Goethe, la leggenda del lazzarone napoletano ed il valore del lavoro

Tratto da:

Le lotte del lavoro

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/03/1918

Goethe, la leggenda del lazzarone napoletano ed il valore del lavoro

«La Riforma Sociale», marzo-aprile 1918, pp. 198-202

Le lotte del lavoro, Piero Gobetti, Torino 1924, pp. 267-276

 

 

 

Lettere da Napoli di VOLFANGO GOETHE, tradotte da Giustino Fortunato. – Napoli, Editore Riccardo Ricciardi, 1917. (Edizione fuori commercio, di pagine XXII – 94).

 

 

Le lessi in un pomeriggio di febbraio, pieno di sole, durante una passeggiata su per quei colli torinesi, ove le belle ville settecentesche, con le cappelle gentilizie ed i giardini alla maniera classica di Francia fanno rivivere nel gran secolo del buon gusto, dell’eleganza, delle idee fiduciose nell’avvenire dell’umanità, della vita serena che si conduceva innanzi che si aprisse la grande parentesi del secolo XIX, fumigante, rombante, affannoso, industriale, chiuso tra due guerre lunghe di conquista e di predominio, durante cui parve somma sapienza non lavorare per vivere, ma vivere per lavorare, per arricchire, per primeggiare. E furono due ore deliziose, dovute a Giustino Fortunato che, facendole precedere da una prefazione profondamente suggestiva, voltò in un italiano elegante, che non sente menomamente l’originale tedesco, queste lettere goethiane, le quali ci rappresentano così al vivo la Napoli della fine del settecento (1787), quando il mondo, lieto e luminoso, viveva tranquillo ignaro della veniente tempesta.

 

 

Vi sono, in queste lettere del Goethe, alcune pagine che ci fanno ritornare alla mente la massima ruskiniana: «La vera realtà non è il reddito e neppure l’uso che ne facciamo; è la vita che noi conduciamo nel produrre il reddito» (vedi pagg. 167 sgg. Le confessioni di un economista a proposito del libro di Smart). Goethe aveva letto sulle guide, e si era sentito ripetere infinite volte,che vi erano in Napoli un 30 o 40 mila oziosi. Quando vide coi suoi occhi la grande città meridionale dubitò subito «che l’affermazione potesse confarsi a quanto si pensa nel settentrione, dove si tiene per poltrone chi non lavori penosamente l’intiera giornata» (pag. 74). Certamente l’operosità dei napoletani è diversa da quella dei tedeschi «che son obbligati ad aver cura non solo del giorno e dell’ora, ma a provvedere ne’ bei giorni a’ cattivi e, in estate, al verno. Poiché l’abitante del Nord è costretto, dalla natura alla previdenza ed alla provvista; e la madre di famiglia deve salare ed affumicare la carne, perché ne sia fornita per tutto l’anno la cucina; e non deve l’uomo trasandare le provvigioni di legna, di grano, di foraggi pel bestiame, ecc.; ne deriva appunto che i più bei giorni e le più belle ore vengono sottratte alla gioia e dedicate al lavoro. Durante vari mesi essi evitano volontieri l’aria libera, e cercano nelle case un rifugio contro i temporali, la pioggia, la neve e il freddo; le stagioni si avvicendano senza intervallo e chi non vuoi languire di fame deve diventar massaio. Tra noi non è punto questione di sapere se qualcuno voglia farne a meno; non si può né si potrebbe volere altrimenti, perché non possiamo assolutamente astenercene; la natura ci costringe all’azione, alla previdenza» (pag. 79).

 

 

Tutta diversa è la condizione dei popoli meridionali. «Plinio, nel V capitolo della sua Storia naturale, crede degna la sola Campania di un’ampia descrizione. Questa contrada, egli dice, è così felice, così amena, così beata, che ci si riconosce manifestamente l’opera favorita dalla natura. Poiché quest’aria è vitale, questo cielo di una dolcezza sempre salubre, questi campi così fertili, queste colline tanto apriche, queste foreste così innocue, queste boscaglie così fitte, questi alberi d’una così ricca varietà; e tanti gli eccelsi monti e gli estesi campi e abbondanti le vigne e gli uliveti, e le greggi di nobile vello e i tori spalluti; tanti sono i laghi, una così grande ricchezza v’ha di fiumi e di sorgenti che l’irrigan d’ogni dove, tante le spiagge, tanti i porti! E questa terra stessa, dappertutto, apre il suo seno al commercio e, quasi avida di venire in soccorso dell’uomo, stende le sue braccia nel mare!» (pagg. 79-81).

 

 

La vita nelle terre meridionali è facile. A che pro complicarla inutilmente? «Qui un cencioso non può dirsi un uomo nudo; chi non ha casa propria o in fitto, ma in estate passa la notte sotto le grondaie, su le soglie de’ palazzi e delle chiese, sotto i pubblici porticati e che al verno si ricovera in un luogo qualunque per un infimo prezzo, non è, per ciò solo, reietto e miserabile; un uomo non è povero solo perché non ha provveduto alla dimane. Chi consideri la gran quantità di alimenti che offre il mare pescoso, de’ cui prodotti si nutre il popolo, come per regola, alcuni giorni della settimana, e con quale abbondanza si trovano, in tutte le stagioni, ogni specie di frutta e di ortaggi; che la contrada ove sorge Napoli meritò il nome di Terra di Lavoro, che suona “Terra dell’agricoltura”, e che, infine, la intera provincia porta da secoli I’onorifico nome di Campania Felice – intenderà bene quanto sia facile vivervi» (pag. 60).

 

 

È facile vivervi; ma gli uomini sanno anche contentarsi di questa facilità e, con la moderazione dei desideri, accrescere la somma di felicità di cui essi godono. «Tutto qui indica una terra felice, che offre in gran copia le cose di prima necessità; una terra che produce in pari tempo uomini di felice naturale, i quali senz’affanno, posson attendere che la dimani loro arrechi quello che l’oggi ha portato, e, per ciò appunto, essi se la vivono spensieratamente. Soddisfazione momentanea, moderato godimento, giuliva sofferenza di mali passeggeri» (pag. 30).

 

 

E qui il Goethe racconta un esempio parlante di queste singolari attitudini del popolo napoletano: «Il mattino era freddo ed umido; aveva piovigginato. Arrivai in una piazza in cui le grandi lastre quadrate del selciato apparivano nettamente spazzate. Fui sorpreso di vedere su l’ugualissimo pavimento un certo numero di ragazzi cenciosi, accoccolati in giro, con le palme delle mani su quel suolo, come per riscaldarsi. Credei dapprima ad uno scherzo puerile; vedendo però le loro sembianze del tutto serie e soddisfatte come per un bisogno appagato, mi lambiccai, ma inutilmente, a divinar l’enigma. Mi fu dunque mestieri domandare che cosa mai avesse sedotto quegli scimmiotti a prendere una posizione così strana, e perché mai si erano colà riuniti, regolarmente, in circolo. Venni allora a sapere, che un fabbro di quei dintorni aveva colà riscaldato un cerchione di ruota, ciò che vien fatto nel seguente modo. Il cerchio di ferro è posto a terra, e vi si ammucchiano all’intorno tante scheggie di quercia quante occorrono per renderlo malleabile al giusto punto. Il legno si consuma, il cerchio è collocato su la ruota, e la cenere vien raccolta diligentemente. In quell’istante i monelli profittano del calore comunicato al lastrico, e non si muovon di lì prima di averne assorbito l’ultimo resto. C’è in Napoli un gran numero d’esempi di questa temperanza e di questa cura a utilizzare ciò che altrimenti andrebbe perduto» (pagg. 30-31).

 

 

Goethe, dopo aver molto osservato, conclude non già che i napolitani siano oziosi o disoccupati, ma che lavorano in modo diverso, più sobriamente, più consapevolmente, meno brutalmente che i popoli settentrionali. «Iniziai le mie osservazioni di buon mattino; tutti coloro che vidi fermi od in riposo eran gente il cui mestiere così richiedeva in quel momento: i facchini, che hanno le loro stazioni privilegiate in vari luoghi, ed aspettano che qualcuno voglia richiederli d’alcun servigio, i calessari, i loro famigli e garzoni, che si fermano co’ calessi su le grandi piazze, attendono a’ cavalli, e son pronti ai cenni di chi prima li domandi; i marinai, che fumano la loro pipa sul molo, e i pescatori, sdraiati al sole, – perché tira forse un vento contrario che vieta loro di prendere il largo. Vidi tant’altra gente andare e venire; ma la maggior parte aveva qualche segno della sua attività. Non osservai mendicanti che non fossero vecchi od infermi o storpi. Più andai guardando ed esaminando accuratamente, meno potei imbattermi con veri oziosi, sia della classe inferiore, sia della classe media, tanto il mattino quanto la più gran parte del giorno, – insomma né di alcuna età né di alcun sesso.

 

 

«Entro nei particolari, per rendere più credibile e più evidente ciò che affermo. I più piccoli fanciulli son occupati in varie faccende. Una gran parte va intorno tra Santa Lucia e la città, vendendo pesci; più sovente si vedono altri nel quartiere dell’arsenale o nei luoghi in cui, avendo lavorato i legnaiuoli, vi si trovano schegge, ovvero su la riva, presso la quale abbia il mare rigettato ramoscelli o pezzetti di legno, che essi raccolgono minutamente, ne’ loro panieri. Bambini che sanno appena strisciar carponi per terra, in compagnia di ragazzi da cinque a sei anni, sono anche intenti a questo mestiere. Ed eccoli, quindi, in città, seduti, come al mercato, con le loro provviste di minute legna. L’artigiano e il piccolo borghese le comprano da essi; le riducono in brace su’ loro tripodi per riscaldarsi, o ne fanno uso nelle loro modeste cucine. Altri fanciulli portano attorno acqua dalle sorgenti sulfuree, che si suol bere in abbondanza, specialmente in primavera. Altri cercano un tenue guadagno nel comprare e rivendere, a’ loro coetanei, frutta, miele lavorato, focacce e dolciumi, tanto per averne gratis la loro parte. È curioso davvero guardare uno di questi monelli, le cui botteghe ed i cui utensili consistono soltanto in una tavola e in un coltello, andar girovagando con un mellone d’acqua o con una zucca mezzo fritta, e, circondati da una turba di ragazzi, porre giù la panca e dividere la merce in tante fette. I compratori pongon mente con tutta serietà a vedere se hanno il giusto per la loro monetina di rame; ed il piccolo negoziante usa coi suoi avidi avventori le medesime precauzioni, per non essere punto ingannato. Son persuaso che in un più lungo soggiorno si potrebbero raccogliere molti altri esempi di questa industria infantile.

 

 

«Un grandissimo numero di persone, giovani ed adulti, per lo più miseramente vestiti, si occupano a portar su gli asini, fuori della città, le immondizie. Il territorio vicino a Napoli non è se non un solo orto, ed è un piacere veder quanti legumi vengono introdotti in città, tutti i giorni di mercato, e con quanta cura si riportino subito ne’ campi, per affrettare la vegetazione, gli avanzi delle cucine. Essendo incredibile il consumo degli ortaggi, il fusto e le foglie dei cavolfiori, de’ broccoli, de’ carciofi, degli agli e delle lattughe formano gran parte delle spazzature: e perciò si affrettano a raccoglierle. Due grandi ceste flessibili sono sospese sulla schiena di un asino, e non solo vengon tutte riempite ma vi si ammucchia su il resto con un’arte speciale. Non può esservi un orto senza un asino. Un famiglio, un fanciullo, spesso lo stesso padrone accorrono, sempre che è lor possibile, in città, la quale diventa per essi, a ogni ora, una ricca miniera. Si immagini con quale attenzione questi spazzini raccolgono lo sterco dei cavalli e dei muli. A malincuore essi abbandonano le vie sull’imbrunire; e i ricchi, che ritornano dal teatro alle loro case dopo la mezzanotte, ignorano forse che prima dell’alba v’ha chi cerca attentamente le tracce dei loro equipaggi. Mi si assicura che due di costoro, i quali, associandosi, comprino un asino e prendano in fitto da un mezzadro una parte di un orto, arrivano presto, con assiduo lavoro, ad estendere considerevolmente la loro industria in questo clima benigno, in cui la vegetazione non è mai interrotta.

 

 

«Mi dilungherei troppo dal mio tema, se volessi parIarvi qui di tutti i piccoli commerci che si notano con piacere a Napoli, come in tutte le grandi città; ma debbo pur far parola de’ merciaiuoli, perché appartengono specialmente all’ultima classe del popolo. Alcuni vanno attorno con una botticina d’acqua fredda e limoni, per esser pronti, lì lì, a preparare, dovunque, la limonata, bevanda, di cui anche il più povero non può far a meno; altri si tengono innanzi alle loro panche, su le quali stanno in ordine bottiglie di vari liquori e bicchierini, garentiti da anelli di legno; altri portano in giro panieri di pasticceria, di manicaretti, di limoni ed altre frutta, sempre come se tutti volessero partecipare ad accrescere la gran festa della gioia, che si celebra tutti i giorni in Napoli.

 

 

«Oltre a questa specie di merciaiuoli, c’è un gran numero di piccoli mercanti girovaghi, che offrono, senza molto apparato, la loro merce su di una tavola, su di un coperchio di scatola, o addirittura sul lastrico delle piazze. Non si tratta già di una sola mercanzia che potrebbe anche trovarsi nei grandi negozi; è proprio roba da rigattiere. Non c’è pezzo di ferro, di cuoio, di tela, di feltro, che non ritorni ad essere venduto a questo od a quell’altro. Gran parte del ceto minuto è occupata presso i commercianti in qualità di manovali e commessi» (pagg. 75 e seguenti).

 

 

La conclusione del Goethe è contraria all’impressione volgare: «È vero che si incontra da per tutto, gente malvestita e finanche cenciosa; ma non per questo si tratta di poltroni o di perditempo. Anzi, affermerei quasi il paradosso, che, tenuto conto della proporzione, c’è forse più industria a Napoli che altrove in tutta la classe popolare» (pag. 78).

 

 

Di questo quadro vivo, parlante, che il Goethe tratteggia delle condizioni di vita della plebe napoletana, si possono trarre le somme in due sentenze delle sue lettere: «Il lazzarone non è in niente più inoperoso delle altre classi…; qui tutti lavorano, nel loro genere, non solamente per vivere, ma per godere, e nel lavoro qui vogliono tutti darsi lieta vita» (pag. 81). «Trovo in questo popolo la più viva e ingenua industria, non per arricchire, ma per vivere scevro di pensieri» (pag. 31). Il lavoro concepito come un contributo «alla gran festa della gioia»; ecco la filosofia della vita dei napoletani del secolo XVIII. L’avvicinamento impensato fra le osservazioni del sovrano intelletto tedesco e gli aforismi dell’esteta e riformatore inglese non è forse casuale. Gli italiani troppo a lungo pensarono e molti pensano ancor ora che basti importare l’industria nel mezzogiorno per innalzare gli abitanti ad un livello più alto di felicità e di benessere. In questi generosi tentativi vi è un errore parziale. Giova l’industria in quanto cresce la massa di cose utili apprestate all’uomo; non in quanto la cresce inutilmente, inspirando l’amore del lavoro per il lavoro, provocando l’affanno di salire e crescendo il «travaglio» dell’uomo. L’antica sobrietà di desideri, il lavoro compiuto allo scopo di rendere la vita più bella dovrebbe rimanere in onore. Il problema sociale più urgente non è di crescere la ricchezza dell’uomo, ma di fargli sentire perché egli lavori e produca. Forse i merciaiuoli, gli ortolani, i pescatori osservati da Goethe sentivano, più degli operai d’oggi degli stabilimenti dell’Ilva a Pozzuoli, la bellezza del lavoro compiuto. Occorre non buttar via le macchine, ma rendere bella e desiderabile la vita di coloro che governano le macchine.

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