Intervento statale nell’economia e lotta ai monopoli secondo «l’uomo liberale» e secondo «l’uomo socialista»

Tratto da:

La Tribuna

Data di pubblicazione: 05/05/1957

Intervento statale nell’economia e lotta ai monopoli secondo «l’uomo liberale» e secondo «l’uomo socialista»

«La Tribuna», 5 maggio 1957, pp. 10-19

 

 

 

L’analisi critica delle somiglianze e dei contrasti fra liberalismo e socialismo o, meglio, fra uomini liberali e uomini socialisti non può trascurare quelle specie di intervento dello stato nell’economia, che hanno preso nome di dirigismo o statizzazione o nazionalizzazione.

 

 

Non fa d’uopo confutare ancora una volta la grossolana fola che il liberalismo sia sinonimo di assenza dello stato o di assoluto lasciar fare e lasciar passare e che il socialismo sia la stessa cosa dello stato proprietario e gestore dei mezzi di produzione. Che i liberali siano fautori dello stato assente, che Adamo Smith sia il campione dell’assoluto lasciar fare e lasciar passare sono bugie che nessuno studioso ricorda; ma, per essere grosse, sono ripetute dalla più parte dei politici, abituati a dire superata la idea liberale; ma non hanno mai letto nessuno dei libri sacri del liberalismo e non sanno in che esso consista. Che i socialisti vogliano dare allo stato la gestione compiuta dei mezzi di produzione è dettame talvolta scritto nei manifesti elettorali, ma ripugnante ai socialisti che aborrano dalla tirannia dello stato onnipotente, e tali sono tutti i socialisti.

 

 

Cornice e ingerenza diretta

 

Liberali e socialisti sono dunque concordi nell’affermare che lo stato deve intervenire, come in tante altre cose, nelle faccende economiche; né può lasciare gli uomini liberi di agire a loro posta, fuor di un qualunque regolamento statale.

 

 

In che cosa stia il contrasto proprio delle due specie di uomini, liberali e socialisti, pur concordi sulla necessità dell’intervento dello stato, non è agevole dire; ma, dovendo pur fare il tentativo, dico che l’uomo liberale vuole porre le norme, osservando le quali risparmiatori, proprietari, imprenditori, lavoratori possono liberamente operare; laddove l’uomo socialista vuole sovrattutto dare un indirizzo, una direttiva all’opera dei risparmiatori, proprietari, imprenditori e lavoratori anzidetti. Il liberale pone la cornice, traccia i limiti dell’operare economico; il socialista indica od ordina le maniere dell’operare. Dico subito che, come per ogni altra distinzione, anche questa non è netta né sicura; ben potendo darsi che anche il liberale in certi casi ordini e diriga ed il socialista consenta a chi opera di muoversi liberamente a suo talento. Il liberale che si contenta di porre cornici e limiti, quando sia avvertito dell’approssimarsi di una grossa tempesta economica, di cui sono sintomi l’aumento dei prezzi, il peggioramento dei corsi della unità monetaria nazionale in confronto alla cosiddetta parità dei cambi, il gonfiarsi degli sconti e delle anticipazioni delle banche, ricorre ai rimedi classici dell’aumento del saggio dello sconto e della proporzione delle riserve ai depositi bancari e, dove esiste un largo mercato, alla rarefazione del circolante mercé vendite di titoli pubblici. Il rimedio ha per iscopo di ridurre il ricorso al credito da parte degli imprenditori più arrischiati. Se il prezzo dei capitali cresce dal 4 al 5 per cento, se i dispensatori del credito sono costretti dalla necessità di destinare a riserva una parte maggiore dell’incremento dei depositi, a scrutare più a fondo la situazione finanziaria dei clienti, ecco operarsi una selezione elastica di questi. Richiederanno minori prestiti coloro che, godendo di un margine di guadagno fra spese e ricavi, quando pagavano l’uso del risparmio al saggio del 4 per cento, vedono per l’aumento del prezzo di quell’uso scomparire o ridursi a zero il margine e fors’anco convertirsi in perdita; ma continueranno a far domanda di prestiti coloro i quali godendo di profitti maggiori, prevedono di lucrare ancora, pur pagando il 5 per cento.

 

 

D’altra parte, il banchiere preferirà seguitare a far credito ai clienti di tutto riposo, restringendo a poco a poco, con la prudenza necessaria a non far nascere sconquassi, che farebbero macchia d’olio e, propagandosi dall’uno all’altro scrollerebbero pure le imprese sane, il credito alle imprese più avventate o meno salde. In tal modo, lo slancio eccessivo del fare si acqueta; si ristabilisce l’equilibrio fra la massa dei risparmi in cerca di impiego e la richiesta degli imprenditori bramosi di espandere i proprii affari apparentemente ancora redditizi e si evita la corsa alla inflazione monetaria, causa di conseguenze funeste per l’universale e di arricchimenti per pochi.

 

 

I freni dei dirigisti

 

Coloro che ai mezzi di cornice antepongono l’ingerenza diretta – e sono per lo più gli uomini dalla psicologia socialistica o dirigistica – vedono anch’essi l’approssimarsi della tempesta, sono anch’essi persuasi della necessità di salvare l’unità monetaria (lira o franco o sterlina o marco); ma pensano che i freni agli eccessi nel produrre beni che poi non sarebbero richiesti o nel consumare merci a pagare le quali mancherebbero i mezzi, possano convenientemente essere posti da chi ha la responsabilità del governo economico e della pace sociale del paese, e cioè dai governanti, ministri, governatori di banche centrali, capi di partiti e di associazioni di imprenditori, e di lavoratori. Se i cambi esteri crescono e si vedono le importazioni superare notabilmente le esportazioni, crescere le giacenze di merci invendute, subito si pensa doversi correre appropriatamente ai ripari nei punti dolenti.

 

 

Qual mezzo più ovvio e più rispondente alle esigenze dell’opinione pubblica del vietare o restringere le importazioni delle merci di lusso o reputate futili o non necessarie, del rifiutare il permesso di ampliamento o di nuovo impianto di stabilimenti industriali a coloro i quali intendessero dar nuovo o più largo impulso alla produzione di beni reputati meno urgenti dagli uomini responsabili, del restringere il credito alle imprese situate nelle regioni già prospere e ricche, riservando gli scarsi mezzi alle zone povere e dette sottosviluppate, incoraggiando più l’industria ovvero l’agricoltura, a seconda delle opinioni sul maggiore o minore «interesse nazionale» che si reputa essere proprio delle diverse branche dell’attività economica; restringendo bensì il credito in generale, ma destinando a prezzi di favore una quota apprezzabile del nuovo risparmio alle imprese fornite, a parere dei dirigenti pubblici, di caratteristiche di vantaggio all’interesse collettivo od adatte a promuovere l’aumento del reddito del benessere nazionale?

 

 

Vincoli uguali per tutti

 

Le due correnti sono entrambe rispettabili. L’uomo socialista o dirigista ritiene sia ufficio dei governanti dare indirizzo all’attività economica; addita gli errori, i fallimenti e i danni cagionati dalla libertà illimitata di iniziativa concessa agli imprenditori privati; reputa faccia d’uopo dare una regola, fermare un programma che si proponga fini vantaggiosi ai più e ritiene che, grazie al consiglio di uomini tecnici, e periti nelle varie branche dell’attività economica, sia possibile promuovere l’avanzamento della ricchezza nazionale e la migliore sua distribuzione.

 

 

Gli uomini liberali affermano anch’essi che l’attività economica debba essere regolata; ma sono persuasi che l’esperienza dei millenni e dei secoli dimostra la eccellenza del metodo di cornice. Che cosa sono i codici se non regole obbligatorie di vita? Le norme codificate toccano non solo la famiglia, ma la proprietà, ma le obbligazioni civili e commerciali; ossia pongono limiti, vincoli all’opera dei singoli, i quali possono muoversi solo entro i confini stabiliti dal legislatore. L’uomo liberale non si oppone alla estensione del metodo dei vincoli, delle norme obbligatorie dai campi già regolati dal diritto romano a quello dei rapporti economici e sociali noti nelle età moderne; ma vuole che i vincoli siano uguali per tutti, oggettivamente fissati e non arbitrari.

 

 

Difetto del meccanismo

 

Ottimi i propositi dei socialisti dirigisti; spesso pessimi i risultati. Quale certezza vi è che i divieti posti dalle leggi a certe attività e gli incoraggiamenti dati a certe altre attività abbiano risultati positivi? Quale probabilità che i vincoli alle importazioni riguardino beni davvero inutili o l’inutilità sia utile sovrattutto a produttori intenti a rarefare il mercato ed a rialzare i prezzi? Il credito a buon mercato fornito a certe imprese considerate di pubblico interesse non fa crescere di una lira l’ammontare del risparmio disponibile e necessariamente aumenta il costo delle scarse disponibilità rimaste ai non favoriti. Scemare dal 6 al 3 per cento il costo per le iniziative prescelte per il loro carattere pubblico, non significa forse aumentare dal 6 al 10 per cento il costo del denaro per quelle non favorite? Gli errori degli imprenditori privati possono essere rilevanti; ma se coloro che li commettono non sono aiutati da pietosi interventi statali, l’interesse a non fallire è il più potente incitamento a ridurre gli sbagli al minimo umanamente pratico. Chi ci preserva dagli errori più grossi dei governanti i quali si accollino il compito di dirigere, senza interesse diretto personale, gli affari altrui? Chi invoca l’aiuto del credito a buon mercato, della protezione dalla concorrenza estera, dei divieti a nuove imprese e nuovi negozi, del numero chiuso dei professionisti? Chi grida contro lo stato insensibile alle sciagure, alle crisi in questo o quel campo? Coloro che conducono da sé a buon fine le proprie imprese o coloro che si sono avventurati imprudentemente in imprese male combinate o avventate e non hanno le attitudini di perizia tecnica e di prudenza economica atte a risanarle e a farle prosperare?

 

 

Il dirigismo socialistico di sostanza, invece di quello liberale di cornice, non significa scelta da parte dei dirigenti pubblici di quel che si deve fare e delle persone incaricate di fare? Non vuol dire scelta delle assegnazioni di materie prime e di cambi esteri, preferenza nelle concessoni di prestiti in base all’esperienza passata? La scelta, così operata, appare bensì oggettiva ed imparziale, evita la taccia di favori politici; ma ha il gravissimo vizio di incoraggiare le attività le quali possono non rispondere alle richieste attuali dei consumatori e di favorire sopraproduzioni di merci non richieste; e di scoraggiare le iniziative nuove, le industrie progredienti, le quali possono fare appello non ai bisogni del passato, ma a quelli dell’avvenire.

 

 

Il socialismo dirigistico cristallizza, il liberalismo è elastico; il dirigismo favorisce gli interessi costituiti, il liberalismo minaccia i beati possidenti ed incoraggia gli uomini nuovi. Non occorre supporre nei dirigisti alcuna propensione all’arbitrio ed alla corruzione. Il meccanismo medesimo della scelta dall’alto macina costi alti e profitti non meritati per i privilegiati.

 

 

La selezione dei capaci

 

L’uomo liberale, pure prestando omaggio alle buone intenzioni dell’uomo socialista, conclude che la sua via conduce assai più sicuramente alla selezione dei capaci, alla preferenza data a chi guadagna ed al fallimento di chi perde; ed è garanzia di maggior produzione e di prosperità per tutti, con innalzamento delle moltitudini, senza distruggere, in misura dannosa, l’incentivo ai migliori.

 

 

La soluzione dirigistica appare agevole e pronta. Partono gli ordini dai capi politici e debbono essere eseguiti. Forseché, nel primo istante, l’esecuzione non partorisce lavoro e non distribuisce salari e profitti? E poi? Se la strada scelta era sbagliata, se i favoriti, se gli aiutati politici non rispondono alle speranze – e quali probabilità vi sono perché la scelta dei concessionari pubblici sia buona? – alla lunga prevalgono i costi alti, e cioè la produzione scarsa, generatrice di salari bassi ripartiti non equamente fra le moltitudini che volevansi innalzare. Il metodo liberale è certamente duro e penoso, ed è sempre provvisorio, ché le norme poste dalla legge sono frutto dell’esperienza e debbono essere rivedute ad ogni esperienza nuova. Esso è oggettivo, imparziale; pone regole di scelta, non sceglie. Non favorisce nessuno e fa prevalere quelli che meglio sanno scegliere la via del successo, entro i limiti dei vincoli uguali per tutti. È implacabile verso coloro i quali non osservano le norme poste dalla legge all’operare dei singoli; non manda al muro o in Siberia i favoriti statali sfortunati; ma lascia fallire senza remissione coloro che, scegliendosi da sé, non hanno le qualità necessarie per resistere.

 

 

Difesa del consumatore

 

Un problema grosso, che avventuratamente si comincia a discutere anche da noi è quello della lotta contro i monopoli. L’uomo liberale, non alieno dalle reminiscenze storiche, si compiace innanzitutto nel ricordare che non i socialisti, salvo forse il non classificabile e ribelle Proudhon, non Marx, ma l’economista Cournot analizzò teoricamente il contenuto del monopolio nettamente opposto alla concorrenza; ma, venendo ai metodi di lotta, in primo luogo osserva che molti, forse i più dei monopoli di fatto traggono origine dall’opera dello stato, dal dirigismo economico antico ed accettato.

 

 

Che cosa, se non i dazi protettivi, i contingenti di importazione, le restrizioni di valuta, i permessi per i nuovi impianti, maggiormente favorisce il monopolio dei produttori nazionali? Sopprimete o riducete i dazi, fate venir meno i contingenti ed i permessi all’importazione e le connesse limitazioni nell’acquisto della valuta necessaria alle importazioni di merci e voi avrete posto fine ad una delle specie di arbitrio e talvolta di corruzione che più aduggiano la vita politica ed amministrativa dei paesi liberi; ed avrete tagliato alla radice il fondamento stesso del monopolio.

 

 

La libertà di importare una merce dall’estero, da qualunque paese estero, rende ardua la vita del monopolista. L’uomo liberale tristemente constata che questo, che è il primissimo dei rimedi contro il monopolio, è il men popolare di tutti; e che nella lotta contro il nemico numero uno della libera iniziativa, quel che meno si invoca è il ritorno alla libertà. Egli però non commette l’errore di immaginare che l’opera restrittiva e dirigista dello stato sia la sola causa del monopolio; e volentieri riconosce che, aperte le frontiere, aboliti i vincoli alla creazione, accanto alle antiche, di nuove imprese concorrenti all’interno, qualche monopolio persisterà nel procacciar danno al paese; ma reputa che, a pro delle tenebre monopolistiche, giova sovrattutto il segreto dei conciliaboli dirigisti.

 

 

Egli è scettico sull’opera dei consigli e comitati incaricati di fissare prezzi pubblici che tengono conto delle esigenze opposte dei produttori e dei consumatori; ha scarsissima fiducia nella attitudine dei collegi di uomini detti periti incaricati di stabilire prezzi equi o di equilibrio; prezzi determinati talvolta non soltanto nei massimi, ma persino nei minimi. Egli è persuaso che siffatti collegi – di cui pare esista un campione insigne in Italia corrente sotto il nome di Cip o comitato interministeriale prezzi – siano una invenzione diabolica immaginata dai furbi allo scopo di saldare il giogo del monopolio al collo del consumatore paziente. In quei collegi di uomini, dotti nella equità e nella giustizia dei prezzi, chi parla, chi persuade? Coloro che offrono dati inoppugnabili di costi desunti dai libri sicuri di produttori. Ma quale è l’impresa tipica, se non quella che vive al margine della produzione; quella che sarebbe eliminata dalla riduzione dei prezzi? Essa è la sola che possiede libri fededegni; ed essa, aiutata dai rappresentanti dei lavoratori minacciati di licenziamento, è quella, i cui dati sono tenuti in gran conto. Chi dei politici potrebbe non tenerne conto?

 

 

Perciò l’uomo liberale non bada ai tanti Cip creati a salvaguardia dei consumatori in Italia ed altrove e reputandoli i più sicuri alleati dei monopolisti, volge gli sguardi altrove.

 

 

Pur non presumendo di additare il rimedio, ha una certa tal quale fiducia nel comando rivolto ai dirigenti di società anonime e in accomandita per azioni, di cooperative, di enti pubblici economici, di dare amplissima pubblicità ai proprii conti patrimoniali e di esercizio. Società ed enti siano obbligati a pubblicare periodicamente ed almeno una volta l’anno, documenti nei quali si dia notizia particolareggiata del prodotto lordo, delle varie categorie, ben specificate, di spesa dei salari, degli ammortamenti fatti, degli indebitamenti verso istituti e banche ed enti, degli investimenti in edifici, macchinari, scorte; degli investimenti in azioni, obbligazioni, partecipazioni in altre aziende, in mutui ed aperture di credito, con l’obbligo, per ogni specie di azioni o titoli o partecipazioni, di indicare la specie, il numero, il prezzo unitario di acquisto, la cifra iscritta in bilancio per ogni azione o titolo e nel complesso; ed ognuno abbia diritto di acquistare a prezzo determinato i rendiconti particolareggiati ed intelligibili.

 

 

Per fermo, nemmeno così il potere dei monopolisti verrebbe senz’altro meno; ma sottoposto allo scrutinio dei concorrenti e dei censori indipendenti – e qualcuno esiste mosso da amor della cosa pubblica ed altri si farebbero innanzi non fosse altro perché la critica economica diventerebbe una professione stimata ed accreditata e normalmente e giustamente remunerata – perderebbe parte delle sue attitudini a sopraffare altrui. Conoscendo i fatti, sarebbe possibile proporre adatti rimedi; ed i divieti di coalizione, accordi e patti dannosi alla collettività ed ai consumatori potrebbero essere concepiti in maniera chiara, siffatta da offrire ai giudici strumenti preziosi di sentenze ponderate ed efficaci.

 

I monopoli operai

 

Quando l’uomo socialista (o laburista o, nelle sue sottospecie deteriori, corporativista, giustizionalista e simigliante varietà in ista) pensa ai monopolisti, il pensiero è ristretto ai monopoli detti capitalistici. Non si ha, invero, notizia di disegni di legge o di proposte o di campagne promosse dai socialisti contro i monopoli operai; non cadendo in mente ad essi che le leghe, o sindacati di lavoratori possano dar luogo a monopoli degni di essere controllati od osservati, al par dei monopoli detti capitalistici, per il danno che possono recare alla collettività.

 

 

Eppure non v’ha ragione di escludere che leghe, sindacati od associazioni di lavoratori possano formare monopoli in tutto simili a quelli degli imprenditori. Gli istituti della assicurazione contro la disoccupazione e della piena occupazione, quando superino il punto critico, sono invero arma potentissima per creare e saldare monopoli operai; ed in primo luogo l’assicurazione contro la disoccupazione. Se l’ammontare del sussidio contro la disoccupazione è tale che il lavoratore preferisca l’ozio al lavoro od il lavoro nascosto, o per frode non denunciato e non smascherato, al lavoro ufficialmente noto, quale probabilità vi è che il salario degli occupati sia quello di mercato, che si verificherebbe se non esistesse il sussidio artificioso dato a coloro che prediligono vivere senza faticare?

 

 

Quale limite vi è all’aumento delle remunerazioni, se esiste un meccanismo grazie al quale le leghe operaie possono affrontare i rischi dello sciopero senza svuotare normalmente le loro casse di resistenza, perché l’onere di mantenere gli scioperanti è posto a carico delle casse di disoccupazione?

 

 

È vero che queste sussidiano solo i disoccupati involontari; ma si può negare il sussidio a chi diventa disoccupato e, formalmente, disoccupato involontario, perché in industrie collegate manca la materia prima, perché il disoccupato può essere, anche con scarso o nessun aiuto della propria lega mantenuto da familiari, i quali, percependo il sussidio pubblico di disoccupazione, non trovano mai di loro gusto l’albero del lavoro a cui impiccarsi.

 

 

Se poi, in virtù della politica della piena occupazione la percentuale dei disoccupati scende all’1 per cento, ossia al disotto di quel 3 o 4 per cento della popolazione lavoratrice per l’esperienza dimostra necessaria per assicurare la mobilità del lavoro, ossia il trasferimento dei lavoratori dalle industrie decadenti a quelle progressive, qual limite vi è alle richieste delle leghe monopoliste? Se la legislazione sui minimi di salario fissa minimi siffatti da cancellare l’interesse dei lavoratori, contenti della sorte garantita dal minimo, a mutare stato, a cercare nuove e migliori occupazioni; non si provoca la cristallizzazione sociale e non si distruggono gli incitamenti a salire ed a migliorare?

 

 

Gli idoli socialisti

 

Ma, nel mondo degli uomini socialisti, esistono idoli che si chiamano unità della classe lavoratrice, conquiste di orario unico, conquista di diritti all’organico, vincoli alle migrazioni interne, diritto al posto, diritto alla occupazione, divieti di licenziamento, che in linguaggio volgare, equivalgono a monopolio di coloro che sono forniti di occupazione ed obbligo dello stato di sussidiare e dar mezzo di vita a coloro che dalle leggi e dall’opera delle leghe sono privati di occupazione. Tutto ciò vuol dire aumenti inutili di costo, diminuzione della produzione, riduzione della capacità di esportare, difficoltà di importare; creazione di miseria. Ma l’uomo socialista adora gli idoli popolari e l’uomo liberale è peritante nel denunciare monopoli supposti vantaggiosi ai lavoratori.

 

 

In verità la lotta contro i monopoli dei lavoratori è ardua forse più di quella contro i monopoli degli imprenditori; ma la difficoltà di affrontare il problema non toglie il dovere di affermare la esistenza.

 

 

L’uomo liberale confida sovrattutto, per diminuire le degenerazioni monopolistiche delle leghe operaie, nell’osservanza della norma di ragione, la quale dice che scioperi e serrate sono ugualmente liberi, e sono punibili soltanto gli atti di violenza fisica e morale intesi a limitare la libertà di lavoro propria dell’uomo. Egli opina che lo strumento più efficace per assicurare all’uomo la libertà di lavorare o di non lavorare sia la pubblicità data ampiamente a tutti quei fatti ed atti, i quali intendono a limitare l’entrata nelle professioni, negli impieghi e nei lavori, creando privilegi a favore di coloro che già vi attendono o richiedendo diplomi, iscrizioni, appartenenze a corpi od associazioni; unica esigenza essendo l’attitudine, di fatto e non di diritto, ad adempiere all’ufficio preferito. Perciò l’uomo liberale è nemico nato delle restrizioni poste a chi vuole emigrare all’estero o muoversi liberamente all’interno; e non considera l’appartenenza per domicilio o residenza ad un dato comune o la iscrizione ad una associazione o lega qualsiasi condizione necessaria per essere ammesso a lavorare.

 

 

L’uomo socialista rende istintivamente omaggio ad idoli i quali si chiamano organizzazione operaia, imponibili di lavoro, diritto di preferenza per categorie di lavoratori, come mutilati, reduci, prigionieri di guerra, disoccupati locali e ubbidisce così a sentimenti umanitari, i quali rendono testimonianza del suo buon cuore; ma non guarda abbastanza ai risultati economici di maggior costo i quali derivano dall’attuazione dei suoi propositi sentimentali.

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