Ricordi di archivio di uno studioso
Tipologia : Altre Pubblicazioni
Data pubblicazione : 01/01/1958

Ricordi di archivio di uno studioso

L’attività del Centro culturale, Archivio di stato di Salerno, Tip. Reggiani, 1958, pp. 1-19

«Il Picentino», 1958, pp. 3-19

 

 

 

 

Ho accettato di buon grado l’invito del prof. Leopoldo Cassese di fare qui non un discorso, ma una lezione ordinaria, ed è per questo che loro mi vedono in questa posizione accanto al tavolo, così come ho sempre usato durante le mie lezioni universitarie.

 

 

A Torino non era così quando io entrai in quell’ateneo, dopo esserci stato come studente prima, come libero docente poi, e infine, dal 1902, come professore straordinario e poi ordinario. I professori – non i liberi docenti – salivano su un’alta cattedra, e parecchi di essi in cilindro e in prefettizia, il così detto palamidone reso noto da Giolitti. Anche io nei primi anni salivo su quella specie di pulpito; ma poiché mi imponeva soggezione, finii con lo scenderne e sedermi davanti al tavolo dove gli anziani riponevano il cilindro. Da ultimo ho creduto che per parlare agli studenti fosse più conveniente stare in piedi, mettere sul tavolo i foglietti di appunti, che ogni professore porta con sé per non essere disorientato durante la lezione, e parlare così più familiarmente agli studenti.

 

 

L’argomento della lezione sono i miei ricordi di archivio. Risalgono al periodo 1901-1908, quindi a più di mezzo secolo fa. Allora negli archivi di Torino aveva entratura un gruppo di nobili signori, tutti e quattro fregiati del titolo di barone. Primo il barone Carutti di Cantogno, mancato pochi anni innanzi; il quale era stato il direttore dell’archivio; poi il barone Claretta, il barone Bollati di San Pierre e, come dignità, maggiore di essi il barone don Antonio Manno, figlio dello storico sardo e presidente del Senato piemontese. Questi quattro baroni erano una singolarità torinese appartenendo tutti alla vecchia nobiltà piemontese, valdostana e sarda; eruditi nelle cose storiche del Piemonte, ne scrivevano in modo che, per molti argomenti, ancora oggi dobbiamo ricorrere alle loro pubblicazioni. La tradizione in parte si è conservata; ma non credo più che la nobiltà piemontese dia agli archivi di stato l’alimento di un tempo; sebbene ancora qualche rappresentante di quel ceto tenga in essi un onorevole posto. La nobiltà piemontese prediligeva le ricerche storiche e anche gli impieghi degli archivi. Parecchi funzionari degli archivi appartenevano al ceto nobile; ché, laddove alcuni entravano nella magistratura, altri nell’esercito, taluno credeva di servire ancora e sempre il re e lo stato entrando negli archivi. Mentre non sarebbero entrati in altri impieghi, questo dava come una patente di prosecuzione di antiche tradizioni. Mal pagati – non so come lo siano adesso, ma allora erano piuttosto mal pagati – sovvenivano alla scarsità degli emolumenti col patrimonio familiare, non rilevante perché la nobiltà non è mai stata né ricca né latifondista; e con la dote della moglie. Una delle mie prime esperienze, entrando negli archivi, fu l’eco lontana di quella era che aveva prodotto, come poi appresi, non pochi sconcerti negli archivi: la cosiddetta era peroniana. In un certo momento era parso ad alcuni archivisti di far bene rivoluzionando le carte, per riordinarle secondo un ordine «razionale». Che cosa fosse l’ordine «razionale» io non so; ma certo è che l’ordine razionale o scientifico introdotto negli archivi produsse disordine; così che quando uno studioso oggi deve ricercare carte di quei periodi, fortunatamente brevi, nei quali la razionalizzazione delle carte di archivio ebbe luogo, non trova più niente. A Torino avevo trovato però scarsissima eco della razionalizzazione degli archivi. Le carte erano disposte secondo l’ordine loro storico, quello secondo il quale ho visto, dalla Guida storica del Cassese, essere stato pienamente ricostituito qui l’archivio di Salerno. Volendo studiare le finanze piemontesi mi rivolsi naturalmente dapprima all’archivio che allora si chiamava di finanza e che stava, in cima ad una ripida scala, in via delle Orfane. L’archivio aveva raccolto carte provenienti dalle amministrazioni che allora si chiamavano, invece di ministeri, azienda di finanza, azienda dell’esercito, azienda d’artiglieria, azienda delle fortificazioni e fabbriche.

 

 

L’occasione del mio studio era stata quella di contribuire io e il mio amico Prato – io per l’entrate e l’amico Prato per le spese – allo studio del periodo che culmina nell’assedio di Torino. La Deputazione di storia patria per le antiche provincie di Lombardia – così allora si chiamavano quelle che oggi sono le Deputazioni subalpina, lombarda, ligure e sarda; perché Milano, Genova e Cagliari sono state separate da Torino e ognuna ha la sua deputazione – intraprese la pubblicazione di una collana di studi sulle campagne della successione di Spagna e soprattutto sull’assedio di Torino del 1706; e noi, io e Prato, dovevamo contribuire da parte nostra allo studio delle finanze. Abbiamo pubblicato invero un volume ognuno, un grosso malloppo di circa cinquecento pagine, nel quale abbiamo studiato appunto i bilanci dal 1700 al 1713. L’archivio di finanze evidentemente non poteva soddisfarci completamente; trovavamo lacune, che erano avvenute per il trasferimento dei documenti e per le vicissitudini dei tempi. Emigrammo perciò all’archivio camerale, che era l’archivio della Camera dei conti, quella che ha preceduto storicamente l’attuale Corte dei conti italiana. L’archivio camerale era molto ben collocato nel palazzo di giustizia; un ampio scalone ci conduceva sino al terzo piano dove aveva sede l’archivio.

 

 

La Camera dei conti aveva grosse serie di conti consuntivi, che ci interessavano soprattutto, perché nell’archivio di finanze abbondavano piuttosto i bilanci preventivi; ma anche in quei fondi archivistici trovammo molte lacune. Nell’archivio camerale si conservavano i conti consuntivi perché la Camera dei conti doveva controllare e parificare i conti e dare la ricevuta ai tesorieri i quali avevano fatto il loro dovere, salvo a riscuotere le mancanze da coloro che ne avevano la responsabilità. Qui integrammo le nostre ricerche, non interamente, a causa delle vicissitudini dell’invio dei conti consuntivi alla Camera dei conti. Finalmente qualcuno richiamò la nostra attenzione su un altro archivio che nessuno frequentava, di cui nessuno si occupava, situato al pianterreno di palazzo Madama. Adesso palazzo Madama, situato nel centro di piazza Castello a Torino, è diventato un palazzo monumentale, bene arredato, e ospita per la parte antica il Museo civico del municipio di Torino. Al primo piano, stavano ancora la Corte di appello e la vecchia Corte di cassazione – quando c’erano ancora le Corti di cassazione locali -, e al pianterreno c’era un magazzino che si chiamava Archivio del controllo generale. Era chiuso e gli studiosi non vi andavano mai. Quando io manifestai il desiderio di ispezionare che cosa ci fosse in questa sezione dell’Archivio di stato, il direttore, che era il conte Sforza, padre di quello che fu ambasciatore e ministro degli esteri d’Italia, mi disse: ci vada lei, e diede al custode l’autorizzazione di aprirmi la porta e poi di chiuderla di nuovo quando io fossi uscito; di guisa che in quegli anni in cui frequentai l’archivio del Controllo generale al pianterreno di palazzo Madama ne ero padrone per tutta la giornata, per tutto il tempo che volevo rimanere, anche oltre le ore di ufficio. Non c’erano guide, non c’erano inventari, ma c’era la buona volontà di ricercare. La maggior parte dei documenti che c’interessavano, cioè la serie delle scritture contabili, l’abbiamo trovata in questo archivio, che si chiamava del Controllo, ma nel settecento si denominava del Controrollo generale. Suppongo che questa denominazione venisse per eredità dai rotuli medievali, di cui una copia era tenuta dall’ufficiale pagatore e l’altra, il controrollo o controrotolo, doveva essere consegnata all’ufficio del controllo, così che all’ufficio del controllo arrivavano tutti i conti consuntivi. La serie più completa di tali conti per tutto il XVIII secolo l’abbiamo trovata in quell’archivio.

 

 

Ricordo che mia moglie, alle otto di sera, veniva sempre a rilevarmi; si faceva aprire la porta dal custode, il quale mi aveva chiuso dentro. Io lavoravo in una delle torri. Coloro che conoscono Torino sanno che il palazzo Madama finisce con due torri verso via Po. In una di quelle due torri ho passato parecchio tempo degli anni in cui lavoravo allo studio delle finanze piemontesi. Pubblicai, difatti, oltre il volume mio per la Deputazione di storia patria, anche un altro grosso volume di circa cinquecento pagine sulla storia finanziaria degli stati sabaudi per il periodo che va dall’inizio del secolo XVIII fino al 1713; seguitando gli spogli dei conti senza però più pubblicare niente. Posseggo a casa mia, nelle mie carte, anche la copia sistematica dei bilanci preventivi e dei conti consuntivi (detti spogli) degli stati sabaudi: Savoia, Piemonte, Aosta, Sardegna, Nizza, dal 1713 fino all’uscita dei Savoia dal Piemonte nel 1798, quando il Piemonte fu occupato dai francesi. In base ai miei riassunti la testimonianza migliore che si possa rendere della finanza piemontese di quell’epoca è che per tutto il secolo fino alla caduta della monarchia, per l’avvento dei francesi, si può seguire l’andamento delle finanze, entrate e spese riscontrate fino all’ultimo soldo – allora si parlava di lire, soldi, denari – anzi sino all’ultimo denaro e qualche volta ancora fino alle suddivisioni astratte del denaro, quelle suddivisioni che non erano rappresentate da moneta effettiva. Il denaro correva, il soldo correva, correva la lira; il punto e l’atomo non correvano, ma i conti erano liquidati, i conti erano precisi fino all’ultimo punto, e ciò per tutto un secolo fino al dicembre del 1798. Merito di chi, questa precisione nei conti? Il Piemonte, come voialtri nel napoletano avete avuto il Tanucci, ha avuto il Bogino, che fu consigliere di Carlo Emanuele III per lunghissimi anni e continuò e perfezionò le norme della buona amministrazione là usate. Merito anche di quel re Carlo Emanuele III, che credo riscontrasse i conti fino alla lira e al soldo e che conosceva per nome, immagino, tutti i suoi funzionari, e conosceva l’emolumento di ognuno di essi.

 

 

È stato possibile, quindi, ricostruire tutta la serie dei conti finanziari del secolo XVIII. Che cosa c’è di interessante in quel secolo? Guerre continue: guerra di successione spagnuola, guerra di successione polacca, guerra di successione di Austria si chiudono con la pace del 1748. Solo dal 1748 fino alla rivoluzione francese abbiamo circa quarant’anni di pace. Il governo piemontese profitta di quell’epoca per mettere ordine nelle sue cose. Le guerre costano sempre e costarono anche allora, creando una situazione debitoria nel Piemonte ove le entrate del consuntivo nel 1750 erano state di 25.173.000 lire con un disavanzo di 3.943.000 lire. Tale disavanzo riferito alle cifre odierne di miliardi non fa impressione; ma bisogna riportarsi al numero degli abitanti, alla ricchezza e all’estensione degli stati sabaudi di quel tempo. La cifra era rilevante per quell’epoca, e io non oserei azzardare nessuna ipotesi rispetto al moltiplico che bisogna adottare per trasformare i venticinque milioni di vecchie lire piemontesi in lire attuali. Si sa che la lira piemontese in quell’epoca era eguale ad una lira e diciannove centesimi delle lire italiane dopo il 1860, ai franchi francesi dell’anno VIII, da cui vennero, uguali per contenuto, le lire che hanno durato da noi fino alla prima guerra mondiale. Qualunque moltiplico che possa stare tra il cinquecento e il mille – ma non oso dire quale – può essere buono per trasformare in lire attuali i 21 milioni di entrate e i 25 milioni di spese di quell’epoca. Tre milioni trecentoquarantatremila: immagino che Bogino e Carlo Emanuele III fossero molto preoccupati dal disavanzo, reso pericoloso dal fatto che molti debiti erano a breve scadenza: quelli che noi adesso chiameremmo buoni del tesoro ordinari, che hanno una scadenza non superiore ad un anno. Allora si poteva calcolare che i debiti dello stato ammontassero a due milioni e mezzo circa di debiti fissi, debiti perpetui, che chiameremmo oggi consolidati; e a 2.816.000 lire di debiti a breve scadenza. I debiti consolidati, che non davano preoccupazioni immediate e che, come ho detto, erano due milioni e mezzo, si chiamavano alienazioni – nel napoletano credo che si chiamassero arrendamenti -, erano cioè vendite che gli stati facevano, del tipo di quelle che i comuni chiamerebbero oggi delegazioni sulle sovraimposte e sui dazi di consumo. Gli stati non godendo di credito diretto – i sovrani ne avevano pochissimo come tali -, che cosa dovevano fare per procacciarsi denaro in prestito? Dovevano alienare, vendere qualcuna delle proprie entrate. Soprattutto vendevano, a Torino, per esempio, e in altre città del Piemonte, diritti di gabella sulle carni, sul vino all’atto dell’introduzione nella città. I diritti venivano alienati ad un ente accreditato sotto il nome di Monte di S. Giovanni Battista. Altrove erano alienazioni al Monte del Beato Angelo di Cuneo; uno degli enti i quali acquistavano, pagandone il prezzo, le entrate di cui il sovrano si spogliava. Non è che i monti fossero solvibili per se stessi. Il Monte di S. Giovanni Battista a Torino e quello del Beato Angelo a Cuneo, così come i banchi qui a Napoli, od il Banco di S. Giorgio a Genova, od il Monte che poi diventò Monte Napoleone, a Milano – ancora molti che passano per via Monte Napoleone non so se si rendano conto dell’origine del nome e che lì esisteva un Banco detto Monte Napoleone, il quale acquistava entrate statali e le trasformava in titoli di credito – tutti questi monti che non possedevano un soldo, per poter acquistare dal sovrano le sue entrate, emettevano e vendevano al pubblico certificati di debito pubblico, titoli di rendita perpetua, che erano chiamati a Torino «Luoghi di monte»; e così si chiamavano a Milano, od a Genova luoghi del Monte di S. Giorgio; non so come si chiamassero gli analoghi titoli emessi dai banchi che poi si fusero nel Banco di Napoli. A Venezia gli enti intermediari erano le «Scuole» od «Arti», vecchie corporazioni di arti e mestieri, di cui si conservano monumenti insuperabili artistici. Le scuole e le arti, vere corporazioni d’arti e mestieri, compravano le entrate della Repubblica veneta dal governo e le trasformavano in titoli di debito pubblico collocate tra i risparmiatori.

 

 

Pare che il pubblico non avesse molta fiducia nella mera parola dei sovrani e per prestare denaro e sottoscrivere ai luoghi di monte richiedeva di metterli sotto l’invocazione di qualche santo, o S. Giovanni Battista, o S. Giorgio, o il Beato Angelo di Cuneo, oppure di metterli sotto la garanzia di banchi secolari come quelli da cui ebbe origine il Banco di Napoli o di quello di S. Giorgio o di corporazioni economiche anch’esse secolari. Gli enti vendevano i luoghi, titoli perpetui, di cui il creditore non poteva chiedere allo stato il pagamento e perciò non assillavano lo stato debitore.

 

 

C’erano poi i debiti correnti, che avevano le forme più varie; ed erano in sostanza ricevute della tesoreria generale per denaro da restituire a breve scadenza ed erano naturalmente i debiti più impegnativi. Bogino e Carlo Emanuele III erano preoccupati sovrattutto di questa seconda specie di debiti; epperciò, subito dopo la pace del 1748, cercarono di mettere in ordine gli impegni correnti.

 

 

Già nel 1751 nel bilancio preventivo le spese dell’esercizio erano state ridotte da 9.191.000 a 8.746.000 lire; le spese per l’artiglieria da 268.000 a 223.000; quelle per le fortificazioni da 1.329.000 a 465.000 lire. I tagli, abbastanza grossi, nelle spese pubbliche, non solo fornirono i mezzi di fare impianti notevoli nel porto di Nizza, che ne accrebbero la potenzialità e lo resero così il più importante porto che avessero allora gli stati sabaudi sul mare, ma permisero anche di fare economie e consentire che il bilancio del 1751 si presentasse in attivo: entrate, 21.497.000 e spese, 21.104.000: avanzo piccolo, 300.000 lire, ma sufficiente per capovolgere la situazione.

 

 

Non appena restaurato l’equilibrio nel bilancio, subito cominciano le conversioni vere e proprie del debito consolidato perpetuo: dal 1751-1752, fino a quella del 1763 che per quei tempi può essere considerata una grande conversione. La conversione fu agevolata da un buon trattato, di cui è inutile riferire i particolari, tra Savoia e Francia: la prima cedette alla Francia i suoi diritti più o meno ipotetici sul Piacentino e ne ricevette una somma di otto milioni e duecentomila lire tornesi, ossia pari a 6.736.000 lire piemontesi.

 

 

Quando da uno stato si cedeva o si acquistava un territorio, l’acquisto di esso era sempre calcolato sulla base del provento delle imposte versate dai contribuenti del territorio passato da uno all’altro stato. I Savoia si lamentarono moltissimo quando la Spagna riconquistò la Sicilia ed essi si dovettero accontentare della Sardegna; se ne dolsero moltissimo perché la Sardegna valeva molto meno per reddito tributario di quello che forniva la Sicilia e per molti anni ritennero di essere stati defraudati nel cambio.

 

 

In quell’anno, dunque, i Savoia riuscirono a concludere un buon trattato e ad ottenere una somma di 6 milioni e più di lire piemontesi come indennità di rinunzia a certi ipotetici diritti sul Piacentino. Cosa fecero di questa somma Carlo Emanuele e Bogino? Istituirono una Cassa di redenzione.

 

 

Le Casse di redenzione sono molto simili a quell’istituto nuovamente da poco introdotto in Italia, la Cassa di ammortizzamento del debito pubblico, nella quale si versano certe entrate statali destinate ad ammortizzare il debito pubblico. Per apprezzare l’utilità dell’istituto occorre sapere qual è l’uso che si fa del fondo destinato al rimborso. L’idea di ammortizzare, di ridurre il debito pubblico è un’idea che di fatto non si è mai attuata. Può giovare ad altri scopi. In Piemonte, per esempio, servì perché nella Cassa di redenzione creata con i sei milioni francesi affluirono in seguito gli avanzi ottenuti successivamente dallo stato. Muniti di questo fondo, i finanzieri piemontesi riuscirono a convertire il debito pubblico da un saggio di interesse alto ad un saggio di interesse minore. La Cassa servì soprattutto come minaccia verso i creditori, ai quali il governo diceva: o vi accontentate del 5% invece del 6%, oppure vi restituisco il vostro denaro. I creditori sapevano che c’era il fondo del Piacentino lì pronto per effettuare il rimborso e tutti accettarono. In seguito il 5 fu ridotto al 4%, finché si giunse al 1764, quando si fece una conversione che per quel tempo fu una grande operazione perché si riferì ad un capitale di dodici milioni e mezzo di debito pubblico. I creditori si sentirono porre la vecchia alternativa: o voi vi accontentate del 3,5% invece del 4, ovvero qui sono pronti i danari per il rimborso del capitale che in passato avete dato al Monte di S. Giovanni Battista.

 

 

Giustamente in Italia nel 1906 menammo vanto per la conversione, che s’intitola al nome di Luigi Luzzatti, con la quale conversione si trasformò il grosso del debito pubblico, che allora era di otto miliardi in debito pubblico perpetuo al 5% lordo di imposta e 4% netto, in 3,75% netto, passando di lì a poco al 3,50%. Il merito della decisione fu del Maiorana, ministro del tesoro il quale a un certo momento vide che si poteva realizzarla con successo, osando porre francamente il dilemma: o consentite al 3,50% od ecco i vostri denari.

 

 

Altrettanto importante operazione tanti anni prima era stata già osata in Piemonte. Conversioni simili si ebbero a Napoli dove certi arrendamenti, che si erano spinti sino al 7%, furono ridotti con conversioni volontarie dal 7% mano a mano sino al 4%. La Repubblica di Venezia durante il secolo XVIII ridusse ripetutamente l’interesse dei propri debiti al 3,50%, e così facemmo nel Piemonte. Forse vale la pena di leggere il testo del preambolo dell’editto del 27 dicembre 1763 con il quale si ordinò la conversione.

 

 

«Con li mezzi sinora adoperatisi per sgravare le nostre finanze dalle obbligazioni più urgenti contratte nella passata guerra, si è felicemente adempiuto l’oggetto a cui furono da noi indirizzati; il quale è sempre stato d’andare sollevando i nostri popoli dalle anormali straordinarie imposizioni; e perciò dopo di avere proporzionatamente alle circostanze dei tempi, quelle negli anni scorsi diminuite, abbiamo ora la piena consolazione d’interamente sopprimerle, come per l’anno venturo rimarranno soppresse. Nel pigliare però questa risoluzione abbiamo dovuto considerare la mancanza del fondo di esse, che ne deriva al nostro erario, e quindi rivolgere il nostro pensiero ad alleggerirgli il grave peso degli interessi, a cui sta tutt’ora reggendo a cagione delle seguite alienazioni e massimamente di quelle dei monti con ritrattarne il provento dal 4 al 3 e mezzo % ed offrire a quei montisti i quali non si acquetassero a una tale riduzione, il capitale sborsato per il loro acquisto».

 

 

Quasi tutti si accontentarono: su un capitale di 12.753.000 fu accettata la riduzione per 12.196.000 lire. Pare che anche coloro, i quali non accettarono subito la riduzione, si fossero pentiti e pensassero: cosa facciamo noi dei quattrini che ci hanno rimborsato? È vero che ci darebbero solo il 3,50%, ma non abbiamo trovato il modo di impiegare i denari del rimborso a condizioni migliori. Le condizioni del credito dello stato erano invero molto migliorate. Con un regio viglietto del gennaio 1765 lo stato riapre i termini e dice: coloro i quali vorranno riavere i vecchi titoli al luogo del rimborso hanno quindici giorni di tempo per farlo. Questo è l’ufficio delle Casse di redenzione od ammortamento del debito pubblico: dare all’erario il mezzo per convincere i portatori dei titoli a contentarsi di un interesse minore. Vantaggio non piccolo per lo stato, frutto di buona amministrazione. La Cassa è mero indice che si sa governare bene.

 

 

Questa del periodo 1901-1908 è stata la prima esperienza da me fatta negli archivi. Le lunghe giornate che ho passato a sfogliare i registri conservati al piano terreno di Palazzo Madama per trarne copie ed appunti sono per me il ricordo di un lavoro intenso. Tra le mie carte – e non ho nessuna speranza di poterle utilizzare – stanno le copie dei conti consuntivi completi, in riassunto, ma esatti, come ho detto, fino all’ultimo soldo e denaro entrato ed uscito dalle casse dello stato dal 1714 al 1798, cioè fino alla fine della vecchia monarchia. Grandi fogli che ad un certo momento depositerò in qualche pubblico archivio affinché possano servire eventualmente ad altri futuri studiosi.

 

 

Altra esperienza di archivio l’ho fatta in seguito, in scala molto ridotta. Sono passati parecchi anni; ché dal 1908 arriviamo al 1930-1942. Non è che allora frequentassi ancora gli archivi, ma mi ero un poco innamorato di cose locali. Avevo letto qualche libro intorno ai frutti che si possono ricavare studiando gli archivi municipali, e mi aveva fatto una certa impressione una serie di volumi pubblicati dal prof. Irénée Lameire dell’Università di Lione sulla teoria dell’occupazione militare alla fine del secolo XVII e al principio del secolo XVIII durante le grandi guerre che allora si erano combattute tra Francia, Spagna e Austria. Non ho conosciuto personalmente il Lameire, ed i ricordi che ne ho provengono direttamente dal collega Francesco Ruffini. Lameire era un tipo curioso, il quale, volendo studiare le occupazioni militari e quel che era accaduto in conseguenza di esse in Spagna, nelle isole Baleari, nel sud della Francia e in Piemonte, si era messo a viaggiare, a piedi, andando a ispezionare gli archivi dei comuni, anche i più piccoli e così quelli del Piemonte. Aveva viaggiato il Piemonte antico, la Val d’Aosta, Nizza ed i suoi appunti diedero risultati interessanti. Quando lessi i suoi volumi non c’erano ancora state le esperienze della prima e della seconda grande guerra; ma già allora stupivo della gentilezza degli usi del tempo tra il sei ed il settecento, della prudenza con la quale gli eserciti occupanti ottenevano contributi dalle popolazioni dei luoghi invasi.

 

 

In Piemonte quando un reggimento, od una compagnia francese occupava un villaggio e chiedeva un contributo straordinario ai sindaci non è che ottenesse subito le somme richieste. I sindaci tergiversavano, volevano ottenere l’autorizzazione. Sì, noi vi pagheremo, ma vogliamo avere il biglietto di S.A.R. il nostro duca Vittorio Amedeo II, non ancora re. Capitani e colonnelli francesi, pienamente di accordo, concedevano ai sindaci il salvacondotto necessario affinché potessero attraversare le linee ed ottenere la desiderata autorizzazione. Il conte Groppello, generale delle finanze – così si chiamava il ministro delle finanze – non aveva scrupolo a redigere ricevute con data anticipata con le quali riconosceva che il comune aveva già versato, e non era vero, le somme dovute al tesoro regio, sicché il comune fosse esonerato da nuove contribuzioni. Se ciò non poteva farsi rilasciava la dichiarazione che autorizzava i sindaci a consegnare le somme richieste agli occupanti, cosicché di esse sarebbe stato tenuto conto nel pagamento delle imposte dovute al sovrano legittimo. Usi e abitudini che non credo si siano conservati nelle ultime due grandi guerre, ma allora erano usuali.

 

 

Era anche abbastanza comune la cortesia con gli avversari. Nei volumi di Lameire si narra, per esempio, che nel 1705 il duca de la Feuillade si lamenta che i partigiani piemontesi gli avevano portato via le valigie e chiede il rimborso del valore delle cose trafugate. La somma in lire 4568 fu regolarmente rimborsata dal tesoro ducale al duca, comandante dell’esercito nemico invasore. Atti di cortesia anche maggiori si hanno nell’agosto del 1705: lo stesso duca de la Feuillade riceve dal tesoriere di Madama reale Sigismondo Villa il dono di una certa quantità di bergamotto «con otto vasi per riporlo dentro e mandato d’ordine di S.A.R. con altre robbe al signor duca della Feuillade, comandante dell’esercito di S. M. Cristianissima, lire 71,56». Atti di cortesia reciproca come questi fra nemici non credo che si usino più.

 

 

Il Consiglio dei commessi della Val d’Aosta – allora la Val d’Aosta era amministrata da un Consiglio di commessi che godeva di una certa autonomia – pagò 10.000 lire all’esercito francese, ma a prestito e con obbligazione personale del comandante, il quale dovette obbligarsi personalmente a restituire la somma.

 

 

Il conte Groppello cercava di non comunicare quelli, che si chiamerebbero adesso i ruoli delle imposte, ai commissari degli eserciti nemici, i quali non avendo i ruoli erano imbarazzati a riscuotere le imposte. Usi che a me parevano già fin da allora testimonianze di rapporti finanziari tra gli eserciti che si combattevano in campo dimenticati nelle guerre contemporanee.

 

 

Per associazione puramente locale e nella speranza che dall’esame delle carte locali si potesse ricavare qualche frutto, sebbene in un campo diverso, decisi di esplorare l’archivio comunale di Dogliani.

 

 

E scelsi le scritture catastali. Il sindaco, per cortesia, consentì che i grossi volumi catastali mi fossero mandati a casa perché li potessi consultare più comodamente: volumi regolarmente poi restituiti.

 

 

Il catasto piemontese era stato riordinato verso il 1730 sulla base geometrico-particellare. Ma poiché l’attuazione dell’ordinamento era riservata ai comuni, questi ottemperarono più o meno presto, più o meno tardi – e qualcheduno mai – lungo tutto il secolo XVIII. Il comune di Dogliani, dove risiedo la maggior parte dell’anno ancora adesso, deliberò le spese occorrenti al catasto particellare geometrico nel 1793. Da quell’epoca in poi, fino a quando il catasto fu assunto dallo stato, i libri catastali furono tenuti in perfetto ordine, con metodo semplice ma sufficiente. Per anni, si può dire dal 1930 al 1942, io ho passato qualche mese durante l’estate a studiare i libri catastali. Il risultato è stato nullo fino adesso dal punto di vista di mie scritture; però in un armadio si sono accumulate molte cartelle.

 

 

Che cosa contengono queste cartelle? Rendo così testimonianza della ragione per la quale mi sono azzardato a presentarmi a uomini che negli archivi trascorrono la vita. Anch’io ho cercato di fare qualcosa che si può dire archivistico. Nelle cartelle c’è la storia catastale di tutti indistintamente i proprietari, i quali erano tali nel 1793, e di tutti i passaggi di ogni minima particella di terreno – le particelle possono essere conosciute e seguite perché il catasto è geometrico e particellare, e quindi ogni particella è descritta e raffigurata anche in mappe corrispondenti ai registri dei trapassi. Nelle cartelle è narrata la storia di tutte le famiglie le quali hanno posseduto terra dal 1793 al 1880. Una cartella per ognuno di coloro che possedevano terra nel 1793 segue il possessore, fino a quando l’intestatario muore: o muore fisicamente o muore al catasto perché ha venduto tutto ciò che possedeva. Ogni acquisto e ogni vendita è registrata con l’indicazione dell’estimo e della superficie di ognuna delle particelle. Nascono nuovi proprietari: per eredità, per divisione, per acquisti. Le cartelle si sono accumulate fino all’anno 1880: quasi novant’anni di storia catastale delle famiglie di quel Comune.

 

 

Il lavoro è stato interrotto per le vicende che mi hanno vietato di continuarlo e non so se la vita mi basterà per compiere questa ed altre ricerche o meglio, riesumazioni di cose scritte in passato.

 

 

Intanto qualche osservazione interessante è venuta fuori. Il Comune, è esteso su un territorio di 9.000 giornate, e poiché la «giornata» è di circa 3800 mq. queste corrispondono a circa 3500 ettari. Su quella superficie i proprietari allora erano 638; cento anni dopo, 1893, i proprietari erano diventati 1.299; ora la cifra precisa non potrei indicarla perché non l’ho appurata con esattezza, ma sono circa 1700 gli articoli di ruolo. C’è differenza numerica tra proprietari e articoli, dovuta a intestazioni diverse tra padri e figli, mariti e mogli: ed il numero degli articoli di ruolo perciò è superiore, a quello dei proprietari, il quale non va al di sopra dei 1300-1400. Col trascorrere del tempo la proprietà si è frazionata assai. Nel 1793 quelli che allora potevano essere considerati grandi proprietari – ma grandi proprietari erano stati da me definiti tutti quelli che possedevano più di cento giornate, cioè più di 38 ettari – erano 12; cento anni dopo erano ridotti in quattro; e credo che adesso uno o due siano i proprietari che possono essere in quella zona definiti come grandi perché possessori di più di 38 ettari.

 

 

Sono cresciuti i medi e piccoli proprietari, e le mutazioni che si sono verificate non sono tali da farmi dare molto credito alle teorie che spesso si adducono per spiegare i passaggi di proprietà da una classe sociale ad un’altra. Capitalismo e non capitalismo, parole di tale genere mi hanno sempre soddisfatto poco. Guardando le cartelle catastali ad una ad una che cosa si vede? Che le ragioni sono essenzialmente morali e personali. Quando si vede non infrequentemente che un padre divide la sua terra, poca o grossa che sia, fra tre fratelli, e, secondo i nostri usi i tre fratelli ricevono ognuno una superficie uguale – ogni distinzione tra un figlio e l’altro, almeno nelle nostre zone, sarebbe considerata ingiusta -, quando si vede che dei tre fratelli, dopo qualche anno, dieci anni o venti, il primo la sua quota, se era di dieci ettari l’ha aumentata a 15 o a 16; il secondo, su per giù, l’ha conservata, e il terzo non compare più nei miei fogli, che cosa io devo concludere? Che il capitalismo, teoria fondata su trasformazioni generali della società intera, sia stata la causa della trasformazione? No; semplicemente il primo era una persona assestata, aveva avuto anche una buona moglie, la quale aveva curato le cose di casa sua; il secondo aveva indole di conservatore, bravo ma senza iniziativa, e il terzo aveva la testa per aria. Una volta uno di questi tre, che conoscevo personalmente, me lo vedo comparire davanti e gli dico: Ma non lavori più il tuo fondo? Era un fondo alquanto vicino ad uno mio. «No; sa, a me non piace lavorare». Aveva venduto tutto e lui e la moglie andavano raminghi per il mondo. Le ragioni delle variazioni di proprietà hanno carattere morale, personale. L’uomo è fatto così: uno conserva, l’altro accresce e l’altro perde tutto. Su migliaia di schede che io ho, direi che non potrei ricavare conclusione più sicura.

 

 

Nel primo momento, 1793, c’era ancora qualche proprietà privilegiata e una parte del territorio apparteneva alla nobiltà, un’altra apparteneva al clero e ai monasteri. Questi ultimi sono stati estromessi dai decreti eversivi napoleonici e presto scompaiono. Ma i primi perché scompaiono? Scompaiono perché i nobili erano fatti come tutti gli uomini in genere. Una famiglia, la quale possedeva una discreta proprietà, la si vede un po’ per volta andarsene dai registri catastali; e da altre fonti si appura che costui giocava, o spendeva troppo, o viaggiava. Queste le ragioni per le quali quella famiglia è scomparsa dall’orizzonte catastale, non esiste più. Posseggo – l’ho avuto per caso – quello che da noi si chiama il cabreo che è la mappa catastale della proprietà di una famiglia. Era il maggior proprietario del tempo, 1820, sindaco del comune, e possedeva una proprietà che per noi era molto estesa, più di 350 giornate di terreno, tutta descritta nella mappa catastale con illustrazioni, come allora usava, di persone della famiglia. Oggi questa è scomparsa, non possiede più un metro quadrato di terreno; i componenti esistono, ma sono sparpagliati per il mondo, gente vagante, fra cui onorati ufficiali superiori e magistrati, che non ha più nessuno attaccamento per la terra. Perché? Le ragioni sono sempre le stesse: una generazione che spende, una che consuma il patrimonio paterno, un’altra che non sa amministrare; un’altra ha qualche avventura e deve pagare debiti. Ora il più grosso proprietario terriero del 1820 non esiste più.

 

 

Queste sono indagini che si possono fare anche durante le vacanze da coloro i quali vanno nei loro luoghi di origine, per desiderio di occupare il proprio tempo. Indagini le quali, senza dar luogo a generalizzazioni di carattere storico, di carattere mondiale, possono essere feconde di conclusioni più semplici e familiari e forse istruiscono di più sulle vicende del piccolo mondo nel quale i più degli uomini vivono.

 

 

Nell’Archivio di Salerno – a quanto apprendo dal libro del Cassese – sono conservate grosse serie di protocolli notarili per periodi molto lunghi. Credo che il loro studio unitamente a quello dei libri catastali possa dare risultati notevoli. Non sono potuto arrivare sino a questo punto perché ho dovuto dopo il ’42 abbandonare le ricerche sicché le mie cartelle sono puramente catastali. Avrei voluto seguitare sino al 1911, sino a quando il catasto da comunale diventò statale; avrei dovuto controllare i risultati nell’Archivio notarile di Mondovì dove si conservano per lo stesso periodo di tempo tutti i minutari notarili del luogo. Dopo aver studiato l’argomento sui libri del catasto, sarebbe stato invero necessario controllare vendita per vendita, acquisto per acquisto, i risultati del catasto con le dichiarazioni scritte nei minutari notarili, sui prezzi e condizioni di vendita, dichiarazioni che, fino ad una certa data, credo più attendibili di quelle che si possono ricavare oggi, perché le tasse di trapasso erano molto meno rilevanti di quanto non siano ora, più conformi alla verità; né richiedevano le incerte e arbitrarie correzioni che forse oggi sarebbero richieste.

 

 

Largo campo, quindi, si apre agli studiosi degli archivi provinciali col sussidio dello studio degli archivi comunali.

 

 

Per quel che si riferisce ai miei ricordi, avrei detto tutto quel che potevo della mia vita d’archivio; ma la lezione, di solito, non finisce senza un augurio. E l’augurio sarebbe che molti meridionali cercassero sui documenti di archivio di studiare qualche argomento che sia ancora vivo oggi.

 

 

Il reame di Napoli, ha guadagnato o perduto dall’unificazione? Io sono per la tesi, che credo fosse quella di Giustino Fortunato, che l’unità abbia giovato anche dal punto di vista economico al mezzogiorno e che se querimonie e lagnanze vi possono essere, esse sono particolari e speciali a qualche zona. Il problema tuttavia esiste e merita di essere studiato. Esiste da lungo tempo, perché una delle tante ricerche che potrebbero essere fatte, sarebbe quella di riprendere la vecchia polemica di un secolo addietro, verso il 1857-58, tra Antonio Scialoia e Agostino Magliani. Antonio Scialoia, esule in Piemonte, pubblica nel 1857 un libretto di 140 pagine intitolato: I bilanci del regno di Napoli e degli stati sardi (Torino, 1857). L’opuscolo di Scialoia era una rivendicazione delle finanze piemontesi e una critica di quelle napoletane. La critica si appuntava essenzialmente sul fatto che i napoletani pagavano poche imposte, circa la metà di quelle che pagavano i contribuenti piemontesi. I napoletani avevano scarso debito pubblico, mentre l’onere del debito pubblico piemontese era andato rapidamente crescendo: dal 1848, quando era appena di 25 milioni di lire, in breve volgere di anni a più di 400 milioni di lire. Invece, nel regno di Napoli il debito pubblico se non diminuito era rimasto stazionario. Scialoia osserva: ciò è vero; dove avete voi però le ferrovie? Avete un piccolo campione, un gingillo che porta la Corte da Napoli a Caserta. In Piemonte si sono costruiti 900 e più chilometri di strade ferrate, si sono iniziati i lavori di traforo del Freyus; c’è un grande fermento di vita, i porti sono stati ricostruiti. I piemontesi pagano, sì, molte imposte, ma ricavano un frutto dal pagamento di esse; i napoletani ne pagano poche ma non hanno ferrovie e spese pubbliche. Perché c’è grande debito pubblico in Piemonte? Perché è stata condotta la guerra d’indipendenza, del 1848- ’49; ma quella prova, anche se sfortunata, ha posto il fondamento dell’avvenire. Quel poco debito pubblico che avete, lo avete anche perché siete stati obbligati a pagare le spese di occupazione di eserciti forestieri, i quali hanno conservato il dominio assoluto della vostra dinastia.

 

 

Il paragone, quindi, torna tutto ad onore del Piemonte. Certo avete, però, nel regno di Napoli cose che i piemontesi dovrebbero imitare. Per esempio, avete pochi magistrati; ma son ben pagati, e indipendenti. Sono pagati quasi il doppio dei magistrati piemontesi. Laddove i magistrati di tribunale in Piemonte sono pagati a 1.600-2.500 lire all’anno, nel regno di Napoli i magistrati, i quali hanno il medesimo grado, sono pagati da 3.000 a 6.000 lire. Più alta perciò è la stima che si fa della magistratura: i piemontesi dovrebbero imitare i napoletani.

 

 

La disputa ancora continua; ancora esiste e merita di essere studiata: se dal passaggio dalla indipendenza locale all’unità nazionale il regno delle Due Sicilie abbia guadagnato o perduto dal punto di vista economico. La conclusione è ancora dubbia; non voglio azzardarne alcuna; basti dire che questo è uno dei problemi più importanti che gli storici contemporanei potrebbero studiare. Ripeto, la mia impressione è che, facendo le somme del più e del meno, pur riscontrando che talune delle industrie, alcuni commerci abbiano potuto perdere a seguito dell’unione, tuttavia, nell’insieme delle cose, la situazione economica sia migliorata.

 

 

Se, come credo, questa tesi, che è quella di Giustino Fortunato, potesse essere corroborata da imparziali studi fatti sulle fonti originarie, io ne trarrei una conseguenza anche contemporanea. Si parla sempre oggi del mercato comune e si sono stabilite, nei trattati internazionali, lunghe remore nell’attuazione del trattato comune: quindici anni per attuare direttamente la prescrizione per cui i mercati dell’Italia, Francia, Germania, Belgio, Olanda, Lussemburgo possono essere unificati; quindici anni per l’unificazione graduale, anni prorogabili a diciotto. Coloro i quali hanno compilato i trattati si sono assai preoccupati che l’attuazione possa portare sconvolgimenti improvvisi ed hanno cercato di imporre remore di tempo, hanno cercato di stabilire delle garanzie per ritornare, eventualmente, indietro; perché se lo sconvolgimento si verifica, lo stato il quale è danneggiato, secondo i trattati, ha ragione di formulare riserve, ottenere eccezioni in modo che la sua industria, il suo commercio non abbiano ad essere pregiudicati.

 

 

Confesso che sono, invece, dell’opinione che, senza saperlo, hanno attuato due grossi personaggi del risorgimento italiano.

 

 

In Italia di mercato comune, di federazione economico-finanziaria si è parlato per lungo tempo. Il prof. Ciasca ha scritto un libro molto interessante intitolato: Il programma dell’unità nazionale. Io l’ho letto tanti anni fa; una delle cose che mi fece più impressione fu che di federazione economica, di unione tra i diversi stati italiani, Regno di Sardegna, Lombardo-Veneto, Toscana, Stati pontifici, Reame delle Due Sicilie, si è parlato e si è continuato a parlare da circa il 1770 sino al 1860. Un economista piemontese già nel ventennio che va dal 1770 al 1790 trattava di unione doganale in Italia. Lungo quel secolo si tennero congressi, conferenze internazionali tra i rappresentanti dei diversi stati, si nominarono periti, esperti per studiare le regole dell’unificazione.

 

 

Naturalmente non si era concluso nulla. Il problema da chi è stato risolto? Da due uomini, i quali, ritengo che di cose economiche fossero ignorantissimi: ed erano Garibaldi e Vittorio Emanuele II. Questi due uomini s’incontrarono sul ponte di Teano, si strinsero la mano e l’unificazione d’Italia fu cosa fatta. Con quella stretta di mano caddero, rovinarono le barriere doganali, rovinarono gli edifici che per secoli avevano diviso in varie parti l’Italia; i sistemi proibitivi edificati per difendere ognuno di questi mercati contro la concorrenza degli altri. La caduta dell’edificio protezionistico produsse qualche sconquasso e cagionò qualche rovina; ma tutto sommato ha ragione Giustino Fortunato. L’unificazione fu qualche cosa di grande anche dal punto di vista economico. Può darsi che taluno abbia tratto maggior vantaggio degli altri, ma tutti si avvantaggiarono.

 

 

Con l’augurio che lo studio del passato illumini l’avvenire do termine alla lezione.

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