. I testi sono trascritti nella tersa lingua del tempo e le parole usate per indicare panni, cibi, vestiti, costumi ed abitudini sono quelle toscane del trecento. Pochi libri di storia vera, seria, non romanzata, reggono, per attitudine ad ammaestrare sui tempi e sugli uomini ed a costringere ad andare sino alla fine quasi fosse un gran romanzo, al paragone di questo, che per il solo merito di amare le vecchie carte ed i libri ben costrutti, ho l’onore di presentare al pubblico italiano.

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