Opera Omnia Luigi Einaudi
Fondazione Luigi Einaudi ETS

Scienza economica. Reminiscenze

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 01/01/1950

Scienza economica. Reminiscenze[1]

Cinquant’anni di vita intellettuale italiana (1896-1946). Scritti in onore di Benedetto Croce per il suo ottantesimo compleanno, a cura di Carlo Antoni e Raffaele Mattioli Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 1950, vol. II, pp. 293-316[2]

In estratto: Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 1950

 

 

 

Sentii fare la prima volta il nome di Benedetto Croce, credo, nel 1894 quando frequentavo, studente forse non ancora ventenne, il Laboratorio di economia politica dell’ateneo torinese, istituito pochi mesi prima, verso la fine del 1893, da Salvatore Cognetti de Martiis, maestro a noi tutti di rigore nell’uso delle fonti e di probità scientifica. Ho l’impressione che Luigi Albertini attizzasse il fuoco nella stufa ed io lo coadiuvassi per proteggerci alla meglio dal freddo in quelle due stanzette volte a tramontana e poste sul vuoto dei sottostanti portici di via Po. Jannaccone resisteva composto e signorile all’aria fredda che entrava dai neri atri del misterioso convento di S. Francesco di Paola, dove Bizzozero aveva laboratorio e Lombroso esaminava e palpava delinquenti professionali, i quali in cambio di una lira si rassegnavano a diventare materia sperimentale di insegnamento dinnanzi a studenti beffardi ma attentissimi. Accadde un giorno che il discorso tra professore e studenti cadesse su un nome di cui nessuno sapeva nulla; ma poiché lo si presumeva oriundo del «Regno», Cognetti concluse: «scriverò a Croce». Imparammo allora che Benedetto Croce era un giovane studioso napoletano, salito già, tra taluni iniziati, in fama di erudito meraviglioso ed infallibile. Poi lo rividi, e me lo ricordò egli stesso recentemente, nel 1899, ed egli che tiene diario preziosissimo potrebbe precisare la data, sempre a Torino, portatomi da Emanuele Sella nello squallido ufficio della redazione della «Gazzetta Piemontese», da poco mutatasi in «Stampa», dove allora attendevo alla cucina del giornale.

 

 

Da allora in poi, il nome e il pensiero di Benedetto Croce non poterono mai più essere ignorati da me, come da nessun altro economista e in realtà da nessun italiano fornito di qualche desiderio di apprendere. Ma la azione specifica di Croce su quel che gli economisti andarono scrivendo nel mezzo secolo volto dal 1895 al 1945 credo sia stata massimamente una: di trattenerci dallo sconfinare o dallo sconfinar troppo nei campi affini a quello economico. Dinnanzi alla critica corrosiva crociana delle facili grossolane interpretazioni materialistiche della storia e delle generalizzazioni sociologiche, parecchi economisti cominciarono a dubitare e taluni si vergognarono di porre in carta contaminazioni immature fra realtà economica e ragionamento astratto, fra storia e teoria. Non fu quella per vero la sola influenza che salvò gli economisti dal cadere nella imitazione, in peggio, della scuola storica tedesca in economia, ché moriva nel 1896 Luigi Cossa, l’uomo che tutto sapeva e tutto classificava pur non avendo alcuna attitudine creativa e Cossa aveva indirizzato i suoi allievi, valorosi taluni, come Gobbi, Supino, Loria, Alberti, Graziani, Fornari a scrivere storie di teorie, che se non erano sempre costruttive, non deformavano la materia studiata ed erano compilate con scrupolosa cura di indagine diretta sulle fonti e di riassunti precisi, ai quali ancor oggi si ricorre.

 

 

Tuttavia il pericolo di un salto dall’erudizione pura alla interpretazione economistica delle teorie e dei fatti era imminente. Moriva fisicamente solo nel 1900, ma era morto da anni alla scienza l’economista italiano principe del secolo scorso Francesco Ferrara e lasciava pochi selvaggi allievi: Todde, Pinna-Ferrà, Reymond, mancato questi da un quarto di secolo alla luce dell’intelligenza, talché noi a Torino ignoravamo fosse tuttora vivo. Solo e battagliero sopravviveva a Bologna Tullio Martello; ma sebbene i suoi scritti scintillanti contro lo economicismo storicistico ed il darwinismo sociale cadessero come colpi di maglio su materia friabile, egli appariva un isolato. Nessuno osava più dire, per paura di cadere nelle grinfie stritolatrici di Martello, che non si dovessero far teorie, e ci si dovesse limitare ad accumulare fatti, da cui col tempo, dopo generazioni di archiviatori, qualcuno avrebbe estratto qualche verità sicura. Il filologismo economico era sepolto; ma minacciava il pericolo opposto: del prepotere dell’economismo storico, della interpretazione di tutta la realtà, della realtà umana attraverso ipotesi o premesse economiche. Un economista veramente singolare, che Luigi Cossa a ragione aveva definito «a nessuno inferiore per ingegno, superiore a tutti nell’originalità ed a molti in dottrina», Achille Loria, aveva scritto libri su «la popolazione ed il sistema sociale» e sull’Analisi della proprietà capitalista, i quali avevano affascinato i giovani. Chi non sia vissuto in quegli anni tra il 1890 ed il 1900, non può apprezzare abbastanza il peso che quei libri ebbero nel foggiare l’abito mentale di studio degli economisti di quella generazione. I più non sapevano distinguere fra le pagine di analisi teorica raffinata, in cui Loria eccelleva, e l’edificio interpretativo del mondo in cui quelle pagine erano sommerse. La terra libera era divenuto il motivo centrale della storia umana. Capitalismo; schiavitù, lavoro salariato erano le conseguenze fatali della scomparsa progressiva della terra liberamente appoderabile dall’uomo, e nessun fatto politico, morale o religioso pareva sottrarsi all’impero della pressione della popolazione crescente sulla terra. La reazione venne da Antonio Labriola e da Benedetto Croce; ed a poco a poco, fatti timorosi di una recensione del filosofo napoletano, gli economisti cessarono di impicciarsi di cose non pertinenti al loro campo specifico.

 

 

Un’altra volta il pericolo della deviazione sorse sull’orizzonte; e fu quando un altro economista, forse il maggiore di tutti, Vilfredo Pareto, stanco di meditare sui terreni fondamentali della scienza pura e disperato di non potere fare in questa un passo decisivo oltre la meta già raggiunta, si volse alla sociologia e sperò di costruire su basi da lui dette sperimentali una scienza della società tanto rigorosa come quella astratta economica che egli aveva portato a così grande altezza. Invano Croce lo aveva ammonito: «Voi certo vi meraviglierete se vi dirò che il dissenso tra noi consiste nel voler voi introdurre nella scienza economica un presupposto metafisico, laddove io voglio escludere ogni presupposto metafisico e tenermi alla sola analisi del fatto. L’accusa di metafisico, vi sembra quella che meno di ogni altra possa colpirvi. Pure il vostro latente presupposto metafisico è che i fatti della attività dell’uomo siano della stessa natura dei fatti fisici; che per gli uni come per gli altri noi non possiamo se non osservare regolarità e dedurre da queste regolarità conseguenze, senza penetrare l’intima natura; che questi fatti siano tutti egualmente fenomeni… In qual modo giustificherete voi questo presupposto se non con una metafisica umanistica?» Il Pareto non badò al Croce e scrisse il Trattato di sociologia generale, applicando allo studio delle leggi le quali governano le società umane un metodo di classificazione in tipi e sottotipi, più o meno ricchi dell’istinto delle combinazioni e della persistenza degli aggregati, profondamente repugnante a chi sia fornito di quel minimo di istinto storico, grazie a cui non si riesce a comprendere come un avvenimento sia simile ad un altro, e le vicende umane si ripetano identiche e si è invece costretti a studiare quell’uomo, quelle istituzioni aventi certi nomi simili ma operanti per lo più in maniere differentissime.

 

 

Di nuovo, il Croce persuase i superbi a chinar la testa, ad esitare dinnanzi alle generalizzazioni. Oggi, chi in Italia persegua studi di storia economica, si mette in sospetto non appena abbia sentore di una tesi classificatoria o definitoria posta a fondamento dell’indagine, di una macchinetta pronta a spiegare il divenire degli avvenimenti ed a libri di cotal fatta antepone persino le briciole erudite di chi si contenta di riprodurre documenti e raccoglie notizie sicure intorno a fatti municipali. Il che chiaramente non basta; ed ogni storico deve possedere nel cervello uno strumento mentale atto a comprendere gli uomini e gli avvenimenti di cui descrive; ma lo strumento, qualunque sia, deve essere atto a valutare azioni di uomini vivi e pensanti e non a classificarli in gruppi quasi fossero piante o sassi od animali. Perciò noi oggi non crediamo negli schemi di Sombart ed apprezziamo invece, con diritto di dissenso, i saggi in cui Armando Sapori o Gino Luzzatto analizzano quei tali banchieri fiorentini o quei mercanti veneziani di quel secolo e Prato e Pugliese ci fanno entrare nel vivo dei problemi economici del Piemonte nel secolo XVIII e della prima metà del novecento.

 

 

Gli economisti lettori della «Critica» di Croce hanno anche imparato che il loro compito specifico non è di interpretare «economicamente», gli avvenimenti storici, sì invece di usare, insieme ai noti strumenti di interpretazione e di critica dei documenti e delle fonti, lo strumento specifico loro proprio che è la conoscenza dell’indole propria dei fatti economici. Qualunque sia il giudizio che ciascuno di noi voglia dare delle ricostruzioni storiche di Carlo Marx, bisogna riconoscere – cosa che non accade quasi mai per i suoi seguaci – che egli conosceva a fondo la scienza economica del tempo suo; e che in materia di moneta, di banche, di prezzi, di salari, di interesse era ferrato quanto e più dei migliori ricardiani suoi contemporanei. Gli economisti italiani che hanno scritto storie di fatti o storie di idee hanno evitato nell’ultimo quarantennio di costruire schemi, tipi, classificazioni e simiglianti cattive filosofie; procurando invece di ricostruire il significato e la sequenza degli avvenimenti e degli istituti alla luce di quelle teorie economiche, le quali sono state elaborate fin qui appunto allo scopo di interpretare i fatti della vita quotidiana.

 

 

Cosa diversissima questa da quegli intrugli nei quali lo scrittore, narrando fatti politici o militari o civili o religiosi, ficca ogni tanto nel discorso una spiegazione detta economica, ridotta in verità alla osservazione che le tali vicende accaddero o i tali provvedimenti furono applicati per il prepotere od il potere di forze economiche, dette capitalismo, monopolio fondiario, capitale finanziario o monetario, dove nessun nesso è dimostrato tra vicende o provvedimenti e quel potere o prepotere e la sola cosa certa è che lo scrittore non sa nulla del contenuto delle parole astratte misteriose da lui adoperate. I più degli economisti italiani tuttavia non si preoccuparono di scrivere di storia né economica né politica; ma attesero a teorizzare. Non so se tutti, nel teorizzare, si siano ricordati del monito di Croce: «Risparmiatevi la pena di filosofare. Calcolate e non pensate». Non potevano in tutto ubbidire al monito, perché la filosofia utilitaristica si era insinuata, quasi spontaneamente, nel corpo delle loro dottrine per la coincidenza storica del primo grande fiorire della scienza economica, con Adamo Smith e Davide Ricardo, e dell’insegnamento di Geremia Bentham, fontana prima ed abbondantissima di ogni utilitarismo. L’economia fu sin dal principio una maniera di calcolo della convenienza; e il Bentham aveva fornito ai suoi lettori una miniera inesauribile di calcoli e confronti fra piaceri e dolori, fra vantaggi individuali e vantaggi collettivi in confronto dei quali impallidiscono le analisi più sottili e più eleganti dei Pigou e dei Wicksteed.

 

 

Ma più che una filosofia, quella era una veste, un linguaggio comodo per esporre ragionamenti i quali avrebbero potuto essere espressi senza far cenno di utilità e di disutilità, di piacere e di dolore. Poco prima che si iniziasse il mezzo secolo dominato dal pensiero di Croce, Maffeo Pantaleoni aveva pubblicato (1889) quei Principii di economia pura, i quali sono un calcolo filato dalla prima all’ultima pagina. Anche se egli non avesse scritto, in testa al prezioso gioiello, che egli intendeva dedurre sistematicamente tutta la dottrina economica dall’ipotesi edonistica e l’avesse dedotta invece esclusivamente dall’ipotesi, ad es., della convenienza di ottenere un dato risultato col minimo mezzo o di superare un dato ostacolo col minimo sforzo, il suo sarebbe sempre stato un gioiello di logica. Da lui massimamente, e metto lui prima di Pareto, sia perché egli venne prima nell’arringo teorico, sia perché egli, tuttoché si professasse minore e quasi allievo dell’altro grande, era in verità il maestro di tutti, fu dimostrato che la scienza economica altro non è che una logica. Se vi fosse chi sfrondasse i Principii della veste utilitaristica, si vedrebbe che essi altro non sono se non un moderno Euclide economico; su cui dovrebbero macerarsi i giovani per imparare a ragionar chiaramente nei fatti della vita quotidiana. Come vedeva chiaro, lui, il maestro! Più che reverenza, incuteva soggezione, la soggezione di chi sente il pericolo di incappare inavvedutamente in un sillogismo mal costrutto e di essere fulmineamente messo a posto. Quanti vani schemi non furono distrutti da Pantaleoni: dalla contrapposizione fra impresa capitalistica ed impresa cooperativa alla distinzione classificatoria fra produzione e scambio! Nessuno, che io sappia, osò mai più rilevare dalle ceneri il fantasma teorico da lui disperso di una impresa cooperativa diversa dall’impresa senza aggettivi. Rimangono entusiasmi, affetti, altruismi, spirito di corpo o di mestiere che spiegano perché certi operai o consumatori abbiano iniziato e condotto avanti l’impresa detta cooperativa, sì e come altri impulsi, non sempre di lucro, spesso di ambizione, di orgoglio, di prepotente bisogno di comando spiegano perché altri abbia iniziato e condotto ad alta meta od a rovina l’impresa detta capitalistica; ma qualunque siano le passioni umane che spiegano l’origine dell’impresa, questa, una volta fondata, ubbidisce alle medesime regole e va incontro alle medesime vicende, sia che essa sia detta capitalistica o cooperativa; né è possibile immaginare alcun criterio di distinzione fra il socio di una cooperativa ed il caratista od azionista di una impresa ordinaria.

 

 

E nessuno oggi scrivendo trattati, tornerebbe a distinguere fra produzione e scambio della ricchezza; ché parrebbe di vedersi interrompere dall’ombra di Pantaleoni con la domanda: «che cosa sono entrambi se non un riparto di un bene fra più usi? …L’individuo che produce lotta con la natura, precisamente come l’uomo che scambia lotta con il suo compratore o venditore. Entrambi rinunziano a taluni beni, per es. a capitali o al riposo, ovvero fanno degli sforzi, offrendo servigi personali, per conseguire altri beni di cui non dispongono, o di cui vogliono accresciuta la disponibilità… Il dubbio che vi possa essere una distinzione da tener ferma tra il caso della produzione e il caso dello scambio non può versare sulla legittimità di assimilare il secondo permutante alla natura. Un secondo permutante avrebbe necessariamente una tabella di utilità marginale; dunque, pure, una curva di domanda e di offerta desunta da essa; ma dove mai sta quella della natura? Ebbene, non ci dice forse la natura – con i fatti e con l’esito dei vostri esperimenti – che essa vi fornisce quantità diverse di prodotto, per es. di grano, in funzione della quantità di capitale e lavoro, che voi impiegate e in ragione dei vostri metodi tecnici, cioè dell’ordine nel quale le darete a consumare i vostri fattori di produzione, precisamente così come fosse un individuo di cui vogliate rendere massima la soddisfazione, in conformità del suo modo di intenderla?… La natura detta i propri prezzi e che essa abbia motivi per stabilirli nella misura che presceglie o non ne abbia, non ha nulla a che vedere con il nostro problema».

 

 

Così era Pantaleoni; l’uomo degli accostamenti, che sulle prime appaiono paradossali, ma poi persuadono che voi non avevate pensato o ragionato a bastanza e che le distinzioni schematiche accettate per abitudine debbono essere rivedute, quando esse non spiegano i fatti.

 

 

Il paradosso fioriva sulla penna di Pantaleoni; e fu ritenuto tale da tutti il principio da lui enunciato nella famosa prolusione ginevrina della inesistenza della distinzione delle scuole in economia politica e della loro riduzione nelle due di coloro che la sanno e di quelli che non la sanno. Il paradosso era spiegabile per l’impazienza che si prova sempre nel vedere i profani – e profani sono la maggior parte di coloro che tengono cattedra sui giornali o coprono cariche pubbliche – vantarsi ridicolmente di formare scuola quando ripetono errori vecchissimi e per il fastidio che ingenera la lettura di storia delle dottrine, dove sono messe alla pari e dichiarate ugualmente conformi alle esigenze dei tempi dottrine le quali hanno condotto alla formazione della scienza attuale e dottrine anche allora infeconde perché incapaci di analizzare la realtà. Quel che veramente volle dire Pantaleoni si deduce dalla lettura dei Principii, dove ad ogni teorema o corollario o lemma da lui dimostrato egli appose il nome dell’economista che l’aveva primamente enunciato; e sola vera, ma difficilissima, storia della scienza sarebbe quella di chi dalla esposizione dello stato attuale della scienza risalisse via via nel tempo alle formulazioni meno perfette o approssimative o parziali; ed in questa analisi dichiarasse come l’errore medesimo abbia contribuito, per via del contrasto provocato, a eccitare alla scoperta della verità ed al suo successivo perfezionamento. Ed è esasperante oggi, così come era allora per Pantaleoni, vedere come invece di simiglianti riduzioni dalle imperfette teorie passate alle meno imperfette dottrine moderne si assista per lo più a due maniere erronee di scrivere storie di dogmi: l’una delle quali tratta alla stessa stregua le dottrine feconde e quelle caduche perché dichiarate amendue conformi all’indole dei tempi, alle istituzioni vigenti ed alle credenze degli uomini; ma di ciò non si dà la più minima dimostrazione, e l’altra tutte le copre di fango, affermando che i teorici sono i sicofanti degli interessi dominanti e foggiano dottrine alla stregua di chi ha il potere economico o politico; dimenticando che essendo la economica una scienza astratta di puro calcolo o ragionamento, chi ha la testa ben costrutta, ha anche l’obbligo morale di ragionar bene e che se al comandamento morale egli non ubbidisce, altri vi sarà certamente il quale dimostrerà la fallacia del ragionamento e renderà inutile la fatica del servo.

 

 

Pantaleoni il teorico guardava con sospetto ai dottrinari i quali passavano con incoscienza leggera dalla speculazione astratta alla applicazione dei teoremi ai casi concreti della vita reale. Profondamente consapevole delle limitazioni della scienza pura entro le premesse poste al ragionamento, ammoniva chi ne usciva: «Parlare di distribuzione di ricchezza e limitare in pratica la discussione, come il più delle volte fanno gli economisti, ai fenomeni di scambio, senza curare l’eredità, le leggi della proprietà, e sui trasferimenti di essa, senza curare rapporti di status già esistenti da tempo e quelli di nuova formazione, senza studiare la guerra, la tassazione, i furti, le truffe, non è questo forse un viziare tutto l’argomento in tal modo da rendere possibile la costruzione di qualsiasi teoria del tutto arbitraria?».

 

 

Perciò, quando volle andare al di là della prima approssimazione astratta, Pantaleoni scrisse quel Saggio sulla caduta del Credito mobiliare che resterà il documento insuperato nella letteratura economica contemporanea di quel che possa fruttare il ragionamento economico in mano di chi, prima di concludere, volle conoscere uomini, affari, operazioni, bilanci, copialettere, segreti di una grande banca lungo tutta una vita accidentata di fortune e di insuccessi; volle pesare e confrontare uomini economici e uomini vivi, indagarne i sentimenti, le passioni, le insidie e gli odi; tutte cose non comprese nella fondamentale premessa economica edonisticamente formulata o, se compresa, bisognosa di una urgente interpretazione caso per caso. Pantaleoni che nella vita quotidiana si lasciava incantare ed imbrogliare non di rado da lestofanti, intuiva però bene i moventi delle azioni economiche degli uomini; epperciò scrisse la Caduta, che è il suo capolavoro.

 

 

Pareto non scrisse alcun capolavoro dello stesso genere. Gli mancava all’uopo la pazienza della critica del fatto singolo; strana mancanza in lui, per molti anni ingegnere minerario in Toscana ed abituato a risolvere problemi minimi di tecnica e di amministrazioni di imprese economiche. Forse appunto il fastidio del continuare, prima nelle horae subsecivae consentitegli dalla professione e poi negli ozi accademici del lago lemano, ad occuparsi delle cose piccole, lo predispose per ragion di contrasto alla contemplazione dei problemi generali, in cui egli divenne maestro sommo. Ai problemi minuti guardava con una certa estraneità, sicché quasi egli appare indifferente ai materiali da lui assunti a riprova delle sue dimostrazioni teoriche; e l’indifferenza cresce col tempo, sì da diventare nell’ultimo periodo della sua vita quasi disprezzo, come quando nella Sociologia sembra mettere sullo stesso piano Platone, Aristotile, Machiavelli ed il qualunque ritaglio di un giornale qualunque il quale riferisse un fatto o fatterello non appurato che facesse in sul momento comodo alla tesi da lui sostenuta; ma quando si appassionò ai fatti ed ai dati, diede e dà ancor da fare agli indagatori di tutto il mondo. Quando Pareto, essendogli capitate tra mani, per averle curiosamente cercate, assai serie relative alla distribuzione dei redditi in diversi paesi ed in epoche differenti, le sottopose a calcolo e ne trasse una equazione, divenuta subito celeberrima, dalla quale si deduceva che, nonostante le differenze stragrandi di tempo, di costumi, di costituzione politica e sociale, la curva dei redditi era suppergiù sempre la stessa, la scoperta parve l’uovo di Colombo; ma sta di fatto che quella scoperta fu ben sua; e che a negarla, a qualificarla, a limitarla, ad arricchirla si adoperano ancor oggi studiosi pertinaci di tutti i paesi del mondo; e ciascuno vorrebbe aggiungere il suo nome a quello dell’uomo di genio che intuì ed espose la prima formulazione della legge della curva dei redditi. Ma quella legge è detta «Paretòs law» nel linguaggio universale e con quel nome sarà conosciuta per un pezzo.

 

 

La pubblicazione a Losanna del Cours d’économie politique e quella in Italia del Manualeche cosa aggiungono alla scienza? Walras ci aveva già parlato di un equilibrio generale; ma il suo metodo di dimostrazione appariva lento, faticoso e nella attraente precisione dei capitoli sistematici ordinati talvolta faceva perdere di vista l’idea generale; e chi dai principii di economia pura passava a grado a grado, come l’autore voleva, ai saggi di economia applicata e di economia sociale, quasi dubitava di trovarsi dinnanzi ad uno dei tanti programmisti economici o riformatori sociali, di cui la razza non è destinata a spegnersi mai. Programmista e riformatore di alta classe era Walras; e fu il vero creatore della teoria dell’equilibrio economico generale. Ma Pareto, chiamato da Walras a succedergli, presto lo superò nella nettezza del quadro e nello splendore della concezione. Dopo di lui le parole ed i concetti di equilibrio generale, di interdipendenza fra i fenomeni economici, di scelta fra gusti ed ostacoli hanno acquistato diritto di cittadinanza nella letteratura economica. A poco a poco Pareto si spogliò, nelle indagini teoriche economiche, di tutte le sue predilezioni anteriori. Cessò perfino di combattere la battaglia liberistica, che lo aveva veduto campione fierissimo in Italia. Divenne il puro pensatore, il signore della scienza, che di balza in balza cerca di portare il suo pensiero alla vetta suprema dove gli uomini quasi non si vedono più come tali, con le loro bassezze e le loro virtù, gli egoismi e gli slanci generosi, le avidità di lucro e la prontezza alla rinuncia. Di lassù, gli uomini sono visti come forze elementari, le quali tendono a soddisfare i loro gusti sormontando ostacoli; ed ogni movimento di ognuna di quelle minime forze o molecole elementari del mondo economico condiziona ed è condizionato dai movimenti analoghi di migliaia e di milioni di altre forze o molecole elementari, di cui ognuna cerca il suo luogo ottimo. Ognuno fa scelte e manifesta preferenze; e le scelte di ognuno agiscono sulle scelte e sulle preferenze di ogni altro; ed ogni avvenimento che muti in un punto qualunque del firmamento economico l’equilibrio provvisorio faticosamente raggiunto, turba nel tempo stesso l’equilibrio generale di tutti gli altri punti del firmamento; così come fa una pietra gittata in uno stagno, quando il moto originato dal gitto via via si allarga attenuato sino ai margini estremi dello stagno e poi ritorna su se stesso sino all’origine e lentamente per flussi e riflussi successivi sempre minori conduce di nuovo la superficie stagnante alla immobilità. Se nello stagno il nuovo equilibrio è quasi in tutto eguale all’equilibrio precedente, ciò non accade mai nel mondo economico: nel frattempo sono mutate le forze o molecole elementari operanti e cioè il numero degli uomini ed i loro gusti; le invenzioni hanno mutato la natura degli ostacoli; le posizioni raggiunte durante lo sforzo di cercare il luogo ottimo hanno fatto sì che il luogo ottimo prima desiderato più non paia preferibile e si segue altra via e si girano ed affrontano altrimenti gli ostacoli.

 

 

Sicché oggi, anche l’idea dell’equilibrio generale economico ci appare insufficiente e, se un significato può darsi al travaglio della economia post-paretiana, parmi consista nella constatazione che la ricerca delle leggi le quali reggono l’equilibrio economico generale non soddisfa perché il mondo economico è un susseguirsi non di situazioni che almeno per un attimo dovrebbero concepirsi come in stato di equilibrio, di tranquillità, di stasi, ma un susseguirsi di sforzi per raggiungere un equilibrio che non si raggiunge mai, perché lo stesso sforzo iniziale ha mutato le posizioni reciproche delle forze elementari in cerca del luogo ottimo per modo che, durante il moto, occorre mutar posizione e cercare di toccare una meta diversa da quella primitiva; e così senza tregua e senza fine. Per altra via e su un terreno puramente intellettualistico e contemplativo Pareto sarebbe così stato logicamente condotto alla medesima conclusione alla quale sono giunti gli indagatori delle azioni umane nel campo morale e politico: nessuna conquista è mai definitiva; nessun ideale può essere conseguito sicuramente e stabilmente. Non esiste un modo per garantire la libertà spirituale e politica od economica dell’uomo; poiché la vita è conquista perenne ed ogni giorno si perdono i valori antichi e se ne debbono conquistare dei nuovi.

 

 

Se agli occhi dei cultori della nuova teoria economica dinamica, la teoria dell’equilibrio economico generale appaia superata, pur nella concezione di equilibri successivi, quanto fu fecondo l’impulso dato dal Pareto all’avanzamento dell’economia pura! Il suo quadro, imperniato sul concetto dell’equilibrio generale e della interdipendenza fra tutti i fenomeni economici, era grandioso e faceva esclamare a Pantaleoni, il quale pure non osò o non volle inoltrarsi su quella via e rimase attaccato allo studio degli equilibrii parziali, in campi definiti, meglio atti ad essere scavati in profondità, che l’amico suo era «uomo di tale calibro che la sua opera segna un’altra pietra miliare nella storia del progresso della scienza». Ben pochi osarono seguire in Italia l’esempio del Pareto e dal magnifico quadro di prima approssimazione progredire, sempre attenendosi allo studio dell’equilibrio generale, verso le seconde e le terze approssimazioni più vicine alla complessa realtà; e nessuno perfezionò quel quadro. Di fatto, a causa delle difficoltà umanamente insuperabili di risolvere le troppo numerose equazioni che si devono porre in ragione del numero delle incognite esistenti nella realtà anche semplificata del mondo economico, tutti si voltarono allo studio di problemi speciali, postulando il coeteris paribus di tutte le altre circostanze e la variazione di un solo fattore. Ma rimase nella mente di tutti l’ammonimento: ricordatevi che la verità del teorema a cui giungerete è limitata e precaria. Limitata dalla premessa del coeteris paribus, e precaria perché lo stesso movimento, che voi avrete constatato, muterà siffattamente le «altre» circostanze originarie, che neanche l’introduzione nel ragionamento di queste basterebbe a condurre ad illazioni sicure.

 

 

L’ammonimento non fu inutile; ché se dopo la grande fioritura del 1890-1910 la scienza economica italiana non poté più vantare il primato che allora aveva conquistato, e lo scettro passò alternativamente, agli svedesi, ai neo austriaci, ai cambridgiani ed agli economisti di Harvard, di Columbia e di Chicago, un primato rimase agli italiani: quello dell’eleganza; intendendosi per eleganza il rigore logico della dimostrazione, l’inventiva nello scegliere i problemi, l’arte usata nella raccolta dei dati ed il paziente ricamo attorno ad un problema teorico apparentemente semplice in modo che a tutti appaia alla fine che esso è invece complicato e di incerta e forse impossibile soluzione. Duole di non potere, in questo ricordare a mente e quasi a caso letture passate, rendere giustizia a tanti anzi a tutti; ma come non porre in primo piano l’eleganza squisita del tentativo di Antonio De Viti De Marco di metter ordine nella selva confusa delle nozioni che si esponevano a proposito della cosiddetta scienza delle finanze? Nessuno schema dura per sempre ma quello immaginato da De Viti di trasportare nel campo della economia pubblica le due ipotesi della concorrenza e del monopolio che nella economia privata erano servite ad ordinare chiaramente e spiegare tanti fatti, era senza dubbio elegantissimo.

 

 

Ai due punti estremi, da un lato l’ipotesi dello stato monopolistico, nel quale imposte e spese pubbliche sono ordinate allo scopo di procacciare il massimo guadagno a pro del capo o gruppo dominante e la restituzione ai soggetti di parte delle imposte sotto forma di servizi pubblici è limitata al minimo necessario per estrarre il massimo di imposte e per non oltrepassare col malgoverno il punto oltre il quale nasce la rivolta, pericolosa al potere del dominante; dall’altro lato l’ipotesi dello stato corporativo, nel quale l’ordinamento finanziario mira allo scopo di procacciare, col minimo di sacrificio per i contribuenti, quel risultato che ai cittadini liberamente legiferanti a mezzo dei loro delegati piaccia di reputare vantaggioso. La quale seconda ipotesi il Fasiani distinse recentemente in due sotto ipotesi; che se interpretate bene consistono in ciò che il risultato può essere voluto perché vantaggioso ai singoli componenti la collettività, almeno nella loro maggioranza, ovvero è volto al vantaggio della collettività come tale, astrazion fatta dagli individui che la compongono.

 

 

Elegantissimo Enrico Barone, che fu prodigio di prontezza nell’assimilare e nel semplificare e se non fosse stato distratto da occupazioni diverse, da quella di colonnello di stato maggiore all’altra di inventore e compilatore di trame per films da cinematografo e se non fosse stato tanto impaziente nel rifinire le cose sue, avrebbe lasciato ben maggior traccia di sé. Che cosa più mirabile si vide mai in Italia della rapidità colla quale Barone traduceva in diagrammi semplicissimi, ridotti all’evidenza euclidea, ragionamenti e problemi economici? I suoi Principii rimarranno per un pezzo modelli di chiarezza non inferiori a quelli che imparammo a gustare nell’Alphabet e nel Common Sense di Wicksteed. Quando, in anni recenti, si volle a Londra raccogliere in una silloge taluni saggi atti a porre il problema dei problemi della teoria pura di un’economia collettivistica, vi ebbe meritato posto d’onore il saggio, ahimè non finito, di Barone su Il Ministro della produzione nello stato collettivista nel quale si dimostrava che, ove il governante si proponga di conseguire il massimo di soddisfazione per la collettività, si perviene alla determinazione delle stesse quantità economiche (prezzi, quantità prodotte e scambiate ecc.) che si avrebbero in un’economia di libera concorrenza. La premessa dell’«ove il governante si proponga…» era lecita, sebbene sia difficile di definire il massimo di soddisfazione per una collettività e sebbene sia certo che nessun governante, fornito del potere di decisione in tal materia, si proponga di conseguire un massimo identico a quello che si proporrebbero i governati; ma, essendo lecita, giovò ad annullare da un lato ed a chiarire dall’altro la distinzione fra economia di mercato in ipotesi di concorrenza perfetta ed economia collettivistica nell’ipotesi di libera scelta da parte dei consumatori.

 

 

Altrettanto impaziente delle rifiniture è Attilio Cabiati, del quale importa ricordare il fervore di ammirazione e di seguito di cui fu sempre circondato dai suoi studenti, principalmente a Genova, per la aperta professione, in tempi tristi, della verità, professione che gli valse la cacciata dalla cattedra, con onore suo e disdoro dei persecutori. Forse fu il solo che particolarmente usò lo strumento dell’equilibrio generale nella trattazione di problemi particolari come quelli della moneta e del commercio internazionale. Cabiati pensa sempre i movimenti dell’oro e dei capitali, i cambi, gli arbitraggi in termini di equilibrio e non vorrei mai essere stato oggetto del sorriso di scherno beffardo col quale egli usava buttare nell’immondezzaio discorsi di politicanti e articoli di «esperti» che non tenessero conto della interdipendenza dei fattori economici nella determinazione dell’equilibrio negli scambi internazionali. Riconosciamo che egli non ha scritto volumi sistematici, ma solo saggi e che a ragione non li ha sistematizzati. Che cosa è invero per lo più un sistema se non un filo esteriore che cuce quel che dovrebbe invece essere legato da un principio; e se questo non c’è, a che la cucitura esteriore? Il legame vero sta, nel pensiero di Cabiati, nel concetto dell’equilibrio generale. Che è manifesto nei fenomeni del cambio estero, delle correnti commerciali, dei prezzi interni ed esteri ed è meno chiaro nei rapporti in cui l’uomo si trova in faccia all’uomo, la lega operaia di fronte alla lega industriale, amendue fatte di passioni, di risentimenti, di amarezze di chi non vuole essere soggetto e di chi non può rinunciare a comandare. Eppure Cabiati ha costruito, sul fondamento dell’equilibrio generale, la teoria della lega operaia, in alcuni studi che spazientito non finì e sono il contributo maggiore dato dalla scienza italiana allo studio teorico del sindacato operaio.

 

 

Ma il principe dell’eleganza nel ragionare economico era e rimane Pasquale Jannaccone. Come è impeccabile nella persona fisica, ed in ciò ebbe emulo soltanto De Viti, così è impeccabile il suo ragionamento. Io non conosco scritti che possano stare a paro per perfezione architettonica del saggio «Relazioni fra commercio internazionale cambi esteri e circolazione monetaria in Italia nel quarantennio 1871-1913» se non taluno tra i più celebrati saggi di Jevons e la Caduta di Pantaleoni. Ardua è la ricerca teorica pura; ma è tutta opera del cervello pensante, il quale pone a se stesso le premesse e su di esse ragiona. Invece, quando si studiano i fatti accaduti, i fatti sono lì e non si possono modificare a piacimento. Sono materia bruta, anche se il tempo vi è passato sopra. Occorre manipolarli secondo regole appropriate all’uso che se ne vuol fare; occorre distaccarne quel che in essi vi è di accidentale o di non pertinente, occorre studiare i nessi fra l’un fatto e l’altro, astenendosi dallo scambiare per nessi di interdipendenza o di causalità quelle che sono mere coincidenze. E poi quando, dopo lunga fatica, durata nel manipolare migliaia di dati, fatica che non può essere senza pericolo mortale affidata ad altri, si è giunti a dimostrare che un paese può avere «un cambio massimamente favorevole nei periodi di più alto sbilancio commerciale e massimamente sfavorevole proprio quando sia quasi toccato il pareggio fra importazioni ed esportazioni», e che ciò razionalmente è accaduto anche in Italia, taluno griderà al paradosso. Ma è un paradosso illuminante e che fa avanzare la scienza, se scienza è posizione logica dei dati di un qualsiasi problema e ragionamento atto a spiegare il problema così posto.

 

 

Nella letteratura economica anglosassone gran rumore fanno ogni tanto talune scoperte; come quella del vuoto che si annida nella tradizionale distinzione delle produzioni a costi costanti, decrescenti e crescenti; ma anni prima di quando il Clapham ed un altro italiano divenuto per lunga dimora e per affinità spirituale, cambridgiano, ma già nella dissertazione torinese di laurea spontaneamente sobrio nello scrivere acuto, Piero Sraffa, stupissero gli economisti per la audacia usata nello infrangere il vuoto idolo, Jannaccone aveva posto il problema ed aveva discretamente vuotato il barattolo poi trovato vuoto. Ed anche quando taluno conquistò oltre oceano ed a Cambridge gran fama scoprendo e teorizzando la concorrenza imperfetta, Jannaccone poté, ripubblicando certi vecchi studi su Prezzi e mercati considerarli come un contributo avanti lettera «alla teoria generale della concorrenza imperfetta, nei quali il dumping è studiato come un caso di discriminazione dei prezzi; la discriminazione dei prezzi è posta come la caratteristica della concorrenza imperfetta e questa, così nello scambio come nella produzione, è considerata come la configurazione più confacente a rispecchiare la situazione di un mercato reale». Verità questa, dopo decenni, universalmente ricevuta.

 

 

Sempre, quando ritorno col pensiero a questi amici e colleghi, e cerco di rievocare il tratto caratteristico che di loro mi rimase fisso in mente, sempre mi riappare dinnanzi un teorema semplice ben dedotto, chiaramente ragionato od un problema risoluto appena posto, perché impostato bene. Diano essi venia al vanire dei ricordi, che fa dimenticare tante cose e fa venire a galla pagine che agli autori forse paiono oggi briciole, ma tali non sembrarono a me quando le lessi: come un breve saggio di Bresciani sui contratti a termine, jevonsiano anche quello per la felice compenetrazione, tutta sua, fra una chiara teoria e la riprova statistica ottenuta con rigore scrupoloso, preludio lontano all’opera maggiore sulla rovina del marco tedesco, rimasta classica ed unica nella letteratura internazionale; e mi diano venia Benvenuto Griziotti e Giovanni Demaria se, in luogo dei volumi, ricordo del primo una noterella di commento ad una sentenza sul sovraprezzo delle azioni e del secondo un saggio in cui si intratteneva sulla teoria dei clearings e sulle diverse specie di cambi che per una moneta nominalmente uguale nascevano da quegli imbrogli che si chiamavano e si chiamano ancora compensazioni private, conti valutari e simiglianti diavolerie. Semel abbas semper abbas. Chi ha scritto quattro pagine che recano l’impronta dell’economista, economista rimarrà: anche se, come Griziotti, andando avanti negli anni si sia persuaso che, al disopra dell’economia, esistono più sublimi dottrine. Dubito dei voli, ché in lontananza Benedetto Croce ammonisce a non volare se non si è sicuri di non far cattiva filosofia, e Vilfredo Pareto insegna, col suo disavventurato esempio, a non avventurarsi nei campi fioriti della sociologia, dove si rischia di sminuire la certa fama di grande teorico conquistata sul terreno saldo dell’astrazione economica. Non volarono fuor del calcolo economico, entro cui il filosofo ci aveva ridotti, Gobbi e Fanno e Ricci e Porri, Graziadei, Amoroso e Breglia e Dominedò e Delvecchio; e, così facendo, fecero in modo che chi vorrà discorrere della rendita del consumatore converrà si rifaccia alla celebre nota del Gobbi per conoscere il contenuto ed i limiti di quel concetto che ad un certo momento parve rivoluzionasse la scienza; e chi vorrà studiare la teoria dei beni succedanei e di quelli congiunti dovrà rifarsi a Fanno; e chi avrà la malinconica idea di conoscere gli sviluppi che in Italia ebbe il calcolo fisheriano della sorte riservata ai tre fratelli, l’uno prodigo, l’altro conservatore della fortuna avita, ed il terzo accrescitore di essa per sudato risparmio dovrà risentire l’eco dei colpi di maglio distribuiti su riviste di ogni paese da Umberto Ricci contro certe mie elucubrazioni in materia, in una contesa durata un terzo di secolo, non inutile forse a chiarire la incertezza dei confini fra i due concetti di reddito e di capitale, i quali paiono antitetici sul serio e sono invece meri strumenti concettuali utili a fini pratici; e chi vorrà conoscere se vi sia differenza tra commercio interno e commercio estero non potrà dimenticare il corso di politica economica di Vincenzo Porri, che tanto insisté nel metterne in luce le somiglianze. Se nel mondo corre in proposito solo il nome dello svedese Ohlin, sia lecito a noi porgli accanto quello del compianto amico. Anche Tonino Graziadei mi deve dar venia se di lui non ricordo la vasta, incessante produzione di critica marxistica. Si cammina sui carboni ardenti in questo territorio popolato di credenti e di eretici schivi di mantener rapporti intellegibili con la confraternita economistica. Ma due contributi notablli egli ha dato alla scienza italiana: il primo un opuscolo stampato a Valparaiso nel Cile, di cui sfortuna volle un ignoto impoverisse la mia raccolta di libri, sicché non possedendone più l’autore copia disponibile, debbo rassegnarmi a ricordarlo di memoria e su una recente rielaborazione. In quello scritto Graziadei sottoponeva a critica stringente la teoria austriaca della decrescenza dei gradi di utilità e dell’utilità marginale; e la critica era fondata sui testi degli autori più celebrati di psicologia sperimentale, che il Graziadei imputa agli austriaci di aver a gran torto ignorato allo scopo di fabbricare una teoria la quale non trova alcuna conferma nella realtà. La critica, mossa dal Graziadei al principio del secolo, anticipava osservazioni venute di poi. Ad esperienze cilene risalgono due grossi volumi imolesi che Graziadei consacrò alla storia delle vicende dei sindacati del nitrato di soda nel Cile ed alla loro teoria. Nitrato di soda e sindacati nitrieri? Quale il valore teorico di siffatte indagini? Oggi che tutti parlano di concorrenza imperfetta, di monopoloidi e simili casi intermedi fra il monopolio perfetto e la concorrenza perfetta, discorrere di queste cose non è novità grande. Ma quando Graziadei ne scriveva, prima dell’altra guerra, la cosa non andava così piana, e l’essersi occupato, con abbondanza inusitata di dati criticamente elaborati di quel problema insolito: succedersi di fasi di concorrenza piena, di sindacati parziali o totali, e di nuovo di concorrenza, dimostrano in Graziadei un intuito raro di quel che val la pena di studiare e del metodo atto a studiarlo. A me, imbevuto della lettura del Cours di Pareto, quei due volumi nitrieri parvero allora un modello di applicazione della teoria dell’equilibrio; ed ancor oggi li reputo meritevoli di essere tratti dall’oblio in cui furono lasciati cadere. Invece che qualche scritto, ricorderò di Amoroso un titolo; quello di «metafisica» da lui apposto, dopo quello di «fisica» premesso alla trattazione della scienza economica propriamente detta, al discorso di quella finzione che fu detta economia corporativa. «Ne discorrerò, se volete – pareva egli dicesse – ma fuor del campo proprio della scienza. Esistono e sono importanti anche i miti e le immaginazioni e se ne può anche discorrere. Ma si sappia che quella è materia posta fuor della fisica». I fasci-corporativisti, che erano gente ignorantissima, non intesero la beffa.

 

 

Di Breglia è difficile ricordare qualcosa che non sia breve, meditato a lungo e pieno di sugo, di Dominedò qualcosa che non rechi la traccia di paziente lima esercitata con penetrazione; e se penso a Delvecchio, lo rivedo nelle esercitazioni ginevrine, dove, accanto all’economista, il quale negli scritti pare impaziente sempre delle poche premesse poste all’inizio del ragionamento ed avverte il lettore che quelle non sono le sole e di altre si dovrebbe tener conto, sì da rendere, ove ciò, come si dovrebbe, si faccia, il problema di ardua soluzione o indeterminato, spuntava, dinnanzi agli occhi miei ammirati, il maestro che inchiodava lo studente al tema, che era la teoria del moltiplicatore, e lo costringeva a non uscire dalle poche premesse poste dagli iniziatori dell’interminabile disputa, avviandolo così alla necessaria logica conclusione. Allora conclusi che, al disotto del critico sempre insoddisfatto ed anelante a non lasciarsi sfuggire nessun aspetto della realtà, v’era il sistematico, al quale si deve una nuda scheletrica introduzione alla storia della scienza economica: nello sfondo Ricardo che giganteggia e prima di lui i frammentari e dopo i perfezionatori; ma l’edificio è tutto in Ricardo; ché la teoria grezza del costo di produzione si tramuta logicamente se pure per lenti passi nella teoria perfezionata moderna dell’equilibrio economico generale. Perché Delvecchio non rifinisce, non cesella quelle pagine che si perdono se son poste, come ora accade, in fronte ad un grosso trattato e possono diventare un saggio splendente di guida all’apprendimento alla verità? E perché Borgatta, distratto da indagini minori, non ripiglia le pagine non finite del libro mai pubblicato sulla dinamica economica, nelle quali i singolari felici accostamenti, la insistenza su quel che di fluido, di perpetuamente muoventesi vi è nel meccanismo economico avevano fatto concepire la speranza di vederci presentato uno schema vivo, aperto a tutte le influenze del mondo reale, del moto economico?

 

 

La conoscenza del moto, onde la società economica italiana fu affaticata dopo il 1860 la dobbiamo cercare nei libri descrittivi, non teorici, di un manipolo di studiosi altruisti, i quali hanno sacrificato gli anni migliori della loro vita a vantaggio altrui. Un giorno Maffeo Pantaleoni, stanco di leggere titoli concorsuali sull’utilità marginale, sulla rendita del consumatore, sulle curve di utilità e di domanda e di offerta votò a favore di un candidato, che egli conosceva come asino in economica e gli amici storici gli avevano descritto come pessimo storico: «sono stufo, disse, di rimasticature teoriche pure; costui ha raccolto, sia pur malamente, fatti ed io ho sete di fatti». Pantaleoni amava, già dissi, il paradosso, ché egli ben sapeva che i fatti non sono nulla se non siano raccolti bene, da chi li sappia vedere. I tre uomini, che ricordo ora in segno d’onore: Bachi, Mortara e Corbino, seppero compiere, essi che sapevano la teoria e l’avevano dimostrato prima e lo dimostrarono poi, un sacrificio, al quale pochi sanno rassegnarsi: diventar cronisti dei fatti economici a vantaggio altrui. Cominciò Bachi a scrivere gli annali dell’Italia economica; ed a lui, stanco sottentrò Mortara con gli annuari di Prospettive economiche; e la fatica di amendue, innanzi che la dovessero interrompere, fu ripresa e riportata indietro da Corbino nei volumi nei quali egli ha narrato le vicende dell’Italia economica dal 1880 allo scoppio della prima grande guerra. Tutti tre si riallacciavano alla tradizione del risorgimento che aveva dato le descrizioni classiche di Stefano Jacini, di Maestri, di Correnti, di Bodio, di Franchetti, di Sonnino ed insieme hanno donato all’Italia una di quelle raccolte che un tempo si chiamavano Monumenta historiae patriae.

 

 

Se, invece di una scorribanda nei ricordi del passato, questa nota avesse dovuto essere una visione sistematica dello sviluppo della dottrina economica, quanti altri nomi si sarebbero dovuti ricordare: da Ghino Valenti, fondatore degli studi moderni di economia e di statistica agraria – taluno risente ancora il rumore destato dal paradosso da lui enunciato ed ornato di formidabili prove: «non esistono terre incolte in Italia!» – alla valorosa schiera degli economisti agrari venuti dipoi sulle sue orme, ai Serpieri, ai Tassinari, ai Medici, ai Bandini, che scavano in profondità, come forse non fa nessuno negli altri campi dell’economia applicata; e qui non si deve dimenticare il nome di Giovanni Lorenzoni, il trentino, il quale aveva importato tra noi, fin dall’opera prima su La cooperazione rurale in Germania, la scrupolosità metodica germanica e l’aveva applicata con ferrea costanza a condurre a termine l’inchiesta sulle condizioni dei contadini nel mezzogiorno e l’altra sulla piccola proprietà in Italia; e morì, alla vigilia della liberazione, vittima del nemico che sotto i suoi occhi gli aveva trucidata la martire figlia.

 

 

E potrei continuare a lungo: perché non ricordare Rodolfo Benini, il quale ancor oggi elabora lui, senza ricorrere all’aiuto manuale di nessuno, i dati primi, che riduce a poche cifre significative, memore, di quel «totalizzatore», che nel 1892 egli aveva presentato agli studiosi italiani, riecheggiando, per vie indipendenti, una consimile proposta che verso il 1840 aveva presentato il Giulio, economista piemontese del tempo Carlalbertino? Ma Benini ha al suo attivo talune vecchie polemiche antiliberistiche in sede teorica pura, che si videro poi in tempi recenti riprese, con apparenza di novità, da raffinati economisti anglosassoni. Benini è vivo ed operoso; ed è vivo ed ha sempre vividissimo l’ingegno Francesco Nitti, il quale giovinetto sbalordì gli italiani narrando loro di un «socialismo cattolico» di cui i profani non sapevano nulla e proseguì entusiasmandoli ed irritandoli con un grosso volume pontaniano, ridotto a picciola mole per il pubblico, su Nord e Sud. E ne vennero polemiche ed inchieste, tra cui una sua, grossissima e leggibilissima, sui contadini della Basilicata, e da quei volumi seguiti a quei di Franchetti e Sonnino, derivarono provvidenze legislative a pro del mezzogiorno.

 

 

No. La scienza economica italiana non ha da vergognarsi di quel che fece durante il cinquantennio crociano. Carità di patria vuole si dimentichi quel che fu scritto di falso e di consapevolmente falso intorno al cosidetto corporativismo. Quegli errori sono riscattati dalla resistenza dei più: due riviste soppresse: la «Riforma sociale» nel 1935 ed il «Giornale degli economisti» nel 1943 – e ne sia reso il dovuto ringraziamento ad Epicarmo Corbino, a Giovanni Demaria e ad Agostino Lanzillo, che in tempi osceni vi stamparono studi di critica serena e corrosiva degli idoli pseudo-teorici del tempo -; e dall’eroismo di non pochi giovani studiosi buttati in galera per lunghi anni e poi inviati nelle isole a vita e basti ricordare i nomi di Antonio Pesenti e di Ernesto Rossi. Il quale, prima di seppellirsi vivo e volontario nelle carceri del tiranno era riuscito a compiere l’ultima beffa: di farsi lodare dai relatori sul rendiconto dello stato alle due camere come l’autore di studi faticosi e scrupolosissimi, sino al controllo della quadratura alla lira dei totali, sui bilanci consuntivi e sui rendiconti patrimoniali dello stato nel primo decennio fascistico; ed in galera continuò a studiare, riuscendo, sotto la specie di lettere alla moglie, a scrivere noterelle teoriche, di cui qualcuna fu pubblicata nella «Rivista di storia economica».

 

 

Perché ho serbato ultimo il nome dell’amico fraterno degli anni giovanili, di Emanuele Sella, conosciuto ed amato quando egli era ancora studente di liceo e teneva, lui discendente della storica famiglia di industriali biellesi, che all’Italia aveva dato Quintino Sella, discorsi agli operai della camera del lavoro di Torino e, ad evitar disgusti di polizia, cercava a Ginevra l’ospitalità della casa di Pantaleoni e si abbeverava alla sua parola? Vorrei spiegare questo perché con un avvicinamento di lui ad un altro amico di cui quelli che lo conobbero rimpiangono sempre non aver egli dato ai sopravvenienti la piena misura di sé: Giovanni Vailati. Di Vailati resta un enorme volume postumo, messo insieme dagli amici e particolarmente da colui che gli fu quasi fratello, Calderoni, fine cultore di molte dottrine e anche di quella economica, della quale volle applicare la teoria della decrescenza dei gradi di utilità alla morale. In quel volume vi è di tutto: dalla geometria al calcolo infinitesimale, dalla storia delle matematiche a quella delle scienze fisiche, dalla filosofia alla storia politica, dalla critica letteraria all’economia. Non intendo dar giudizio di lui come matematico o fisico o storico o filosofo. So che uomini peritissimi in quelle cose lo avevano in gran conto; ed io sempre feci di lui gran conto come economista, economista di razza, più che tanti professionali. Lessi con lui Walras ed allora, nonostante la mia inettitudine matematica, mi pareva di averlo capito. Orbene, malgrado in quel volume vi sia di tutto, non vi è tutto Vailati. Mancano le lettere, lunghissime e disputatrici sui più vari problemi, che egli inviava ad imitazione degli studiosi del ‘600 e del ‘700, in tutti gli angoli della terra conosciuta e che è vana speranza oramai poter raccogliere. E manca la parola. Al par di Antonio Labriola, egli teneva circolo al caffè, prima degli specchi a Torino, e poi d’Aragno a Roma. Quel circolo era una illuminazione, una festa perpetua dell’intelligenza. Vailati sapeva tutto; e se avesse avuto, come Samuele Johnson, il suo fido Boswell, il nome suo sarebbe celebre. Invece, quando saranno scomparsi gli ultimi della sua generazione, pochi si ricorderanno di lui. Così è di Emanuele Sella. Tutti sanno i titoli delle sue opere: La vita della ricchezza, La Concorrenza, La dottrina dei tre principii. Il male non è che le due ultime siano incompiute; che egli scriva poche lettere sebbene quelle scritte siano talvolta memorabili; e che nessuno annoti i pensieri, gli spunti che egli da gran signore regala altrui. Il male è che quelle opere contano millecinquecento pagine o giù di lì e pochi hanno la pazienza di leggerle tutte. Chi avesse quella pazienza vedrebbe riprodotto, nell’opera di un uomo solo, il quadro della scienza economica italiana nell’ultimo mezzo secolo: una fiumana grandiosa, ribollente, a volte limpidissima ed a volte torbida, la quale trasporta a mare sabbie e pietre e limo. Ma qua e là emergono verdi isole meravigliose e sulle insenature, ove l’acqua batte tranquilla, i minatori lavano sabbie aurifere di alto tenore. Così è di Sella: che non è un puro economista; e non studia solo la filosofia moderna; ma si affatica e lima l’intelletto alla dura cote della scolastica di San Tommaso e guarda con ironia alle scoperte dei teorici puri; perché egli sa che quelle scoperte erano già state fatte da questo o quel santo o padre della chiesa. Frattanto anche lui, come Pareto, con le cui premesse positivistiche, egli non ha nulla a che vedere, talvolta indulge a citazioni di giornali o di autori di nessun conto. Le aveva fatte quelle citazioni, ne sono certo, per condiscendere, ridendo dentro di sé, ai commissari di concorso, che si supponevano ammiratori di quella roba; ma frattanto allungano inutilmente un’opera, che io direi ispirata ad una idea fondamentale: che la economia, che la creazione della ricchezza non è un fatto meccanico, bruto, determinato dalla conclusione e dalla interferenza di entità materiali che si chiamano scambi, oro, biglietti, prezzi, saggi di sconto e simili; ma è vita, è creazione continua, creazione dell’uomo e di quel che di divino, di spirituale è nell’uomo. Se ora, giunto all’età serena nella quale egli può guardare con compiacimento sorridente ed indulgente agli anni passati, Sella si decidesse ad estrarre dalla ganga delle tante pagine delle sue tre opere le poche pagine – e forse basterebbe un paio di centinaia – atte a contenere i filoni di metallo nobile, quale regalo magnifico farebbe alla sua generazione ed a quella che viene su, troppo dimentica di quel che fu pensato e fu operato dianzi!

 

 

Ed or si concluda. Non filosofate, ma calcolate, aveva detto Croce. Gli economisti sia che ascoltassero il monito, sia, e forse più, fossero spinti sulla via dell’indagine pura dal demone che li agitava dentro, calcolarono, ossia ragionarono. Chi scriverà non affrettati ricordi ma storia sistematica della parte avuta dagli italiani nell’avanzamento recente della scienza economica, dovrà riconoscere che quella parte non fu piccola né per volume, né per qualità. Oltre la sistemazione paretiana della teoria dell’equilibrio economico generale, che è la conquista massima della scienza dal 1870 in poi, il mio vagabondaggio sarebbe stato vano se non fossi riuscito ad esprimere una verità: che le margaritae, le gemme sparse per il mondo scientifico dagli indagatori italiani non furono né poche né di poco pregio. Mancò chi le raccogliesse in una collana splendente e le facesse rifulgere agli occhi di tutti? Le gemme aspettano ancora l’artefice ultimo? Val la pena? L’ufficio delle sparse gemme della scienza non è forse quello di stimolare sempre nuove indagini e nuove conquiste? L’opera di ogni generazione non è quella di servire da terriccio fecondo per l’opera delle generazioni future e così di seguito all’infinito?

 

 

Frattanto, di nulla maggiormente gli uomini del cinquantennio possono andar orgogliosi quanto di aver sparso per il breve mondo dei numerati cultori della dottrina pura alcune gemme inutili agli occhi delle moltitudini. Queste che, al tempo di Cavour, affollavano l’aula di Francesco Ferrara, oggi disertano l’insegnamento degli economisti e li lasciano elaborare in solitudine i loro teoremi. Non muoviamone lagnanza; ché l’edificio della scienza non si costruisce in piazza. Basta che l’edificio sia bello, armonico e sempre più ricco di opere d’arte. Chi si guardi indietro, deve riconoscere che, fra quante scienze studiano l’operare dell’uomo, senza dubbio la economica continua ad essere da due secoli la sola che meriti di essere dichiarata opera d’arte. Superbia di affiliato? No. Consapevolezza che in nessun altro territorio affine, all’infuori forse del diritto privato di tradizione romanistica, il reprobo, il quale violi le regole sacre del bene e bello ragionare è messo al bando, inesorabilmente. Finché si sentirà l’eco dell’improperio squillante di Maffeo Pantaleoni, del silenzio di ghiaccio di Pasquale Jannaccone, del sorriso beffardo di Attilio Cabiati e del riso fresco indulgente di Emanuele Sella, gli eretici non penetreranno nel tempio ed i sacerdoti, continuando a ricamare sottilmente aerei teoremi astratti, lavoreranno, meglio che se questo fosse il loro dichiarato proposito, al bene delle moltitudini.



[1]Quando Carlo Antoni mi invitò a collaborare alla presente raccolta in onore di Benedetto Croce, riluttai per molte ragioni di cui ricordo solo una: dal principio del 1945 ho perso il contatto con quelli che furono sempre, insieme agli amici veri e pochi, i maggiori amici miei, i libri. Invece di sfogliare e leggere libri, leggo carte e memoriali. Accettai perché Giuseppe Bruguier, bibliografo scrupoloso – qualità che raramente si accompagna con quella di economista valoroso quale egli è – mi promise la sua collaborazione. La quale venne larga e rifinita. Ma a questo punto, sorsero in me scrupoli, che mi indussero ad utilizzare dello scritto di Bruguier le alcune citazioni, che io mi sarei trovato nella impossibilità di rintracciare e riscontrare, e sovratutto i riferimenti precisi a uomini ed a scritti, da lui bellamente sistemati e riassunti. A quei dati sicuri appoggiai i miei ricordi; e ne venne fuori il presente vagabondaggio attraverso un cinquantennio di attività letteraria economica. Ma la stesura di ricordi rinfrescati dalla fatica altrui impone a me l’augurio che lo scritto del Bruguier veda la luce a parte, ad istruzione dei giovani studiosi, senza colpa immemori talvolta di quel che gli economisti italiani diedero alla scienza nel cinquantennio crociano. Istruzione più proficua di quella che essi ricaveranno dai miei ricordi, dove molto è dimenticato e le cose non dimenticate sono collocate in un ordine che risente dei rapporti personali e delle simpatie intellettuali di chi scrive.

 

 

[Rileggo, dopo quattro anni, queste mie reminiscenze e debbo resistere alla tentazione di correggere ed aggiungere. Preferisco resistere, per non mutare nulla dell’atmosfera nella quale i ricordi si muovono. Negli anni del dopoguerra molte cose sono mutate nell’insegnamento economico italiano, nelle riviste e nei libri nei quali i cultori dell’economia versano le loro meditazioni. In maggioranza i nomi che si leggono negli indici dei quaderni delle riviste economiche sono nuovi; e, quel che più monta, sono mutati il linguaggio ed il contenuto dei contributi offerti. Perciò è bene mettere un punto fermo ai ricordi; che, allungati agli anni più recenti, non sarebbero più ricordi, ma giudizi: ma un giudizio non può essere meditato, come dovrebbe, da chi non può trovare il tempo per la meditazione. Quel che debbo aggiungere è il saluto agli amici mancati ai vivi nel tempo corso tra la stesura di queste pagine e la pubblicazione: ad Emanuele Sella, amato sin da quando egli era ancora sui banchi del liceo ed a Gino Borgatta, quasi compaesano e poi allievo precocissimo. È spento l’intelletto di Attilio Cabiati, pur fisicamente vivo; quell’intelletto che sempre mi costrinse, discorrendo con lui di cose teoriche, a compiere uno sforzo attento di dominazione su me stesso, per il proposito di non vedere comparire sulle sue labbra quel sorriso uso a spegnere la parola sulle labbra di tutti, eccetto ché degli innocenti. 12 febbraio 1950, L. E.]

[2] Tradotto in tedesco nel 1951 col titolo De italienizcke Nationalokonomie in Zeitalter Croces, «Schweizer Monatshefte», giugno 1951, pp. 129-151; in inglese nel 1955 col titolo Fifty years of Italian economic thought (1896-1946). Reminiscences, «International economie papers», n. 5, 1955, pp. 7-25 [Ndr.].

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