Opera Omnia Luigi Einaudi
Fondazione Luigi Einaudi ETS

Prefazione – S. Balducci, Elefantiasi ferroviaria

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 08/12/1920

Prefazione – S. Balducci, Elefantiasi ferroviaria

Sigismondo Balducci,Elefantiasi ferroviaria, Milano, Società editoriale italiana, 1920, pp. 5-12

«Corriere della Sera», 8 dicembre 1920

 

 

 

Conosco da parecchi anni l’autore del presente volume, il signor Sigismondo Balducci: da quando egli era infervorato dietro ad un suo piano di casa popolare mutua assicurativa, grazie a cui sarebbe stato possibile dare agli impiegati, lavoratori, professionisti, la casa gratuita durante la vecchiaia. Il piano si sviluppava attraverso ad una massa strabiliante di cifre con calcoli, i quali erano stati esaminati da valenti calcolatori e ritenuti esatti. Poiché io parlai di lui e del suo piano con simpatia sul «Corriere della Sera», il Balducci continuò a scrivermi i suoi sfoghi, prima sull’accoglienza glaciale che il suo progetto aveva incontrato nel mondo dei cooperatori e degli amministratori di cose municipali – esso richiedeva però uno sforzo iniziale di volontà e di risparmio da parte dell’inquilino, assicurato per la pensione in natura,[1] ed oggi volgono tempi tristi per le rinunce consapevoli in vista del raggiungimento di beni futuri – e poi, a mano a mano che il suo interesse si affievoliva per l’ideale sempre più allontanantesi della casa gratuita per la vecchiaia, intorno ai problemi della vita ferroviaria. Poiché il Balducci è impiegato ferroviario e precisamente applicato ferroviario in uno di quelli che si chiamano «uffici commerciali». Mi sono fatta l’opinione che egli deve passare le sue giornate tra i reclami dei viaggiatori e sovratutto degli speditori, i quali si lagnano di ritardi nella resa, di furti, di manomissioni e cose simili. Balducci, che è od era socialista marca Turati- Treves, è anche un servitore devoto dello Stato e del pubblico. Vorrebbe che la macchina statale funzionasse bene, economicamente; che i treni arrivassero in orario, che le merci non fossero rubate o manomesse, che i danneggiati fossero indennizzati a pronta cassa, che non ci fossero processi interminabili. È persuaso che la onestà, la prontezza, la correttezza sono il migliore degli affari anche per lo Stato. Si inferocisce nel vedere ispettori, ispettori principali, ispettori capi, capi divisione e capi servizio, applicati ed uscieri occupati unicamente nel far crescere le montagne di carta, nel ritardare la spedizione degli affari allo scopo di ingigantire gli uffici e provocarne la moltiplicazione per scissiparità.

 

 

Egli si inquieta, studia, medita intorno ai rimedi; e pare a lui di aver trovato il modo di far procedere innanzi più speditamente e con minor spesa gli uffici ferroviari od almeno il suo ufficio, quello di cui è perito ed in cui ha vissuto lungamente. Scrive agli amici deputati, manda memoriali a ministri ed a commissioni, chiede gli sia concesso di fare un esperimento. In parte, anni fa, gli riesce di fare un brevissimo esperimento, che a lui sembra concludente. Ma non ne sa più nulla e le cose seguitano ad andare come prima. Alla fine si decide a mettere in carta le sue esperienze e le sua osservazioni; e diventa scrittore di un libro.

 

 

Il libro è quello che io ho l’onore ed il piacere di presentare al pubblico italiano. È scritto da un autodidatta e non da un professore. Non è sistematico; probabilmente non è compiuto. Può ignorare molti lati del complesso problema ferroviario. Ma chi ci dice che debbono essere letti solo i libri dei tecnici, degli specialisti e non debbono essere sentite le voci di coloro che hanno vissuto una data vita, che vi si sono appassionati, che vedono sul vivo i difetti di un certo meccanismo amministrativo?

 

 

Io vorrei che tutti gli impiegati dello Stato, i quali soffrono nel vedere il loro servizio funzionare male, nel vedere il doppio od il triplo del personale necessario occupato nell’impedire al pubblico di ottenere il soddisfacimento dei propri diritti, scrivessero le proprie memorie, denunciassero i mali, facessero proposte. Se ci fossero in Italia cento Balducci, come lui amanti del pubblico bene, inquieti per il malo andamento dei servizi pubblici ad essi affidati, vergognosi di costar tanto e di rendere così poco, e se tutti scrivessero e si agitassero; qualcosa alla perfine dovrebbe pure ottenersi: gli impiegati la riconquista del senso perduto della propria utilità ed una posizione economicamente e socialmente più decorosa, e la collettività servizi più decenti e produttivi.

 

 

Il libro del Balducci, tuttoché di fattura un po’ disordinata, è suggestivo: io l’ho letto con piacere. Vi ho imparato molte cose che non sapevo. Non posso affermare che le critiche e le proposte del Balducci siano in tutto corrette ed accettabili. Dovrei perciò avere una competenza specifica che mi manca. Ma non fa bisogno di avere alcuna competenza ferroviaria per essere autorizzati ad inorridire dinnanzi all’elenco delle venti pratiche – ognuna composta di un altro elenco lungo o lunghissimo di numeri di protocollo – che sono necessarie per non concluder nulla intorno al furto di merci perpetrato a Salerno su un trasporto Palermo-Novi (pag. 81).

 

 

L’elenco rimane la prova di una grottesca elefantiasi burocratica, di un pervertimento tale dell’intelligenza da far disperare di porvi rimedio se non buttando a mare l’esercizio di Stato. E che cosa si può rimproverare all’operaio Viola di Sampierdarena, al quale hanno rubato un collo di materassi e lenzuola di chilogrammi 47 e dal quale si esige la prova che i suoi materassi, pei quali chiede solo l’indennizzo di lire 600, valevano proprio 600 lire, se egli esce fuori dai gangheri e grida: «Ma che cosa si vuole, delle dichiarazioni false? I materassi li ho avuti da mio suocero, che ora è morto. Ora la lana costa 25 lire per Kg.; avete sufficienti elementi per giudicare la correttezza della mia domanda. Sono sei mesi che dormiamo sul pavimento, non basta?» (pagina 86). Mentre il pubblico strepita, dentro c’è la più olimpica indifferenza. Calma assoluta, serafica, dinnanzi alle proteste più giustificate. Il superiore cinicamente annota in margine ai reclami: «se il reclamante insiste, invocare la prescrizione – lasciare invecchiare la pratica e poi invocare la prescrizione».

 

 

Qui è messo il dito sulla piaga dolente della nostra amministrazione pubblica: la disonestà proterva, l’amoralità crescente di quelli che dovrebbero essere i servitori del pubblico. Lo Stato paga male; e gli impiegati si vendicano evitando di fare, chi più chi meno, il proprio dovere. Nessuno ha colpa, individualmente, della mancanza collettiva di senso morale. La macchina funziona così. Cigola e stritola. Il cittadino qualunque è fatto per pagare e star zitto. Se grida e si lamenta è uno speculatore e va messo all’indice, perseguitato come un cane rabbioso.

 

 

L’impiegato a stipendio fisso odia colui che fuori rischia e lavora, perde e guadagna; ed è felice di angariarlo. Il funzionario diffida del reclamante e teme la truffa, l’inganno, la reticenza; l’ispettore ferroviario offre 20 a chi gli chiede un indennizzo di cento; l’agente delle imposte è persuaso che il contribuente denunci sempre 20 al posto di 100.

 

 

Il libro del Balducci è una battaglia per la rinascita del senso del dovere e della lealtà. Da ambe le parti, s’intende. Ma poiché è necessario che si cominci da una parte, il buon esempio deve essere dato dallo Stato. Se si vedesse che le ferrovie indennizzano rapidamente in pochi giorni, a pronta cassa i danni di cui sono responsabili, il regno degli azzeccagarbugli, dei promotori di cause perse sarebbe finito. Tutti si persuaderebbero che non vale la pena di correre dietro all’ingiusto, quando spontaneamente giustizia è fatta, quando si vedesse che di loro iniziativa e grazie al nuovo sistema tributario, gli agenti delle imposte rimborsano quote di imposta non dovuta, riparano i torti del passato, riconoscono la esattezza dei libri bene tenuti e stringono la mano, con parole di lode, al contribuente onesto, questi se ne andrebbe via soddisfatto ed un’aureola di simpatie comincerebbe a formarsi intorno a quelli che sono i più temuti uffici italiani. La lealtà, la onestà, il mantener fede ai propri impegni sono le caratteristiche fondamentali delle borse. Perché? Semplicemente perché tutti hanno veduto che la furberia, il piccolo trucco, il mantenere i patti quando è utile, il disconoscerli quando l’osservanza danneggia, sono arti meschine che mandano in malora; e che solo quei finanzieri prosperarono mantenendo fede alla propria parola, anche se della parola data non v’era alcuna traccia.

 

 

Che cosa costa ai funzionari pubblici essere almeno altrettanto franchi e leali come un finanziere? Che cosa costa persuadersi che si è lì, a quel posto, non per prendere lo stipendio, ma per rendere servizio altrui? Certamente, l’esempio deve venire dall’alto. Ciò che il Balducci dice (pag. 96) della poca stima che il personale ha dei superiori è terrificante. Le masse valgono quanto sanno farle valere i superiori. Se i superiori non sanno comandare, non sanno di fatto persuadere che i propri ordini sono giusti e conducenti alla meta, nessuna disciplina si può instaurare. È vano lamentarsi della svogliatezza al lavoro, del senso crescente di anarchia, del prepotere delle organizzazioni. Gli uomini hanno bisogno di essere guidati, di essere animati. Non giova aumentare lo stipendio ai ferrovieri. Si potrebbe anche pagarli meno, quando si sapesse far amare loro il lavoro che essi eseguono. In tal caso però essi renderebbero tanto, da poterli pagare assai meglio. Ma per sapere governare gli uomini, per far loro amare il lavoro che essi fanno, fa d’uopo che i dirigenti amino essi medesimi il loro lavoro, lo vogliano rendere sempre più efficace e produttivo e bello, considerino sempre ed in tutti i campi il proprio compito alla stregua di una missione. Se la borghesia non saprà elevarsi all’altezza del suo nuovo grande compito, perda ogni speranza di salvarsi.

 

 

Il mondo è di chi ha una fede e la vuole attuare.

 



[1]Al prof. Einaudi è certamente sfuggito un successivo emendamento al primitivo piano di «Casa Assicurativa», col quale l’inquilino, senza nessun aumento sulla vecchia pigione, liberamente pattuita, si assicurava la casa gratuita nella vecchiaia e forse anche una pensione. Il miracolo era, ed è, dovuto semplicemente a questo: che gli utili di una vasta azienda edilizia – volevamo un monopolio o quasi – che fin qui hanno servito ad estinguere passivi ingenti ad interessi elevati ed a formare colossali e rapide fortune, si devolgono, nel nostro piano, ad esclusivo vantaggio dell’inquilino medesimo, inquadrandoli nel gioco della mortalità, come per le assicurazioni-vita.Ci si lasci la soddisfazione di aggiungere che se i nostri piani fossero stati attuati, l’attuale crisi dell’abitazione sarebbe nulla o quasi. In tempi relativamente lontani osammo formulare un piano di miliardi, unità di misura monetaria che oggi, dopo la guerra, non ispaventa più nessuno.

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