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Corriere della Sera

Di chi è la responsabilità della volatilizzazione dei 5,4 milioni della Cassa pensioni?

«Corriere della sera», 31 maggio 1914

 

 

 

A proposito della conclusione di una postilla all’articolo mio pel riparto della Cassa Pensioni di Torino, in cui dicevo che l’essere stato il frutto delle quote versate dai soci all’incirca del 3.50 per cento dimostrava «che l’Amministrazione della Cassa fu soverchiamente dispendiosa o impiegò i propri capitali in modi che si chiarirono poi aleatori e capaci di annullare tutti i vantaggi della mortalità e della decadenza», il ragioniere Donato Bachi, che fu presidente della Cassa Pensioni, mi scrive l’unita lettera: «Premetto che io ho sempre considerato un atto di pirateria quello del Governo coll’assumersi la liquidazione della Cassa Pensioni. Esso non oserebbe farlo colla Mediterranea, né col Banco di Roma, né con altri istituti, come non osa por freno ai zuccherieri ed ai siderurgici. Ma si capisce, perché i soci della Cassa Pensioni sono minutaglia lavoratrice. Io ero fra quelli che volevano una agitazione perché tutti i soci recedessero e lasciassero il Governo con un pugno di mosche, ma mi si è fatto osservare che, essendo sempre stato programma nostro, fin da quando entrammo nella Amministrazione della Cassa Pensioni, di giungere alle Assicurazioni Popolari, io mi tacqui e mi rassegnai alla violenza governativa.

 

 

Ella osserva giustamente che il riparto proposto ai soci della Cassa non è quello che sarebbe risultato dalla relazione della Commissione d’inchiesta ed ella ha ragione. Ma ella aggiunge che la Cassa fu soverchiamente dispendiosa o impiegò i capitali in modo soverchiamente aleatorio. Ora ella non ignora che i quattro quinti del patrimonio della Cassa, all’incirca, è stato impiegato in rendita ed in titoli garantiti dallo Stato, appunto per imposizione dello Stato medesimo; e senza di ciò, con maggior libertà, i capitali avrebbero dato un frutto sensibilmente maggiore. Invero la Commissione d’inchiesta, per quanto male disposta verso gli amministratori della Cassa, dovette constatare ottimo l’impiego di denaro fatto in stabili.

 

 

Escludo quindi in modo assoluto che la differenza o svalutazione delle attività della Cassa, possa attribuirsi a minor valore degli stabili. Escludo anche che possa riferirsi ai mutui non solo perché non rappresentano che una modesta cifra, ma perché ben garantiti e di scarsissimo rischio.

 

 

Che cosa rimane dunque ad esaminare?

 

 

Ella comprenderà come a me manchino elementi per conclusioni precise, tuttavia credo poter affermare che la differenza è rappresentata per buona parte da quei cinque milioni di spese e perdite, che non sono giustificate se non dalla pirateria del Governo, che vuole evitare i recessi e che da tre anni impedisce colla violenza e coll’astuzia che i soci possano riprendere il loro denaro, esempio inaudito di confisca da parte di governo cosidetto civile, e per altra parte del ribasso della rendita. Se non erro, questa rappresenta più della metà del patrimonio della Cassa e fu acquistata, sempre per prescrizione governativa, a 102, 103 e 104.

 

 

Consideri che oggi la rendita vale 97 e forse è stata valutata nel piano di riparto al massimo di 98 e si spiegherà subito come siano scomparsi tre o più milioni. Qualche altra svalutazione congenere si sarà fatta su altri titoli garantiti dallo Stato e la spiegazione apparirà chiara.

 

 

Una azienda privata, una società anonima non avrebbe atteso che la rendita scendesse a 98 per venderla, anzi l’avrebbe realizzata in tempo per acquistare buoni del tesoro od altri titoli; occorrendo avrebbe anche semplicemente messo i denari alla Cassa di Risparmio, in attesa di miglior impiego, non lasciando perdere così i denari dei soci: ma il Governo non poteva preoccuparsi, come avrebbero fatto dei modesti amministratori socialisti come il sottoscritto, del ribasso dei valori rappresentanti i capitali dei soci, ciò che in altre epoche, noi, nei limiti molto ristretti della legge, abbiamo pur fatto.

 

 

Io credo quindi poter affermare, senza tema di smentita, che i milioni della Cassa che erano sicuri nelle mani degli amministratori socialisti e lo constatò in modo inoppugnabile la Commissione d’inchiesta, sono evaporati in parte nelle mani del Governo ed evaporeranno anche maggiormente se continueranno ad essere da esso amministrati e se i titoli di Stato continueranno a discendere.

 

 

A lei non mancherà modo di controllare queste mie affermazioni che io non posso documentare che colla mia memoria e sopra tutto colla conoscenza sommaria che io ho della formazione del capitale della Cassa Pensioni. Questo affermo ancora, che se la liquidazione della Cassa fosse stata lasciata ai suoi antichi amministratori, i soci avrebbero avuto tutto ciò che ad essi spettava e che risultava dai bilanci presentati da detti amministratori e se qualcuno li deruba, questo è il Governo, che, fortunatamente, non è un Governo socialista.

 

 

Gradirò conoscere a suo tempo il suo avviso in merito che Ella colla consueta lealtà non vorrà tacere e con tutta stima la saluto.

 

 

Dev.mo Donato Bachi.»

 

 

Se si fa astrazione da alcune parole alquanto grosse, il succo della lettera del rag. Bachi si riduce al seguente: Noi amministratori socialisti abbiamo consegnato al commissario regio un patrimonio che al 31 dicembre 1913 aveva un valore di bilancio di lire 75.006.035,33 divise in lire 72.644.844,33 di patrimonio al 31 dicembre 1912 ed in L. 2.341.191 di redditi netti ottenuti durante l’annata 1913. Invece di repartire integralmente tutta questa somma il commissario regio ha creduto bene di ripartire integralmente solo i redditi del 1913 in L. 2.341.191 e di dividere il fondo patrimoniale di L. 72.644.844,33 esistente al 31 dicembre 1912 in due parti: una di lire 67.250.000 da repartire tra i soci e l’altra di L. 5.414.844,33 da tenere in riserva per svalutazione di attività, per liti in corso, sopravvenienze passive, ecc.

 

 

Che il patrimonio della Cassa si sia per tal modo volatilizzato rispetto ai soci per l’ammontare di 5.414.844 lire non v’è dubbio né per me, né per l’egregio ex-presidente della Cassa; poiché è certo che se il commissario regio avesse creduto di poter ripartire tutti i 72 milioni e 644 mila lire di patrimonio consegnati dagli amministratori al commissario e non solo i 67 milioni e 250 mila lire, le quote di riparto sarebbero state di circa l’8 per cento maggiori di quanto furono e, pur non giungendo per moltissimi soci e specie i più recenti, ad uguagliare quando avrebbero ottenuto con un libretto di Cassa di risparmio, sarebbero state per altri molti discretamente soddisfacenti.

 

 

Il problema sta tutto nel vedere quali siano le cause per cui il commissario regio credette bene di accantonare i 5 milioni e 414 mila lire. A leggere il bilancio – magrissimo in verità e privo di quelle elementari spiegazioni che avrebbero potuto in una pagina dar ragione dell’impostazione delle diverse cifre – presentato dal commissario regio, parrebbe che i 5 milioni e rotti si debbano considerare perduti perché si devono svalutare attività, si deve far fronte a liti in corso ed a sopravvenienze passive. Era logico perciò che io concludessi che l’Amministrazione della Cassa doveva essere stata troppo dispendiosa se aveva lasciato accumulare sopravvenienze passive capaci di intaccare così profondamente il patrimonio sociale, ovvero doveva aver fatto impieghi chiaritisi poi aleatori e tali da dar luogo a svalutazioni e liti dispendiose.

 

 

Il rag. Bachi dice che le cause della perdita dei 5 milioni sono diverse; e siccome le cose che egli dice, malgrado il linguaggio adirato, sono molto serie, così giova ascoltarlo:

 

 

  • 1) la perdita più grossa deve essere verificata sui titoli di Stato o garantiti dallo Stato, di cui la Cassa al 31 dicembre 1913 possedeva per 38 milioni ed 850 mila lire. Ma la colpa di chi e`: nostra o dello Stato, il quale con legge ci obbliga ad investire il nostro patrimonio in quei titoli e con un’altra legge mette in liquidazione la Cassa in un momento in cui i titoli sono ribassati? Su questo punto ed in quanto le perdite siano derivate da ribassi di valore dei titoli pubblici, ed in quanto questi valori pubblici non siano stati scelti dagli amministratori ma imposti dal Governo, il Bachi ha perfettamente ragione. Io ho avuto occasione di criticare su queste colonne ripetute volte la tenenza del Governo – palesatasi anche da recenti e per fortuna ritirati disegni di legge per la cosiddetta tutela del risparmio – di volere a viva forza tutelare i risparmi della povera gente obbligando istituti e casse a comprare titoli di Stato. Ed ho dimostrato che, salvo talune eccezioni, i titoli di Stato e specialmente le rendite perpetue sono tra gli impieghi più aleatori che si possano dare per i risparmi popolari. Se i soci della Cassa Pensioni hanno visto volatilizzare parecchi milioni dai loro sudati risparmi, devono ringraziare il legislatore italiano, il quale è posseduto dalla fisima strana che i titoli di Stato siano l’impiego sicuro per eccellenza per enti che hanno impegni a scadenza fissa. Nel caso particolare della Cassa Pensioni ha ragione il Bachi inoltre di elevarsi contro la ingiusta e violenta espropriazione che con la legge del monopolio lo Stato sancì di fatto contro i soci della Cassa Pensioni, obbligando questa a liquidare i titoli di Stato in un momento sfavorevole.
  • 2) il Bachi esclude in modo assoluto che l’accantonamento ovverosia la perdita presunta dei 5.4 milioni sia dovuta a svalutazioni di immobili portati in bilancio per un valore di 10.7 milioni di lire, e dei mutui, i quali ammontano a 17.4 milioni di lire. Ed allora, che cosa ha cagionato l’enorme perdita presunta di 5.4 milioni di lire? Il bilancio di 4 paginette, presentato dopo 16 mesi di diuturno studio dal commissario regio, non dice nulla al riguardo. L’on. Cottafavi, sottosegretario all’Agricoltura, spiegò alla Camera nella tornata del 29 maggio che 2.120.676 lire di perdite furono dovute alla svalutazione dei titoli; ma pel resto le spiegazioni non furono molto chiare. Urge perciò la presentazione di un bilancio ragionato, il quale dovrà essere persuasivo e chiaro, affinché si sappia se la volatilizzazione dei 5.4 milioni sia dovuta – per la parte non spiegata col ribasso della rendita – ad impieghi aleatori compiuti dalle passate amministrazioni, ovvero a sottovalutazioni delle attività sociali operate per procacciare un indebito lucro all’Istituto nazionale delle assicurazioni.

 

 

Per parlare chiaramente, il pubblico non può nutrire alcuna fiducia nei prezzi a cui il Governo (commissario regio impersonato in un funzionario governativo) piacerà di vendere al Governo stesso (Istituto nazionale delle assicurazioni) gli immobili ed i crediti spettanti ad una persona (soci della Cassa Pensioni); sebbene ciò sia scritto nella legge, è troppo grottesco perché non sia dovere dell’on. Cavasola di porvi rimedio, circondando delle massime guarentigie di pubblicità e di imparzialità la liquidazione del patrimonio della Cassa. E parrebbe doveroso anche che il Governo e l’Istituto nazionale delle assicurazioni indennizzassero la Cassa per le perdite che furono dovute, come si disse sopra, al comando della legge che obbligò prima a comprare titoli di Stato cari ed obbliga ora a venderli quando sono deprezzati.

 

 

Il Governo pare essersi persuaso della correttezza di indennizzar in parte i più per la perdita subita nel corso dei valori pubblici per comando della legge; poiché l’on. Cottafavi ha annunciato che Istituto nazionale e Cassa nazionale per la vecchiaia hanno dichiarato di acquistare i valori stessi ad un corso superiore a quello corrente al 31 dicembre 1913. Il problema è certo delicatissimo, poiché un precedente potrebbe poi essere invocato in molti altri casi in cui la legge ha imposto obblighi analoghi, arrecando grave ed ingiusto danno ad opere pie, casse di risparmio, ecc., ecc. Ma giovi almeno l’esperienza, che oggi si comincia a fare in Italia a sconsigliare per l’avvenire prescrizioni intese ad obbligare enti morali ed istituti di risparmio all’acquisto di valori pubblici, col pretesto di tutelare i loro interessi. Né dimentichi il Governo che è vano elevarsi contro le delusioni di cui furono vittima i soci della Cassa pensioni, quando non si provvede a togliere l’ultima di queste delusioni, indubbiamente dovuta al Governo, che è l’invito e, come ben fece rilevare l’on. Gasparotto, quasi la costrizione usata per indurre i soci a passare all’Istituto nazionale, offrendo ad essi un contratto che dà risultati inferiori a quelli che con assoluta sicurezza si potrebbero avere con un deposito alla cassa di risparmio o con l’acquisto di buoni del tesoro!

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