Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

L’ufficio ed i problemi del lavoro

«Corriere della Sera», 7 febbraio 1907

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 484-487

 

 

Il direttore dell’ufficio del lavoro, prof. Giovanni Montemartini, è partito in guerra nella «Critica sociale» contro le soluzioni atomistiche, anarchiche, contradditorie, empiriche dei problemi del lavoro, spezzando una lancia a favore del coordinamento amministrativo di tutti i servizi relativi a quei problemi. Quelle poche persone che in Italia si dilettano di studi teorici di economia politica, sapevano da un pezzo dell’odio giurato dal Montemartini contro lo studio atomico o frammentario dei problemi economici; ma erano beghe di famiglia tra economisti – ahi! quanto simili ai letterati nella mania di discutere sulle parole! – che non interessavano nessuno. Oggi invece la faccenda cambia aspetto poiché non è più l’economista, il quale critica coloro che osano fare una teoria del salario separatamente da quella dell’interesse, ma è il direttore dell’ufficio del lavoro che acerbamente si lagna del metodo frammentario con cui in Italia si discutono e si risolvono i problemi del lavoro.

 

 

Ecco, in sostanza, il punto in discussione. Trattisi, ad esempio, di provvedere alla disoccupazione agricola imperversante in una zona d’Italia, e siasi progettato di compiere altrove certi lavori pubblici per bonifiche e strade allo scopo di impiegare quei disoccupati. Sui progetti oggi si deve sentire il parere di parecchi consigli e commissioni: consiglio superiore del lavoro, consiglio dei lavori pubblici, consiglio d’agricoltura, magari consiglio superiore di sanità. La pratica dovrà essere istruita da parecchi uffici, forse dipendenti da diversi ministeri, perché il problema è di competenza di amministrazioni differenti. Ciò dà ai nervi al direttore dell’ufficio del lavoro, il quale scrive:

 

 

Una pratica qualunque deve fare la trafila e passare per questi diversi organismi, che talvolta si riuniscono a diversi intervalli e che non si trovano mai in coincidenza d’orario. Qualunque pratica che abbia qualche attinenza a diversi servizi – e non è difficile il caso, perché tutti i problemi del lavoro sono interdipendenti – deve trascinarsi per un tempo indefinito a traverso ai diversi uffici competenti, alle diverse commissioni o consigli superiori non meno competenti; creandosi così un sistema in sommo grado ostruzionistico. Ma il peggio è che l’indirizzo unico, sicuro, che deriva dallo studio complessivo di tutta la vita complessa dei lavoratori, e che deve rifrangersi nella risoluzione dei singoli problemi, viene ad essere reso inattuabile col sistema della divisione anarchica dei servizi. Avremo sempre delle decisioni contradditorie e cozzanti fra loro, fra problemi della stessa specie, solo perché vengono trattati da organismi diversi.

 

 

Istituiamo perciò il nuovo grande ministero del lavoro, sopprimiamo per tutte le questioni attinenti da vicino e da lontano i lavoratori, il parere di qualunque consiglio diverso da quello del lavoro, ed incarichiamo il direttore di vegliare alla tutela della concezione unitaria dei problemi del lavoro, per preservarli dalla lebbra di una trattazione anarchica.

 

 

Noi dubitiamo molto che l’istituzione di un grande ministero del lavoro – che ha altri argomenti a proprio favore – debba essere difeso dal punto di vista della soppressione d’ogni controllo sui problemi del lavoro da parte di ogni altro ufficio, consiglio o corpo. Nessuno nega che l’amministrazione abbia escogitato metodi sottilissimi per opporre una barriera ostruzionistica contro l’attuazione di qualunque progetto nuovo; ma chi ci garantisce che nel nuovo ministero del lavoro l’ostruzionismo non abbia a rinascere? Il nuovo ministero, se sarà davvero completo e grande, dovrà per forza dividersi in parecchie direzioni generali, divisioni ed ispettorati; il consiglio del lavoro, impotente a tener testa alla fiumana crescente di pratiche, dovrà frazionarsi in sezioni, nominare sotto-comitati e sotto-commissioni; e le pratiche continueranno a trascinarsi fra consigli, comitati e uffici, precisamente come ora. Per togliere lo sconcio dei ritardi bisognerebbe mutare l’indole della burocrazia, e per impedire l’orrore delle soluzioni contradditorie date allo stesso problema dai futuri uffici del ministero del lavoro, bisognerebbe supporre che a capo di tutti stesse in perpetuo il prof. Montemartini, colla lancia in resta contro le soluzioni atomistiche ed anarchiche. Siccome né l’una né l’altra di queste due cose è possibile, così dovremo rassegnarci, anche in futuro ed anche col presidio del ministero del lavoro, a questi che sono gli inconvenienti quotidiani di tutte le pubbliche amministrazioni.

 

 

Il problema è tutt’altro e precisamente il seguente: conviene che sui problemi del lavoro abbia a dare il suo avviso soltanto il consiglio e di essi abbia ad occuparsi unicamente l’ufficio del lavoro! Da parecchi segni si vede che questa è non solo l’opinione del direttore dell’ufficio, ma anche la tendenza del consiglio superiore del lavoro. Da quando questo è stato istituito, nessuno sente più parlare del consiglio dell’industria, del consiglio della previdenza, che pure esistevano e funzionavano egregiamente presso il ministero d’agricoltura. Col pretesto che la previdenza giova agli operai, un membro del consiglio del lavoro è riuscito a far discutere sul serio da questo corpo la ridicola proposta di istituire un nuovo genere di insegnanti, i professori ambulanti di previdenza, che a spese dello stato dovranno ogni giorno ripetere alle turbe qualche imparaticcio sulla utilità indiscutibile della previdenza. Col pretesto che gli operai disoccupati potrebbero trovare da occuparsi sulle terre incolte, l’ufficio del lavoro è riuscito a persuadere l’on. Pantano a presentare uno strampalato disegno di legge sulla colonizzazione interna, perfettamente contradditorio a un altro ragionevole disegno che, dietro gli studi degli uffici competenti, lo stesso ministro presentava contemporaneamente per utilizzare le medesime terre sedicenti incolte. È una vera elefantiasi da cui sono afflitti il consiglio e l’ufficio del lavoro. Accortisi che il lavoro è un coefficiente importante di molti problemi, non solo vorrebbero dire su quei problemi il loro parere, cosa ragionevolissima, ma vorrebbero impedire che gli altri dicessero il proprio. Certo il problema dei disoccupati è di competenza dell’ufficio del lavoro; ma se per impiegare i disoccupati è d’uopo compiere opere pubbliche, non sarà competente il ministero dei lavori pubblici a dare il proprio parere sulle modalità tecniche e sulla convenienza economica di quei lavori? O che i giuristi e gli economisti della nuova burocrazia del lavoro hanno il monopolio delle nozioni riflettenti problemi in gran parte tecnici, industriali ed agricoli?

 

 

Oggi l’ufficio del lavoro ha cominciato a mettere innanzi l’idea del collocamento interregionale degli operai. È un’idea discutibile nelle modalità; ma che può essere studiata con qualche frutto. Chi ci garantisce però che domani il prof. Montemartini, trovandosi di fronte ad operai italiani che non vogliono cercare collocamento all’interno o non possono trovarlo ai salari ritenuti normali dalle leghe o dagli uffici di collocamento, non sia indotto a reputare di sua competenza anche il collocamento degli operai all’estero, per sfollare il mercato interno? È così breve il passo da una cosa all’altra! Noi assisteremo allora ad una lotta eroicomica fra il commissariato dell’emigrazione e l’ufficio del lavoro, voglioso di accaparrare tutto per sé e specialmente di mettere le mani sul grosso fondo della tassa degli emigranti. O non sono forse gli operai che a frusto a frusto finiscono per pagare questa tassa; e chi meglio dell’ufficio del lavoro potrebbe averne amorevole cura?

 

 

Frattanto il contrasto fra i diversi uffici e consigli ha salvato finora l’Italia da un pericolo: che a tutti i problemi del lavoro si desse la medesima soluzione. A ragione od a torto il prof. Montemartini è ritenuto assai amico dei socialisti, sicché spesso i progetti elaborati dal suo ufficio – veggasi quello sulla colonizzazione interna – parvero impeciati oltre misura di collettivismo avveniristico; e tal’altra volta il suo intervento personale – veggasi lo sciopero della gente di mare – fu veduto con sospetto da una delle parti in lotta. Per fortuna l’esistenza di altri corpi consultivi e di altri uffici salvarono il paese da sperimenti pericolosi. Se è vero che la contraddizione e la anarchia negli organi amministrativi è pessima, è anche vero però che soltanto la discussione ampia fra tutti gli interessi contrastanti riesce ad eliminare i progetti stravaganti e dannosi. Compiendo quest’opera di ostruzionismo contro una legislazione affrettata, i molteplici consigli ed uffici che deliziano il nostro paese, dimostrano qualche volta di non essere del tutto inutili al paese.

 

 

Torna su