Le premesse del ragionamento economico

Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

Rivista di storia economica

Data di pubblicazione: 01/03/1941

Le premesse del ragionamento economico

«Rivista di storia economica», marzo 1941, pp. 179-199[1]

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 248-258

Liberismo e liberalismo, Ricciardi, Milano-Napoli, 1957, pp. 151-161

 

 

 

 

Nel dibattito iniziato nel quaderno di settembre 1940 della «Rivista di storia economica» intervenne Benedetto Croce con la seguente nota:

 

 

Un dubbio e una riserva che sono nel libro testé pubblicato dal sempre da tutti rimpianto Aldo Mautino (La formazione della filosofia politica di B. C., Torino 1941, pp. 129) e l’importante discussione sulle premesse del ragionamento economico e la realtà storica, che leggo nell’ultimo fascicolo della «Rivista di storia economica», V, 179-99, mi muovono a riesporre alcuni punti della mia teoria etica e politica per metterli sotto gli occhi degli amici specialisti di economia. Non entrerò in lunghi sviluppi, che ho dati altrove, ma enuncerò le mie tesi in modo schematico, quasi sommario, che mi sembra in questo caso debba tornare più efficace.

 

 

  • Liberismo e comunismo sono due ordinamenti irrealizzabili e irrealizzati nella loro assolutezza. Ciò (dopo che furono abbandonati gli entusiasmi alla Bastiat circa il primo, e quando si sia usciti dal fanatismo irriflessivo assai frequente circa il secondo, che ricorda certi folli propositi di asceti) è, credo, pacifico tra gli economisti.

 

  • L’uno e l’altro ordinamento non sono per sé concetti di economia né propongono quesiti risolubili dalla scienza economica. La scienza economica sta senz’essi; cioè prescindendo da essi. La ragione di questi è che l’uno e l’altro sono tendenze o tentativi di ordinamento totale della vita e società umana, e pertanto di ordinamento etico.

 

  • Sotto questo aspetto, non solo sono incapaci, come si è detto, di attuarsi in pieno, ma l’uno e l’altro, come principii, sono illegittimi. Se ben si meditino, si riducono l’uno alla proposizione che «tutto è lecito» e l’altro all’altra che «niente è lecito». A quel dilemma aveva già risposto, or son diciannove secoli, san Paolo, pronunziando che «tutto è lecito all’uomo ma non tutto è proficuo».

 

  • Ben diverso è il principio del liberalismo, che è etico ed assoluto, perché coincide col principio stesso morale, la cui formula più adeguata è quella della sempre maggiore elevazione della vita, e pertanto della libertà senza cui non è concepibile elevazione né attività. Al liberismo come al comunismo il liberalismo dice: Accetterò o respingerò le vostre singole e particolari proposte secondo che esse, nelle condizioni date di tempo e di luogo, promuovano o deprimano l’umana creatività, la libertà. Con ciò quelle proposte stesse, ragionate diversamente, vengono redente e convertite in provvedimenti liberali.

 

  • Quel che si celebra e loda come opera e gloria del liberismo, se ben si ricerca a fondo, si riconduce all’opera della coscienza etica, della volontà del bene, e per essa al liberalismo; e, viceversa, quel che si lamenta di certi effetti del liberismo nasce da una superficiale o corrotta interpretazione del liberalismo. La legislazione operaia e altrettali provvedimenti poterono essere considerati antiliberistici, ma non solo non erano antiliberali, sì invece sanamente liberali, in quanto concorrevano all’elevazione dell’uomo.

 

  • All’obiezione che mi è stata fatta, e che ritrovo nel volume del Mautino, che la mia distinzione tra liberalismo e liberismo è bensì giusta, ma che bisogna guardarsi dal farne una “contrapposizione”, come avrei fatto io, perché «Il liberalismo ha come sua base il liberismo inteso come iniziativa individuale, operosità e libera concorrenza, come selezione di capacità e via dicendo», è da rispondere, in primo luogo (oh, mi fosse dato di rivolgere questa risposta al caro giovane che abbiamo perduto e farne materia di conversazione con lui!), che io non “contrappongo” i due concetti, ma, per le ragioni dette di sopra, li considero “disparati”, l’uno un principio assoluto, l’altro la tendenza a un particolare ordinamento empirico. E, quanto alla base di cui il liberalismo avrebbe bisogno nel liberismo, la risposta è che la libertà come moralità non può avere altra base che se stessa, e morale non sarebbe se fosse legata a un dato economico, che in questo caso sarebbe materiale, e per questa via si tornerebbe al deplorato materialismo storico. («La libertà è un concetto borghese», ecc. ecc.).

 

  • Ma l’obiezione, se nella sua formulazione non è valida, contiene un motivo vero, che è di affermare che la libertà o l’attività morale non può concretarsi se non in azioni che sono insieme utili ed economiche, e deve servirsi delle forze che le è possibile di volta in volta raccogliere intorno a sé e piegare ai propri fini. Di ciò ho discorso altrove, e anche di recente vi sono tornato sopra con maggiore particolarità nei Paralipomeni al libro sulla Storia (inclusi nel recente volume: Il carattere della filosofia moderna, paragrafi 24 e 25). La conclusione è che il liberalismo ha bisogno non di “basi” ma di “mezzi” economici e politici, e che questi non possono mai essere fissati in certi mezzi ad esclusione di certi altri: per esempio, in certe classi sociali, in certi ordinamenti della proprietà terriera, delle industrie, delle banche, ecc., cose tutte mutevoli e transeunti, laddove il principio della libertà è costante ma devono essere ritrovati e adoperati caso per caso, conforme alle situazioni storiche, e saranno più o meno duraturi secondo la maggiore o minore durevolezza di queste; e che il ritrovarli non è opera del teorico né dell’economia né dell’etica, ma dell’ingegno o genialità politica. A questo punto mi fermo perché, come diceva Goethe, l’appello al genio, e in questo caso al genio politico, è già espresso nel magnifico inno della Chiesa: «Veni, Creator Spiritus…»: inno che noi, filosofi e scienziati, non possiamo se non ricantare ad una voce con l’umile plebe.Benedetto Croce

 

 

Mentre ringrazio il maestro ed amico per la luce che egli ha voluto recare nella discussione del problema, non so resistere alla tentazione di ripensare le cose dette dal Croce nella maniera che suppongo – dico “suppongo” ché, in quanti mai diversi linguaggi discorre oggi la nostra confraternita! – propria degli economisti.

 

 

Croce va al fondo del problema quando osserva che “liberismo” e “comunismo” non sono per sé concetti di economia, né propongono quesiti risolubili dalla scienza economica. Questa prescinde da essi; e pone ipotesi astratte. Le quali notoriamente sono quelle estreme di concorrenza e di monopolio e le intermedie, variabilissime, di concorrenza imperfetta, di monopolio limitato, ecc. ecc.

 

 

Poste quelle ed altre premesse, la scienza economica vi ragiona sopra, senza preoccuparsi se esse siano o non conformi alla realtà; e le illazioni alle quali arriva sono valide entro i limiti delle fatte premesse. Talvolta pare che essa usi altro procedimento, come negli studi bellissimi e fecondi, oggi divulgati, i quali partono, ad esempio, dalla considerazione di dati concreti su quantità prodotte e consumate, importate ed esportate, rimanenze a principio od a fine d’anno o di mese e prezzi relativi. Ma, se ben si guarda, quei dati sono semplicemente il materiale di cui la mente si serve per scomporre, combinare, astrarre “durante” il ragionamento, invece che “a riprova” del ragionamento compiuto.

 

 

Mossi dal desiderio di non ragionare a vuoto, gli economisti mentre ragionano o dopo aver ragionato ambiscono naturalmente appurare se le fatte premesse ed i conseguenti ragionamenti abbiano qualche parentela con la realtà concreta che lor si svolge attorno. Così, dopo aver posto la premessa astratta della piena concorrenza ed averne determinato le condizioni molti imprenditori produttori e molti consumatori, inettitudine dell’entrata o del ritiro di ognuno degli imprenditori o dei consumatori nel o dal mercato ad influire sul mercato medesimo, mancanza di attriti in quest’entrare od uscire, riproducibilità dei fattori produttivi a costi costanti, ecc. ecc. gli economisti sono immediatamente forzati ad aggiungere che la premessa da essi posta è un mero strumento di studio e non ha immediato preciso riscontro con la realtà. La premessa ed i conseguenti ragionamenti debbono perciò essere reputati mero vaniloquio? Il politico non ne trae alcun vantaggio? Lo scetticismo sarebbe grandemente esagerato. Quelle premesse giovano, fra l’altro, a dimostrare che “liberismo” e “comunismo ” che, se sono qualcosa, sono due “ordinamenti” e non due concetti scientifici, non sono mezzo adatto ad attuare in concreto la premessa della “piena concorrenza”.

 

 

Si ammetta infatti che questa, condizionata come sopra si disse, conduca a quel tipo di prezzo dei beni e dei servigi che dicesi uguale al costo di produzione; e che la premessa opposta del monopolio pieno conduca invece a quell’altro tipo di prezzo che garantisca all’imprenditore il massimo di profitto. Si ammetta ancora – sebbene taluno possa tenere diverso avviso – che l’opinione comune degli uomini preferisca quell’ordinamento economico concreto il quale sia atto a far tendere i prezzi od i più dei prezzi verso il limite del costo di produzione ad un diverso ordinamento il quale garantisca agli imprenditori monopolisti un massimo di profitto. Dovremo considerare il liberismo od il comunismo strumenti adatti per attuare, entro i limiti del possibile, l’ordinamento preferito? Che sarebbe poi quello in virtù del quale, in una società nella quale i punti di partenza siano, per quant’è storicamente possibile, non troppo disformi, agli imprenditori spetti un compenso non superiore al valore del loro apporto di lavoro di dirigenza e di intrapresa al prodotto comune, ai capitalisti non più del valore del loro apporto di risparmio, ai lavoratori non più del valore del loro apporto di opera manuale od intellettuale e questi compensi esauriscano, senza residuo, il valore del prodotto totale. Certo, il liberismo, ordinamento concreto, non sarebbe lo strumento adatto che noi cerchiamo. Se infatti esso si riduce, come il Croce rigorosamente dichiara, alla proposizione che «tutto è lecito», il liberismo non è strumento adatto ad impedire il crearsi di guadagni di monopolio. Se tutto è lecito, è lecito anche, come accadde tra il 1870 ed il 1900 negli Stati Uniti, a talun astuto produttore di petrolio accordarsi con talun magnate di ferrovie per stabilire tariffe di favore per il suo petrolio e così battere i concorrenti e sfruttare il monopolio proprio; è lecito assoldare ivi bande armate private per costringere operai a recarsi al lavoro alle condizioni volute da industriali negrieri; è lecito corrompere od influire sui legislatori per ottenere dazi protettivi, privilegi, premi e divieti di associazioni operaie; è lecito a queste di impedire colla violenza fisica o morale ad altri operai di recarsi al lavoro, ecc. ecc. Se il liberismo del «tutto è lecito» fosse pensabile in concreto, gli economisti dovrebbero constatare che la loro premessa astratta della piena concorrenza, pure conservando il proprio valore logico di strumento di ricerca, non troverebbe alcuna attuazione, anzi l’opposto, in un vivente ordinamento liberistico. Per rendersi ragione dei fatti esistenti, dei prezzi, dei salari, dei profitti correnti dentro l’ordinamento detto liberistico, essi dovrebbero ricorrere ad altri strumenti astratti di ricerca: l’ipotesi di monopolio perfetto od imperfetto, di monopoloidi, di monopoli bilaterali e simiglianti.

 

 

Suppongasi che ad un politico cada in mente di promuovere un ordinamento economico concreto siffatto che l’ipotesi della piena concorrenza – e cioè di prezzi di salari di profitti tendenti al costo di produzione; ossia scevri, ognuno di essi, da qualunque traccia di guadagno di monopolio – vi trovi quella migliore attuazione che in questo mondo imperfetto è immaginabile. Quel politico, penso, dovrebbe far suo il detto di san Paolo del «tutto è lecito all’uomo ma non tutto è proficuo» che il Croce ricorda a conclusione della sua terza tesi; dovrebbe cioè porre gran cura nel definire quel che è lecito, distinguendolo da quel che è illecito. Le norme seguenti: «non è lecito far lavorare le donne di notte – non è lecito far lavorare i fanciulli prima che essi abbiano compiutamente assolti gli obblighi della istruzione elementare – non è lecito licenziare gli operai capi od addetti a associazioni operaie estranei alle associazioni operaie – è obbligatoria l’assicurazione degli operai contro gli infortuni del lavoro, contro l’invalidità e la vecchiaia – non è lecito il monopolio delle invenzioni industriali a favore dell’inventore oltre un brevissimo periodo di salvaguardia – è necessaria la istituzione di imposte o di altre norme giuridiche atte a ridurre le differenze iniziali di posizione tra uomo e uomo nei limiti consentiti dalla necessità di promuovere la formazione di tanto risparmio quanto occorra a ridurre il saggio dell’interesse ad un minimo – non è, per chiudere l’elenco che sarebbe assai lungo, lecito od è obbligatorio compiere o non compiere gli atti a, b, c,… n» – contraddicono senza forse all’ordinamento liberistico, ma sono invece la condizione necessaria per attuare un ordinamento concreto il quale si avvicini quanto sia possibile all’ipotesi astratta della libera concorrenza. Si noverano, tra gli economisti viventi, taluni, sparpagliati nei più diversi paesi del mondo, ai quali se un’etichetta dovesse opporsi che non fosse ad essi sgradita converrebbe l’aggettivo di “neo liberali”. Ad essi riuscirebbe fastidiosa la qualifica di “liberisti” nel senso del “tutto è lecito”; e preferirebbero l’altra di “neo liberali” come più atta a chiarirli uomini desiderosi di vedere, nel campo economico, attuata la premessa di “piena concorrenza” con tutti gli innumeri vincoli giuridici che quella premessa comporta. Essi vorrebbero vedere attuata quella premessa non per se stessa, né come fine dell’agire umano, bensì come “mezzo” o “strumento” per «una sempre maggiore elevazione della vita, dell’umana creatività e pertanto della libertà senza cui non è concepibile elevazione né attività».

 

 

Sono costoro d’accordo coll’insegnamento di Benedetto Croce intorno al “principio” del liberalismo? Qualche dubbio, debbo confessarlo, rimane nella mia mente se rifletto all’attitudine di quasi indifferenza – ma forse si tratta di indifferenza apparente – con cui il Croce guarda ai mezzi, che egli sopra definisce «mutevoli e transeunti», da adoperarsi «caso per caso» in conformità «alle situazioni storiche» e da ricercare «non dal teorico né dell’economia né dell’etica, ma dall’ingegno o genialità politica». Ed altrove discorrendo dei vari mezzi: liberismo, protezionismo, monopolismo, economia regolata e razionalizzata, autarchia economica, egli insiste nel dire che nessuno di essi «può vantare verso gli altri carattere morale avendo tutti carattere economico e non morale, e potendo ciascuno a sua volta, secondo le varie situazioni storiche, essere adottato o essere rigettato dalla volontà morale… E si dica lo stesso dell’ordinamento della proprietà capitalistico o comunistico o altro che sia, anch’esso di necessità vario e non mai fissabile secondo un disegno di generale e definitivo comodo e benessere, che non solo è utopistico, ma intrinsecamente non ha che vedere con la morale, la quale non può mirare e non mira all’impossibile benessere individuale né generale, ma all’excelsius» (in Il carattere della filosofia moderna, VII, pp. 118-19). Se si è senz’altro d’accordo col Croce nel respingere le «rievocazioni e celebrazioni storiche della libertà economica come premessa o concomitanza dell’altra e civile e morale libertà» e nel ritenere «che i benefici effetti, che si sogliono riportare alle istituzioni dell’economia liberistica, erano in realtà manifestazioni della libertà morale che investiva quelle istituzioni e se ne giovava, e perciò non tanto condizioni quanto conseguenze» (p. 242) si prova un vero stringimento di cuore nell’apprendere da un tanto pensatore che protezionismo, comunismo, regolamentarismo e razionalizzamento economico possono a volta a volta secondo le contingenze storiche diventare mezzi usati dal politico a scopo di elevamento morale e di libera spontanea creatività umana. Forse appunto questa istintiva incoercibile ripugnanza a concepire quegli specifici “mezzi” come atti a raggiungere un fine di elevazione umana faceva scrivere al Mautino che «il liberalismo ha come base il liberismo, inteso come iniziativa individuale, operosità, libera concorrenza come selezione di capacità; e via dicendo. Cadendo nel protezionismo, nel parassitismo di industrie e di lavoratori verso lo stato ecc., ci si avvia a negare anche il liberalismo nel suo valore più schiettamente politico e morale» (loc. cit. sopra dal Croce). Quante volte discorsi con lui di questo tormentoso problema, pur riconoscendo al principio liberale autonomia, primato ed esclusiva dignità etica, sempre ripugnavo a pensare che quel principio potesse assumere come mezzo per la sua attuazione strumenti come il protezionismo, il comunismo, il regolamentarismo e simili. Perché sentivo e sento quella repugnanza? Se interrogo me stesso, parmi che in fondo essa provenga dall’identificazione istintiva che io faccio di quei mezzi con il male morale, con la frode economica, con la violenza politica, con l’oppressione del debole da parte del forte, con la sostituzione dell’intrigo e dell’arrembaggio all’aperta e libera competizione, con la negazione del diritto dell’uomo a far valere tutto se stesso, senza nocumento ingiusto altrui e nel tempo stesso senza avvilimento verso i potenti e gli arrivati. Questione di definizione o di parole, come avrebbe detto l’amico arguto e meditante Giovanni Vailati? Credo od almeno spero di no. Spero che quella identificazione dei mezzi a me repugnanti con il male morale non sia un giochetto di parole, sì invece il frutto di quel poco o tanto io abbia appreso dalla meditazione degli accadimenti economici del passato e dalla esperienza della vita presente. Per ristringermi ad un punto solo, al mezzo cioè del protezionismo doganale, pur tenuissima varietà di specie ben più vasta e pur tenuissima sciagura morale in confronto al comunismo,[2] io veggo in astratto i casi – esposti non mai dai fautori del protezionismo concreto ma solo e sempre da studiosi teorici – nei quali è dimostrabile essere un dazio doganale mezzo adatto al raggiungimento di un fine, incremento della produzione totale, incremento di salari e di lavoro, promovimento di industrie destinate a gran rigoglio ecc. ecc., ritenuto generalmente desiderabile. Ma veggo subito altresì che di quelle posizioni astratte del problema è praticamente quasi impossibile osservare una applicazione concreta; vedo quasi sempre di quelle ammissioni teoriche tra profitto filibustieri e saccheggiatori del pubblico denaro, instauratori di industrie falsamente giovani e non mai destinate a maturanza, contrabbandieri di industrie destinate non alla difesa bensì allo sterminio della patria. E son forzato a concludere: quel mezzo, in concreto, come azione politica, come fatto storico, non può essere adoperato se non come strumento, oltreché di danno economico – e sarebbe il danno minore -, di male morale,di oppressione dei più degni a vantaggio degli indegni procaccianti; e ad aggiungere: quei pochi, pochissimi casi in che quel mezzo, astrattamente ben ragionato, è suscettivo di applicazione concreta, forse ché esso non può essere fatto rientrare nella ipotesi di concorrenza, nel ristabilimento cioè di quelle condizioni di piena, libertà di entrare o di uscire nel o dal mercato, di gran numero di produttori o di consumatori, ecc. ecc., le quali erano state obliterate da qualche circostanza, eliminabile dal legislatore, di ignoranza, di attrito momentaneo, di limitazione parziale, o di monopolio di qualche fattore produttivo?

 

 

Se il liberismo del «tutto è lecito» non interessa gli economisti né come ipotesi astratta né come ordinamento concreto, essi si chiedono: un ordinamento giuridico dell’economia, che sia un’approssimazione concreta all’ipotesi astratta della libera concorrenza e sia perciò atto a mettere gli uomini, in conformità alle esigenze di ogni situazione storica particolare, nelle condizioni migliori per competere, ciascuno secondo le proprie attitudini, gli uni con gli altri per raggiungere il massimo grado di elevazione morale, può essere messo alla pari con altri ordinamenti protezionistici comunistici regolamentaristici che l’esperienza insegna fecondi di sopraffazione, di monopolio, di abbassamento morale? Forse, innanzi di discutere, converrebbe definire chiaramente quel che si intende per protezionismo, regolamentarismo comunismo e fino a che punto questi ed altri simili ordinamenti possano essere considerati atti ad attuare l’ipotesi astratta della piena concorrenza e se, essendo così atti, possono essere, senza ingenerare troppo gravi equivoci, indicati con parole comunemente applicate ad ordinamenti ben più estesi e ben diversi. Se perciò noi assumiamo le parole “protezionismo” e “mercantilismo” nel loro tradizionale significato storico, quando Aldo Mautino (nel quaderno di settembre 1940, p. 149 di questa rivista) scriveva: lo Smith combatte le leggi mercantili anche ove possano parere economicamente non svantaggiose, come «impertinenti segni di schiavitù» e «manifesta violazione dei più sacri diritti degli uomini»; «dinanzi alla libertà non si fanno calcoli di dare ed avere e chi cerca nella libertà vantaggi o danni ha animo disposto a servire», egli, la cui vita fu tanto ingiustamente breve, non dimostrava quanto il suo animo fosse aperto all’insegnamento della storia del passato e di qualche vivente sua esperienza?

 

 

Non dunque si può affermare che un qualsiasi ideale di vita esige mezzi di attuazione a se stesso congrui? Che se talvolta sembra che il mezzo incongruo sia stato adoperato da politici animati da alti ideali, una indagine accurata non è probabile dimostri che quel mezzo (ad esempio protezionismo) non cagionò il danno morale di cui soltanto è capace, perché il politico seppe nel tempo stesso usare altri mezzi, far muovere altre forze che vietarono a quel mezzo di condurre ai risultati suoi necessari? Spunti di quell’indagine si leggono qua e là sparsi nei libri di teoria e di storia economica; ma sarebbe fuor di luogo pretendere che essi siano sempre dovuti a studiosi consapevoli dei legami i quali intercedono fra principi morali, ipotesi astratte ed ordinamenti concreti.

 

 

Non voglio offrire una soluzione al problema. Ma il problema esiste. Non noi, che la sentiamo, sì coloro, che, al par di Benedetto Croce, sanno guardare al fondo delle cose, possono dirci le ragioni per le quali sentiamo tanta ripugnanza morale a guardare conindifferenza alla scelta fra i vari mezzi economici che ai politici si offrono per promuovere l’elevazione spirituale dei popoli.



[1] Con il titolo Ancora su «Le premesse del ragionamento economico». Anche in estratto, Einaudi, Torino, 1941 [ndr].

[2] Per chi ritenesse eccessivo il giudizio morale mio sul comunismo, giova far presente una riserva. Può darsi che, nella giovinezza del mondo, tra uomini abituati a rudimentali tipi di vita in comune, il genio politico abbia potuto giovarsi del “mezzo” esistente, unico a lui offerto, di ordinamento comunistico per trarre gli uomini a conseguire più alto ideale di vita. Ma nelle società complicate civili moderne – forse il discorso si applica anche a società più antiche, come quelle dell’epoca imperiale romana – come può apparire conciliabile l’idea della elevazione morale con l’impiego, senza di cui un ordinamento comunistico è impensabile, dello strumento burocratico esteso a tutte le occupazioni umane? Di uno strumento “necessariamente” definito come l’autorità da cui, discendendo gerarchicamente dall’alto al basso, dipendono il modo del vivere, del pensare esteriore, del parlare, dell’agire e la vita stessa di tutti gli uomini, tutti fatti servi di chi sta sopra ad essi? L’uomo politico, il quale faccia uso di siffatto strumento, non può, quasi per definizione volere l’elevazione dei suoi concittadini. Egli ne vuole, sebbene di ciò non sempre sia consapevole, l’abbassamento; ed ha egli stesso anima di servo.

Torna su