L’ultima inflazione

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 27/10/1925

L’ultima inflazione

«Corriere della Sera», 27 ottobre 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 522-526

 

 

 

La situazione monetaria francese può essere riassunta nelle seguenti cifre, estratte, come al solito, dall’ottimo «Bulletin mensuel de statistique» della Società delle nazioni. Per dar tempo ai fenomeni economici di manifestarsi, ho messo in relazione la cifra della circolazione esistente alle date sottosegnate con i cambi ed i prezzi correnti negli anni (1920, 1921, 1922 e 1923) o semestre (1924) o mese (1925) rispettivamente susseguenti.

 

 

Quantità totale di biglietti circolanti (miliardi di franchi) Valore del franco-carta in franchi-oro Potenza d’acquisto del franco-carta in merci Potenza d’acquisto della quantità totale di biglietti circolanti (miliardi di franchi)
31 dicembre 1913

5,7

1,00

1,00

5,7

31 dicembre 1920

37,9

0,39

0,25

9,5

31 dicembre 1921

36,5

0,42

0,26

9,5

31 dicembre 1922

36,4

0,31

0,21

7,6

31 dicembre 1923

39,1

0,27

0,18

7,0

31 dicembre 1924

40,9

0,26

0,16

6,5

30 giugno 1925

43,8

0,24

0,15

6,6

30 settembre 1925

46,3

0,21

0,15

6,9

 

 

La tabella dimostra anche per la Francia la vanità degli incrementi di circolazione. Se fosse stato possibile tener conto, per la data del 31 dicembre 1913, dell’oro effettivamente corrente nel paese e che oggi è del tutto scomparso, si vedrebbe che, contro una massa circolante di 5,7 + x miliardi di franchi (dove x è uguale all’oro circolante nel 1913 in aggiunta ai biglietti), oggi abbiamo in apparenza 46,3 miliardi di franchi carta circolanti, ma questi equivalgono, come potenza d’acquisto, appena a 6,9 miliardi degli antichi franchi del 1913, cifra con tutta probabilità inferiore a quella di 5,7 + x circolante nel 1913.

 

 

Oramai è inutile in Francia emettere altra carta. Quanto più carta nuova si emette, tanto più deprezza l’antica preesistente, i prezzi e i cambi salgono e la vera potenza d’acquisto della carta totale esistente rimane invariata. Taluni fatti recenti e la impressionabilità estrema del mercato del franco dimostrano esservi anzi gran pericolo che una nuova inflazione voglia dire minore capacità d’acquisto della totale massa circolante di carta. Se si arriva a questo punto; se, ad esempio, aumentando la circolazione a 50 o a 55 miliardi di franchi, il prezzo del franco diminuisse per modo che la potenza d’acquisto della carta circolante discendesse a 6 e poi a 5 miliardi di franchi ante bellici, brutti giorni si preparerebbero per la Francia. Quando si attribuisce a Caillaux il proposito di emettere nuova carta moneta, bisogna pensare che egli non vegga altra via per far fronte alle immediate scadenze di tesoreria. Sembra che effettivamente la situazione di tesoreria sia gravissima: 4 o 5 miliardi di buoni della difesa nazionale da rimborsare in dicembre; altri 4 o 5 miliardi di buoni da emettere per fronteggiare il disavanzo dell’esercizio corrente. Il Caillaux aveva sperato di salvarsi col prestito in oro al 4 per cento. E, se i francesi avessero avuto i nervi a posto, la speranza poteva forse avverarsi, essendo indubitato che un 4% pagabile in moneta stabile vale di più dell’8 o del 10 o del 20% in una moneta deprezzante, come il franco. Ma è chiaro che il francese medio risparmiatore non ha fiducia nei reggitori della sua finanza; e supera il disagio e l’incognita di esportare i proprii risparmi all’estero dove in oro è agevole lucrare interessi del 6, del 7 e anche dell’8 per cento. Mancati i soliti freni psicologici all’emigrazione dei capitali, il prestito oro interno fu un insuccesso; ed è dubbio oggi se basterebbe aumentare al 6% il saggio d’interesse dei buoni-oro.

 

 

La carta che si afferma voglia giocare il Caillaux è oggi terribilmente difficile: vista la impossibilità di emettere un prestito lungo e di trovare prenditori per buoni brevi in quantità sufficienti, emettere altri 10 miliardi di biglietti, provvedere così alle esigenze di tesoreria, lasciare svalutare i biglietti in proporzione alle emissioni fatte e pareggiare il bilancio sulla base del nuovo equilibrio dei prezzi.

 

 

Se oggi i francesi si rifiutano di pagare i 36 miliardi di franchi necessari al bilancio, tappiamo, si dice, con nuova carta la falla esistente e lasciamo crescere i prezzi. Con i prezzi cresceranno pure i redditi nominali carta. A redditi cresciuti, i francesi potranno agevolmente pagare 40 miliardi di imposte in franchi più piccoli; e con questi si fronteggeranno le spese, sia pure cresciute da 36 a 40 miliardi.

 

 

Due critiche si possono fare al piano: che esso è ingiusto e che probabilmente non è destinato a riuscire.

 

 

È ingiusto, perché in sostanza esso si riduce a pagare le spese dello stato od almeno quelle che sono stipulate in una cifra fissa di franchi-carta in franchi ancor più piccoli degli attuali. Trattasi di ridurre sostanzialmente gli interessi del debito pubblico interno, per far posto ad altre spese, fra cui ai 40 milioni di dollari-oro, temporaneamente pagabili agli Stati uniti ed ai 12,5 milioni di lire sterline-oro dovuti all’Inghilterra. È equo, è giusto che per pagare le annualità ai creditori esteri lo stato francese sia costretto a pagare in moneta di fallimento i creditori interni? Per salvare il credito all’estero, ossia per salvare una possibilità incerta ed aleatoria, lo stato francese non rischia di perdere il credito all’interno, bene di gran lunga più prezioso? Nei momenti difficili, la Francia fu sempre salva dagli scudi accumulati nei bas de laine del contadino francese. Se questi si scoraggia, dove troverà aiuto il tesoro? Ricorrerà agli americani, i quali per somma bontà e a denti stretti hanno consentito all’aggiustamento provvisorio dei 40 milioni e, non contenti, minacciano di chiudere il loro mercato ai prestiti francesi?

 

 

Il piano è dunque probabilmente destinato a non riuscire. Nulla può predirsi con certezza, essendo sempre possibile una soluzione inaspettata; ma in Germania vedemmo piani consimili naufragare ripetutamente. Ad ogni tratto, nel 1922 e nel 1923, si diceva che quella era l’ultima emissione di marchi; che si trattava solo di salvare il tesoro; che, passato il pericolo, al nuovo livello di prezzi e di redditi, il bilancio si sarebbe equilibrato e la moneta si sarebbe stabilizzata. Ed ogni volta, la speranza crollava. Il punto di equilibrio non si raggiunse mai, finché, ridotto il marco carta a valore zero, non si ritornò, in previsione e in conseguenza del piano Dawes, ad un sistema di moneta, in cui le emissioni sono rigidamente controllate ed assolutamente sottratte ad ogni ingerenza ed ordine del governo tedesco. Il tesoro tedesco potrebbe oggi trovarsi nelle più orribili distrette; ma la banca di emissione non potrebbe anticipargli neppure un marco. La separazione – costrittiva nel caso della Germania, volontaria per gli altri paesi – della banca d’emissione dal tesoro; la rinuncia a farsi anticipare biglietti non e` condizione sufficiente per salvare la finanza. È però condizione necessaria. Per avere soddisfatto a questa condizione necessaria, l’Italia si trova oggi in una situazione finanziaria assai migliore della Francia.

 

 

La speranza di salvarsi con un’«ultima» inflazione sembra sia vana, perché, quando si è ridotti a puntare su quella speranza, agiscono già altri fattori psicologici demolitori. La moneta si deprezza più velocemente di quanto proceda l’inflazione. Diventa più diffusa la tendenza a sbarazzarsi della carta appena ricevutala. Viceversa le imposte rientrano con ritardo e con difficoltà. Ognuno pensa che, ritardando d’un mese, di una settimana, di un giorno a pagare le imposte, potrà pagarle con una moneta più deprezzata. Qualunque sia la rapidità con cui governi e parlamenti fabbricano leggi di imposte, queste si applicano e si pagano in parte secondo leggi e principii prestabiliti un anno, un mese, una settimana prima. Ci vuole un certo tempo affinché una legge d’imposta passi dallo stato di progetto a quello di ricevuta rilasciata dall’esattore al contribuente. Basta questo ritardo perché, in tempi di inflazione, il gettito delle imposte più meravigliose diventi assolutamente ridicolo. In Germania si decretarono imposte strabilianti sul capitale, sul reddito, sulle eredità, su tutto. Chi leggeva quei testi legislativi poteva a giusta ragione immaginare che in breve il tesoro finisse per impadronirsi dell’intiera fortuna privata. Non ne fu nulla. In poco tempo, la spesa di esazione superava il gettito delle imposte più terrificanti. Caillaux, che sa tutto ciò, è contrario all’imposta sul capitale voluta dai socialisti, perché sa che mai beffa più comica fu giocata in Germania; e sa che tuttavia la beffa riuscirebbe tragica in Francia in un momento in cui importa non interrorire ma incoraggiare i risparmiatori.

 

 

Non v’è dunque soluzione alla crisi del bilancio francese? Non spetta a noi dar consigli ad un paese che possiede magnifiche risorse. Ove si riesca a inspirare fiducia al risparmiatore e ad applicare severamente la legge rispetto ai contribuenti, non dovrebbe essere impossibile equilibrare un bilancio che, fatta ragione della diversa ricchezza dei due paesi, non è più vistoso del nostro. Marocco e debiti interalleati a parte, il bilancio francese non sembra presentarsi sotto sembianze diverse da quelle di altri bilanci equilibrati. Ad ogni modo, quella dell’«ultima» inflazione non è una soluzione.

 

 

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