Profitti di guerra, imposte e prezzi delle forniture

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 02/10/1917

Profitti di guerra, imposte e prezzi delle forniture

«Corriere della Sera», 2 ottobre 1917

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1961, pp. 574-578

 

 

Se debbo giudicare dalla frequenza delle lettere che giungono a me ed alla direzione del «Corriere», continua ad essere grande e sfavorevole l’impressione che sull’opinione pubblica esercitano i molti casi di rapido arricchimento dovuto alla guerra: imprese in crisi profonde tratte a salvamento; altre mediocri tratte ad insperata fortuna; quelle grandi divenute strapotenti; molti dal nulla riusciti a grandi ricchezze. Questo spettacolo dei subiti guadagni e del lusso sfrenato di non pochi nuovi arricchiti irrita e nuoce alla resistenza morale del paese.

 

 

Non mi intrattengo, per ora, dei mezzi atti ad impedire lo spreco sfrontato ed insultante dei nuovi arricchiti. È questo il lato forse più importante del problema; poiché lo spreco in tempo di guerra è di gran lunga più dannoso al paese dei guadagni ottenuti e messi a frutto. Ma è un problema di cui altre volte mi sono già occupato e che oggi mi trarrebbe troppo per le lunghe.

 

 

Quanto ai guadagni, il problema sta tutto nel metodo migliore da scegliere per raggiungere il fine. Per lo più le lettere ricevute invocano l’inasprimento delle imposte a tal segno da lasciare agli industriali solo un ragionevole profitto. Non pochi aggiungono a quello degli industriali il voto della tassazione anche degli agricoltori e degli speculatori in genere; e le lettere le quali provengono dal ceto degli impiegati, contengono non di rado, in aggiunta all’idea della tassazione dei profitti industriali, la proposta di colpire altresì i salari cresciuti delle maestranze operaie, i quali oggi sfuggono alle imposte sui redditi.

 

 

Ho già avuto ripetutamente occasione di manifestare il convincimento che in Italia non occorre nessuna nuova imposta destinata a colpire i salari degli operai. Tanto la tassazione come l’esenzione dei salari, come tali, è odiosa perché inspirata a criteri di persecuzione o di privilegio di classe. La giustizia tributaria richiede soltanto che i salari operai siano tassati alla stessa stregua di tutti gli altri redditi del medesimo ammontare e della medesima natura. È contrario ad ogni criterio di equità e di tecnica tributaria che l’inserviente od il custode od il bidello con 641 lire di reddito sia colpito dall’ imposta di ricchezza mobile; e sarebbe necessario, anche nell’ interesse della possibilità degli accertamenti, che il minimo esente fosse aumentato sino a 1.200 lire. Ma i redditi superiori a questa cifra dovrebbero essere colpiti tutti, sia che appartengano al bidello della scuola come all’operaio dell’industria. L’odierna esenzione di fatto degli operai, i quali guadagnano salari che per tutti gli altri contribuenti andrebbero soggetti ad imposta, è un vero odioso privilegio di classe e va fatto cessare. S’intende che, per essere tollerabile ed esigibile, l’imposta dovrebbe tener conto per tutti, e quindi anche per gli operai, delle condizioni di famiglia, di figliuolanza, delle necessità di assicurazioni contro le malattie, la vecchiaia, ecc.; dovrebbe essere mite dapprima e crescere col crescere del reddito familiare.

 

 

Credo che in questi principii concordino anche i capi più consapevoli delle classi operaie; i quali sanno che l’attuale sistema tributario è sperequato, appunto perché ferocissimo verso taluni contribuenti e dimentico di altri. Per renderlo perequato, altra via non c’è fuorché renderlo severissimo verso tutti negli accertamenti, largo nelle esenzioni verso tutti i redditi minimi (ad esempio fino a 1.200 lire), mite nella tassazione di tutti i redditi mediocri (ad esempio da 1.200 a 5.000 lire), normale per i redditi che ora si possono chiamare medi (ad esempio da 5.000 a 50.000 lire) e più grave per i redditi che in Italia si possono considerare alti (ad esempio superiori a 50.000 lire), non oltrepassando mai quel segno oltre di cui sarebbe ostacolata la produzione del reddito stesso.

 

 

Ho detto che la prima condizione di un buon sistema tributario è quella di essere severissimo negli accertamenti del reddito verso tutti i contribuenti. I partiti demagogici si distinguono dagli altri perché a grandi grida vociferano a favore di un’alta e rapidamente progressiva imposta sul reddito; ma poiché non si curano dei mezzi di accertamento del reddito, quell’imposta, dopo aver servito a procacciar voti nelle elezioni politiche, rimane lettera morta, con grande giubilo dei grossi redditieri, per lo più assai amici dei demagoghi radicalissimi in fatto di tributi. I grossi redditieri, specie speculativi, sanno che le imposte ferocissime nell’apparenza sono ad essi benigne, perché non si esigono sul serio e lasciano sfuggire i furbi di tra le loro larghe maglie. Se v’è canone sicuro nella finanza, questo è: che per poter essere severi negli accertamenti, per poter conoscere, e così colpire con esattezza i redditi, fa d’uopo che il saggio od aliquota percentuale dell’imposta non sia esorbitante. Si esigevano quasi alla perfezione le imposte inglesi e prussiane sul reddito, perché l’aliquota era modesta, non salendo oltre il 5-10 % anche per redditi da 100.000 lire e più all’anno. Si esigeva malamente l’italiana imposta sui redditi di ricchezza mobile, perché esorbitava dal 7,50 al 20%. L’aliquota alta mette in fuga i contribuenti, li spinge a nascondere il reddito, a lottare con ogni mezzo pur di non vederselo dimezzato.

 

 

In tempo di guerra si possono e si sono con successo oltrepassate le aliquote ordinarie, perché i contribuenti meglio riflettono al dovere di pagare e perché in tempi di prezzi crescenti gli aggravi tributari non paiono duri. Ma, anche in tempo di guerra, vi sono limiti che la tecnica tributaria consiglia di non oltrepassare. Si pigli il caso dei sovraprofitti di guerra. Non so se la maggior parte di coloro, i quali nelle loro lettere invocano la tassazione dei profitti di guerra, abbia riflettuto che in Italia, oggi i veri sovraprofitti, quelli che contano, pagano già, tra imposta di ricchezza mobile, imposta sui sovraprofitti e doppio centesimo di guerra, il 66,50% del loro ammontare. Non so che impressione faccia al medio contribuente una imposta del 66,50% del reddito. Ammetto che si possa chiedere un aumento al 75, all’80, anche al 90%, partendo dal concetto che agli industriali occorre lasciare solo quel tanto che basta per indurli a produrre. Ma, ancora una volta, fa d’uopo mettere in rilievo che il problema va posto diversamente. Non bisogna chiedere: è più giusta un’aliquota del 66,50% o dell’80%? Sono aliquote enormi tutte due; ed è assai difficile trovare il punto a cui sia giusto fermarsi. Il vero problema è un altro: rende di più al fisco un’imposta del 66,50 od una dell’ 80 o del 90%? Il problema non può essere risoluto se non da chi ha l’esperienza del mestiere di tassatore. Sono i funzionari delle imposte quelli i quali ci devono dire se sia più facile far rendere un’imposta al 66,50 od un’altra all’80%. Ho discorso con parecchi di essi; e la mia impressione è che, se l’imposta sui sovraprofitti renderà probabilmente 500 milioni per il periodo 1 agosto 1914-31 dicembre 1915 ed altrettanto per il 1916, la stessa imposta avrebbe reso probabilmente di più di queste cifre, le quali sono già decuple delle previsioni fatte in origine, se l’aliquota fosse stata più bassa. Bisogna persuadersi che il corpo dei funzionari delle imposte, sebbene vanti nel proprio seno uomini tutti integerrimi ed alcuni di gran valore, non è e non sarà mai composto di divinità onniveggenti, le quali conoscano a perfezione gli affari altrui. Essi debbono per forza contare sulla collaborazione dei contribuenti, collaborazione la quale è tanto più restia quanto più sono alte le pretese del fisco.

 

 

Credo piuttosto che non sia stato ancora abbastanza utilizzato un altro mezzo per ridurre i guadagni di quelli che lavorano per la guerra. Sta bene tassare i profitti dopo che si sono prodotti; ma non sarebbe ancor meglio non lasciare guadagnare tanto ai fornitori dello stato? Se ci sono fabbricanti, i quali guadagnano troppo, ciò vuol dire che il prezzo delle spolette, delle granate, delle mitragliatrici, degli aeroplani è stato fissato troppo alto in rapporto al costo di produzione. Vuol dire che si è pagato 10 l’oggetto che costava 5, lasciando lucrare 5 al fabbricante. Invece di aspettare a tassare i 5 di profitto quando già il fabbricante li ha incassati, quando già si è abituato a considerarli roba sua ed è disposto a difenderli con le unghie e coi denti contro il funzionario delle imposte, non sarebbe meglio che i ministeri delle munizioni, della guerra, della marina, che il comando supremo, che le varie autorità governative pagassero soltanto 6? Il fabbricante guadagnerebbe 1; e su questo 1 il fisco preleverebbe ancora la sua parte, riducendo i profitti al loro livello normale.

 

 

Il calcolo dei costi di produzione non è facilissimo; ma non è nemmeno tale che nulla possa farsi ad ammaestramento dei ministeri ordinatori. Leggo in un riassunto del rapporto del comitato dei conti consuntivi della Camera dei comuni inglese, relativo al 1915-16, recentemente pubblicato, il seguente brano:

 

 

L’anno scorso riferimmo intorno al metodo tenuto dal ministero delle munizioni per calcolare il costo di produzione degli oggetti acquistati. Durante l’anno in corso il sistema fu energicamente continuato ed ampliato, ottenendosi risultati soddisfacentissimi sotto due rispetti; ossia in primo luogo riducendo i prezzi ed in secondo luogo persuadendo i fabbricanti dell’importanza di fare minute ricerche nei propri libri per accertare il vero costo di produzione degli oggetti prodotti. Queste ricerche produrranno probabilmente grandi ed importanti effetti a pro del perfezionamento avvenire dei metodi di produzione. Le indagini del governo, che in principio erano poco ben vedute, sono adesso accolte con gran favore, perché i fabbricanti si sono persuasi di aver avuto la spinta a fare economie dagli studi esatti compiuti su tutti i loro contratti. Il comitato venne a conoscenza di casi in cui si ottennero economie per milioni di sterline, riducendosi i costi persino del 40 e del 50%. Quanto all’erario, per le sole granate e la cordite, i prezzi del 1916 ribassarono di 1.734.000 lire sterline (43.735.480 lire italiane). il risparmio totale nel costo delle munizioni nel 1917, calcolato sulla produzione dell’anno precedente è stimato a 43 milioni di lire sterline (1.084.460.000 lire italiane); e ciò nonostante l’aumento nei salari.

 

 

Senza alcun dubbio i ministeri italiani fanno i maggiori sforzi possibili per ridurre i prezzi delle forniture; ma ogni ulteriore sforzo e l’attenzione più diligente e seguitata al riguardo saranno sempre utilissime e doverose. Vi dovrebbe essere anzi una stretta collaborazione fra autorità militari e funzionari delle imposte. Le prime dovrebbero comunicare ai secondi i risultati dei loro calcoli di costi e di prezzi, evitando di comprendere tra i costi le imposte che i fabbricanti dovranno poi pagare – le imposte non sono invero parte del costo ma dell’eventuale profitto da tassarsi -; i secondi dovrebbero partire dai dati di costo e prezzo per tal modo ottenuto per calcolare i profitti a tassarsi. Così, colla collaborazione di entrambi gli organi pubblici, di chi paga e di chi tassa, sarebbe impossibile alle industrie di guerra ottenere profitti veramente eccezionali.

 

 

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