Opera Omnia Luigi Einaudi

Uno schema settecentesco di assicurazione obbligatoria contro gli incendi nel Piemonte

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 01/01/1912

Uno schema settecentesco di assicurazione obbligatoria contro gli incendi nel Piemonte

Miscellanea di studi storici in onore di Antonio Manno, OPES, Torino, 1912, pp. 241-255

 

 

 

Il documento che qui si mette in luce, è un esempio non dei meno singolari di quella letteratura cameralistica che fiorì durante il secolo decimottavo negli Stati sabaudi e rimase quasi del tutto ignorata e sepolta negli archivi, a differenza di quel che accadde in Germania, in Francia ed in Inghilterra, dove sono numerosi i libri, gli opuscoli, i brevi articoli pertinenti a materie finanziarie che videro la luce in quel secolo ed ancora sono discussi nelle storie recenti delle nostre discipline[1].

 

 

La dimenticanza in che i nostri cameralistici sono caduti dipende in grandissima parte da ciò, che non esistendo negli Stati sabaudi un’opinione pubblica indipendente da quella dei ceti governanti, mancando la stampa e ignorandosi le discussioni su argomenti di interesse generale, gli studiosi di cose economiche e finanziarie venivano quasi tutti dalle file della burocrazia governativa; e costoro, trovandosi vicini alla persona del Principe, a lui indirizzavano i risultati dei loro studi sotto forma di memorie intese a promuovere l’aumento della prosperità dello Stato o il miglioramento del regio erario o amendue insieme.

 

 

Di «memoriali» siffatti sono abbondantissimi i nostri archivi, i quali rendono così testimonianza del non essere mai mancata la schiatta dei progettisti che si credono persuasi di avere inventato un sistema per rendere felice l’umanità, per togliere un reale o supposto abuso sociale, per impinguare le casse dello Stato di ingenti ricchezze. Per lo più si tratta di scoria, di cui il tempo ha fatto giustizia; come il tempo farà giustizia della quasi totalità dei progetti degli odierni riformatori sociali. Per fortuna del paese, i memoriali indirizzati al Principe non erano, tranne rarissimi casi, fecondi mai di alcun risultamento pratico; ancor meno di quanto lo siano i disegni di rinnovamento di qualche ordine politico o sociale che tuttodì si vanno proponendo.

 

 

Oggi vi è sempre un partito o un gruppo che ha interesse ad agitare le idee più inconsistenti, per amore di popolarità e per libidine di potere, quando supponga che l’idea, anche assurda, possa far presa sugli analfabeti della scienza economica, abbondantissimi nei paesi a temperamento improvvisatore. Nel vecchio Piemonte il Principe ed i suoi consiglieri finanziari, gente matura e cresciuta nel maneggio quotidiano del denaro dello Stato, duravano invece grandissima fatica a persuadersi dell’opportunità di fare sperimenti pericolosi, che potevano ritorcersi subito a loro danno; ed inoltre in un paese piccolo e dove tutti si conoscevano personalmente, era agevole conoscere il motivo personale da cui il memorialista era indotto a fare una qualche proposta per il bene pubblico.

 

 

Si sapeva che Tizio voleva venire in grazia del Principe per ottenere una promozione nella carriera; che Caio ambiva un posto per sé, trovandosi disoccupato, o desiderava collocare i numerosi figli. Quando la cosa era possibile per la vacanza di qualche posto ed il memorialista vantava relazioni sufficienti a Corte, i desideri privati venivano altrimenti soddisfatti; e così, o non facendone nulla nel più dei casi, si evitava il pericolo maggiore di creare cariche e funzioni inutili o per se stesse dannose. Alla categoria suddescritta di memorialisti appartenne il nostro capitano Ottavio Raviolati.

 

 

In quale reggimento fosse capitano e in che epoca io non sono riuscito a scoprirlo di preciso. A meno che il titolo di capitano fosse meramente onorifico e si trattasse di un medico Raviolati che nei bilanci militari dal 1697 al 1704 risulta in possesso di una paga di 390 lire all’anno, oltre il pane, nel presidio di Vercelli[2]. Ma che fosse del tempo di Vittorio Amedeo II risulta da parecchi indizi. Innanzitutto la grafia del manoscritto scritto dal Raviolati stesso e da lui firmato che si legge nell’archivio di Stato di Torino (Sezione I, Materie Economiche, Finanze; Mazzo 4, n. 25). Il manoscritto, in otto fogli di cui il primo e l’ultimo in bianco, porta sulla copertina il titolo Progetto del Capitano Raviolati per un imposto sopra le case e sotto la leggenda: Per il ben pubblico.

 

 

Esso, per parecchi segni esteriori rivela di essere stato compilato non troppo tempo dopo il principio del secolo XVIII. Noi non seguiremo nella riproduzione questa grafia che riuscirebbe fastidiosa ai lettori, bensì quella di una copia allegata all’originale e fatta nelle segreterie di Stato forse subito per comunicare il memoriale a qualche consigliere del Principe, forse in seguito, in un’occasione in cui probabilmente s’era tornato a discutere della cosa e si volevano riandare i precedenti. Che il manoscritto appartenga al principio del secolo si trae anche dall’essere collocato in un mazzo (il quarto del gruppo Finanze nelle Materie Economiche), il quale comprende memorie che vanno dal 1704 al 1712 (è la data scritta sulla camicia del mazzo); sebbene esso sia certamente posteriore al 1713, perché il Raviolati si indirizza al sovrano come a Vostra Sacra Real Maestà; e Vittorio Amedeo II fu proclamato Re solo nel 1713.

 

 

L’accenno alle «guerre e gl’incendi seguiti ne’ Stati» del Re dimostra ancor meglio che l’autore deve averlo scritto poco tempo dopo la fine della guerra di successione spagnuola, quando erano ancora vive le traccie della devastazione portata dall’incessante passaggio di eserciti nemici ed amici sulle terre dello sventurato Piemonte. Né l’accenno può riferirsi alla guerra di successione di Polonia (1733-38) perché questa si svolse tutta fuori del Piemonte, e neppure alla guerra di successione d’Austria (1741-48) perché questa toccò una parte sola del Piemonte e non si può dire di essa che abbia prodotti quei danni così generali come sono quelli che ha in mente il Raviolati.

 

 

Ed in tale sentenza ci persuade eziandio, oltre l’argomento della grafia, il fatto che, dopo la pace di Aquisgrana del 1748, le città provinciali degli Stati sabaudi, anche trascurando la Savoia e la Sardegna, mai più avrebbero potuto ridursi alle 21 di cui è cenno nel calcolo finale del Raviolati, mentre all’incirca 21 sono per l’appunto le città capoluogo di provincia negli Stati continentali di qua dalle Alpi dopo la pace di Utrecht del 1713. Tutto sommato, è probabile che il progetto del Raviolati risalga al periodo tra il 1713 e il 1720, quando erano ancora sanguinanti i ricordi della guerra e non erasi ancora iniziata l’opera di rigenerazione economica impresa verso il 1720 dal nuovo Re. Frastornati dalle vicende di Sicilia e di Sardegna, il sovrano e i suoi consiglieri non avevano ancora scelto un indirizzo deciso di politica economica, onde pullulavano le ricette dei progettisti. Col 1720 la via è tracciata ed animosamente seguita al compimento della perequazione fondiaria e alla rivendicazione dei beni e dei diritti di corona ottenuti senza corrispettivo oneroso nel secolo precedente. Cadono perciò nel nulla tutti i progetti che avrebbero distolto il Principe dalla grande battaglia incominciata, la quale può essere variamente giudicata sulle bilancie della storia e della equità, ma a cui non si può rimproverare certamente di essere fondata su calcoli fantastici ed utopici. Il Raviolati invece era un utopista ed un cabalizzatore, simigliante in tutto a quelli che nei tempi moderni reputano di aver trovato un magico e semplice ed ignorato strumento per giungere a fini grandiosi. Ecco invero, quali e quanti vantaggi costui si riprometteva di ottenere dall’istituzione del suo «Banco reale di cambio».

 

 

  1. Il Banco doveva innanzi tutto fondarsi sull’esercizio dell’assicurazione delle case contro gli incendi. A procacciarsi clientela e fondi l’assicurazione doveva essere obbligatoria, salvo alcuni casi particolari in cui era puramente facoltativa, ed erano questi casi limitati alle abitazioni della campagna distanti più di 100 trabucchi (circa 300 metri) dai luoghi abitati, alle case feudali ed ecclesiastiche ed alle case già abbruciate o rovinate prima d’allora. Per quest’ultime voleva il Raviolati si stabilisse l’obbligo di venderle ai vicini al prezzo di stima o a chi offerisse il prezzo migliore, affinché potessero essere ricostrutte ed assicurate. La tariffa voleva fosse stabilita in 4 soldi per ogni 100 lire, ossia nel 2 per mille; tariffa, data l’esperienza moderna, elevatissima per i centri popolosi e bassa per talune specie di abitazioni dei piccoli borghi e tanto più delle campagne. Il premio è detto «deposito»; non si comprende perché, non essendo rimborsabile, salvo quando la casa rovinasse, ché allora voleva il Raviolati il deposito fosse restituito intieramente fin dal primo premio pagato.

 

 

Strana disposizione la quale dimostra come il memorialista avesse un confusissimo concetto dell’assicurazione contro gli incendi. Che cosa sono i premi se non il corrispettivo dell’obbligo dell’assicuratore di indennizzare i rischi assicurati? E se il banco reale ha speso i premi per pagare i rischi d’incendio, come potrà restituirli alle case rovinanti? Evidentemente il Raviolati pensava che il premio del 2 per mille dovesse bastare ad assicurare, oltreché contro l’incendio, anche contro il pericolo della rovina, sebbene per una somma minore, uguale cioè al prodotto dei premi pagati per il numero degli anni decorsi. Qualche sospetto aveva però il progettista che il congegno non fosse perfettamente sicuro, perché non garantiva in maniera certa il pagamento di «con il fondo che vi sarà» il banco facesse, in caso di incendio accidentale, riedificare le case, rimettendole in pristino, ovvero pagasse un indennizzo uguale al valore fissato dall’estimatore provinciale delle case.

 

 

  1. I proprietari avrebbero bensì avuto qualche vincolo, non potendo vendere, smembrare, permutare o negoziare le proprie case senza licenza del banco. Né di questo vincolo si capisce la ragione, salvo fosse di impedire che le case andassero in mano di incendiari conosciuti o di persone sospette di voler usar frode al banco. In cambio avrebbero avuto i proprietari un vantaggio manifesto: ossia la valorizzazione dei loro immobili, non più soggetti al rischio d’incendio.

 

 

E mentre pagavano in quel tempo il 5 o 6 per cento di interesse sui prestiti garantiti sulle case stesse (censi fatti sovra le case) avrebbero in avvenire dovuto pagare solo più il 3 per cento. Per la solita mania, perpetuatasi a’ dì nostri, di volere fare il bene per forza, impaziente di vedere naturalmente, per il minor rischio corso dal creditore, verificarsi cotal ribasso dell’interesse, il Raviolati voleva che con legge si proibisse di riscuotere interesse più alto del 3 per cento, riducendo a tal misura, con qualche avvedimento transitorio, anche i prestiti o censi passati. L’istituzione del banco sarebbe ancora stata causa di un altro benefizio: perché, dovendosi fare una stima generale delle case, se ne sarebbe tratta occasione per perequare il carico dei cotizzi o taglie, prima assai male distribuiti.

 

 

Nel che il Raviolati si dimostra più accorto di quei moderni statizzatori delle assicurazioni- incendi, i quali dichiarano semplicissimo questo servizio per lo Stato, bastando imporre un addizionale sull’estimo dei fabbricati, già valutati ai fini dell’imposta sui fabbricati. Errano amendue, trattandosi di due valori diversi, da stimarsi con criteri differentissimi: nell’assicurazione incendi volendosi risarcire il danno e quindi dovendosi valutare secondo il criterio del costo di ricostruzione; nella ripartizione dell’imposta dovendosi colpire il reddito e quindi dovendosi valutare il valor locativo netto corrente, la cui capitalizzazione assai sovente non corrisponde al costo di ricostruzione. Ma errava meno il Raviolati dei moderni statizzatori, perché almeno riconosceva la necessità di una nuova valutazione speciale ai fini dell’assicurazione contro gli incendi. Errava però gravemente nel volere fissare una tariffa uniforme del 2 per mille per tutti i rischi d’incendio. È difficile allo Stato operare diversamente, specie nei governi parlamentari, ma è rovinoso perché le tariffe devono essere e sono oggi variate in rapporto al rischio di incendio delle regioni e dei luoghi, alle tendenze diversissimamente incendiarie degli abitanti, e se variate non sono, si dà stimolo alle frodi.

 

 

  1. Il banco reale avrebbe dovuto intraprendere ogni sorta di operazioni bancarie: compra e vendita di lettere di cambio, incoraggiamento di manifatture non ancora praticate negli Stati di S. M. a beneficio pubblico. Il Raviolati prevede senz’altro che in breve tempo esso diventerà il banco più forte di tutta Europa ed ognuno correrà ad esso. Non dice il motivo di questo gran successo che il banco avrebbe dovuto avere, od almeno ne adduce uno solo, alquanto misterioso, come sono sempre misteriose le virtù di queste imprese governative: e sarebbe che il banco ai proprietari assicurati che gli chiedessero una lettera di cambio doveva abbuonare quattro soldi per ogni 100 lire. Pare con ciò voler dire che un proprietario assicurato per 1000 lire (valore della sua casa) dovesse avere il diritto di farsi rilasciare dal banco una lettera di cambio di 1000 lire pagandola solo 998 lire.

 

 

Siccome il privilegio concesso ai proprietari assicurati era girabile ad altri, si vede quale si era lo strano risultato: i proprietari che avevano pagato due lire per mille a titolo di premio potevano farsele rimborsare comprando dal banco per 1000 lire di lettere di cambio o cedendo ad altri tale diritto. E con che cosa avrebbe il banco pagato gli indennizzi per gli incendi? Si vede che il mal vezzo di unire insieme cose disparate che si nuocciono a vicenda è antichissimo. Adesso parve si volessero per un momento unire le pensioni operaie e le assicurazioni sulla vita; due secoli fa l’assicurazione contro gli incendi volevasi contro natura fatta ancella dell’esercizio d’un banco di cambi e di prestiti.

 

 

  1. Il progetto non sarebbe stato compiuto, se il Raviolati non vi avesse aggiunto un preventivo dei redditi che se ne potevano ricavare: 563.320 lire all’anno, reddito grosso, in tempi in cui le entrate totali dello Stato battevano sui 12 milioni di lire all’anno. Ma il calcolo è tutto spropositato, dovendo il totale del reddito presunto adeguarsi a 463.650 lire, ossia a 100.000 lire circa di meno della somma preveduta. Ed è inutile notare che di tra i raggiri bancari sovra descritti e le frodi degli incendiari (i Piemontesi del 1700 erano espertissimi nello scroccar denari al fisco in occasione dei condoni d’imposta per tempeste, che era una specie di assicurazione obbligatoria contro la grandine, come si può leggere a carte 72-73 della citata mia Finanza Sabauda), il reddito del banco sarebbe sfumato, forse convertito in una perdita. Vittorio Amedeo II, che aveva già in animo di regolare e frenare il danno dell’assicurazione-grandine, evidentemente non volle sapere di aggiungere esca al fuoco e mandò il memoriale del Raviolati agli archivi.

 

 

Donde era opportuno trarlo, ad ammaestramento dei viventi, a conforto di quelli che combattendo gli errori antichi, rivestiti di forme moderne, sono tacciati di essere inaccessibili alla bellezza delle nuove idee; ed anche a riconoscimento della onesta schiettezza di quei nostri vecchi progettisti, i quali se, come i moderni parlamentari fiduciosi nella bontà della Camera per avere il perdono della [loro] deficienza (relazione del deputato Edoardo Giovannelli al disegno di legge: Provvedimenti per l’esercizio delle assicurazioni sulla durata della vita umana da parte di un Istituto nazionale di assicurazioni), invocano il perdono del Principe «al povero talento ed all’imbecillità della penna», apertamente però ricordano al Principe stesso che essi hanno durato la fatica di concepire e scrivere il progetto in primo luogo per il bene pubblico ed insiememente per avere la carica di amministratore del banco, con quattro piazze e relativo stipendio a favore di cinque figliuoli. Eran prolifici di progetti, ma anche di figli quei nostri vecchi: la numerosa figliuolanza ci dà la chiave per spiegare la abbondanza dei memorializzatori in cerca di impiego. Gli storici del futuro sapranno trovare con ugual facilità e sicurezza la spiegazione degli innumeri progetti con cui oggi si intende a crescere la burocrazia governativa?

 

 



[1] Su questa letteratura cameralistica piemontese ho scritto un capitolo (il secondo, pagine 119-140) in La finanza sabauda all’aprirsi del secolo XVIII e durante la guerra di successione spagnola. (Documenti finanziari degli Stati della Monarchia Sabauda, serie I, vol. I. Torino, S.T.E.N., 1908).

[2] Cfr. in Archivio di Stato di Torino, Sezione Guerra, il Bilancio militare annuale de Regi Stati del Piemonte, 1697-1704, n. 9, sotto Ufficiali presidi.

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