Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

La terra e l’imposta

«Corriere della Sera», 8 dicembre 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 987-990

 

 

 

L’annuncio del decreto per la tassazione dei redditi dei proprietari coltivatori di terreni proprii ha dato luogo a calcoli stranissimi sul prodotto che dalla riforma si poteva attendere. Chi scrive ritiene di non essere venuto ultimo tra coloro che hanno in passato invocato la riforma; ma il piacere di vedere pubblicato, non so se per la terza o la quarta volta, l’articolo di legge che accoglie il voto ventennale e che era già legge vigente e scritta dall’epoca del decreto legge Tedesco, non deve far ingrossare l’importanza dei risultati che se ne possono ottenere. Di questi giorni si disse persino che, essendo il totale reddito agrario per lo meno di trenta o trentacinque miliardi di lire all’anno, la parte che, per l’esenzione dei coltivatori diretti, sfuggiva all’imposta sul reddito, può essere calcolata in almeno i due terzi del reddito agrario totale e cioè tra i venti ed i venticinque miliardi.

 

 

Se le cose stessero proprio così e se davvero anche solo venti miliardi di reddito sinora sfuggiti all’imposta potessero essere acquisiti alla finanza, ecco bell’e risoluto il problema del disavanzo. Al 25%, quale è, tutto sommato, l’aliquota di stato sui redditi mobiliari (e questi sarebbero appunto redditi di ricchezza mobile) ecco 5 miliardi di imposte nuove per lo stato; ed al 7 od 8%, quanto è l’aliquota addizionale, tutto compreso, di comuni e province, ecco altri 1.500 milioni circa disponibili a riassettare i bilanci locali.

 

 

Va da sé, che tutto questo è pura fantasia. La riforma, per la quarta volta proposta dal 1917 in qua, e per la seconda volta, negli stessi precisi termini, decretata, si imponeva per ragioni di giustizia tributaria. Ma renderà una somma di gran lunga minore di quella immaginata da giornalisti frettolosi e, sovratutto, se non si riflette bene al modo di applicazione, potrebbe diventare causa di grave imbarazzo per l’amministrazione e quindi di una perdita secca per l’erario. Ma prima di parlare di ciò, risolviamo il problema nei suoi termini essenziali.

 

 

Quei 30 miliardi all’anno di cui parlano i giornali non sono il reddito netto della terra; bensì il prodotto lordo; valore del frumento, del vino, dei foraggi, delle frutta, ecc. ecc., prodotti dalla terra. Dico 30 miliardi per riferire una stima autorevole, che mi pare corretta per gli anni del dopoguerra. In alcuni anni la cifra fu maggiore; ma nel 1922 la perdita enorme subita da quasi tutte le aziende agrarie per la svalutazione del bestiame, ha ingoiato parte dei benefici apparenti ottenuti in passato e forse ha fatto scendere il valore della produzione agricola al disotto di quella media. Qualunque sia il metodo di conduzione della terra, bisogna distinguere quel prodotto lordo nelle seguenti parti:

 

 

  • a) reddito del proprietario del fondo, come tale;
  • b) reddito del dirigente l’azienda agricola (affittuario, proprietario coltivatore in economia);
  • c) reddito dei coltivatori manuali della terra, compresi i mezzadri, i piccoli affittuari in denaro o in genere, i coloni passivi, ecc. ecc.;
  • d) spese fatte per acquisto di materie estranee al fondo (semenze, concimi chimici, anticrittogamici, ammortamento di aratri, arnesi agricoli, macchinari, ecc.).

 

 

È difficilissimo sapere quale parte dei trenta miliardi sia assorbita da a, quale da b, quale da c e quale da d. Tanto più difficile, in quanto talvolta l’elemento c assorbe buona parte dell’elemento b: come nel caso della mezzadria in cui il coltivatore manuale del fondo spesso possiede metà del bestiame e delle scorte e macchine, ed in alcune regioni possiede tutto il capitale scorte, assorbendo perciò metà od anche quasi tutto il reddito dell’affittuario. Se dovessi esprimere una semplice impressione, direi che metà del prodotto è destinata, all’incirca e per semplici medie, a reddito dei coltivatori manuali della terra (elemento c, dei mezzadri, braccianti, avventizi, boari stabili, custodi, ecc. ecc.); dell’altra metà, un 10-15% del totale va a coprire spese, ammortamenti, rinnovazioni; rimanendo un terzo a vantaggio delle due prime categorie: 10 miliardi su 30. In tempi normali, anteguerra, queste due prime categorie non assorbivano più di 2 miliardi su 7, quant’era il prodotto totale della terra, calcolato dal compianto Valenti. Oggi, siccome i redditi dei proprietari puri, a causa di vincoli e contratti in corso, sono rimasti più fissi, azzarderei l’ipotesi che 4 miliardi spettino ai proprietari puri e 6 miliardi agli affittuari e dirigenti di poderi proprii. Di questi ultimi 6 miliardi, una parte è già tassata: gli affittuari di terreni altrui pagano già dal 1864 l’imposta di ricchezza mobile. Non la pagano tutti, perché ritengo che i nove decimi degli affittuari siano considerati «piccoli» affittuari, posti al disotto della linea di esenzione. Quale sia la proporzione dei terreni affittati in confronto a quelli condotti in economia non si sa. Per non esagerare, supponiamo un sesto. Ecco, ora, come si distribuirebbero, secondo le fatte ipotesi, i 30 miliardi di prodotto della terra italiana:

 

 

  • a) reddito del proprietario della terra come tale: 4 miliardi di lire. Questi sono già tassati con le imposte e sovrimposte terreni, patrimoniali, registro e successorie;
  • b) redditi del dirigente l’azienda agricola: 6 miliardi, così suddivisi:
  • 1) 1 miliardo redditi di affittuari, già tassati con la ricchezza mobile, esercizio e rivendita e tassa bestiame;
  • 2) 5 miliardi redditi di coltivatori di terreni proprii, già tassati con la tassa bestiame; c) redditi dei coltivatori manuali dei fondi: 15 miliardi. Questi pagano, se percepiti da mezzadri, una ridicola tassa colonica e la tassa bestiame;
  • d) spese per acquisto di elementi estranei al fondo: 5 miliardi. Non tassabili.

 

 

La ripartizione è, ripeto, puramente ipotetica: sebbene una maggiore precisione forse non sia facile. Su queste basi, è evidente:

 

 

  • che i favoleggiati 20 a 25 miliardi di nuova materia tassabile si riducono a 5 miliardi;
  • che a questi 5 miliardi si potrà aggiungere quella parte dei 15 miliardi dei coltivatori manuali, la quale si ritenga suscettiva di tassazione;
  • sebbene tra i coltivatori manuali (mezzadri, ecc.) ci siano redditi in cifra assoluta non troppo di rado superiori a quelli di moltissimi proprietari puri e di molti professionisti od impiegati, bisogna riconoscere che la tassazione loro potrà essere tentata soltanto nel giorno in cui si riterranno tassabili i salari degli operai. Tassare i contadini lavoratori manuali (compresi i mezzadri) senza tassare i salariati cittadini è cosa non equa, non pensabile e che provocherebbe un vivissimo malcontento nelle campagne.

 

 

La questione pratica oggi perciò si riduce a rispondere alle seguenti tre domande:

 

 

  • sono troppo o troppo poco tassati i 4 miliardi di lire di reddito dei proprietari come tali?
  • id. per il miliardo di reddito degli affittuari?
  • quale parte e come è tassabile dei 5 miliardi di reddito che i proprietari ottengono non in quanto proprietari, ma in quanto coltivatori di terreni proprii?

 

 

In questi termini o in termini su per giù simiglianti a questi, si esprime il problema della tassazione della terra.

 

 

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