Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

L’insuccesso fatale della riforma burocratica

«Corriere della Sera», 11 febbraio 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 543-546

 

 

 

Gli italiani, che sono scettici, appena videro approvare dalle camere una legge 13 agosto 1921 per la cosidetta «riforma della burocrazia» con l’intento dichiarato di ridurre il numero degli impiegati pubblici e di consolidare fino all’esercizio 1930-31 la spesa entro i limiti esistenti all’1 luglio 1921, conclusero subito: «da questa legge la burocrazia, la quale è onnipotente, trarrà argomento per crescere il numero e gonfiare la spesa per i pubblici impiegati». Era facile la previsione a chi considerava che la legge deliberatamente si riferiva solo al minor numero di impiegati ed alla minore spesa sopportata sul bilancio dallo stato. Ferrovieri e corpi militari non rientravano nella burocrazia che si voleva riformare; ed il prof. Giorgio Mortara, nella seconda edizione – per il 1922 – delle sue Prospettive economiche, che ebbero tanto plauso l’anno scorso e che oggi si ripubblicano sotto gli auspici della università commerciale Bocconi di Milano, così sintetizza la spesa sopportata dallo stato (in milioni di lire):

 

 

Retribuzioni ordinarie Retribuzioni straordinarie e speciali Totale
Amministrazioni militari e corpi armati

807

645

1.452

Amministrazioni dei servizi di comunicazione

1.857

1.041

2.898

Altre amministrazioni

656

624

1.280

Totale

3.320

2.310

5.630

 

 

Si può dire che la riforma riguarda solo le «altre» amministrazioni: 1.280 milioni di spesa su 5.630. C’è qualche interferenza tra le varie parti; ma nelle grandi linee, quello è il fatto. Le amministrazioni interessate ebbero buon giuoco nel dimostrare che il risparmio possibile era trascurabile; che ogni servizio era necessario, necessarissimo; che bisognava prima riformare gli ordinamenti ed abolire il lavoro e poi si poteva pensare a ridurre il numero degli impiegati. Finché il lavoro c’era e bisognava liquidarlo, come ridurre il numero di coloro che lo dovevano esaurire?

 

 

Qualche esonero pare si sia deliberato – non si sa se eseguito – in numero maggiore che non all’epoca della epurazione, quando in un ministero si osò mandare a spasso un solo impiegato: un usciere comparso dinanzi alla commissione in istato di conclamata ubbriachezza. Ma quanti tra gli esonerati lo furono dietro istanza propria e pressioni ripetute attraverso ai deputati da parte di impiegati in ottima salute, giovani d’età e desiderosi di liquidare favorevolissime pensioni per dedicarsi a rami più fruttuosi di attività privata? La commissione parlamentare nella relazione inviata ai presidenti del senato e della. camera, ricorda alcuni casi tipici del malo uso fatto dal governo, ossia dalla burocrazia delle facoltà straordinarie concesse dalla legge 13 agosto 1921. Pare che, pur essendo al coperto dalla riforma, ben duemila ferrovieri siano riusciti a farsi promuovere sulla base di quella legge medesima la quale voleva consolidare la spesa dell’erario. E che cosa vuol dire «promuovere», se non spendere di più? La burocrazia ha concepito l’idea della riforma sotto le spoglie dello «svecchiamento». Per gli impiegati «riformare» vuol dire «svecchiare». Brutta parola, di bruttissimo augurio per i contribuenti. Sarebbe interessante fare un censimento comparativo della età degli impiegati delle pubbliche e delle private aziende. Potrebbe darsi si scoprisse essere una leggenda che i pubblici impiegati siano tanto più vecchi degli impiegati privati. Se lo fossero, la cosa sarebbe del resto ragionevole. In una privata azienda, dove anche i capi debbono muoversi, correre, decidere rapidamente, la giovinezza è talvolta un requisito fisico necessario. Così è, per lo più, nell’esercito. Tuttavia, quante private amministrazioni hanno a capo vecchiardi vegeti ed operosi, e vanno bene finché essi ci sono e gli interessati si augurano di vederli vivere a lungo per la prosperità e la salvezza dell’impresa! Nelle pubbliche amministrazioni, dove i capi non hanno quasi mai da compiere un lavoro materiale; ma debbono sovratutto aver senno, giudizio, esperienza, conoscenza di precedenti, ora è di moda lo svecchiamento. Non mica perché un vecchio di 70 anni e qualche giorno non sia più capace di reggere una corte d’appello o una procura generale. No. Essi, il loro mestiere lo sanno ancora fare; e si sono visti uomini, che fino a ieri dirigevano corti d’assise, tra l’ammirazione stupefatta degli avvocati, dei giurati e degli stessi imputati, dovunque andare a riposo, perché un decreto-legge riduceva d’un tratto da 75 a 70 anni i limiti di età. No. Lo svecchiamento non è determinato dalla assodata incapacità della gente che si manda a casa, per lo più vigorosa di salute e matura d’intelletto; ma dalla voglia che hanno i subordinati di essere promossi.

 

 

Nella replica alla commissione parlamentare, il governo, accanto ad una lunga filza di progetti o propositi da attuare, ricorda quasi soltanto una riforma compiuta; e sarebbe appunto la «grande» riforma giudiziaria che, autolodandosi, qualifica di «complesso ed organico provvedimento». Quando non si sa quale aggettivo adoperare in lode di una malefatta, si dice che essa è «complessa» ed «organica». Sono aggettivi non compromettenti, perché privi di significato sostanziale; ed intanto lasciano intravvedere profondità misteriose pregne di avvenire. Il sugo del giochetto è, in definitiva, sempre uno solo: al posto di un impiegato solo, che di solito adempieva abbastanza bene il suo ufficio, adesso ne abbiamo due: quello vecchio, a cui si paga la pensione e quello nuovo che gode lo stipendio. Pensione e stipendio sono pagati su due bilanci diversi; ma in conclusione paga il contribuente. Con questo di peggio: che il vecchio impiegato di solito non aspirava a novità, ed aveva qualche vago ricordo dei tempi in cui le lire sembravano qualche cosa e si aveva un certo ritegno nello spenderle; mentre il nuovo, essendo giovane ed ambizioso, vorrà far primeggiare la sua direzione o divisione e si arrabatterà tanto da finir di ottenere una dotazione maggiore di impiegati e di spesa.

 

 

Così finiscono, fatalmente, le riforme della burocrazia iniziate da partiti e da uomini politici, discordi forse nella lotta per il potere, ma concordi nella statolatria. Per fare od iniziare, od anche solo tentare una riforma della burocrazia, bisogna avere una fede, credere fermamente nei danni dell’esagerazione nei compiti dello stato. Chi è profondamente convinto che lo stato abbia fatto male ad improvvisarsi ferroviere, telefonista, approvvigionatore, tutore universale di tutto e di tutti, potrà osare di ridurre servizi e di licenziare impiegati inutili. Ma i partiti politici italiani,eccetto una sparutissima minoranza a destra, hanno la fede opposta: credono nello stato, e non solo nello stato inteso a raggiungere i fini suoi proprii, ché in questa fede i liberisti, per i primi, sono fervidissimi credenti; essi credono nello stato proprio quando ficca il naso nelle faccende non sue, protegge, aiuta, imbroglia e disturba gli altri. Ogni giorno gridano allo stato affinché intraprenda un’altra novità perniciosa. Poi, siccome necessariamente la spesa aumenta ed il pubblico strilla contro le imposte, altrettanto fatalmente crescenti, votano una legge per la riforma della burocrazia. Per qual miracolo, da una legge posta sotto tali auspici, dovrebbe venir fuori qualcosa di diverso da un aumento nel numero degli impiegati?

 

 

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