Opera Omnia Luigi Einaudi
Fondazione Luigi Einaudi ETS

Prefazione – Plunkett, La nuova Irlanda

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 01/01/1914

Prefazione – Plunkett, La nuova Irlanda

Horace Plunkett, La nuova Irlanda, Soc. Tipografico Editrice Nazionale, 1914, pp. VII-XI

 

 

 

Dedicando la traduzione italiana del volume di Sir Horace Plunkett, intitolato Ireland in the new century, alla memoria del Conte di Cavour, la direzione della Riforma Sociale non ha voluto soltanto ricordare che uno dei primi scritti del grande statista italiano ebbe ad oggetto l’isola sventurata, che or risorge a nuova vita.

 

 

Chi rammenti le Considérations sur l’Etat actuel de l’Irlande et son avenir scritte nel 1843 da Camillo di Cavour, potrà trovare strano che si pensi a dedicare alla memoria di lui, che giudicava impossibile e dannosa all’Irlanda l’abrogazione dell’atto d’unione colla Gran Bretagna del 1798, un libro di un protestante conservatore ed avversario dell’home rule, precisamente nel momento in cui l’Irlanda giunge alla meta agognata da un secolo, viene rotto l’antico patto d’unione ed è ristabilito il governo locale con un Parlamento a Dublino. Ma la stranezza della cosa è tutta apparente. Poiché il Conte di Cavour giudicava che l’home rule sarebbe stato dannoso all’Irlanda, in quanto avrebbe provocato insurrezioni e commozioni sociali violente e sanguinose; mentre egli desiderava sovratutto che le sorti degli Irlandesi migliorassero grazie ad una più diffusa istruzione, alla abolizione della Chiesa stabilita anglicana ed a riforme profonde nei rapporti fra proprietari e coltivatori della terra.

 

 

Egli vedeva che il Parlamento di Westminster sarebbe stato meglio in grado di modificare l’ordine ecclesiastico e il regime terriero gradualmente e saggiamente che non un Parlamento irlandese, composto di cattolici ferventi ed anelanti a vendette e rivoluzioni immediate. I fatti hanno dato sostanzialmente ragione al Conte di Cavour; poiché il governo autonomo irlandese viene ristabilito soltanto dopo che da alcuni decenni la Chiesa stabilita anglicana fu soppressa e fu tolto così il tributo che i cattolici dovevano pagare ad una gerarchia ecclesiastica da essi odiatissima e dopoché, con successive grandi riforme, la terra fu fatta passare dai grandi proprietari inglesi assenteisti ai coltivatori irlandesi.

 

 

Oggi, che la rivoluzione sociale è compiuta pacificamente in virtù di leggi sapienti votate, come il Cavour si augurava, dal Parlamento britannico, la separazione politica dell’Irlanda dalla Gran Bretagna può avvenire senza produrre quegli sconvolgimenti sociali che il nostro grande statista temeva. Rimangono i pericoli, chiaramente veduti dal Conte di Cavour, dell’Ulster protestante e nemico dell’home rule e dei rapporti finanziari fra il Regno Unito e l’Irlanda; e l’avvenire soltanto ci dirà se e come quei due pericoli potranno essere sormontati. Se lo saranno, una non piccola parte di merito dovrà essere assegnata alla predicazione ed all’opera di Sir Horace Plunkett. Il libro scritto da questo vigoroso rappresentante del protestantesimo ulsteriano e del partito unionista riformatore parla da sè e dice quanto egli abbia fatto per la rinnovazione dell’Irlanda.

 

 

È un’opera grande, i cui ultimi risultati bene sono lumeggiati nella introduzione di Gino Borgatta. L’opera materialmente si concreta nella diffusione di scuole tecniche ed agrarie, di cooperative di produzione, di credito, di consumo, nella organizzazione commerciale ed industriale di forze produttive latenti in tutto il territorio dell’Irlanda. Ma è un’opera grande sovratutto per il suo carattere morale. Agli Irlandesi, disposti da secoli di servitù e di oppressione prima e da un secolo di predicazione rivoluzionaria poi a credere che la causa di tutti i loro mali, della loro povertà, del loro analfabetismo, del loro scarso progresso industriale stesse al di fuori di essi, al di fuori dell’Irlanda, nella dominazione della straniera ed aborrita Inghilterra, sir Horace Plunkett ha predicato un maschio vangelo: «la salute è in noi stessi» – egli ha detto – «noi dobbiamo riformare ed elevare noi stessi; dobbiamo cessare dall’attribuire ad altri la colpa di mali che sono in noi. L’Inghilterra si è macchiata di grandi delitti in passato: dalle leggi che ci toglievano i diritti civili alle espropriazioni violente che ci confiscavano la terra. Ma questa è l’Inghilterra del passato: dei secoli XVII e XVIII. L’Inghilterra d’oggi ha espiato le colpe antiche; ha abolito le leggi penali; ha riabilitato i cattolici; ha soppresso la Chiesa stabilita anglicana; ha ricostituito i corpi locali elettivi; sta restituendo, con una immane operazione finanziaria, la terra ai figli degli antichi espropriati. Oggi essa non è più la nemica; è la sorella maggiore che noi dobbiamo cercare di emulare. Riuscirvi non è questione di denaro, o di ricchezza acquisita, di impulsi venuti dal di fuori; è questione di volontà e di carattere».

 

 

Ad ogni passo nell’opera del Plunkett ritorna l’ammonimento: «The Irish question is the problem of the Irish mind. The Irish question is a problem of character». Il problema irlandese è il problema della mentalità irlandese; è un problema di carattere. Fa d’uopo che l’Irlandese, politicamente libero, sappia innalzarsi economicamente; e per ciò non occorrono denari e regali ed aiuti dai dominatori stranieri; occorre formare il carattere, la volontà degli Irlandesi. Importa insegnar loro ad organizzarsi, ad unirsi, ad aver fiducia in sé stessi, e ad aver fiducia negli altri insieme a cui devono agire; ad essere onesti verso di sé e verso coloro a cui si devono vendere i propri prodotti. Non è vero che ci siano paesi inferiori, predestinati alla povertà. Che cosa trasformò il poverissimo Ulster, privo di ogni risorsa naturale, in uno dei maggiori paesi industriali del mondo? La forza morale del carattere dei suoi abitanti. «History and reason alike approve the judgment that what counts industrially in the long run is the character». La storia e la ragione insegnano concordemente che il successo nell’industria alla lunga spetta al carattere.

 

 

Il Plunkett vede con favore quel movimento puramente intellettuale e letterario detto Gaelic Revival, perché la rinascita della lingua e delle tradizioni nazionali, l’attaccamento ai costumi propri non possono non rafforzare quel sano senso di orgoglio del natio loco, quell’amore alla casa, quella fiducia in sé stessi che sono fondamento necessario di ogni progresso economico. Egli addita l’esempio degli agricoltori danesi, i quali sono divenuti i primi cooperatori e produttori di burro del mondo non perché seguirono le scuole pratiche di caseificio e di agricoltura, ma perché nelle università popolari diffuse in ogni più remoto angolo della Danimarca si imbevvero di cultura letteraria e poetica, attinsero alle pure fonti delle «umanità» classiche ed acquistarono così quelle idee generali e quella formazione mentale superiore che ne ha fatto poi dei magnifici produttori e concorrenti sui mercati inglesi di agricoltori di gran lunga economicamente più agguerriti.

 

 

L’appello del Plunkett è stato sentito in Irlanda; come narra egli stesso nel suo libro e come corrobora di fatti più recenti il Borgatta, un vasto movimento educativo e cooperativo sta trasformando l’Irlanda. Senza la libertà politica e senza la riforma terriera, il movimento di self help iniziato dal Plunkett non avrebbe forse avuto successo; ma le riforme politiche e fondiarie sarebbero cadute in terreno sterile se gli Irlandesi non avessero compreso che oramai non era più il tempo di lamentarsi contro il governo lontano ed oppressore, ma che urgeva da sé trarre partito dalle inesauribili energie che sono in ogni dove dormienti nella terra e sovratutto nell’uomo.

 

 

Oggi l’Irlanda risorge: risorge in decine di migliaia di piccole casette costruite su poderi divenuti franco allodio dei coltivatori, risorge in migliaia di cooperative e di casse rurali che hanno, per la forza morale e le virtù tecniche dei loro componenti, attratto capitali alla terra; risorge nelle vittorie pacifiche che i prodotti irlandesi ora ottengono sui mercati dell’Inghilterra.

 

 

Tutti i paesi hanno in sé stessi un’Irlanda; e sotto certi aspetti l’abbiamo anche noi Italiani in una parte del Mezzogiorno. In un momento in cui da tanti si predica ai fratelli del Sud che la colpa delle condizioni arretrate del Mezzogiorno è del governo e del Settentrione, io, che pure sento vivamente le colpe, che sono gravi, di noi settentrionali, credo che un libro come questo del Plunkett può far molto bene. Perché esso dice: voi sarete tanto più vicini alla meta, voi scuoterete tanto più facilmente di dosso il peso di una legislazione disadatta, voi vi sottrarrete tanto più facilmente ad una politica doganale che vi indebolisce, voi tanto più facilmente otterrete l’abbandono di metodi corruttori di governo, quanto meno, rimanendo ignavi, vi sfogherete in querimonie sterili contro il governo e gli sfruttattori del Nord; e quanto più saprete dimostrare, coll’azione vostra feconda, politica ed economica, di essere degni di più alti destini.

 

 

Se in tutto il Mezzogiorno si fossero trovati uomini simili a quelli che stanno trasformando la terra di Puglia, il problema meridionale più non sarebbe. Od, almeno, più non esisterebbe un problema specifico meridionale, diverso da quelli che esistono in tutte le altre regioni d’Italia. Si potrebbe parlare di un problema doganale, di un problema tributario, di un problema di scuole, di viabilità ecc. ecc.; non di un complesso singolare di tutti questi problemi, aggravati pel mezzogiorno dalla loro simultaneità e sovratutto dalla scarsa ed incipiente consapevolezza di essi da parte dei meridionali medesimi e da una debole loro volontà di risolverli.

 

 

Adempio, nel licenziare al pubblico questo volume, al gradito dovere di ringraziare la marchesa Adele Alfieri di Sostegno, continuatrice degna delle grandi tradizioni della sua famiglia, per aver reso possibile l’edizione italiana dell’opera di Sir Horace Plunkett e l’editore John Murray di Londra, il quale volle, per il cortese patrocinio dell’autore, concedere alla nostra rivista e nell’interesse esclusivo della diffusione della cultura, il diritto di traduzione del volume di sua proprietà.

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