La situazione finanziaria. Risultanze di fatto.

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 13/12/1923

La situazione finanziaria. Risultanze di fatto.

«Corriere della Sera», 13 dicembre 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 497-501

 

 

 

Geloso delle prerogative finanziarie della camera elettiva, l’on. De Stefani non ha voluto, nel discorso al senato e nei ricchissimi «documenti sulla condizione finanziaria ed economica dell’Italia» presentati alle due camere del parlamento, abbondare in particolari sul consuntivo 1922-1923 e sul preventivo 1924-1925. Quale sia il significato preciso delle due cifre di disavanzo definitivo di 3.041 milioni accertato per il 1922-1923 ed «innominato» di 700 milioni previsto per il 1924-1925 è difficile dire. Anche la terminologia è variata, perché in seguito ad un gran discorrere che si fece dopo il discorso alla Scala intorno alle varie specie di disavanzo, l’on. De Stefani ha preferito di non usare nessun aggettivo per il disavanzo del 1922-1923 ed ha solennemente promesso di non qualificare, se non per «innominato» il disavanzo previsto per il 1924-25. Forse tornerò sul problema del disavanzo; frattanto, per chiarezza, è opportuno rimanere fedele ad un vecchio semplicistico espediente, che in anni tanto tumultuosi mi pare il più persuasivo: considerare cioè soltanto l’indebitamento effettivo, senza badare ai residui attivi e passivi, i quali frattanto, come fu detto qui da tempo e ripetutamente, vanno chiarendosi ognora più una stravagantissima fantasmagoria. Se ci si indebita è segno che si è dovuto spendere di più di quanto si è incassato; a che pro dar tanto peso ai residui da incassare e da spendere quando giustamente l’on. De Stefani ha messo in luce la inconsistenza delle relative cifre?

 

 

I residui attivi ossia «entrate da incassare» erano 22,6 miliardi al 30 giugno 1922 ed erano discesi a 13,9 al 31 giugno 1923; ma di questi ben 5,1 erano «regolazioni contabili», che si potrebbero anche chiamare cifre senza contenuto sostanziale, che figurano solo per modo di scrivere ed aggiustare per bene i conti, ma non danno luogo a nessuna vera entrata; e dei rimanenti 8,8 miliardi 5,8 sono residui attivi per modo di dire, trattandosi di previsioni di debiti a contrarsi se si vorranno pagare debiti o costruire ferrovie, ecc. ecc.; cosicché i veri residui attivi ammontavano solo a 3 miliardi cifra evanescente in rapporto a nove anni di guerra e di post guerra, la quale alla prova dei fatti si ridurrà forse ancora cosa assai più piccola. I residui passivi, ossia «spese da pagare» erano 43 miliardi e 51 milioni al 30 giugno 1922; si riducevano a 24,3 miliardi al 30 giugno 1923; ma di essi 13,3 erano destinati a sfumare da sé a titolo di «regolazioni contabili». Rimangono 11 miliardi di residui veri da pagare, di cui 1 e 1/4 per spese ordinate ed impegnate, 7,4 per impegni derivanti da leggi e 2,4 per fondi mantenuti fra i residui e non impegnati. Anche qui c’è speranza che una buona parte sfumi per via, senza esercitare una influenza molto sensibile sugli indebitamenti.

 

 

Assumendo dunque gli «indebitamenti» come indice delle risultanze «di fatto» dei bilanci ed evitando di dare a questa parola un qualsiasi significato di equivalenza a quelle entità misteriose che si chiamano «disavanzi», tanto misteriose che l’on. De Stefani preferisce lasciarle nel limbo delle cose «innominate», ha ricostruito sul fondamento di una assai interessante tabellina dei «Documenti» (p. 82) il seguente quadro degli «indebitamenti» ossia delle somme per cui lo stato in ogni anno si è indebitato in aggiunta ai debiti dell’anno precedente (in milioni di lire):

 

 

Esercizio

1918-19

1919-20

1920-21

1921-22

1922-23

Primi 5 mesi del 1923-24

Debiti interni

 

4.837

8.519

1.791

1.857

3.367

611

Debiti fuori bilancio

 

6.963

2.346

9.433

4.375

– 763

– 133

Totale

 

11.800

10.865

11.224

6.232

2.604

478

 

 

Aumento o diminuzione del fondo cassa

 

– 174

+ 300

– 831

+ 783

+ 1.022

+ 107

Indebitamento netto interno

 

11.974

10.565

12.055

5.449

1.578

371

Indebitamento estero, alla pari

 

7.951

1.301

610

746

572

148

 

 

Non ho fatto la somma dell’indebitamento interno e di quello estero, sia perché quest’ultimo ha natura specialissima, di quasi debito, o pseudo debito o non debito, sia perché dal 1920-1921 in poi trattasi quasi del tutto di debiti cartacei per regolazione di interessi non pagati, e sia perché le due specie diverse di debiti sono espresse in due monete diverse. Ed ho visto con molto piacere che in parecchi dei suoi documenti nemmeno il De Stefani tira più le somme e lascia andare, in fondo pagina, i debiti esteri per loro conto e cioè, giova sperare, in sofferenza.

 

 

La tabella giova, parmi, a far vedere quale sia di fatto la nostra situazione.  vero che, come disse il ministro delle finanze, nel 1922-1923 il disavanzo definitivo fu di 3.041 milioni; ma a che preoccuparsene troppo quando in realtà ci indebitammo solo per 1.578 milioni all’interno e per 572 milioni all’estero? La differenza tra la somma di queste due cifre e 3.041 non so precisamente a che cosa si debba attribuire. Bisognerebbe mettersi a fare un lungo calcolo sui residui dell’anno e sull’esaurimento dei residui degli anni precedenti. Con poco costrutto; perché ciò che conta in ultimo sono gli indebitamenti ed anzi i soli indebitamenti interni. Quelli esteri sono una fantasmagoria che fa il paio con i residui. E gli indebitamenti interni scendono a vista d’occhio.

 

 

La tabellina fa vedere il gran precipitare che essi fecero dal 1920-1921 al 1921-1922 in seguito all’abolizione del prezzo politico del pane e poi al 1922-1923 per il ridursi dei pagamenti per strascichi bellici. Se nel 1923-1924 la discesa continuerà nella stessa misura con cui si è pronunciata finora, avremo ottenuto un risultato assai soddisfacente.

 

 

Tuttavia, poiché gli avvenimenti pendenti sono sempre più interessanti di quelli passati, sui quali non si può più agire, non è inutile soffermarsi alquanto sull’indebitamento in corso. Esso ammonta, per i primi cinque mesi, da luglio a novembre, dell’esercizio 1923-1924 a 371 milioni. Su di esso non hanno esercitato nessuna influenza i 1.152,7 milioni stanziati per interessi dei debiti esteri, perché questi non si pagarono, ma diedero solo luogo alla diversa scritturazione di 148 milioni alla pari di maggior debito estero. Entrano, inoltre, nei 371 milioni solo 91 milioni di obbligazioni per il risarcimento dei danni nelle Venezie; sicché l’indebitamento dei cinque primi mesi dell’esercizio, all’infuori degli interessi sui debiti esteri e dei risarcimenti veneti, risulta di 180 milioni. Poiché, a norma del preventivo, nel 1923-1924 il disavanzo ossia l’indebitamento presunto derivava dalle due accennate cause, quali furono le altre cause per cui in aggiunta ci indebitammo di 280 milioni? Non poté la causa stare nei minori incassi, ché un solo capitolo ragguardevole ha prodotto disinganni: le riparazioni tedesche le quali dovevano gittare 83 milioni al mese e ne diedero meno di 13. Ma a coprire la perdita bastò quasi da solo un altro capitolo d’entrate: le quote di cambio per i diritti doganali, le quali dovevano gittare 41 milioni al mese e ne diedero 92. C’è, in queste quote di cambio, una riserva nascosta di tre quarti di miliardo e forse più, la quale basterà a coprire qualunque disinganno potessero dare altri capitoli del bilancio d’entrata.

 

 

Che la causa stia nelle maggiori spese in confronto al previsto lo dissero le situazioni di bilancio venute finora in luce e lo ripeté il ministro, dichiarando che la cifra del disavanzo fu superiore al previsto «per cagione specialmente di sopravvenienze politiche a riflesso finanziario», e insistendo sul fatto che il suo consenso nelle più svariate provvidenze «è stato sempre il prodotto di una diligente meditazione tra il costo e il rendimento della spesa». Mancano, per atto di ossequio al privilegio finanziario della camera elettiva, gli schiarimenti intorno a queste sopravvenienze e provvidenze che furono cagione di maggior spesa; ma probabilmente, ora che il parlamento fu prorogato, essi saranno forniti in qualche documento che tenga le veci di quella che avrebbe dovuto essere la consueta esposizione finanziaria. Il ministro ha però soggiunto «non essere escluso che la cifra del disavanzo possa variare nei mesi futuri con moto ritardato per maggiori accertamenti di entrate e per minori necessità di impegni imprevisti e trovare anche elementi compensatori in sede di rendiconto». Il che lo tradurrei dicendo che il disavanzo «effettivo» previsto alla Scala di 2.616 milioni di lire, cresciuto a 2.858 secondo le previsioni della situazione di bilancio al 31 ottobre 1923, possa contenersi – nonostante i 280 milioni di debiti contratti per cause aggiunte a quelle che avrebbero dovuto provocare l’indebitamento previsto – entro l’originaria previsione di 2.616 milioni.

 

 

Se le previsioni del ministro si attueranno, ciò vorrà dire che, pur rimanendo il disavanzo fermo in 2.616 milioni, l’indebitamento netto interno resterà notevolmente al disotto di questa cifra. E dicano quel che vogliono i contabili, i quali un tempo fecero gran baccano sui 43 miliardi di residui passivi, poi sfumati. La cifra che conta per toccare il polso alla finanza di un paese è, nelle circostanze presenti, quella dei debiti nuovamente creati durante l’esercizio.

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