Le imprese di colonizzazione all’estero. A proposito di alcuni rapporti consolari sul Brasile

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 07/08/1905

Le imprese di colonizzazione all’estero. A proposito di alcuni rapporti consolari sul Brasile

«Corriere della sera», 7 agosto 1905

 

 

 

Le imprese di colonizzazione con capitali italiani e a favore di coloni italiani forniscono tratto tratto argomento a patriottiche discussioni nella stampa quotidiana e nelle pubbliche assemblee e tema di caldi inviti ai capitali giacenti inoperosi nei forzieri delle Banche. Qual sogno più bello di canalizzare l’emigrazione, – che ora si spande disordinata nell’Europa e nelle Americhe, ben presto dimenticando la lingua, i costumi e i rapporti antichi, – in nuclei coloniali soggetti all’influenza morale della madre patria, sotto la guida di imprenditori italiani, e col consiglio del medico, del maestro di scuola e del sacerdote italiani? I progettisti sono discordi sul luogo: l’Eritrea alta, la Tripolitania, la Patagonia ed in genere l’Argentina, le regioni meridionali del Brasile sono i paesi preferiti, o perché soggetti alla sovranità italiana, o posti da accordi internazionali sotto la nostra sfera d’influenza, o designati da una preesistente spontanea corrente migratoria.

 

 

Spinto dalla bellezza dello scopo grandioso e anche dalle discussioni avvenute lo scorso anno nel Consiglio dell’emigrazione, ben fece il Commissariato a far premure presso i consoli all’estero e ad inviare suoi addetti speciali per ottenere dati precisi sulla possibilità di avviare correnti migratorie nei diversi paesi che più vi sembravano adatti. Frutto dell’utile inchiesta sono alcuni rapporti che tutti si riferiscono al sud del Brasile; e specialmente allo Stato di San Paulo (relazione del console generale cav. Gherardo Pio di Savoia), di Paranà (relazione dell’inviato speciale sig. B. Salemi – Pace) e di Spirito Santo (relazione del console cav. R. Rizzetto). Sono rapporti tutti degni di lode per la diligenza nella raccolta dei dati e per la temperanza nell’interpretarli; sicché la conclusione pessimista, che se ne ricava, rispetto alle imprese di colonizzazione, deve essere ritenuta frutto di maturo convincimento e non di partito preso. Chi scrive non ha mai veduto di buon occhio il succedersi recente di proposte che vorrebbero impiegare i milioni avanzati del bilancio dell’emigrazione in lontane imprese di colonizzazione, reputando che essi abbiano ad essere adoperati in altre maniere più utili agli emigranti stessi di quello che non sia il garantire un minimo di utile netto a capitalisti privati. I rapporti odierni vengono a dimostrare che queste intraprese di colonizzazione sono di problematica se non proprio impossibile riuscita; e per un altro verso si rafforza così lo scetticismo di coloro i quali hanno sempre intravisto sotto l’orpello delle grosse parole patriottiche la realtà dell’interesse privato di capitalisti non coraggiosi abbastanza per affrontare da soli i rischi della colonizzazione. Tanto peggio se l’esperienza raccontata da persone imparziali insegna che l’insuccesso è fatalmente destinato ad accompagnare tutti questi tentativi! Interessante è la storia narrata dal cav. G. Pio di Savoia sui nuclei coloniali fondati con le migliori intenzioni dal Governo nello Stato di San Paulo allo scopo di attirare coloni stranieri con promesse di sussidi per alimenti, strumenti, semenze, medicine, con la facoltà di pagamenti rateali, del prezzo di concessione e il rilascio alla fine dei pagamenti del titolo definitivo di proprietà. Eppure su 111 nuclei coloniali fondati dallo Stato rimasero in vita 14 soltanto, di cui 1 ancora da emancipare. Ed anche dei nuclei sopravvissuti la sorte non è certo brillantissima. Conosciamo i risultati economici di quattro nuclei: il 31 dicembre 1900 noveravano 5.222 abitanti, ognuno dei quali aveva un reddito medio di 275 milreis all’anno (circa 330 lire), ossia quanto basta al Brasile per non morire di fame ed un capitale di 264 milreis (al cambio di 800 uguali a circa 320 lire), somma che non è indizio di ricchezza. Si aggiunga che all’atto dell’emancipazione la maggior parte delle terre rimanevano da occupare o almeno da pagare: in Parignera – Tssù su 680 lotti rurali, 408 soltanto erano stati occupati e 272 restavano disoccupati: degli occupati solo 16 erano stati pagati intieramente e ben 352 restavano ancora da pagarsi in tutto o in parte; e la somma sborsata in pagamento di questi ultimi ammontava a circa 4.500 lire e quella da sborsare a L. 262 mila! è un caso singolo: ma altri consimili si potrebbero citare fra quelli esposti dal console Pio di Savoia: e bastano per giustificare la malinconica constatazione di un senatore paulista: «In quattro anni lo Stato ha speso la bagattella di 3.255.490 lire per la creazione di nuclei che in generale non hanno dato alcun risultato positivo». Il Salemi – Pace nel suo pregevolissimo rapporto sul Paranà – uno dei migliori comparsi sul Bollettino dell’emigrazione – è ancora più reciso nella condanna delle imprese di colonizzazione. «Nessuna impresa di colonizzazione nel sud del Brasile ha dato risultati apprezzabili che possano servire quale incoraggiamento a seguire l’esempio. La stessa Hanseatische Kolonisation-Gesellschaft fondata in Amburgo nel 1897, che possiede oggi nello Stato di Santa Catharina 650.000 ettari di terreno, è stata un insuccesso, come impresa di colonizzazione; e la relazione del direttore dell’Anseatica, presentata nel 1902 al governatore dello Stato di Santa Catharina, è piena di ammonimenti che meritano di essere meditati. «Le ragioni dell’insuccesso passato e del probabile insuccesso futuro sono parecchie. Anzitutto per la debole capacità di assorbimento di prodotti agricoli da parte del mercato interno, per la deficienza dei mezzi di trasporto, per la mancanza di un conveniente sbocco marittimo per l’esportazione, il Paranà colonizzabile si riduce ad una ristretta zona dello Stato, poiché il resto, ad ovest della strada ferrata San Paulo – Rio Grande, è quasi tagliato fuori dalle comunicazioni convenienti, e, ad est della Serra do Mar, è quasi inabitabile. La zona colonizzabile è, per disgrazia, quella parte appunto dello Stato che si trova già in molti luoghi colonizzata e che conta, relativamente, il maggior numero di abitanti dello Stato. Ivi non ci sono più terre pubbliche; e le terre appartengono tutte a proprietari privati, incapaci a coltivarle bene per mancanza di capitali e di convenienza e restii a venderle per la speranza di un aumento di valore nel futuro. Né si trovano mai unità di terre adatte alle produzioni agricole dei coloni di estensione di almeno 100.000 ettari, quanti sarebbero necessari ad una impresa di colonizzazione. Sovratutto non si trovano nelle regioni alte, superiori ai 600 metri sul livello del mare, non nebulose, che sole presentano condizioni favorevoli allo sviluppo delle culture proprie dei coloni. Cosicché sembra ragionevole opinare che i capitali, i quali cercassero investimento in pure imprese di colonizzazione, non dovrebbero nemmeno dare uno sguardo al Paranà, dato il complesso delle sue condizioni naturali, rispetto alle coltivazioni dei coloni, e delle sue attuali condizioni economiche generali».

 

 

Mancanza di mezzi di comunicazione e quindi di sbocco alle derrate prodotte dal colono e mancanza di terre discretamente buone situate in grossi blocchi entro un raggio del mercato che ne renda economicamente utile la coltivazione: ecco gli ostacoli principali che si oppongono nel sud del Brasile ad una colonizzazione su vasta scala. Come cause locali si possono aggiungere la crisi del caffè, la mancanza di capitali, la deficienza di cultura agricola. Ma la crisi del caffè non impedirebbe ai nostri coloni di coltivare viti, granoturco od allevare bestiame, se fosse possibile portare i prodotti nelle città ove sono richiesti; i capitali si avrebbero se si trattasse di culture remunerative e la pratica agricola potrebbe acquistarsi col tempo. Diguisaché siamo ricondotti allo stesso punto: che le grandi imprese di colonizzazione furono e saranno un insuccesso per la mancanza di terre ampie e buone disponibili nelle regioni dove le ferrovie od altri mezzi di comunicazione permetterebbero di vendere proficuamente i generi prodotti dal colono.

 

 

Non si può dunque far nulla a pro della colonizzazione italiana? Il Salemi – Pace ritiene che questa conclusione sarebbe troppo pessimista e addita le vie per fare qualcosa. Ne discorreremo un’altra volta.

 

 

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