Prefazione –La questione sarda
Tipologia : Altre Pubblicazioni
Data pubblicazione : 01/01/1922

Prefazione –La questione sarda

Giovanni Maria Lei-Spano, La questione sarda, Torino, F.lli Bocca ed., 1922, pp. VII-XI

 

 

 

Il libro che l’Avv. Lei-Spano ha scritto sulla Questione sarda non è un volume euritmico, lentamente elaborato e costruito con pazienza sistematica. L’autore è troppo innamorato del suo soggetto e della sua Sardegna, troppo impaziente di vederla prospera, troppo desideroso di saperla conosciuta per indugiare nella stampa sinché dalla sua penna esca il libro tornito e classico. Quando lo si è sentito parlare qualche volta della sua terra diletta, delle sue risorse agricole e minerarie ancora ignote, di tutto ciò che vi rimane da operare, creare e produrre, degli allevamenti isolani, specie dei superbi manzi e cavalli sardi, dei prati che egli stesso ha chiuso e su cui falcia fieni che un tempo sembravano insperabili in Sardegna, si ha la sensazione di trovarsi dinanzi ad un uomo d’azione, il quale predica e fa. Probabilmente avrà anch’egli subito qualche disillusione, avrà perso denari, come ne hanno perso tutti gli agricoltori che hanno voluto fare degli esperimenti; ma in conclusione egli è contento dei risultati ottenuti, ed il suo ottimismo e la sua voglia di fare vorrebbe infondere negli altri. Che il Lei-Spano, giudice, candidato politico, propagandista agrario, difensore della libertà economica in tempo di guerra, fondatore dell’Associazione economica sarda, non sia un mulino a vento di parole, un politicante desideroso di farsiavanti speculando sulla Sardegna dimenticata, lo provano le medaglie d’argento e d’oro al merito agrario da lui vinte per la intensificazione dei prati irrigui. Lei-Spano ha diritto di predicare ad altri e di indignarsi contro la neghittosità altrui e la insipienza burocratica, egli che ha operato sul serio ed ha fatto qualcosa. Chi fa crescere due fili d’erba rigogliosa dove prima ne veniva su uno solo, stentato e subito arso dal sole, quegli è un benemerito.

 

 

Gli italiani avrebbero torto se non ricominciassero a studiare la Sardegna. E sorto nell’isola un movimento politico autonomistico, il quale potrà fare molto male o molto bene, a seconda che ne rimarranno padroni quegli uomini politici che, sempre, in ogni caso, in Irlanda come in Sicilia, nel Mezzogiorno come nella Sardegna, vivono e prosperano eccitando l’animosità e il rancore e l’invidia delle regioni povere contro le regioni ricche, della parte contro il tutto, dimostrando che la piccola e conculcata regione è stata privata in passato del suo sangue migliore dai finanzieri, dai governanti, dagli industriali del centro e delle regioni più progredite; ovvero se a capo dell’ideale autonomistico si metteranno gli uomini da bene dell’isola, quelli che ne conoscono la storia, che ne amano gli abitanti, ne apprezzano equamente le virtùed i difetti, sono teneri delle vecchie tradizioni, idealizzatori di una regione più consapevole delle sue forze, meglio atta a governarsi da sé nelle cose proprie e locali, e, mentre vogliono conservare e crescere i vincoli dell’isola colla nazione per tutto quanto riguarda le cose generali, ritengono che il modo migliore di rendere grande la patria comune italiana sia di fortificare le virtù paesane in ogni regione, di farne rivivere le tradizioni, i dialetti, le costumanze indigene. L’amore alla patria piccola, al campanile, alla famiglia non uccide, anzi esalta l’amore alla patria grande. Bisogna combattere i regionalisti che fomentano l’odio, che eccitano una regione contro l’altra, che si fanno uno sgabello del malcontento da essi creato. Bisogna combatterli, perché essi distruggono la patria e nel tempo stesso rendono incapace la regione. Chi parla sempre di diritti conculcati, di ricchezze derubate, chi attribuisce tutti i propri mali allo sfruttamento altrui, quegli è incapace di elevarsi e cadrà sempre più in basso. Chi invece è orgoglioso di sé stesso, delle proprie genti, della propria storia, delle proprie tradizioni, chi sa fare il primo sforzo per dimostrare coi fatti che il proprio paese è capace di recare un contributo anche piccolo alla causa comune, quegli è certo di elevarsi e di prosperare grandemente. Dappertutto, in Sicilia, in Sardegna, nel Mezzogiorno, in Val d’Aosta, nel Trentino, i due tipi di regionalismo sono in lotta. Fino a poco tempo addietro levava rumore sovratutto il primo e destava perciò giustificate e vivissime diffidenze. Un po’ per volta, oggi il secondo, specie tra alcuni nuclei di giovani desiderosi di bene, si afferma e conquista terreno. La tradizione non ne era mai stata spenta. Sempre, in ogni periodo, anche nei più grigi della nostra storia politica, vi furono studiosi, storici, folkloristi, uomini politici, amministratori, che curano le tradizioni locali e le tennero vive. Oggi il movimento tende ad estendersi ed a portare frutti fecondi. Invece di parlare solo di centralizzazione e di sfruttamento, si ristudiano gli istituti originali locali, ricchi di forza viva naturale, si additano i bisogni regionali, si indaga in qual modo le forze dello Stato possono venire in aiuto alla patria piccola, senza scemare l’individualità di questa e senza ottunderne l’energia.

 

 

Il libro del Lei-Spano è un contributo a questa propaganda regionalistica. Dal punto di vista economico, la Sardegna non è una terra ignota; od almeno non lo era prima del 1848. Risalgono a quell’epoca i classici libri intitolati Voyage en Sardaigne del Lamarmora, e Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna del Baudi di Vesme. Non mancarono, dopo, studi importanti; ma nessuno ebbe la virtù di interessare tanto i popoli del continente alla conoscenza dalla Sardegna come quei due. Ora, la prima condizione per risolvere i problemi regionali è la conoscenza reciproca fra le varie regioni. Chi non si conosce, non si ama; l’ignaro non sa quali siano i problemi che angustiano gli altri e stupisce che si dia tanta importanza a cose che per lui non ne hanno nessuna.

 

 

Chi di noi, ad esempio, vivendo in una pacifica provincia dell’Alta Italia, dove i furti di bestiame sono rari e non restano impuniti, è disposto a primo tratto a considerare giustificate le 86 pagine che Lei-Spano consacra alla pubblica sicurezza e principalmente al furto bestiame? Non sono troppe, in un libro di non grande mole, tutte queste disquisizioni storiche sul furto del bestiame, non è eccessiva la preoccupazione che spinge l’A. a redigere persino un apposito disegno di legge in materia? No, se si bada alle statistiche che il Lei-Spano ha compilato con grande diligenza. Su un totale di 6712 uomini condannati in Italia per furto qualificato di bestiame nel periodo dal 1891 al 1900, ben 3694 spettano alla Sardegna. Nel solo anno 1917 si verificarono in Sardegna 1236 abigeati per un valore di bestiame rubato di 797.592 lire e 159 danneggiamenti per un valore di lire 94.415. Nel 1918 il numero degli abigeati è di 1834 per un valore di 1.517.704 lire e quello dei danneggiamenti di 251 per un valore di 166.857 lire. E un grande problema regionale quello dei furti di bestiame, in Sardegna; né il legislatore italiano può rifiutarsi a provvedimenti legislativi speciali per l’Isola ed adatti allo scopo. Il problema si collega a quello delle strade, a cui il Lei-Spano consacra 33 pagine. Ecco un confronto

illuminante:

 

 

 

Lunghezza Strade Provinciali all’1 genn. 1910 Km.

STRADE COMUNALI

esistenti all’1 genn. 1910

Incremento dal 1904 al 1910

Km.

Metri per Kmq. di territorio

Km.

Italia settentrionale

11.462

45.403

545

2.017

Italia centrale

13.363

32.728

428

3.202

Italia meridionale

13.338

13.185

171

2.940

Sicilia

4.634

2.418

93

215

Sardegna

1.874

1.672

69

147

Totale

44.671

95.406

332

8.521

 

 

Come può progredire l’agricoltura, come possono fondarsi poderi, spezzarsi le tenute, bonificarsi terreni, se uomini e prodotti non possono essere trasportati per mancanza di viabilità? L’agricoltura è la passione più viva del Lei-Spano. Quando parla della terra e delle industrie agrarie, egli polemizza, attacca, critica. Ma è passione mossa dall’amore; ed è passione che fa sperare a lui che il suo libro possa insegnare qualcosa e spingere a fare un po’ di bene. Auguriamogli di cuore che la sua speranza si avveri. È la speranza di uno che ama ed ha fiducia nella sua piccola patria sarda e nella grande patria italiana.

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