I debitori europei e il mancato accordo di Washington

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 04/10/1925

I debitori europei e il mancato accordo di Washington

«Corriere della Sera», 4 ottobre 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 501-506

 

 

 

L’impreveduta fine delle trattative franco americane dà luogo in Francia ad amari commenti. È ancora incerto se si sia giunti ad un accordo provvisorio, poiché ben ragionevolmente il signor Caillaux non ha dato alcuna risposta all’invito americano di pagare 40 milioni di dollari per 5 anni, salvo a condurre trattative definitive alla scadenza del quinquennio. È dubbio invero se per i francesi l’accordo provvisorio presenti un qualsiasi vantaggio. C’è, in verità, la dichiarazione americana che il pagamento dei 40 milioni di dollari sarebbe considerato quale interesse integrale del debito durante tale periodo; il che vorrebbe dire che la Francia pagherebbe per i primi 5 anni un po’ meno dell’1% sul capitale debito di 4.100 milioni di dollari.

 

 

Contro il vantaggio di pagare soltanto l’1% di interesse sta, per la Francia, il danno del nuovo riconoscimento ufficiale dell’esistenza del debito, della passata di spugna sugli aspetti morali del problema, della sua definitiva conversione in un problema puramente finanziario. Fra cinque anni la Francia non potrebbe più invocare ragioni storiche, morali e politiche, perché l’accordo provvisorio avrebbe sancito il principio che si tratta di un affare di danaro e che il più o meno dei pagamenti dipende esclusivamente dalla capacità del debitore. Rimangono per l’avvenire tutte le incertezze sul quantum da pagarsi e quindi tutti gli effetti cattivi dell’incertezza sui cambi; e, poiché rimangono, forse giova non sobbarcarsi in aggiunta alla certezza del danno derivante dal pagamento immediato dei 40 milioni.

 

 

Checché del resto i francesi possano opinare su tal punto, un ammaestramento si può ricavare dall’arenamento delle trattative con la Francia: che l’opinione pubblica americana, quella sentita dagli uomini politici, si trova in uno stato di incomprensione assoluta dello stato dello spirito pubblico nelle nazioni debitrici. La facilità estrema con cui essi giunsero ad un accordo con l’Inghilterra aveva fatto persuasi gli americani che gli altri debitori, sia pure riluttantemente, si sarebbero acconciati alla loro concezione che il problema dei debiti deve essere trattato come un affare commerciale (as a business proposition). Essi si figuravano le nazioni debitrici quali una ditta commerciale in imbarazzo, che non è interesse del creditore di far fallire ed a cui è d’uopo concedere tali condizioni di concordato, da permetterle di rivivere e di pagare il 50 od il 60% stipulato. Il testo dell’ultima loro offerta ai francesi è ingenuamente rappresentativo al riguardo: «su un capitale debito di 4.100 milioni noi siamo disposti a fare un concordato al 70%, accettando 2.800 milioni, scaglionati in 62 annualità crescenti ad un certo saggio d’interesse. La vostra proposta di un concordato al 43% (1.750 milioni) è inaccettabile, poiché voi potete pagare di più». Così, puramente e semplicemente, come potrebbe parlare una commissione di creditori al debitore che ha avanzato domanda di concordato. Compulsati i libri sociali, risulta che c’è margine per il 70% e che il 43% è una proposta derisoria.

 

 

Tutto ciò dimostra, ripetiamo, mancanza di comprensione delle condizioni dello spirito pubblico europeo. In Europa ci si ostina a ricordare la guerra, i sacrifici condotti in comune, le grandi dichiarazioni di solidarietà avvenire. Non si è ancora pronti, forse non lo si sarà mai, ad ammettere che i ricordi dell’impresa comune debbono essere annegati in una frigida trattazione contabile. Le antiche associate hanno la coscienza che, qualunque somma esse si dispongano a pagare in ragione delle loro forze, quella somma non sarà uguale ad una percentuale concordatoria, ma, tenuto calcolo degli altri fattori del problema, sarà sempre superiore alla totalità del vero debito.

 

 

Anche se si voglia fare astrazione da ciò e si voglia ridurre il problema ad un affare puramente commerciale, gli americani soffrono di incomprensione. Essi non hanno compreso la differenza grandissima che vi è tra l’Inghilterra da una parte e la Francia e l’Italia dall’altra. Coll’Inghilterra fu agevole venire ad un accordo, poiché l’Inghilterra – anche questa osservazione fu qui ripetutamente fatta – voleva, liquidando il debito, fare un affare commerciale. Essa voleva riconquistare, consolidando il debito con l’America, la supremazia del mercato monetario minacciato durante la guerra e dopo l’armistizio dal graduale prevalere del mercato di New York. Voleva riattivare quelle correnti bancarie e commerciali, le quali fanno di Londra il centro del mondo economico. Forse si illuse di riuscirvi con questo solo mezzo; ché altri fattori interni minacciano la conservazione della sua antica posizione. Tuttavia, nei desideri almeno, il regolamento del debito americano era, agli occhi degli inglesi, la premessa necessaria al raggiungimento di un vantaggio economico. Si avverava dunque, nei rapporti fra Inghilterra e Stati uniti, una condizione simile a quella che anima debitori e creditori in materia di concordati. Ambe le parti ritennero di ottenere un vantaggio dalla definizione della vertenza.

 

 

Ma quale vantaggio poteva la Francia attendersi dal concordato? Taluno, in quel paese, aveva voluto ricercare il fondamento dell’interesse della Francia a concludere nella necessità del lanciamento di un grosso prestito in dollari sul mercato di New York. Per avere qualche centinaio di milioni di dollari di danaro fresco, questi francesi avrebbero voluto che il loro governo promettesse di pagare in avvenire qualche decina di milioni di dollari a guisa di regolamento dei debiti di guerra. Ma Caillaux ha nettamente smentito che egli si proponesse di negoziare alcun prestito coi banchieri americani; ed in verità non si riusciva a comprendere, dagli osservatori estranei, in che modo un prestito nord americano avrebbe potuto giovare ad assestare il bilancio francese e a sostenere il franco. L’unico risultato che si sarebbe ottenuto sarebbe stata la ripetizione dell’infausto sperimento compiuto tra il 1917 ed il primo semestre del 1919, quando, in virtù di speciali aperture di credito nord americane, i cambi alleati potevano essere mantenuti artificiosamente ad un livello basso e fisso.

 

 

Alla fine di quello sperimento la Francia si trovò con un debito di più, parte del debito che ora si tratta di liquidare, e con i cambi instabili, i quali, privi dell’ossigeno dei dollari accattati a prestito, rimbalzarono violentemente all’insù. Storia recentissima, che bisognerebbe sempre ricordare ogni qual volta ci si illude di potere mantenere i cambi bassi ricorrendo a mezzi diversi da quelli naturali che sono: economie di bilancio e riduzione della circolazione. L’artificio dei prestiti in materia di cambi può servire a dare una sensazione momentanea di benessere e di guarigione; ma in definitiva lascia il malato in condizioni peggiori di prima. Se la causa del male sta nello spender troppo, il rimedio non può consistere nello spendere ancora di più, con prestiti o con biglietti; ma nello spendere di meno, nel passare attraverso a qualche anno di economia guardinga e risparmiatrice.

 

 

Questo, evidentemente, il pensiero delle correnti più veggenti dell’opinione pubblica francese e del signor Caillaux, dichiaratosi, in questi ultimi giorni, fermamente contrario all’idea pericolosa di nuovi prestiti americani. Mancata questa ragion di presa sulla Francia, in che modo gli americani potevano illudersi di riuscire a persuaderla della opportunità di mettere la propria firma sotto impegni schiaccianti? Se, come essi pretendono, bisogna discutere su basi commerciali, quali sanzioni punitive possono essi far balenare per persuadere i debitori ad accettare piuttosto il 70 che il 43 per cento? Escluse, come dimostrammo tante volte, le sanzioni militari e quelle commerciali o migratorie, quelle perché assurde e queste perché già troppo largamente sfruttate, rimaneva solo la sanzione del rifiuto di concedere nuovi prestiti in danaro fresco. Ma l’arma si è spuntata il giorno in cui il signor Caillaux ha dichiarato di non aver mai volto il pensiero a tale scopo.

 

 

Per l’Italia, non c’è neppur bisogno di smentite; ché, fortunatamente, non esiste neppure l’occasione di ricorrere a prestiti esteri. Siamo poveri; più poveri della Francia e relativamente ancora meno capaci di pagare; ma nonostante ciò e forse appunto per ciò, siamo riusciti, per virtù di governi e di popolo, ad aumentare le nostre già dure imposte ed a mettere in ordine il nostro bilancio, sicché noi non abbiamo e non sentiamo di avere alcun bisogno di accondiscendere ad un regolamento dei vecchi debiti di guerra per la speranza di ottenere una qualsiasi quantità di danaro fresco. Abbiamo un bilancio in pareggio; e l’unico pericolo da cui il pareggio è minacciato è appunto un meno buono regolamento dei debiti interalleati. Se il regolamento perciò sarà buono, lo accetteremo; altrimenti quale necessità ci urge a concludere? Vogliano o non vogliano, i creditori debbono tener conto di questa indifferenza a concludere «ad ogni costo», di questa disposizione d’animo a lasciare in sospeso la partita, se questa minaccia di chiudersi a troppo grande nostro disfavore. Qual bisogno di fare debiti nuovi esteri ha uno stato il quale rimborsa debiti interni vecchi? Ci sono alcune cifre memorande che bisogna ad ogni tratto ricordare, ad ammaestramento e monito;

 

 

Ammontare del debito pubblico interno al

30 giugno 1923

milioni 95.544

30 giugno 1924

milioni 93.163

30 giugno 1925

milioni 90.841

31 agosto 1925

milioni 91.330

 

 

Il piccolo aumento di 489 milioni di lire del debito interno nei mesi di luglio ed agosto 1925 non ha importanza, perché è largamente compensato dall’aumento di 764,6 milioni di lire nelle somme depositate dal tesoro in conto corrente presso la Banca d’Italia. Il tesoro ha voluto essere più agguerrito di contanti per far fronte alle esigenze del momento ed ha emesso alquanti più buoni del tesoro ordinari; ma se si fosse contentato di tenere il solito deposito in conto corrente presso la sua tesoriera Banca d’Italia, il debito pubblico interno sarebbe anche nei due mesi di luglio ed agosto diminuito di 275,6 milioni di lire.

 

 

In materia di soluzione del problema monetario tutti sono persuasi in Italia della vanità dei rimedi provvisori. Noi non vogliamo stabilizzare o rivalutare la lira per sei mesi o per un anno; ma tesoro e paese sono concordi che occorre rivalutare o stabilizzare per sempre e sono persuasi che, conquistato l’equilibrio nel bilancio statale, il punto essenziale è il fermo alla circolazione cartacea. Qualche sacrificio alle richieste del mercato fu compiuto negli ultimi sei mesi; ed il limite dei 20 miliardi di circolazione totale era al 31 agosto 1925 stato superato di 1.531,1 milioni e di altri 300 milioni circa sarebbe stato superato se dal marzo in poi il tesoro non avesse d’altrettanto cresciuto il conto corrente attivo con la Banca d’Italia. Ma è chiaro che il tesoro considera tali variazioni come contingenti ed è deliberato a fare rientrare la circolazione entro quei limiti che oggi, a scopo di difesa della lira sulle conquistate trincee, possono essere considerati normali. Prova ne sia la risolutezza con cui ufficialmente il tesoro smentisce ogni proposito di riduzione del saggio ufficiale dello sconto al disotto del 7%, nonostante che la Francia l’abbia ridotto il 9 luglio al 6% e l’Inghilterra l’1 ottobre al 4 per cento. Lodevole politica, la quale dimostra essere profonda la fede dei dirigenti tesoro e banche in Italia nel dovere di attendere da noi stessi la nostra salvezza monetaria. Non aver bisogno d’altri: questa è la nostra divisa, questa la nostra forza precipua nel condurre felicemente in porto le imminenti trattative con gli Stati uniti.

 

 

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