Recensioni pubblicate dal novembre 1926 all’aprile 1935 nella rivista «La Riforma Sociale»
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 01/01/1937

Recensioni pubblicate dal novembre 1926 all’aprile 1935 nella rivista «La Riforma Sociale»

Torino, Arti grafiche ditta fratelli Pozzo, 1937

 

 

 

1

 

John Maynard Keynes: The end of laissez-faire. (The Hogarth Press, 52 Tavistock Square, London, 1926, un vol. in-16°, pag. 54. Prezzo 2 scellini).

 

 

La massima laissez-nous faire attribuita dalla tradizione al mercante Legendre in risposta ad un’interrogazione di Colbert, si trova scritta per la prima volta nel Journal Oeconomique del Marchese d’Argenson verso il 1751: «Pour gouverner mieux, il faudrait gouverner moins… La vraie cause de leur [de nos fabriques] declin, c’est la protection outrée qu’on leur accorde… Laissez-faire, telle devrait être la devise de toute puissance publique, depuis que le monde est civilisé… Laissez-faire, morbleu! Laissez – faire!!”. Dopo d’Argenson la frase divenne corrente nelle discussioni economiche; ma stentò assai a trovare accoglienza nella letteratura economica. La tradizione, la quale la collega con i fisiocrati e principalmente con Gournay e Quesnay, non trova molto conforto nei loro volumi. La frase laissez-faire non si legge negli scritti di Adamo Smith, di Ricardo o di Malthus; e neppure l’idea contenuta nella frase non si trova esposta in forma dommatica da questi autori.

 

 

La frase fu per la prima volta resa popolare in Inghilterra da un noto brano di Franklin; e solo nelle ultime opere di Bentham, «il quale non era affatto un economista», la si vede utilizzata agli scopi della filosofia utilitaria. Dopo d’allora, se ne fa uso negli scritti di propaganda della cosidetta scuola di Manchester e degli utilitari Benthamisti, nei romanzetti educativi di Miss Martineau e della signora Marcet, nelle lezioni catechistiche dell’arcivescovo Whately e nel credo religioso, intitolato Harmonies Économiques, di Federico Bastiat.

 

 

Gli economisti, a partire da Giovanni Stuart Mill, furono tutti risolutamente contrari alle idee implicite nella frase laissez-faire. «Quasi nessun reputato economista inglese», osserva il professore Cannan, «si sente di partecipare ad un attacco frontale contro il socialismo in genere», sebbene, come egli subito aggiunge, «quasi tutti gli economisti sono sempre pronti a scoprire le falle esistenti nella maggior parte delle proposte socialistiche». Cairnes, nella lezione introduttiva sulla Economia politica e il Laissez-faire, tenuta all’University College di Londra, nel 1870, fu forse il primo economista ortodosso il quale abbia sferrato un attacco frontale contro il laissez-faire in genere: «La massima del laissez-faire non ha alcuna base scientifica, ma è al più una comoda regola di condotta». Questa è stata, da cinquant’anni, l’opinione di tutti i maggiori economisti. Una delle più notevoli fatiche di Alfredo Marshall – per citare un solo esempio – ebbe ad oggetto la dilucidazione dei principali casi in cui l’interesse privato e l’interesse sociale non sono in armonia.

 

 

Keynes ricorda, colle parole di Burke, che «uno dei più delicati problemi della legislazione è di fissare ciò che lo stato deve incaricarsi di dirigere a norma della sapienza pubblica e ciò che dovrebbe lasciare, col minimo di intervento, all’iniziativa individuale». La distinzione benthamiana fra agenda e non agenda, per lo Stato, deve essere uno dei principali compiti degli economisti. Gli economisti hanno sempre insistito – e il Keynes di nuovo insiste, riproducendo le loro idee – che le più importanti agenda per lo Stato si riferiscono non a quelle attività che sono già proprie degli individui, ma a quelle funzioni che cadono fuori della sfera dell’individuo, a quelle decisioni che non sono prese da nessuno, se lo Stato non le prende. L’importante per il governo non è di fare cose che gli individui già fanno e farle un po’ meglio o un po’ peggio; ma di fare quelle cose che oggi sono del tutto trascurate dagli individui.

 

 

Alla vecchia esemplificazione di questa regola, che si legge tradizionalmente nei trattati, il Keynes aggiunge qualche caso moderno:

 

 

– Necessità di un controllo ragionato della circolazione e del credito da parte di un istituto centrale, allo scopo di diminuire i danni economici del rischio, dell’incertezza e dell’ignoranza e principalmente le crisi industriali e la disoccupazione;

 

 

– Diffusione, allo stesso scopo, di dati statistici relativi alla situazione economica. La diffusione, occorrendo, dovrà farsi per legge e importerà qualche intervento di “ficcanaso” pubblici negli affari privati;

 

 

– Determinazione, in parte pubblica, del quantum deve essere risparmiato in un Paese e dal Paese più convenientemente essere esportato all’estero;

 

 

– Intervento pubblico nella determinazione della quantità e della qualità della popolazione.

 

 

È anche dottrina pacifica tra gli economisti che non sempre lo Stato sia l’organo più adatto per gerire quelle faccende che pure non possono essere abbandonate del tutto all’iniziativa privata. Molto si è discusso in proposito; ed il Keynes ricorda come sia risultata da tali discussioni la convenienza di affidare taluni compiti pubblici ad Enti autonomi o semi-autonomi, come le Università, gli Istituti di emissione, i Consorzi del Porto (Port of London Authority), le Compagnie ferroviarie concessionarie, ecc., ecc. Contro la ordinaria dottrina socialistica, la quale è capace solo di parlare di nazionalizzazione e di municipalizzazione, l’A. riafferma l’antica simpatia degli economisti per gli Enti e le Corporazioni semi-autonome. Il socialismo di Stato, che agisce attraverso ad organi del governo centrale, di cui i Ministri di Stato sono direttamente responsabili, merita critica, perché «non capisce il significato di ciò che sta realmente capitando»; perché «esso è, in fatto, poco meglio di una polverosa sopravvivenza di un piano escogitato per risolvere problemi di cinquant’anni fa, e fondato su una sbagliata interpretazione di ciò che taluno disse cento anni fa. Il socialismo di Stato del secolo decimonono derivò da Bentham, dal concetto di libera concorrenza, ecc., ed è una traduzione, per taluni rispetti, più chiara e per altri più pasticciata della stessa filosofia che inspirava l’individualismo del secolo decimonono».

 

 

Ho voluto citare testualmente questo pungente brano per chiarire le ragioni del successo grandissimo ottenuto dal libriccino del Keynes. Taluno lo considerò quasi come il manifesto di un nuovo periodo nella storia della scienza economica o dell’atteggiamento della scienza economica rispetto al problema delle funzioni dello Stato. Sembrerebbe che fino alla comparsa del manifesto Keynes la dottrina economica fosse dominata dal principio del lasciar fare e del lasciar passare; colosso, dai piedi di creta, il quale resisteva unicamente per virtù di tradizione e sarebbe caduto fragorosamente solo ora sotto l’assalto frontale condotto dal Keynes.

 

 

L’esposizione fatta sopra, quasi con le medesime parole del K., dimostra che l’A. sapeva benissimo che questa esaltazione dell’importanza storica del suo libro è una pura fantasia di qualche frettoloso recensionista. Il principio del laissez-faire non ha mai formato parte del bagaglio scientifico dei grandi economisti classici, ed è stato oggetto di critica diuturna dei maggiori economisti succedutisi da Stuart Mill in qua. L’opera, oramai secolare, della scienza economica è sempre stata rivolta a discutere, classificare e sistematizzare la teoria dei casi di intervento o non intervento dello Stato nella gestione delle faccende economiche. Il contributo del Keynes a quest’opera secolare si limita all’insistenza su taluni “casi” di intervento, i quali hanno acquistato importanza negli anni più recenti. Anche questi “casi” non sono stati scoperti dall’A., essendo quasi tutti oggetto quotidiano di discussione nelle effemeridi tecniche-economiche. Forse l’unica osservazione nuova, od almeno esposta in modo più finemente caratteristica dall’A., è quella relativa alla crescente socializzazione dello “spirito”, con cui sono governate le grandi società anonime. Ciò che l’A. dice intorno alla noncuranza del governatore della Banca di Inghilterra per i propri azionisti è assai ben scritto, in modo penetrante. E potrebbe estendersi a tante altre grandi Società anonime, i cui dirigenti guardano agli azionisti quasi fossero una quantità trascurabile, dedicando assai maggiore attenzione alla clientela, allo Stato, agli impiegati, agli operai, all’ente in sé stesso. Su questo attraente aspetto della struttura economica contemporanea esiste certa letteratura; ma è tuttavia merito del K. di aver dato vivo risalto alla osservazione.

 

 

Il pregio vero dei libro del K. è nello stile brillante, nel metodo non di rado sorprendente della argomentazione; nella perizia accorta dell’esposizione storica; insomma nell’arte grande di scrittore, che lo pose già in prima fila e gli procurò tra il grande pubblico un successo quale nella presente generazione non ha pari tra gli economisti. Arte di scrittore che fa persino restio il lettore a prendere atto delle esplicite osservazioni, sopra riassunte, in cui l’autore dice: badate bene, che io non dico novità e riassumo e proseguo la tradizione classica, inducendolo invece nella ingenua persuasione di essersi trovato di fronte ad un novum che chiude un’epoca e ne prepara un’altra.

 

 

Si consenta ciononostante, ad un lettore diffidente, di esporre una critica. Perché l’A. dopo aver sfondato, utilmente e brillantemente, una porta secolarmente aperta ed aver di nuovo messo fuori combattimento la regola del laissez-faire come principio scientifico, non ha aggiunto qualche pagina di più per studiare l’attuale importanza di quella regola come norma pratica di condotta? I pochi casi che egli ricorda di intervento pubblico a regolare e guidare e limitare le libere iniziative private e gli altri che, variabili da epoca ad epoca, da Paese a Paese, potrebbero essere aggiunti alla sua enumerazione, scrollano la posizione eminente della regola pratica nel mondo economico? È variata, da Adamo Smith a Keynes la proporzione rispettiva dei casi di “agenda” e di quelli di “non agenda”? Intorno a ciò il Keynes nulla dice; sebbene forse, essendo pacifico da tempo immemorabile il punto di principio, questo fosse il solo problema veramente interessante da studiare. A tutta prima, i casi di “agenda”, ossia di intervento degli Enti pubblici, appaiono cresciuti di numero e di peso in confronto ai casi di “non agenda”. Ed appaiono altresì, ad una prima impressione, più vari i metodi di intervento degli Enti pubblici; la enumerazione fatta dall’A. delle differenti maniere di azione pubblica, attraverso ad Enti autonomi, Corporazioni o Società semi-pubbliche, essendo certamente impressionante. Ma siamo davvero sicuri che la prima impressione corrisponda alla realtà storica? Non corriamo il rischio di lasciarci soverchiamente impressionare dalla notizia ovvia dei metodi presenti, laddove meno ricordiamo o meno apprezziamo il numero, il peso e la varietà di forme dei metodi di intervento dei tempi andati? Siamo davvero sicuri che i casi di “agenda” accettati da Adamo Smith non fossero, per i tempi di Adamo Smith, più importanti o non meno importanti dei casi di “agenda” accettati o proposti da John Maynard Keynes per i tempi nostri? Ecco un tema affascinante di indagine per qualche economista curioso di storia. Pongo, senza risolverlo, il quesito. Ed il quesito potrebbe anche porsi in quest’altra maniera: è davvero diminuita l’importanza pratica della regola del laissez-faire per la condotta degli uomini? Che l’intervento dello stato sia divenuto numericamente più frequente può essere proposizione esatta; ma la verità di essa non prova la decadenza della regola del laissez-faire; potendo ben darsi che, contemporaneamente ad un estendersi dell’attività e dell’ingerenza pubblica in talune branche della vita economica, si siano ben più moltiplicate le nuove specie di attività in cui la vecchia regola pratica del laissez-faire conserva intatto il suo valore. Più che critiche, le osservazioni ora fatte vogliono soltanto essere l’augurio che l’A. trovi modo di scrivere altri parecchi libriccini che siano così istruttivi e piacevoli a leggersi ed eccitanti alla meditazione come quello che qui è stato recensito.

 

 

2

 

T. E. Gregory: The first year of the Gold Standard. (London, E. Benn, Ltd., Bouverie House, Fleet Street, 1926, un vol. in-16°, pag. 141. Prezzo 3 sc., 6 d. net).

 

 

Il problema del ritorno all’oro è comunemente trattato sotto la specie di una controversia tra i fautori della rivalutazione della moneta cartacea sino al punto dell’antica parità aurea o della stabilizzazione di essa ad una nuova parità aurea più o meno inferiore all’antica. Esempio del primo metodo sarebbe quello inglese, in cui la lira sterlina fu ricondotta alla vecchia parità aurea; del secondo quello recentissimo belga, in cui il franco fu stabilizzato ad un livello eguale all’incirca ad un settimo dell’antica parità. Lo scritto del Gregory vuole dimostrare che la classificazione ora enunciata dei metodi di ritorno all’oro non è la più importante e che anzi la sua importanza è quasi soltanto formale. La sostanziale classificazione è tra i sistemi coi quali la stabilizzazione si fa «al più alto valore della moneta stabilizzata» – at the higher value of the currency – e sistemi coi quali la stabilizzazione si fa «al più basso valore della moneta stabilizzata» – at the lower value of the currency.

 

 

Si ha la stabilizzazione «al più alto valore» quando la nuova parità è tale che, per essa, la potenza d’acquisto della moneta stabilizzata è più alta, al momento della stabilizzazione, all’estero che all’interno, ossia i prezzi esteri, espressi in moneta aurea, sono più bassi, alla nuova parità ed al momento della stabilizzazione, dei prezzi interni espressi nella moneta stabilizzata. Il che può accadere, sia che la nuova parità sia l’antica, sia che essa sia inferiore all’antica.

 

 

Si ha la stabilizzazione «al più basso valore» quando la nuova parità è tale che, per essa, la potenza d’acquisto della moneta stabilizzata è più bassa, al momento della stabilizzazione, all’estero che all’interno, ossia i prezzi esteri, espressi in moneta aurea, sono più alti, alla nuova parità ed al momento della stabilizzazione, dei prezzi interni, espressi nella moneta stabilizzata. Il che può accadere parimente sia che la nuova parità sia l’antica, sia che essa sia inferiore all’antica.

 

 

Si potrebbe aggiungere aversi stabilizzazione «al valore d’equilibrio» quando la nuova parità è tale che, per essa, la potenza d’acquisto della moneta stabilizzata è uguale, nel momento della stabilizzazione, all’interno ed all’estero, ossia i prezzi esteri, espressi in moneta aurea, sono, alla nuova parità e al momento della stabilizzazione, uguali ai prezzi interni espressi nella moneta stabilizzata. E di nuovo ciò potrebbe accadere, sia che la nuova parità sia l’antica, sia che essa sia inferiore all’antica.

 

 

Non saprei citare alcun esempio di stabilizzazione al valore d’equilibrio. Gregory cita la stabilizzazione svedese (1924) e quella britannica (1925) come esempio di stabilizzazione al più alto valore; le stabilizzazioni germanica, austriaca e ungherese (1922 e 1924) come esempi di stabilizzazione al più basso valore.

 

 

Quali le conseguenze dei tre diversi metodi di stabilizzazione?

 

 

Sia l’antica parità, tra moneta aurea e moneta stabilizzanda (ad es., dollaro e scudo, franco-oro e franco-carta, ecc., ecc.) da 1 ad 1. Sia il livello odierno dei prezzi 150 nel Paese estero a moneta aurea e 750 all’interno, nel paese a moneta stabilizzanda. I tre metodi potrebbero esporsi così:

 

 

A

B

C

Stabilizzazione al più alto valore

Stabilizzazione al valore d’equilibrio

Stabilizzazione al più basso valore

Nuova parità tra 1 unità moneta aurea e 1 unità moneta stabilizzanda

1/4 (0,25)

1/5 (0,20)

1/7 (0,1428)

Livello dei prezzi esteri

150

150

150

Livello dei prezzi interni, nominali

750

750

750

Livello dei prezzi interni ridotti in oro alla nuova pari dei cambi

187,50

150

107,15

 

 

Nel caso B la moneta stabilizzata ha la medesima potenza di acquisto, sia che si rivolga ad acquistar merci interne, sia che, convertita, alla nuova pari dei cambi, in moneta aurea, acquisti merci estere. Non esiste alcun motivo monetario, derivante cioè dalla scelta fatta della nuova parità, per mutare i prezzi all’interno od all’estero. Se il momento della stabilizzazione fu altresì bene scelto per ciò che si riferisce all’equilibrio del bilancio dello Stato, della situazione di tesoro e della bilancia dei pagamenti internazionali, si ha il massimo di probabilità che la stabilizzazione produca il minimo di crisi di assestamento. Non si potrà impedire la liquidazione delle imprese fondate sulla previsione di un’ulteriore svalutazione della moneta; ma è crisi di cui i vantaggi di gran lunga superano i danni.

 

 

Nel caso A i prezzi interni risultano più alti dei prezzi esterni. Ciò vuol dire che i prezzi interni, soggetti alla concorrenza delle merci estere a prezzi più bassi, dovranno ribassare. La circolazione dovrà ridursi; ed una crisi di “assestamento” deve immediatamente aver luogo, con la ovvia conseguenza di disoccupazione. È il caso dell’Inghilterra.

 

 

Nel caso C i prezzi interni risultando più bassi dei prezzi esteri, vi è una spinta immediata all’aumento dei prezzi interni. La circolazione aumenta; l’industria si espande; i disoccupati sono riassorbiti. Il paese traversa un periodo di prosperità; la quale dura sino a quando i prezzi interni siano giunti al livello dei prezzi esteri. Se, a questo punto, la Banca d’emissione resiste ad ulteriori aumenti di circolazione, si ha un momento d’arresto e può manifestarsi una crisi di stabilizzazione. È il caso della Germania e dell’Austria.

 

 

Laddove la crisi di “assestamento” nel caso A è immediata, la crisi di “stabilizzazione” nel caso C è più o meno differita.

 

 

L’andamento del fenomeno è identico, anche se la stabilizzazione si compie alla pari antica, invece che al disotto di essa, come si suppose nell’esempio ora addotto:

 

 

A

B

C

Stabilizzazione al più alto valore

Stabilizzazione al valore d’equilibrio

Stabilizzazione al più basso valore

Parità nuova uguale alla parità antica tra 1 unità moneta aurea e 1 unità moneta stabilizzanda

1

1

1

Livello dei prezzi esteri

150

150

150

Livello dei prezzi     interni, nominali

180

150

120

Livello dei prezzi interni ridotti in oro alla nuova pari dei cambi

180

150

120

 

 

Nel caso B può aversi il minimo di crisi di assestamento, specialmente se il rapporto tra i due livelli dei prezzi, interno ed esterno, dura da qualche tempo; nel caso A una crisi di assestamento è inevitabile; nel caso C, dopo un periodo intermedio di euphoria, si dovrà pronunciare una crisi di stabilizzazione.

 

 

Ho cercato di porre, a mio modo, per iscritto il succo dell’argomentazione centrale del Gregory. Non oserei dire che il lettore trovi la stessa esposizione fatta nella medesima maniera nel libro dell’A., perché da qualche tempo alcuni economisti inglesi amano entrare, senza preamboli, nella subiecta materia, facendo l’ipotesi che tutti i lettori siano provetti al par di loro, laddove può darsi che questi ultimi smarriscano fin dal bel principio. Cotal pregio o vizio, a seconda dei punti di vista, non ha il Gregory se non in minima parte; e, se è vizio, è di gran lunga compensato dalla ricchezza delle fini osservazioni, dalle elaborate statistiche addotte a riprova dei suoi ragionamenti e dalla luce gittata su taluni riposti aspetti delle vicende monetarie più recenti. Per quant’è all’Inghilterra, il libretto del Gregory è un assai utile contravveleno agli articoli scritti sulla Nation dal Keynes ed al celebre opuscolo The Economic Consequences of Mr. Churchill del medesimo autore. Tutto sommato, la scelta fatta dall’Inghilterra del tipo A, con la conseguente lunga e perdurante crisi di assestamento è giustificata dall’A., principalmente a causa del reddito invisibile di servizi finanziari derivanti dal ristabilito prestigio finanziario dell’Inghilterra. Nei Paesi nei quali non vi è prospettiva di cotali redditi invisibili, la bilancia può fortemente pendere a favore del tipo C e più del tipo B, indifferentemente alla e sotto la pari.

 

 

3

A. Loria: Davide Ricardo. (Vol. 82 della Raccolta «Profili». A. F. Formiggini, editore in Roma, 1926, un vol., in-12°, di pag. 52. Prezzo L. 5).

 

 

Davide Ricardo è indubbiamente il maggior genio della scienza economica, non inferiore ai Keplero, ai Copernico, ai Galileo, ai Newton ed agli altri nomi i quali grandeggiano nella storia universale della scienza. Le sue scoperte delle teorie dei costi comparati nel commercio internazionale e della circolazione internazionale dei metalli preziosi bastano per immortalare un uomo. Il profilo di Loria, magniloquente nello stile, costrutto con arte preziosa nelle sue diverse parti – vita interiore di meditazioni e scoperte scientifiche; vita esteriore di banchiere e uomo politico; fortuna in vita e dopo morte; avversari, epigoni e continuatori; posizione di lui nella storia della teoria – è di quel grande un degno profilo. Forse non dà un’idea bastevolmente precisa delle difficoltà che si incontrano nel leggere Ricardo. Banchiere di professione, venuto per caso all’economia politica, egli non ha mai voluto scrivere “professionalmente”. Non si è curato mai di porre chiaramente le premesse dei suoi ragionamenti; epperciò la canea dei mediocri ha avuto ed ha buon gioco nell’additare i casi in cui la teoria ricardiana non è applicabile o merita correzione; e taluno, capace di citare alla rinfusa Ricardo e Boccardo, lo accusa di letteratismo, di errore, o di assoluta incomprensione storica, laddove si tratta di incapacità di immaginare le premesse od i fattori implicitamente o volutamente trascurati da Ricardo, perché meno importanti di quelli che egli, quasi sempre a ragione, reputava centrali ai fini della sua indagine. Perciò gli scritti di Ricardo sono e rimarranno per lungo tempo il vero pons asinorum degli studiosi di economia politica. Di nessuno, come di lui, si può dire che la verità sostanziale dei suoi principi è chiara solo agli occhi di chi sappia ricostruire le premesse “tacite” su cui essi sono fondati. Il profilo di Loria dice bene quanto saporoso sia il frutto gustato da chi compie con animo reverente lo sforzo di meditazione necessario quando si pretende leggere Ricardo.

 

 

4

The facts of industry. – The case for pubblicity. (Un vol., in-8°, di pag. 62, Macmillan and Co., London 1926. Prezzo 1 scellino net).

 

 

Il volumetto è stato compilato ed approvato da un Comitato di studio di cui facevano parte uomini politici ed economisti come Lord Astor, il prof. Bowley, il sig. Layton, direttore dell’Economist, il sig. Harold G. Brown, il signor H. B. Usher, J. J. Mallon, Warden di Toynbee Hall; contabili, come Sir William Mac Lintock; industriali, come i signori W. L. Hichens, presidente della Società Cammel Laird and Co., Kennet Lee, presidente della Tootal, Broadhurst, Lee Company, B. Seehohm Rowntree, presidente della Rowntree and Co.; organizzatori operai, come i signori J. T. Brownlie, presidente della Amalgamated Engineering Union, F. Hodges, segretario delle Miners International Federation ed A. Pugh, segretario della Iron and Steel Trades Confederation.

 

 

Il Comitato mosse dal concetto essere impossibile formulare una saggia politica nelle faccende industriali ed economiche, se prima non si conoscono i fatti del problema in discussione. Qualunque siano le divergenze di opinione intorno alla definitiva organizzazione della società, sia che si ritengano necessari cambiamenti radicali, sia che il presente sistema economico sia reputato il migliore possibile, occorre prima una conoscenza adeguata dello stato di fatto. Prima di prescrivere i rimedi occorre conoscere i mali. Il Comitato è concorde nel ritenere che la conoscenza dello stato di fatto è in Inghilterra del tutto inadeguata.

 

 

Il Comitato studia: 1) Le relazioni tra capitale e lavoro e dopo una compiuta rassegna di tutte le fonti d’informazione attualmente disponibili in Inghilterra, espone uno schema di investigazione permanente atta a chiarire, periodicamente e per ogni industria, la quantità di produzione, il costo delle materie prime, il costo del lavoro, le spese generali, il saldo di bilancio, il numero dei lavoratori. L’investigazione dovrebbe essere condotta direttamente dal Board of Trade ovvero da questo delegata ad associazioni tecniche competenti. 2) Le fluttuazioni industriali. Problema il quale ha formato oggetto di studio principalmente negli Stati Uniti, ed un elenco è dato dalle più importanti pubblicazioni, le quali cercano di seguire in quel Paese le variazioni dello stato economico. Un’interessante inchiesta fu condotta per conoscere fino a qual punto gli sforzi pubblici e privati fatti in America per illuminare il pubblico hanno contribuito a migliorare le relazioni fra industriali ed operai, fra produttori e consumatori, ed a scemare l’intensità delle crisi economiche; e poiché i vantaggi della pubblicità parvero preponderanti, il Comitato propone siano, anche in Inghilterra, raccolti dati periodici, oltrecché sulla produzione, sugli stocks, sulle consegne e sulle ordinazioni. 3) Gli investimenti del risparmio. Quali informazioni dovrebbero essere fornite dai dirigenti le società anonime a guida dei loro attuali od aspiranti azionisti? Nonostante taluni solidi argomenti in favore della segretezza, la bilancia pende a favore della massima possibile pubblicità, sia per le società anonime indipendenti, sia per quelle collegate in un sistema. Una difesa tanto autorevole dei vantaggi della pubblicità nelle faccende economiche merita riflessione attenta. Il valore del volumetto è accresciuto dalle precise informazioni bibliografiche intorno a quanto in tale direzione si è fatto nei paesi anglo-sassoni.

 

 

5

A. S. Wade: Modern Finance and Industry. (Sir Isaac Pitman and Sons, London, 1926, un vol., pag. XII-124. Prezzo 5 scellini net).

 

 

L’A. è il City Editor, ossia il direttore della sezione di finanza e borsa di due diffusi giornali londinesi, i Daily News e lo Star; ed il suo non è quindi il libro di un cattedratico; ma di un uomo il quale vive negli affari e vuole fare godere il pubblico dei frutti della sua esperienza. Egli vi si è deciso anche perché ha avuto l’impressione che il pubblico britannico, dopo gli anni immediatamente successivi alla pace 1919-1920), in cui non si preoccupò d’altro che di dimenticare la guerra e di stordirsi coi divertimenti, con gli sports e con le nuove mode e dopo quelli (1921-1923) di crisi e quasi di disperazione, si trova ora d’umore favorevole a tutto ciò che è iniziativa e ricostruzione. Nemmeno la prova dello sciopero carboniero ha avuto la virtù di sminuire questo interessamento vivo, di cui l’A. sente la ripercussione nella corrispondenza quotidiana che gli giunge (1926) in masse crescenti.

 

 

Ma il libro del Wade non è solo atto a soddisfare la curiosità del pubblico anglo-sassone. Anche noi abbiamo interesse a sapere che cosa sia la City di Londra, come funzionino le big five, le cinque grandi banche private, quale sia il compito della Banca d’Inghilterra, quali gli interventi del tesoro; chi siano i brokers ed i jobbers, che cosa le bucket-shops, quali i principali tipi di titoli. Il lettore non si aspetti di leggere novità scientifiche e nemmeno sottili analisi monetarie nel libro di Wade; ma in compenso ci sono qua e là pagine brillanti che ricordano Bagehot e Withers e cioè i due più efficaci descrittori del mercato monetario inglese che si conoscano. Il volume è tenuemente pervaso da una lieve punta di scetticismo verso gli economisti e gli statistici. Wade discorre dell’enorme massa delle azioni ordinarie che sono trattate alla borsa di Londra: «Analizzare o disseccare tutta questa grande massa di titoli sarebbe un lavoro di sovrumana pazienza. Io non ho mai incontrato nella City nessuno il quale realmente desiderasse di compiere o di veder compiuto questo lavoro di analisi. La City ama i proverbi e le direttive brevi e chiare; non si interessa di investigazioni statistiche straordinariamente particolareggiate». Fra le massime preferite vi è quella che «in nove casi su dieci il prezzo di mercato è una buona guida per conoscere il valore dell’azione» e l’altra che «l’investitore o speculatore realmente abile è l’uomo. Il quale è capace di scoprire le azioni rispetto alle quali il prezzo di mercato non ha ancora raggiunto l’effettivo valore a cui essa potrà essere, prima o poi, venduto».

 

 

Dobbiamo concludere che il risparmiatore, se vuole avere a portata di mano qualche documentazione utile per orizzontarsi, deve in primo luogo provvedersi di un telefono per discorrere col suo agente di cambio o con l’amico banchiere, in secondo luogo acquistare il volume sulle società per azioni del Credito Italiano (Mazzucchelli) o l’Annuario dei capitalista del Sole (Papa), per riscontrare ad uno ad uno i bilanci delle società, i cui titoli lo interessano e in terzo e molto ultimo luogo, quando davvero sia impaziente di generalità, consultare i numeri indici dei valori di borsa di Bachi, Guarnieri o Tagliacarne? Non sarebbe un complimento per gli economisti e gli statistici; ma questi si possono confortare riflettendo che non di rado l’amico banchiere ne sa meno del cliente e che per maneggiare gli annuari di Mazzucchelli o di Papa bisogna sapervi leggere dentro. La lettura di volumi semplici e concreti come questo del Wade può essere una buona preparazione per il risparmiatore che vuole educarsi a non credere a tutte le voci mobilissime le quali corrono in borsa ed a capire le notizie che gli son fornite dai giornali. Un utilissimo “glossario” completa il libretto istruttivo.

 

 

6

 

Adamo Smith: Ricerche sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni. Con prefazione di ACHILLE LORIA (Torino, Unione tipografico-editrice torinese, 1922, un vol., in-8° grande di pag. XXIII – 803. Prezzo L. 60).

 

 

La novità di questa edizione è la prefazione di Achille Loria intitolata L’uomo e il libro. Tredici pagine, che si leggono d’un fiato e danno al lettore una vivace idea dell’uomo distratto, meditativo e nel tempo stesso osservatore, e del suo libro, che separa, nella storia della scienza, la ricerca frammentaria dalla costruzione sistematica. I giovani, i quali leggeranno le pagine introduttive, si sentiranno animati a meditare il gran libro dal quale non a torto si disse aver avuto origine la scienza economica.

 

 

Lodo assai l’Unione tipografico-editrice torinese di avere ripubblicato La Ricchezza delle Nazioni. L’edizione uscita nel 1851 coi torchi della stessa Unione, quando ancora si intitolava dai «Cugini Pomba e Comp.», era esaurita da tempo sicché, essendo esaurite anche le edizioni francesi, coloro a cui la conoscenza della lingua inglese fa difetto si vedevano preclusa la possibilità di possedere e leggere il libro, che fu capo e fondamento di quelli che vennero di poi in economia politica. L’edizione odierna è una ristampa di quella antica; né v’era necessità di mutare cosa che per la prima serie della Biblioteca dell’Economista era stata curata da Francesco Ferrara. Cosa curiosa, il grande economista non appose al volume di Smith la consueta prefazione, scusandosi col rinviare al terzo volume della Biblioteca (quello di Smith è il secondo), che doveva comprendere, come fece, gli economisti italiani, tutto ciò che il Ferrara era «nell’intenzione di esporre intorno all’epoca, nella quale la scienza ebbe ad un tempo la sua manifestazione splendida in due punti dell’Europa, così distanti fra loro e diversi per indole, per destino e per sociale condizione». Ma poi non si vede che nell’occasione di scrivere di Genovesi, Verri, Beccaria, Filangieri ed Ortes, il Ferrara abbia mantenuto la promessa di parlare di Smith. Dell’edizione originale la ristampa omette, e parmi a ragione, solo un «discorso introduttivo» di Vittorio Cousin, un «giudizio» di A. Blanqui e il «metodo di leggere Smith» del marchese Garnier. Oggi una ristampa di quegli scritti sarebbe apparsa invero antiquata.

 

 

Da un «avvertimento», probabilmente scritto da Ferrara, appare che la traduzione, che oggi viene ristampata, «è stata scrupolosamente rifatta sul testo di Mc Culloch» e il Ferrara ci dice che essa è stata eseguita «con mano intelligente» ed è stata confrontata «con cura con le antecedenti traduzioni». A chi abbia appartenuto «la mano intelligente» del traduttore italiano di Adamo Smith non è detto, sebbene sarebbe interessante il saperlo. Il “testo Mc Culloch” su cui la traduzione venne eseguita è quello del 1828 o del 1839, del resto identici tra di loro ed amendue derivati fedelmente dalla quarta edizione del 1786 che non fu l’ultima (quinta del 1789) pubblicata durante la vita dell’autore. Il Cannan, tuttavia, il quale ha collazionato diligentemente tutte le edizioni corrette dall’autore, dice che la quinta differisce dalla quarta soltanto per la eliminazione di alcuni vecchi e l’introduzione di altri nuovi minuti errori di stampa.

 

 

L’utilissimo indice alfabetico delle materie, posto in fine del volume e riprodotto anch’esso dall’edizione del 1851, non è né quello originale compilato dallo Smith o sotto la sua direzione né quello dell’edizione Mc Culloch. Per ciò che se ne può giudicare, esso è stato tradotto o fu derivato dall’indice apposto dal marchese Garnier alla sua traduzione francese, che poi entrò a far parte della collezione Guillaumin.

 

 

Mi sia consentito, terminando, di manifestare un desiderio per la ristampa, che, a vantaggio ed onore della cultura italiana, voglio augurare prossima, della presente edizione. Centocinquant’anni non sono passati invano dalla comparsa della Ricchezza delle Nazioni. Un magnifico materiale bibliografico esiste intorno al libro massimo della scienza economica. La scoperta, avvenuta nel 1894, del manoscritto delle lezioni orali di Adamo Smith, riassunte fedelmente da un suo allievo, le ricerche dello Scott intorno alle derivazioni scozzesi delle idee smithiane, la pubblicazione, ad opera del Bonar, del catalogo del libri posseduti dallo Smith, la pubblicazione fatta dal Cannan dell’edizione critica della Ricchezza delle Nazioni (Editori Methuen di Londra), con tutte le varianti di tutte le edizioni e la ricostruzione delle probabili fonti, consentirebbero oggimai alla benemerita Unione di far compilare una appendice critico-bibliografica, la quale desse allo studioso notizia degli strumenti principali di interpretazione del gran libro. Lasciando intatta la prefazione, il testo e l’indice, la desiderata appendice aggiungerebbe pregio al volume e lo metterebbe a paro con la migliore delle edizioni inglesi, che oggi è appunto quella critica di Cannan. Una grande casa editrice, di cui non v’ha altra più benemerita degli studi economici per l’ardimento con cui pubblicò gli 80 volumi della Biblioteca dell’Economista, deve ambire al vanto di pubblicare non solo una bella edizione con una splendida prefazione della Ricchezza delle Nazioni, ma di presentarne il testo adorno di tutto quell’apparato critico che per i classici oggi si usa e che la stessa Unione sapientemente appresta ai lettori della sua Collezione dei classici italiani.

 

 

7

Palgrave’s: Dictionary of Political Economy, Edited by HENRY HIGGS. Vol. I da A ad E, pag. XVIII-924; Vol. II da F ad M, pag. XX-966; Vol. III da N a Z, pag. XXIII-849 (London, Macmillan, 1925-1926. Prezzo 36 scellini ciaschedun volume).

 

 

Dopo trent’anni dalla pubblicazione del dizionario, venuto subito in gran fama, del Palgrave, l’editore ha affidato la cura della seconda edizione ad Enrico Higgs, già uno dei compilatori della prima edizione. Ma più che una seconda, questa è una trasformazione ed una integrazione della prima edizione. Gli editori, pur essendo tali che nessun’altra ditta al mondo può oggi star loro a paro per abbondanza e scelta di pubblicazioni economiche, non ebbero il coraggio di ordinare una rifusione compiuta dell’opera. Il prezzo dell’opera «nelle presenti circostanze» sarebbe risultato proibitivo. Perciò noi ci troviamo dinnanzi ad un compromesso. Conservate le vecchie pagine stereotipe, fu, quand’era necessario, scalpellata la vecchia ed al posto di questa introdotta nuova materia, in modo che lo spazio occupato risultasse identico. A questa prima novità si aggiunse l’altra delle appendici. Già un’appendice di 111 pagine era stata aggiunta alla ristampa del 1908 del terzo volume del dizionario. Nella presente seconda edizione, le appendici sono divenute tre, una per ciascun volume, di pagine 89, 84 e 111 rispettivamente: ed in esse è stata rifusa la vecchia appendice del 1908. Un asterisco aggiunto al titolo della voce, sia nel testo che nell’appendice, indica che la voce è fatta argomento di doppia trattazione. L’indice, che prima era unico e posto in fondo del terzo volume, adesso è stato diviso in tre parti, una per ogni volume, così da evitare la necessità di maneggiare talvolta due volumi per una ricerca sola.

 

 

Quanto alla sostanza delle mutazioni, il nuovo direttore sembra aver posto la maggiore attenzione alle voci riguardanti le notizie biografiche di economisti morti, la storia economica, le definizioni e discussioni di vocaboli e di categorie economiche, lo sviluppo del pensiero economico e la bibliografia. Egli ritiene che questo debba essere il contenuto fondamentale di un dizionario di economia politica, a preferenza delle ultime statistiche e notizie sulla popolazione, sulla finanza, sulle importazioni e sulle esportazioni, ecc., ecc., per cui lo studioso, a miglior agio, può ricorrere ad annuari ufficiali o privati, che ogni anno possono offrire materiale fresco. Poiché il grosso della materia di un dizionario ha dunque un valore permanente, la separazione in due parti, di cui la seconda aggiorna la prima, non nuoce al valore sostanziale dell’opera. «Le informazioni fornite nella prima edizione di un dizionario», dice lo Higgs, «possono richiedere aggiunte, a mezzo di successive revisioni dell’appendice, ma non diventano mai antiquate».

 

 

Concordo pienamente nell’osservazione. Un dizionario, più ancora di una memoria o di un trattato, ha la virtù di rispecchiare il pensiero del tempo, e dovrebbe essere perciò rispettato nelle successive edizioni. Ancor oggi sarebbe un errore trascurare l’eccellente dizionario francese di economia politica di Coquelin e Guillaumin, se si voglia conoscere lo stato del pensiero economico nel momento in cui esso veniva pubblicato (1852). Al posto dell’Higgs, avrei volentieri fatto a meno delle scalpellature e riprodotto tal quale il testo originale, salvo arricchire un po’ di più le appendici. Ma poiché è difficile che tutti abbiano le medesime predilezioni, l’odierno dizionario Palgrave-Higgs attua forse nel miglior modo possibile l’ideale di conservare quel che aveva valore permanente nella vecchia edizione e tener conto nel tempo stesso dei progressi toccati nel periodo seguito dappoi.

 

 

Non si può, nell’annunciare un dizionario, descrivere largamente il suo contenuto. Pochi esempi non basterebbero a darne un’idea esatta; e la scelta di essi sarebbe arbitraria. Qualche critica al Palgrave-Higgs potrebbe farsi a proposito del peso preponderante dato agli economisti ed alle idee economiche anglo-sassoni in confronto a quelli ed a quelle degli altri paesi. Ma questi altri paesi non sono davvero trascurati e chi voglia approfondire può sempre ricorrere al dizionario di Coquelin e Guillaumin per la Francia ed a quello di Conrad e Lexis e sue continuazioni per la Germania. Se i francesi oggi non vantano un dizionario moderno paragonabile a quel loro bellissimo antico è colpa loro; e se in Italia, la quale pure vanta quello stupendo Dizionario del linguaggio italiano storico od amministrativo di Giulio Rezasco (Firenze, successore le Monnier 1886), dove è tanta materia economica eruditissimamente chiarita, non sapemmo dar fuori altro che rifacimenti del Savary, e le mediocri compilazioni di Melano di Portula e di Boccardo, la colpa è nostra di non esserci mai messi all’impresa sul serio. Questo stesso dizionario di Palgrave-Higgs è eccellente per le cose italiane finché poté fondarsi sulle ricerche di storia letteraria economica della scuola di Cossa; né i suoi compilatori meritano rimprovero se, morto Cossa e scoraggiato Bertolini, l’apprestamento di un comodo materiale bibliografico venne meno ed oggi lo studioso deve in Italia mettersi le mani nei capelli per sapere se, dove e quando fu pubblicato un libro non antico di economia, quando visse, nacque e morì il suo autore e simiglianti notizie che paiono da poco e non si trovano da nessuna parte. Per Pareto e Pantaleoni il Giornale degli Economisti provvide ad una degna commemorazione ed il dizionario di Palgrave-Higgs ne trae giusto partito. Ma come pretendere che il dizionario si occupasse di altri uomini e di altri istituti nostri se noi stessi, che pure abbiamo il vanto di possedere nei 50 volumi degli Scrittori classici italiani di economia politica raccolti dal barone Custodi una raccolta che «fa onore all’Italia» (Mc Culloch, Literature, 28) e negli 80 volumi della Biblioteca dell’Economista iniziata da Francesco Ferrara e proseguita da Boccardo, Cognetti e Jannaccone, la massima collezione che al mondo si conosca di testi originali e di traduzioni di trattati e monografie economiche, tanto poco oramai ci curiamo di leggerli da indurre l’Unione tipografico-editrice torinese, benemerita e fortunata iniziatrice delle due prime serie nel piccolo Piemonte, ad abbandonare a mezzo, «per mancanza di lettori», la quinta serie nell’Italia unificata?

 

 

Lasciando da un canto questi sconforti, giova ora rispondere a due domande: val la pena, a chi non possegga già la prima edizione, comprare la nuova edizione del Palgrave-Higgs? e franca la spesa, a chi sia già in possesso della prima, di provvedersi in aggiunta della seconda? Sebbene le 500-600 lire circa che al cambio d’oggi costa il dizionario non siano un sacrificio piccolo, alla prima domanda parmi si possa rispondere che sicuramente il Palgrave-Higgs è oggi il miglior dizionario moderno di economia politica che si conosca. I dizionari tedeschi sono assai più voluminosi; ma io dubito molto se l’abbondanza e la lunghezza degli articoli sia per i dizionari un gran pregio. Essi non debbono sostituire il trattato e diventare così fine a se stessi. Chi cerchi il trattato scritto per ordine alfabetico, compri la continuazione di Conrad e Lexis. Chi cerchi nel dizionario ciò che il dizionario deve dare: la precisa indicazione biografica e bibliografica, il cenno schematico della teoria, dell’istituto, dell’idea insieme con l’indicazione delle sue origini storiche e delle sue derivazioni, il suggerimento e lo strumento insomma di più larghi studi, acquisti il Palgrave-Higgs. Per conto mio, ogni volta che, per cavarne indicazioni bio-bibliografiche e per averne eventuali suggestioni sulle vie per trovare qualcosa che cercavo, ho fatto ricorso al Palgrave-Higgs, me ne sono trovato bene. Allo scrittore dell’enciclopedia o del dizionario non si chiede di far opera originale, e neppure di trattare a fondo un problema, ma di far cosa utile allo studioso, aiutandolo nelle ricerche che dovrà intraprendere. Poiché i capolavori sono rarissimi, giova meglio che il direttore si industri a conservare ad ogni voce un aureo grado di media eccellenza, in cui la personalità dell’autore quasi scompaia, e sia sostituita da quella dell’informatore paziente e preciso. Con ciò non si vuole sconsigliare dal possedere anche il grande dizionario germanico – e tutte le biblioteche pubbliche, generali e speciali di scienze economiche lo dovrebbero avere – ma dare solo un suggerimento a chi fosse obbligato alla scelta. Più difficile è rispondere al secondo quesito: se sia opportuno acquistare la nuova edizione per chi già possegga la prima. Indispensabile certamente è per le biblioteche, dove il dizionario Palgrave-Higgs può essere strumento di lavoro adoperato da parecchi studiosi ogni anno e da molti nella successione degli anni. Quanto allo studioso individuale, il problema appare essere, ancor più che per chi non possedesse la prima edizione – nel qual caso il buon dizionario ha una specie di diritto di precedenza assoluta sul buon libro, – quello della distribuzione della quantità di moneta disponibile per libri in una unità di tempo (per esempio, l’anno) in guisa che l’utilità finale dei libri acquistati sia per ognuno di essi uguale. Il problema è, come accade per molte merci ad unità voluminosa, complicato dalla vistosità delle dosi di merci si tratta di paragonare tra di loro. Non si può acquistare un volume solo di un dizionario; bisogna acquistarli tutti. Non si può paragonare l’utilità di spendere 50 lire in un libro o 55 in un altro; bisogna decidersi fra un libro che costa 50 lire ed un dizionario che ne costa 500-600. Tuttavia, supponendo che sia disponibile una data somma per acquisto di libri economici forestieri, oggi che questi costano da 50 a 100 lire l’uno e una decina di essi bastano a spazzar via le 500-600 lire del dizionario, chi ne può comperare ogni anno dieci, meglio è che acquisti i dieci volumi e lasci stare la seconda edizione del dizionario; laddove chi ne possa comperare venti, forse farà bene a ridurli ad una scelta sceltissima di dieci e, col risparmio conseguito, arricchire la sua biblioteca di questa nuova edizione. Si stampano davvero, nel campo necessariamente preferito da ogni studioso, più di dieci nuove opere all’anno degne di essere “meditate”? E vi è tempo per meditarne più di dieci? Laddove può venir fatto di consultare un buon dizionario quasi ogni giorno. Sovrattutto per chi intenda incamminarsi su per la via della contemplazione scientifica, l’uso di un buon dizionario può essere di incalcolabile aiuto e monito. Aiuto per la conoscenza delle fonti di studio. Monito a non presumere troppo di sé, ché quasi ogni verità fu già detta od adombrata dai trapassati; e la scienza procede innanzi grazie alle aggiunte arrecate al corpo del sapere da coloro che molto meditarono, con umile animo, sulle fatiche delle generazioni trascorse. Nulla meglio di un dizionario, col mettere quasi a prova sotto gli occhi i grandi nomi e le opere insigni e le già scoperte verità consiglia alla reverenza verso il passato.

 

 

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Official Papers by ALFRED MARSHALL, pubblished for The Royal Economic Society, by Macmillan and Co., Ltd. (St. Martin’s street, London, 1926, un volume di pag. VIII-428. Prezzo 10 scellini, 6 d. net).

 

 

Il volume compie la serie delle opere dell’economista inglese più rappresentativo della generazione ora trascorsa. La serie intiera comprende, oltre l’opera che qui si annuncia: 1) Elements of Economics of Industry (3a edizione), primo volume di un progettato corso di «elementi» poi non condotto a termine; 2) Principles of Economics (8a edizione), che era il primo volume del grande vagheggiato trattato e divenne poi, quando il Marshall ne abbandonò l’idea, un volume di introduzione generale alla scienza; 3) Industry and Trade (quarta edizione); 4) Money, Credit and Commerce, e questi due comprendono trattazioni staccate che avrebbero dovuto far parte del trattato; 5) Memorials of Alfred Marshall, edited by prof. A. C. Pigou; ricordi della vita, lettere, appunti ed articoli diversi pubblicati da riviste ed atti accademici.

 

 

L’ora pubblicato volume di Official Papers contiene le memorie scritte e le testimonianze orali preparate dal Marshall per incarico del governo ed in occasione di pubbliche inchieste. Memorie e testimonianze sono state riprodotte integralmente, con poche correzioni ed omissioni formali. L’unica omissione sostanziale si riferisce alla parte presa dall’A. ai lavori della commissione reale d’inchiesta sul lavoro. Poiché il M. era membro della commissione, epperciò non fu interrogato come testimonio né presentò memoriali, fu impossibile sceverare nei rapporti della commissione quel che a lui spettava.

 

 

Rivediamo qui alcune memorie, le quali esercitarono una influenza decisiva sulla dottrina economica o sulle discussioni correnti dei problemi del giorno. Le due più famose sono quelle presentate alla commissione sull’oro e sull’argento (1887) e l’altra sulla politica fiscale del commercio internazionale (1903); ma anche quelle in risposta ai questionari delle commissioni sulla depressione commerciale ed industriale (1886), sui vecchi poveri (1893), sulla circolazione indiana (1899), e sui tributi locali (1897) sono degne di essere rilette e meditate. Marshall non si decise mai a scrivere per i giornali, ad accordare interviste, ad intervenire nei dibattiti quotidiani sulle questioni urgenti, sebbene per un trentennio egli fosse l’economista più stimato ed ascoltato dal mondo anglo-sassone. Egli sentiva un indicibile fastidio nel trovarsi dinnanzi a gente che gli poneva domande sempliciste e pretendeva da lui risposte inequivocabili, rimedi infallibili, soluzioni decisive. Marshall fu probabilmente lo studioso più delicato dell’epoca sua, colui che meglio vide l’indefinita complessità e l’interferenza complicatissima delle cause e degli effetti, e meno decisamente osò affermare la bontà assoluta di una data politica. Tutte queste qualità dubitative rifulgono nelle memorie scritte per discutere questioni economiche cosidette del giorno, e giovano sommamente a comprendere quei vecchi problemi i quali sono gli stessi che, sotto mutato aspetto, nuovamente ci affaticano. Sul problema doganale e su quello monetario bisogna ancora umilmente ricorrere a lui per essere illuminati. Nel 1886 e nel 1887 si discutevano problemi che allora si chiamavano di “depressione” e si connettevano con le variazioni della produzione dell’oro e dell’argento; ed oggi, mutato nome, si dicono di “rivalutazione” e si collegano con le variazioni nella fabbricazione della carta moneta.

 

 

Nessuno più di Marshall giova ad insegnare la modestia scientifica ai giovani che si incamminano per l’arduo sentiero degli studi; egli che ad ogni istante li avverte di non illudersi di avere scoperto verità nuove, poiché i germi di quasi ogni grande scoperta moderna si trovano negli scritti degli autori che vissero prima di noi e l’unica ambizione nostra può essere quella di aggiungere un minimo invisibile sassolino all’edificio maestoso che da secoli si va erigendo. Così agli uomini d’azione Marshall insegna il vero entusiasmo creativo, il quale tiene conto di tutte le forze che sono in gioco e dà ad esse o ad una di esse, quella spinta che è sicura di produrre il bene e corre il minimo rischio di cagionare il male. Le verità che quel gran saggio disse e le cautele che egli inculcò nel ragionare economico, sono divenute come della carne degli economisti venuti di poi; ma quel suo insegnamento è stato altrettanto fecondo fuori del mondo degli studiosi? Sono ancora troppo pochi i documenti legislativi che si possono dire marshalliani, perché non si debba augurare a questi suoi Official Papers larga fortuna di meditanti tra i politici pratici, che di meditarli hanno dappertutto grande urgenza.

 

 

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First Essay on Population, 1798, by THOMAS ROBERT MALTHUS, with notes by JAMES BONAR. Reprinted for the Royal Economic Society and published by Macmillan and Co., Ltd. (St. Martin’s street, London, 1926, un volume di pag. IX-396-XXVII. Prezzo 10 scellini, 6 d. net).

 

 

Che il Malthus avesse pubblicato nel 1798, col titolo An Essay on the Principle of Populations, as it affects the future improvement of society, with remarks on the speculations of Mr. Godwin, M. Condorcet and other writers e senza indicazione di nome di autore, la prima edizione del celebre saggio sulla popolazione, è notizia tra le più volgarizzate nella storia delle dottrine economiche.

 

 

In verità, non uno su mille tra coloro, i quali discorrono delle teorie malthusiane, si è preso la briga di leggere una delle tante ristampe della sesta, ed ultima, pubblicata durante la vita dell’autore, edizione del saggio o la traduzione italiana contenuta nelle prime 461 pagine del volume XI-XII della seconda serie della Biblioteca dell’Economista. Troppa fatica leggere tanto per appurare se i ripetitori, i contraffattori, gli obbiettatori ed i diffamatori di Malthus abbiano bene o male riferito il pensiero di colui il quale, se non altro, aveva dato il nome alla teoria.

 

 

Se tanto pochi si curano di leggere le ristampe correnti, pochissimi tra coloro che pur l’avrebbero desiderato, avevano potuto vedere la prima edizione, che si sapeva assai diversa dalla seconda e successive edizioni, non solo per essere assai più smilza – per lo più se ne parlava come del celebre “opuscolo” del Malthus, tantoché, quando per la prima volta lo vidi in una famosa ed invidiatissima biblioteca privata (descritta sotto «Economic Libraries» nel Dictionary del Palgrave, vol. I, pag. 873) stupii di trovarmi in mano un volume di 400 di pagine – ma per il contenuto assai più vivace, più polemico e meno ricco di prove e dati di quanto erano le edizioni venute poi. La curiosità degli studiosi era stata soddisfatta a mezzo quando nel 1895 il prof. W. I. Ashley pubblicò negli Economic Classics editi dai Macmillan di New York e Londra un volumetto intitolato Parallel Chapters from the First and Second Editions, 1798-1803, il quale in 134 paginette conteneva circa una terza parte della prima edizione ed una ventesima della seconda. Ben presto però il volumetto erasi esaurito ed era così scomparsa la possibilità di fare confronti diretti tra il primo ed il successivo pensiero del Malthus, bisognando star paghi a quanto si leggeva in proposito nell’opera di Bonar un Malthus and his Work (London, G. Allen and Unwin). Quanto all’originale della prima edizione ignoro se se ne trovi copia in qualcuna delle pubbliche biblioteche italiane, ma lo credo improbabile, tale circostanza non essendo menzionata da alcun scrittore nostro. Certo è che l’edizione era oramai divenuta introvabile; e neppure compariva più sui cataloghi di antiquariato, le rarissime copie poste di quando in quando sul mercato essendo accapparrate in anticipazione da qualcuna delle biblioteche pubbliche ed universitarie che negli Stati Uniti, in Giappone ed in Russia stanno ora iniziando ed arricchendo la sezione economica.

 

 

Bene ha perciò fatto la Royal Economic Society di Londra, decidendo di ristampare, tale e quale, questa che non era soltanto una rarità bibliografica di prim’ordine, ma uno dei libri capitali della scienza economica. La imitazione, se si eccettui la rifilatura inesplicabilmente eseguita dal rilegatore, è perfetta: legatura alla bodoniana, carta leggermente azzurrina come l’originale, testo riprodotto pagina per pagina, senza la minima trasposizione di una sola sillaba da una pagina all’altra, caratteri imitanti benissimo gli originali, ad accezione degli “s” allungati e degli attacchi tipografici tra i “c” ed i “t” oggi fuori di moda. Manca l’errata corrige, essendo nella ristampa stati corretti tre sbagli ricordati nell’originale; ed è stato altresì corretto un errore nella numerazione di una pagina.

 

 

All’originale frontespizio è premesso un secondo (nuovo) frontispizio moderno, relativo alla ristampa; ed in fine del volume, con numerazione romana speciale, sono aggiunte dal Bonar ventisette pagine di squisita erudizione: una lettera di Malthus a Godwin del 20 agosto 1798, un brano dell’opuscolo di Malthus su l’alto prezzo delle derrate alimentari (1800) con riferimenti al saggio sulla popolazione, la prefazione alla seconda edizione del 1803, correzioni di riferimenti e di citazioni contenute nel primo saggio, ecc.

 

 

Alla ristampa, la quale rende finalmente accessibile agli studiosi il libro della nostra scienza forse più noto nel mondo dei profani, non può mancare davvero fortuna; ed uguale successo toccherebbe ad una buona edizione del secondo saggio condotta sull’ultima (sesta), con le varianti dalle precedenti dalla seconda alla quinta. Trattasi di due opere sostanzialmente diverse: la prima edizione essendo sovrattutto un saggio polemico, la seconda e successive un trattato scientifico inteso a dimostrare ed eventualmente correggere i principi dichiarati nel saggio originario, che solo oggi si può dire veda nuovamente la luce.

 

 

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Giustino Fortunato: Pagine e ricordi parlamentari. (Vol. I, pag. xv-438; vol. II, pag. 326, nella «Collezione di studi meridionali», diretta da UMBERTO ZANOTTI-BIANCO, Vallecchi, editore in Firenze. Prezzo per ogni volume L. 15 e fuori di Firenze L. 16).

 

 

In Provvedimenti e riforme; Interessi locali; Lettere polemiche; Colloqui; Onoranze e commemorazioni; Prefazioni, si partiscono gli scritti varî da quello del 23 ottobre 1880 sulla banca mutua popolare di Rionero all’ultimo del 6 dicembre 1923 in memoria del fratello Ernesto; quarant’anni e più di una vita spesa tutta a servire il paese, e ben degna di essere ricordata a traverso i documenti che di volta in volta registravano le fatiche durate ed i risultati ottenuti.

 

 

Ho letto, con istruzione e compiacimento crescenti, dalla prima all’ultima pagina, questi ricordi del vecchio parlamentare; e non potendo tutto riassumere, pongo a me stesso un quesito. Chi non ha sentito parlare della piaga delle raccomandazioni per interessi locali e personali di cui i deputati dovevano farsi l’eco, barattando con ciò il proprio compito con quello di piatitori presso il governo, schiavi e padroni insieme di quest’ultimo?

 

 

Ma la prima lettera di raccomandazione giunta all’«on. Don Giustino», dal «modesto vice-parroco della frazione di S. Ilario, la più popolosa del comune di Atella», dimostra che l’ufficio di patrocinatore di interessi locali presso il governo centrale è necessario e può e deve essere esercitato degnamente nell’interesse generale. Il parroco conosce i suoi «duecento poveri campagnuoli», abitanti sull’«ultimo alpestre lembo» del collegio di Melfi, desiderosi e bisognosi «di essere aggregati, col po’ di terra da essi coltivata, al comune loro, di nascita e di elezione, Avigliano». Altra volta, il sacerdote aveva presentato al Fortunato «i due coloni che fanno da capoccia, i quali, vivacemente ed insistentemente anche, espressero voti per l’appagamento dell’antico e perenne lor desiderio. Quei contadini erano costretti a far capo, con pessime vie e un fiume a guado, alle sedi più lontane del comune di Atella (11 Km), della pretura di Rionero (17 Km), del tribunale e sottoprefettura di Melfi (26 Km), allorquando con ottima via rotabile, avrebbero potuto rivolgersi alle sedi più prossime del comune e della pretura di Avigliano (9 Km.) e del tribunale e prefettura di Potenza (22 Km.). Chi, all’infuori degli uomini viventi sul luogo, può conoscere questi bisogni locali e rendersene patrono nella lontana Roma?

 

 

Strade vicinali, ripari a frane ed a scoscendimenti, strade ferrate hanno il Fortunato per anni e decenni assiduo studioso, difensore e patrocinatore. Eppure, leggendo quelle pagine, non una sola volta accade di pensare che quell’opera sia stata spesa per un fine contrastante coll’ interesse pubblico, e sempre ci si chiede: come avrebbero potuto uomini non usi ad inchinarsi, come indubbiamente appaiono essere stati il degno sacerdote di Sant’Ilario ed i contadini albanesi di Sterpito, ottener ragione ad un loro giusto interesse, se un rappresentante nato sul luogo non avesse difeso la loro causa dinnanzi a lontani burocrati e governanti?

 

 

Un dubbio rimane: come il paese è potuto divenire di tanto inferiore ai suoi  rappresentanti in Parlamento? Questa, come è ben noto, è la ferma opinione del Fortunato. I nuovi ceti politici, sorti dopo l’avvento della Sinistra al potere, se meno indipendenti dall’antica classe proprietaria, perché composti in maggioranza di professionisti, se più attaccati all’ufficio, per la notorietà e gli onori e i vantaggi materiali che ne derivano, sono più colti, più curosi [sic] dell’interesse pubblico; e certamente superiori alla media degli elettori. Il paese ha abbassato il Parlamento e non viceversa. Perché? Forse perché la stretta del governo centrale si è fatta più dura? e le cresciute funzioni dello Stato hanno reso più dipendenti i cittadini dalla burocrazia romana, crescendo, la necessità dei piatimenti, attraverso i deputati, anche per cose per le quali piatire non si sarebbe dovuto mai? Che il crescere disordinato delle funzioni statali sia stata causa potentissima dello scadere del Parlamento ci è fatto palese da un luogo del Fortunato, in cui egli parla del giorno nel quale «a un crollo imprevisto e inaspettato, tanto più temibile quanto maggiore sarà stato l’ingorgo artificioso dei poteri dello Stato cresciuti a dismisura, la gente si chiederà, spaurita: come, e perché? di chi la colpa?». Da anni, i veggenti si chiedono questo perché; ma sarebbe eccessivo il dire che una analisi compiuta dell’ingrossamento statale sia stata fatta sinora.

 

 

Giustino Fortunato ha annunciato di voler cessare di scrivere, essendo compiuta la sua giornata. Nessuno di coloro che lo amano e lo venerano può accettare l’annuncio. Nessuno ha più di lui contribuito a far conoscere ed, aggiungasi, a far amare il mezzogiorno agli italiani nati nel settentrione. Da lui attendiamo ancora altre pagine, nelle quali ci sia spiegato perché gli elettori meridionali che nel 1880, quando Don Giustino Fortunato per la prima volta andava alla Camera, chiedevano, con ferma e nobile parola, cose giuste, abbiano finito per uguagliarsi a quelli di certi collegi settentrionali, in cui usavasi chiedere sovrattutto o quasi soltanto croci di cavaliere, commende, raccomandazioni per grazie, per concorsi a pubblici impieghi, per sussidi e simiglianti faccende.

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BENEDETTO CROCE: Uomini e cose della vecchia Italia. (Serie prima: un volume di pag. VIII-321; serie seconda, un volume di pag. IV-427. Bari, G. Laterza e Figli. Prezzo dei due volumi L. 50).

 

 

I due volumi di saggi vari, che il Croce qui pubblica, furono pensati in occasione degli altri due gran libri sulla Storia del Regno di Napoli e sulla Storia dell’età barocca in Italia, a cui egli attese in questi ultimi anni; e contengono ricerche ed osservazioni o documenti che non potevano trovar luogo in quei libri, perché uscivano fuori del loro disegno. Tutti recano un contributo ragguardevole alla conoscenza dei tempi studiati; e basta citare quello in cui fu rivendicato Ludovico Zuccolo contro il giudizio frettoloso di critici che non l’avevano meditato. Per l’economista ed il politico il lungo saggio su sentenze e giudizi di Bernardo Tanucci, è particolarmente istruttivo. «Tutto il mondo» – diceva il Tanucci sarcasticamente – «vuol codici di legislazione, ma poco è il profitto delle nazioni; pessima republica, plurimae leges… Costumi bisognano alle nazioni, non leggi… Il primo passo deve essere la parsimonia e la frugalità del sovrano nel suo trattamento, la niuna spesa o prodigalità superflua, per l’aforisma infallibile di Tiberio: si aerarium inutilibus largitionibus exhauserimus, per scelera supplendum erit, cioè coll’aggravare il popolo». Non era favorevole ai governi parlamentari all’inglese in materia di politica estera: «Torino non è la Camera bassa, ove talora vale l’inganno dell’eloquenza. Li gabinetti delli sovrani procedono con sicuro raziocinio». Eppure riconosceva che le democrazie erano capaci di grandi imprese: «Manca talora il denaro ad un governo dispotico per far la guerra ch’ei voglia; ma non manca ad un popolo che voglia farla, purché denaro sia in tutta la nazione, come certamente è nella nazione inglese». Egli, ministro di un sovrano assoluto, era strettissimo nello spendere. All’acquisto di un troppo costoso diamante pel re si rifiutava, perché «il valore dell’acquisto deve aver sempre qualche mistura di bene pubblico con qualche proporzione ai sudori e dolori che hanno prodotti. E qual proporzione tra quel diamante e i tormenti di settemila famiglie per un anno intero, li quali il regno voglia permutare con quella pietra?». Nel leggere i quali scrupoli, appare pienamente vero l’unico elogio scritto sulla lapide che nella chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini copre le ossa di Bernardo Tanucci: «cum per annos plusquam quadraginta huius regni clavum moderasset, vectigal nullum unquam imposti». L’erudizione di Benedetto Croce vien fuori così spontanea, che il lettore non si accorge delle lunghe vigilie che allo scrittore costò la scoperta di un documento o la lettura di interminabili volumi e carteggi, da cui poteva cavarsi qualche pensiero o circostanza illuminante. Da gran signore, egli profonde le notizie peregrine nel saggio ben costrutto, ben pensato, e di saggio in saggio conduce il lettore sino alla fine dei due volumi, e glieli fa riporre con rincrescimento e coll’augurio di potere presto godere ancora in altri volumi lo stesso diletto.

 

 

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William Graham Sumner and Albert Galloway Keller: The Science of Society

(vol. I , un vol. di pag. XXXII-784, New Haven, The Yale University Press, 1927).

 

 

Questo è il primo volume di un’opera la quale dovrà constare di quattro. E nulla è più commovente, dal punto di vista della probità scientifica, del leggere la prefazione in cui è raccontata la storia del libro. Lo iniziò nel 1899 il Sumner, professore di scienza politica e sociale nell’Università di Yale. Nel 1906 il capitolo sui costumi era già ingrossato troppo per potere conservare il carattere di capitolo; sicché nel giugno 1907 ne venne fuori l’opera intitolata Folkways. La stanchezza del lavoro compiuto ed una disgrazia accadutagli alla mano destra ridussero subito dopo grandemente la capacità di lavoro del Sumner, il quale dovette scegliersi un continuatore e collaboratore nel prof. Keller, a cui soltanto, dopo la morte, avvenuta il 12 aprile 1910, del Sumner, rimase affidata intieramente la fatica dell’elaborazione e continuazione. L’opera è stata scritta e riscritta dal collaboratore durante i sedici anni corsi dopo la morte del primo autore. Poco è rimasto di quanto era stato redatto originariamente; una accurata revisione è stata fatta per le citazioni di fonti; il contenuto del libro è stato discusso nelle classi di seminario tra professori e studenti e non pochi brani sono riportati secondo la formula dello studente riscontrata più perfetta di quella dell’insegnante. Il motivo dominante di questo “opus vitae” è lo studio dell’”adattamento” (adjustment): «in generale noi cerchiamo il significato dei costumi ed istituzioni sociali. Il che per noi vuol dire studiare la loro utilità come adattamenti nella vita, qualunque sia la conclusione eventuale a cui si fosse giunti rispetto alla loro origine. Né reputiamo bastevole studiarli come adattamenti, tali a causa della loro sopravvivenza. Noi speriamo anche di chiarire come l’adattamento si è compiuto ed a che cosa ha servito».

 

 

Lo studio dell’adattamento si sviluppa in quattro volumi: il primo dei quali, che ora qui si annuncia, ha tre parti: «introduzione generale» sulla scienza sociale, sulle premesse della società, sul rapporto tra la terra e l’uomo; – «organizzazione sociale», fattori: lavoro, capitale, appropriazione delle energie, ossia del fuoco, degli animali e dell’uomo (schiavitù), proprietà e sue forme; – «organizzazione regolarizzatrice»: guerre, associazioni, governo, fratellanze e costumi, classi e diritti, giustizia, premesse dello Stato.

 

 

I volumi secondo e terzo studieranno la religione, la perpetuazione della specie (matrimonio e famiglia) e il contentamento di sé stessi col piacere, l’ostentazione e il prestigio.

 

 

Il quarto volume, oltre una bibliografia ed un indice conterrà il «libro dei casi». È noto come dal diritto, che nei paesi anglo-sassoni, è tutto un commento e uno sviluppo successivo di “casi” ossia di questioni risolute dai giudici e formanti testo per l’avvenire, il sistema dei “casi” si stia rapidamente diffondendo nelle università americane all’economia, alla sociologia, alla scienza degli affari o del commercio, alla politica. Il metodo dei “casi” ha un doppio valore: per chi voglia costruire induttivamente partendo dall’osservazione dei fatti, il metodo richiede la raccolta di osservazioni o casi numerosissimi, che dovranno poi essere sistematizzati, scelti, generalizzati, ridotti a tipici. Il metodo dei casi, da questo punto di vista, ha valore entro i limiti in cui vale il metodo induttivo. Ma il valore forse maggiore è forse quello didattico. Lo studente, il quale abbia già un orientamento, quando venga posto dinnanzi ad un caso, è stimolato ad analizzarlo, a scorgere quel che v’è di generale in esso e quel che v’è di particolare, ad applicare ad esso le leggi note ed a faticare per scoprire perché ad esso la legge nota non si applica intieramente e per l’interferenza di quale altra legge non si applichi.

 

 

Giova a suggerire nuove indagini, forse a fare scoprire nuove leggi; spessissimo a chiarire le limitazioni delle leggi note, che lo scopritore, mosso dall’entusiasmo della scoperta, non aveva notato. In tutto ciò non vi è nulla di nuovo; essendo notissimo il pregio suggestivo dell’esperimento, dell’osservazione, del singolo per il ricercatore dotato di forza raziocinativa. Quel che v’è di nuovo e di vantaggioso nei “libri di casi” (“case-books”) che vanno moltiplicandosi oltre Atlantico è il fatto della raccolta sistematica di “casi”, prima raccolti “a caso”, poi discussi in classe, dattilografati, scelti per una stampa a circolazione interna delle singole scuole, elaborati e riveduti di anno in anno, cosicché la storia di un caso (per es., di una data impresa in crisi, riorganizzata, sospesa e poi di nuovo decaduta) venga seguita per un tempo più o meno lungo; e da ultimo pubblicati ed adottati come libri di testo. Quel che da noi, con gran fatica, ogni insegnante fa, a titolo di esempio suggestivo, per accertarsi se lo studente abbia capito un principio, laggiù sta facendosi sistematicamente e con risultati assai fecondi. Anche se il valore dei casi come strumento di generalizzazione induttiva abbia ad essere limitato, grande sembra la fecondità del metodo come strumento didattico e come stimolo a riflettere ed a pensare. Le maggiori scoperte nella scienza economica non provennero forse dalla contemplazione fatta da ingegni di prim’ordine di “casi” concreti imbrogliati, i quali attendevano una soluzione?

 

 

Sarebbe prematuro, innanzi di avere sott’occhio tutti i quattro volumi, dare un giudizio sull’opera dei due collaboratori della Yale University. Qui si può dire soltanto che il primo volume reca evidenti le traccie della lunga elaborazione: dettato sobrio, scrupolosa utilizzazione delle fonti, distinzione nel testo medesimo, coll’avvedimento di due caratteri di stampa, della dimostrazione principale e delle esemplificazioni e prove collaterali. Che cosa sia la sociologia è ancora controverso; ma non pare dubitabile asserire che il libro di Sumner e Keller non può essere trascurato da chi intenda occuparsi di questo gruppo di conoscenze destinato forse ad assumere col tempo dignità di vera scienza.

 

 

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The Philosophy of Individualism – A Bibliography, with an Introductory Essay on Individualism in Politics and Economics. (Un volumetto in-12°, di pag. 95, The Individualist Bookshop, Ltd., 40, Marsham Street, London S.W.1 Prezzo 1 scellino).

 

 

Un gruppo di “individualisti” o, come essi si definiscono, di avversari del collettivismo, del socialismo, del comunismo ed in genere dei sistemi sociali propensi a ridurre le libertà individuali ed accrescere le funzioni statali dopo avere riflettuto intorno al modo più efficace per diffondere le proprie idee o controbattere la propaganda degli avversari, finì per scartare la fondazione di un nuovo sodalizio, o partito, o gruppo, od unione, il quale avrebbe tenuto i soliti comizi, congressi e conferenze, coi soliti presidenti, segretari ed oratori. Sono già tanti coloro che in Inghilterra fanno propaganda con le adunanze e la parola che gli individualisti si sarebbero persi nella folla; e, mancato il primo entusiasmo, anche l’opera di propaganda si sarebbe subito affievolita. Pensarono invece di fondare una società “limitata”, specie di società anonima in piccolo e di impiantare una “bottega di libri”. Nella quale, amici, avversari, simpatizzanti e curiosi sarebbero stati sicuri di trovare libri, opuscoli, riviste e giornali, atti ad illuminarli in un ritrovo ad orario libero dove sarebbe stato comodo sfogliare le novità, discutere i problemi vivi, accordarsi per iniziative, mutevoli a seconda delle circostanze utili a patrocinare la buona causa liberale ed a combattere quella cattiva socialistica. Gli iniziatori sperano che la bottega di libri sia più fruttuosa della vendita di parole. Il libro, comperato, specie da chi non ha una biblioteca troppo grossa, è letto e riletto; dà origine a discussioni; provoca altre letture; fa sorgere la curiosità di andare a fondo.

 

 

Una bottega di libri, sorta da una fede, non è una bottega qualunque, la quale vende tutto ciò che si pubblica. Essa ha uno scopo, deve avere un programma; deve fornire un piano di studi ai clienti. Perciò la prima impresa della bottega di libri “individualistica” fu di stampare un libretto, che è quello sopra annunciato, atto a rispondere alla domanda: «che cosa debbo leggere?».

 

 

Non è questa la prima iniziativa del genere. La più famosa, per quant’è a mia notizia, si dovette alla Fabian Society di Londra la quale pubblicò, probabilmente nel 1894 (la terza edizione è del gennaio 1896), appunto un opuscoletto di una quarantina di pagine col titolo What to Read (che cosa leggere) che voleva essere una guida per i riformatori sociali. L’opuscolo cresciuto, nella sesta edizione del dicembre 1920 a XXII-76 pagine (What to read on social and economic subiects, a select bibliography compiled by the Fabian Society, 25, Tothill Street, Westminster, London S. W. 1, prezzo due scellini) è fornito di indici sistematico per materie ed alfabetico per autori e contiene una scelta bibliografia di libri, scritti o tradotti in inglese, sulla storia sociale ed economica, sulla teoria economica, sulle scienze politiche, sui problemi sociali ed industriali, sul socialismo, l’anarchia, il sindacalismo, la statistica e diversi. I compilatori, sebbene fabiani, ossia noi diremmo socialisti di destra o riformisti, si dimostrarono eclettici ed imparziali. Ricordo che, quando lo acquistai, trent’anni fa, quel libretto mi fu di grande vantaggio; il problema più tormentoso per i giovani essendo imperniato sul che cosa leggere per leggere bene. In verità, essendo i titoli dei libri indicati circa 700, il What to read fabiano non soddisfaceva intieramente al bisogno di una buona scelta; ed oggi che i titoli sono cresciuti a 1.600 circa, l’imbarazzo è cresciuto. Una buona guida bibliografica per chi voglia essere informato su quanto di meglio si è scritto in una branca di studi, dovrebbe procedere a gradi e, partendo dai libri fondamentali, via via indicare, a gruppi quegli altri libri i quali integrano e ampliano ognora più il campo delle conoscenze. Una bibliografia siffatta potrebbe essere di dieci o di mille pagine a scelta; ma il volume di mille pagine dovrebbe essere diviso in sezioni, sottilissima la prima e sempre più voluminose le susseguenti, così da passare dal generale allo speciale, dal fondamentale all’accessorio, dal libro necessario all’uomo colto a quello utile allo studioso specialista. Una bibliografia siffatta nel campo delle scienze economiche non è mai esistita e forse nessuno la compilerà mai, tanto grande sarebbe il fastidio di approntarla per il compilatore e tanto sicuro il giudizio recisamente sfavorevole dei critici, ognuno dei quali vedrebbe dimenticato, tra i libri fondamentali, precisamente quello che egli giudica il primo tra i primi.

 

 

Perciò mi piace il concetto informatore della bibliografia “individualistica” o “liberale” pubblicata dalla bottega di libri degli individualisti. Nessuna delle tre parti, in cui si divide, si approssima alla perfezione; ma tutte tre sono un buon avviamento ad un manuale realmente utile. La prima parte consiste di sedici pagine di introduzione in cui l’autore cerca di dare un’idea di quello che fu in passato ed è ora l’idea individualistica, definita come «l’opinione di coloro che vorrebbero limitare le funzioni dello Stato e dei diversi enti pubblici al campo relativamente ristretto di serbare l’ordine o legge, mantenere l’esercito, la marina e gli altri strumenti della difesa nazionale, far osservare i contratti ed intraprendere quei servizi pubblici i quali non possono vantaggiosamente essere affidati alle iniziative private ed in generale assicurare un terreno equamente aperto al gioco delle energie individuali». Dalla riforma protestante, a Locke, ad Adamo Smith, a Turgot, a Jefferson, a Bentham, Mill, Spencer ed ai contemporanei è un rapido sguardo alle correnti di idee individualistiche nel mondo anglo – sassone. L’introduzione è un semplice abbozzo, e sarebbe desiderabile che in edizioni definitive si trasformasse in una vera prefazione bibliografica, la quale delimitasse il campo delle successive sezioni e spiegasse le ragioni della scelta fatta. Un manualetto bibliografico non è una storia della filosofia individualistica e non è vantaggioso mescolare insieme due cose eterogenee.

 

 

La seconda sezione è di bibliografia “ragionata”. Contiene cioè il titolo di 180 libri, di cui si indicano brevemente il contenuto e i pregi o difetti. I libri sono disposti per ordine alfabetico; né si tenta di graduarli in ordine di merito. La terza parte elenca i titoli puri e semplici di circa 300 opere disposte per grandi gruppi di materie.

 

 

Nella scelta fatta non vi sono stonature; il giudizio espresso su ognuno dei libri elencati nella seconda parte giova a mettere in evidenza il tratto caratteristico per cui quel tal libro merita di essere letto. Il manualetto guadagnerebbe tuttavia assai se la seconda e la terza sezione fossero fuse insieme e se fosse per l’insieme adottato la divisione per materie usata soltanto per la terza sezione. Adesso, il lettore deve colla propria testa scegliere, tra le 180 opere segnalate nella bibliografia ragionata, quelle degne di essere lette prima e scartare quelle che subito confonderebbero invece le idee. L’uno vicino all’altro, si legge il titolo di un lavoro di fondamentale importanza come Law and Public Opinion in England del Dicey e di uno scritto di quel simpatico industriale americano Filene che imbarazzò giudici e fece trepidare aspiranti con un suo bizzarrissimo concorso e  stravagantemente vistoso premio su non ricordo quali effetti della pace o della Società delle Nazioni. A costo di essere e di apparire unilaterale, parziale e forse vendicativo, un manuale bibliografico per le persone “colte”, ossia desiderose di coltivare la propria mente, deve fare una graduatoria tra i libri consigliati. Non è necessario anzi sarebbe futile fare una graduatoria di merito: ma deve esistere una graduatoria “metodologica”. Il lettore non deve essere abbandonato al caso fortuito del proprio fiuto indisciplinato; ma gli si deve dire: «se vuoi procedere con ordine, comincia col leggere questo libro o poi quest’altro, perché il primo, sebbene fosse mediocre od elementare, serve a comprendere meglio il secondo». Naturalmente, le graduatorie non possono farsi per i libri alla rinfusa; ma debbono ristringersi a campi relativamente limitati, entro i quali esista una certa omogeneità di problemi trattati. Il lettore, se è fornito di spirito di contraddizione, rovescierà l’ordine consigliatogli; ma ciò accadrà a ragion veduta, essendo persuaso di avere la testa conformata in modo da trarre vantaggio dalla lettura alla rovescia.

 

 

Astrazion fatta dal difetto di ordine metodologico, il libretto è più istruttivo del What to read fabiano. Il quale è un puro elenco di libri, laddove il “cosa leggere” degli individualisti giudica, indirizza e stimola. Fa vedere che cosa c’è nei libri dal punto di vista della filosofia individualistica. Epperciò non discorre di molti libri che sarebbero capitalisti se si fosse voluto illuminare qualche altra concezione della vita diversa da quella dell’individualismo. Se i compilatori si fossero proposti di fare opera scientifica, invece che propagandistica, il risultato sarebbe altresì stato diverso. Agli studiosi tuttavia giova grandemente conoscere quali libri ritengano opportuno leggere gli adepti delle varie scuole e politiche; e, poiché le idee vengono prima dei cosidetti fatti, la vivacità della propaganda condotta dagli individualisti l’importanza e la freschezza della loro letteratura provano che socialismo ed individualismo non sono ancora riusciti ad ammazzarsi a vicenda. Probabilmente essi sono destinati a durare quanto dureranno gli uomini.

 

 

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Jacob H. Hollander: Adam Smith (1776-1925) .

Jacob Viner: Adam Smith and Laissez faire.

Glenn R. Morrow: Adam Smith: Moralist and Philosopher.

 

 

Il saggio dell’Hollander contiene la materia di due lezioni tenute all’Università di Chicago il 9 ed il 10 dicembre 1926 per iniziare un corso commemorativo del centocinquantesimo anniversario della pubblicazione della Ricchezza delle nazioni: e quello del Viner fu appunto una delle lezioni, tenuta il 21 gennaio 1927, di quel corso. Amendue sono pubblicate (da pagina 153 a 197 e da 198 a 232) nel numero di aprile 1927 (secondo del vol. XXXV) del Journal of Political Economy (The University of Chicago Press, Chicago, III. U. S. A). Altra tra le lezioni di quel ciclo, tenuta il 28 gennaio 1927, è quella del Morrow, pubblicata da pag. 321 a 342 del fascicolo di giugno del medesimo Journal. Il saggio dell’Hollander è quel ricamo di erudizione finissima intorno ai precursori, ai contemporanei ed ai successori di Adamo Smith, che ci si poteva attendere dall’editore dei dodici opuscoli rari contenuti nella raccolta A Reprint of Economic Tracts (The John Hopkins Press, Baltimore). Sunteggiare uno studio nel quale ad ogni pagina sono ricordati nomi di autori quasi dimenticati, riprodotti brani significanti per la interpretazione dello Smith, suggeriti ravvicinamenti impensati, sarebbe impresa poco profittevole. L’erudizione rara, le citazioni difficili fatte non a pompa, ma per bisogno di comunicare altrui quel che si è imparato in lunghi anni curiosi, bisogna gustarle direttamente e non per interposta persona. Chi ricordava che Joseph Massie, ridivenuto noto sovrattutto perché l’Hollander medesimo aveva ripubblicato il saggio sulle cause regolatrici del saggio naturale dell’interesse, era un bibliografo accanito, di cui è gran male nessuno abbia mai stampato il catalogo di 2.377 opere economiche e commerciali uscite alla luce prima del 1764? E chi aveva fermato l’attenzione sulla circostanza che Massie fu un precursore di quella che oggi si direbbe economia induttiva, costruita sul fondamento di indagini storiche e statistiche e in un “memorandum” del 1760 aveva esposto ai commissari della tesoreria britannica un piano per la raccolta e la utilizzazione nell’interesse pubblico di notizie economiche e commerciali? Ma forse il filone di idee più importante illustrato dall’Hollander è quello che parte dalle due cattedre di filosofia morale di Glasgow e di Edinburgo. A Glasgow Carmichael (1727-1729), Hutcheson (1729-1752), Adamo Smith (1752-1764) e Reid (1764-1796), a Edinburgo Adam Ferguson (-1785) e Dugald Stewart (1785-1810) crearono l’ambiente intellettuale in cui il gran libro di Adamo Smith fu pensato, scritto ed interpretato. L’Hollander dà una viva impressione del successo e della influenza del corso di lezioni che lo Stewart, il primo biografo di Adamo Smith, professò ad Edinburgo intorno all’economia politica dall’inverno del 1799-1800 all’ultimo anno di suo insegnamento, nel 1809-1810. Tra gli uditori basterebbero i nomi di James Mill, John Ramsay Mc Culloch, Thomas Chalmers, il conte di Lauderdale, Francis Horner, Archibald Allison, Henry Brougham, Francis Jeffrey, Macvey Napier, Sydney Smith, Lord Webb Seymour, Henry Cockburn, il visconte Palmerston per vedere quale grande influenza gli insegnamenti smithiani, attraverso la parola dell’ultimo grande filosofo del secolo XVIII, ebbero sulla nuova generazione di economisti, pubblicisti ed uomini politici. Tra gli allievi dello Stewart si reclutarono i fondatori e primi collaboratori della Edinburgh Review; ed è istruttivo leggere l’elenco dei principali saggi di indole economica comparsi nei primi venti fascicoli della rivista. Quasi tutte le opere recensite – si sa che le due grandi riviste inglesi furono per un gran pezzo raccolte di diffuse recensioni critiche dei libri ultimamente usciti – meritano ancor oggi di essere ricordate nei libri di storia della letteratura economica.

 

 

Dopo i discepoli diretti ed indiretti, i perfezionatori della scienza economica: da Malthus, il quale ricorda Adamo Smith come «uno dei quattro autori dai cui scritti ha dedotto l’argomento principale del saggio» a Gian Battista Say, che per suggerimento di Clavière, poi ministro delle finanze della rivoluzione, legge ed annota il libro di Smith non ancora tradotto in francese, ed a Ricardo che a pranzo, il 2 marzo 1822, racconta ad Hobhouse, di non aver mai pensato alla scienza economica fino al giorno in cui, trovandosi a Bath, durante una malattia della moglie «vide un Adamo Smith in una biblioteca circolante ed avendone sfogliato alcune pagine ordinò gli fosse inviato a casa. Gli piacque tanto, da innamorarsi di quello studio». Il fatto in sé non ha importanza, come furono fatti accidentali il bagno di Archimede, la mela di Newton, la lampada di Torricelli e il bricco di Watt; ma giova ad illuminare i rapporti fra il “fondatore” ed il grande “legislatore” della scienza economica.

 

 

Se l’Hollander rischiara il mondo di idee in cui venne alla luce il famoso libro e l’influenza che sullo sviluppo successivo delle idee esso ebbe, il Viner ci dà una analisi penetrante di una delle idee – madri che allo Smith si vogliono attribuire: l’idea del “laissez faire”, dell’esistenza di un ordine naturale e benefico di natura, il quale, lasciato a sé, condurrebbe gli uomini alla massima felicità. Tra i due autori sembra ci sia stata una divisione di lavoro: l’Hollander illustra tutto ciò che, fuori di Adamo Smith, serve ad illuminare il suo libro; il Viner si fonda esclusivamente sulle parole proprie dall’autore studiato: all’infuori di una citazione della vita di Adamo Smith del Rae, e di un’altra del Four Tracts del Tucker, il Viner altro non cita che le opere dello Smith: l’History of Ancient Physics, la Theory of Moral Sentiments, la Wealth of Nations e le Lectures. Ma si sente che il Viner ha meditato a lungo sul problema principale che lo affatica: è esatto affermare che sia impossibile comprendere bene la Ricchezza delle Nazioni senza aver letto altresì la Teoria dei sentimenti morali? Ed è vero che i due libri si integrano a vicenda? La conclusione del Viner è nettamente negativa: »Io cercherò di dimostrare che le difficoltà a cui gli interpreti sono andati incontro derivano principalmente dal loro sforzo di trovare una base per mettere d’accordo i due libri e che vi sono tra essi divergenze fra cui una riconciliazione non è possibile nemmeno col mezzo eroico di un appello all’esistenza di un dualismo Kantiano nel pensiero di Smith. Io cercherò inoltre di dimostrare che la Ricchezza delle nazioni fu il migliore dei due libri appunto a causa della sua parziale rottura con la Teoria dei sentimenti morali e che non avrebbe potuto rimanere, come accadde, un libro vivente se nei suoi metodi di analisi, nelle sue premesse fondamentali e nelle sue conclusioni non avesse abbandonato l’assolutismo, la rigidità ed il romanticismo caratteristici della prima opera».

 

 

Basti riportare qualcuna fra le tante prove addotte dal Viner. Nella Teoria dei sentimenti morali Adamo Smith adopera una ricca tavolozza di vocaboli per indicare l’opera benefica della natura: «il grande direttore della natura» – «la causa finale» – «l’autore della natura» – «il grande giudice dei cuori» – «la mano invisibile» – «la provvidenza» – «l’essere divino» -ed in alcuni rari casi «Dio». Il fraseggiare è maestoso: «L’idea di questo essere divino, la cui benevolenza e saggezza hanno, da tutta l’eternità, plasmato e diretto l’immensa macchina dell’universo, così da produrre in ogni tempo la più grande quantità possibile di felicità, è certamente di gran lunga il più sublime tra tutti gli oggetti che possono essere contemplati dagli uomini». «La divina provvidenza ha costrutto la natura esterna in modo da renderne l’operare favorevole all’uomo ed ha instillato nell’uomo tali sentimenti da cagionare, attraverso l’azione loro normale, la felicità ed il benessere dell’umanità. L’amministrazione del grande sistema dell’universo, la cura della felicità universale di tutti gli esseri razionali e sensibili, è ufficio di Dio e non dell’uomo”.

 

 

Nella Ricchezza delle nazioni si parla molto meno della divinità e pochissime frasi possono essere citate per dimostrare che nel pensiero di Adamo Smith sopravviveva il concetto di una divinità regolatrice del processo economico in maniera necessariamente vantaggiosa al benessere umano: un’allusione incidentale alla «saggezza della natura», un’osservazione relativa al contrabbando divenuto delitto in virtù delle leggi positive «contrariamente alle intenzioni della natura», una ripetizione della frase sulla «mano invisibile» ed un solo ricordo degli “Dei» a proposito del contrapposto tra superstizione e filosofia. Laddove nella Teoria Adamo Smith esponeva in termini generali la dottrina di un ordine armonico del mondo economico, nella Ricchezza delle nazioni l’esistenza di quest’armonia non è mai affermata come principio generale, ma è dedotta da specifiche osservazioni su casi e problemi singoli. Dai sentimenti di benevolenza e di simpatia egli spera pochissimo: «Noi non attendiamo il nostro pranzo dalla benevolenza del macellaio, del birraio e del fornaio, ma dal tenere essi in gran conto il loro proprio interesse». Il Viner non crede nella soluzione data dal Buckle al problema del contrasto tra la grande importanza data dallo Smith al sentimento della benevolenza nella Teoria ed al peso nullo ed anzi quasi allo spregio dimostrato per lo stesso sentimento nella Ricchezza. La soluzione, come è noto, starebbe in ciò che nella Ricchezza lo Smith astraeva deliberatamente da tutti i principi della natura umana eccetto l’interesse egoistico, laddove nella Teoria egli intendeva dipingere l’intima natura umana. Secondo il Viner invece: «non esiste alcuna traccia di prova che lo Smith nella Ricchezza delle nazioni fosse consapevole di astrarre elementi scelti dalla complessa natura umana. Spettava ad un pensatore posteriore e più acuto, il Ricardo, scoprire i vantaggi della tecnica dell’astrazione voluta nel campo della scienza economica».

 

 

Il Viner con un lavoro di cesello paziente dimostra il contrasto profondo tra l’ordine naturale perfettamente armonico e intieramente benefico della Teoria e l’armonia parziale e limitata dell’ordine economico quale si scorge nella Ricchezza. A più riprese, lo Smith insiste sul contrasto di interessi fa padroni ed operai, tra questi ed il pubblico, tra i mercanti e manufattori ed i consumatori; tra essi ed i fittabili e i proprietari: tra i negozianti in granaglie e i consumatori; tra gli speculatori e l’interesse generale; tra i legulei e la giustizia. Lo stesso Adamo Smith forse non aveva veduto il numero e l’importanza dei casi di contrasto da lui messi in luce. Il celebre brano della Ricchezza: «Ben di rado gente appartenente alla medesima branca di affari si ritrova, anche se per divertirsi e distrarsi, senza che la conversazione finisca in una congiura contro il pubblico o in qualche spediente per rialzare i prezzi» ha un suono ben diverso dal quadro della “Teoria” dove si raffigura l’ordine perfettamente armonico della natura, indirizzato, sotto la guida divina, a promuovere «il grande fine, l’ordine del mondo e la perfezione e la felicità della natura umana».

 

 

Adamo Smith nella Ricchezza è assai più proclive a far concessioni all’intervento dello Stato, al protezionismo, al riformismo sociale per mezzo delle imposte di quanto si potrebbe immaginare da chi lo ritenesse un puro apostolo della libertà naturale. Egli aveva poca stima dei governi, sovrattutto perché i governi da lui conosciuti funzionavano male ed erano corrotti. «Egli non credeva che il laissez faire fosse sempre buono o sempre cattivo. Molto potevano le circostanze; e, meglio che poté, Adamo Smith tenne conto di tutte le circostanze da lui conosciute. Nei giorni presenti di scuole in contrasto, ognuna delle quali è profondamente, sebbene provvisoriamente, convinta che essa, ed essa sola, conosce l’unica via verso la verità economica, come è rinfrescante ritornare alla Ricchezza delle nazioni, con il suo eclettismo, il suo umore sempre equo, il suo buon senso e la sua prontezza ad ammettere che coloro i quali vedevano le cose in modo diverso del suo forse avevano torto solo in parte!».

 

 

Il Morrow affronta anch’egli il problema delle relazioni tra le due opere maggiori dello Smith. Dopo la scoperta degli appunti delle lezioni tenute dallo Smith a Glasgow nel 1763 non si può più sostenere la teoria la quale raffigurava uno Smith altruista prima del viaggio in Francia e cinico materialista dopo i contatti con gli enciclopedisti francesi. In verità, il contrasto fra i due Smith è stato, secondo l’autore, grandemente esagerato. È vero che nei Moral Sentiments Adamo Smith combatte la dottrina la quale fa agire l’uomo soltanto in base all’amore di sé stesso ed esalta la benevolenza come la più alta delle virtù; tuttavia egli riconosce anche in quella sede altre virtù, sia pure inferiori, come la prudenza, la frugalità, l’industria (operosità) e la fiducia in sé stesso. Tutte queste virtù, se regolate dalla giustizia, conducono al bene della collettività e degli individui. Anche nella Ricchezza delle nazioni egli suppone sempre che la giustizia sia il fondamento necessario per l’esistenza delle nazioni e specialmente delle nazioni ricche. Egli non ritiene che l’egoismo sia il solo principio attivo nella natura umana e non raccomanda l’egoismo libero come il modo migliore di promuovere il vantaggio collettivo. Il principio dell’interesse individuale per l’autore della Ricchezza delle nazioni significa semplicemente che egli predicava nel mondo economico il medesimo vangelo di diritti individuali e di libertà individuale che in un modo o in un altro era il fondo del pensiero sociale del diciottesimo secolo. Il libro sui sentimenti morali aiuta a meglio comprendere l’individualismo della Ricchezza delle nazioni. Il succo del pensiero morale smithiano consiste, secondo Il Morrow, nell’osservazione che i sentimenti in base a cui noi giudichiamo noi stessi e gli altri non si formano in solitudine. Una creatura umana la quale si formasse in un luogo solitario, senza alcuna comunicazione con i suoi simili, non avrebbe alcuna idea né della virtù né del vizio. L’osservazione della condotta altrui ci porta a poco a poco ad accogliere alcune regole generali relative a ciò che si deve ed a ciò che non si deve fare. Le regole generali di moralità derivano in ultimo dalla nostra esperienza, dalla approvazione o disapprovazione degli uomini, ma sono capaci di opporsi in casi particolari alla violenza delle nostre passioni od alla temporanea disapprovazione dei nostri simili. Non il giudizio immediato altrui, ma il giudizio dello spettatore imparziale, libero dalle limitazioni delle conoscenze e delle esperienze umane è quello che decide in ultimo appello. Secondo il Morrow, qui è l’originalità del pensiero morale di Adamo Smith: nell’aver guardato non all’innata introspezione individuale, come usavano i pensatori del suo secolo, ma all’esperienza sociale come alla sorgente della moralità. Poiché l’individuo per sua natura è sociale, è un prodotto dell’ambiente sociale, gli può essere consentito, secondo gli insegnamenti della Ricchezza delle nazioni, di agire, senza interferenze esterne, secondo i dettami della sua natura individuale. Secondo questa interpretazione i Moral sentiments ci aiuterebbero a penetrare più a fondo in quell’individualismo che nella Wealth of Nations assume la forma del liberalismo economico e del laissez faire. La filosofia morale dell’avvenire sarebbe quella che, accettando con Adamo Smith, le risorse materiali del mondo moderno e le caratteristiche umane che lo hanno creato, tentasse di fissare, in queste condizioni, «in che cosa consista la felicità e la perfezione dell’uomo, non solo come individuo, ma come membro di una famiglia, di uno Stato e della grande collettività umana».

 

 

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G.H. Bousquet: Essai sur l’Évolution de la Pensée Économique. (Un vol. di pag. XV-314 della “Bibliothèque internationale d’Économie politique”. Paris, Marcel Giard, 16, rue Soufflot. Prezzo 45 franchi).

 

 

Gli italiani debbono essere grati al signor Bousquet il quale, in un libro destinato a studiare l’evoluzione della scienza economica, ha largamente discusso taluni economisti nostri. Non solo egli si professa seguace di Vilfredo Pareto: ma insolitamente discute di Antonio Genovesi e, sovrattutto, di Francesco Ferrara. Di Genovesi ricorda la concezione meccanica del corpo politico, considerato come un insieme di tubi comunicanti. Concetto appena accennato: ma in modo da chiarire che il Genovesi aveva già visto l’esistenza di un problema d’insieme della società. Francesco Ferrara è, per il Bousquet, un grande economista a torto misconosciuto. Dopo avergli consacrato uno studio particolare nella Revue d’histoire économique et sociale (1926), il Bousquet, dedica al Ferrara dodici pagine dell’Essai. «Il Ferrara merita allo stesso titolo dello Stuart Mill di essere classificato tra gli ultimi grandi economisti classici. Non è certo inferiore al Mill soggettivamente parlando e la contribuzione oggettiva è superiore alla sua». Sul punto della teoria dei beni immateriali «non vi è niente da aggiungere» a quanto scrisse Ferrara. La teoria «del costo di riproduzione» è quanto i classici ci hanno lasciato «di più finito e compiuto». La distanza che separa Ferrara, – secondo cui una merce non è più desiderata quando il suo prezzo supera un certo livello perché il consumatore preferirà altre merci di cui l’utilità è per lui equivalente – da Menger, il quale precisa il limite di indifferenza nel punto in cui i gradi finali di utilità comparata sono gli stessi, è davvero «così piccola che la si potrebbe considerare quasi nulla».

 

 

Il libro del Bousquet non si può dire una “storia delle dottrine economiche” nel senso in cui comunemente essa viene intesa. Essa non sostituisce né il Mac Culloch, né il Ferrara, né il Roscher, né il Cossa, né il Cannan, per citare i cinque libri che, per un verso o per l’altro, sono veramente indispensabili a chi voglia studiare lo sviluppo delle dottrine economiche. Esso non è neppure uno studio della formazione progressiva dei teoremi economici oggi riconosciuti veri; che sarebbe forse il miglior modo approssimativo di attuare il noto concetto del Pantaleoni. Il libro del B. è piuttosto un ripensamento di “alcune” dottrine allo scopo di estrarne: in primo luogo il contenuto “oggettivo” o “reale” che l’autore definisce come «il rapporto in cui la teoria si trova con la realtà senza inquietarsi delle ragioni, che le hanno dato origine o della forma che essa riveste»; ed in secondo luogo il contenuto «soggettivo» o «psicologico» che sarebbe una ricerca intorno «a ciò che l’autore pensava del suo argomento, quali sentimenti lo hanno spinto a trattarlo, quali idee egli si faceva dei propri lavori».

 

 

Ora questi ripensamenti sono spesso più curiosi e suggestivi per lo studio della mentalità dello storico delle dottrine che per quello delle dottrine medesime, o della formazione spirituale del pensiero degli autori studiati. Escludasi innanzi tutto che nel libro del Bousquet vi sia un qualsiasi tentativo di ricreare il processo formativo del pensiero dei grandi economisti. Il B. è troppo sicuro intorno al cammino che si deve unicamente percorrere per giungere alla scoperta della verità, per perder tempo a studiare come e perché gli economisti del passato studiassero nel modo che ad essi pareva migliore.

 

 

I lettori di Pareto ben conoscono la sua contrapposizione fra oggettivo e soggettivo; ma sanno altresì che essa poco ci aiuta a penetrare dentro nel pensiero altrui. È molto interessante leggere quel che di Ricardo scriveva il Pareto, non per imparare sul serio che cosa su un certo argomento aveva pensato il Ricardo o quale sia stato il contributo dato dal Ricardo alla conoscenza di un dato problema economico o il perché quel problema interessava Ricardo, ma “esclusivamente” per conoscere quel che il Pareto reputò fosse quel pensiero o quel contributo o quel motivo. Pareto, come altri prima di lui, per es., il Jevons, era troppo persuaso della grandezza dell’orma da lui impressa nella scienza economica per non essere convinto che prima di lui era il nulla o quasi; epperciò sarebbe vano il chiedere a lui un giudizio “oggettivo” sugli uomini che nella scienza vennero prima di lui. Ciononostante la scala dei valori scientifici da lui posta, sebbene stranamente diversa da quella vera, resta interessante per comprendere la mente di Pareto. Il saggio del Bousquet è del medesimo tipo. Io non direi che esso abbia un valore storico. Leggendolo, come ho fatto da capo a fondo, mi è rimasto il dubbio che l’A. abbia visto tutti i libri che egli giudica e classifica. In parecchi luoghi egli stesso dichiara di citare di seconda mano. Poco del resto ciò importa per un libro come quello che il Bousquet ha voluto scrivere. Il quale è un libro di impressioni ricevute dalle letture fatte, di prima o di seconda mano, da un paretiano ansioso di procedere oltre Pareto. Dove egli miri non si vede ben chiaro. L’economia pura matematica non lo interessa più. Essa ha dato tutto ciò che poteva dare e non può procedere oltre lo schema generale del meccanismo economico. «Quando si vogliono precisare matematicamente certi fatti, la complicazione delle equazioni diventa troppo grande. D’altra parte, l’apparato matematico non potrà spiegare l’economia dinamica ed a fortiori un’economia la quale voglia avvicinarsi alla realtà sociale. Non si può sperare di trovare nulla di nuovo da questa parte». Il nuovo dove lo troveremo? Pare nella elaborazione del «principio scientifico», secondo il quale «il solo ed unico scopo della teoria deve essere la sistematizzazione razionale e logica della realtà concreta, senza alcuna tendenza pratica o normativa, sul modello della teoria fisica, chimica o meccanica». Ma il principio scientifico «indica solo lo stato di spirito del teorico e non la materia sulla quale dovrà esercitare la sua attività». La materia pare debba consistere: 1) nello studio concreto dei sistemi economici di una nazione, di un continente, di parecchi continenti, dei mercati nazionali ed internazionali dei prodotti e del lavoro; 2) nello studio dello stato d’animo degli uomini, degli elementi umani che si trovano in stato di mutua dipendenza nel sistema economico. Dopo la fase astratta, deduttiva, matematica che ha posto, col Manuale di Pareto, le leggi generali dell’equilibrio economico, il ritorno al fatti, ai particolari, agli uomini reali, di cui si debbono studiare i rapporti reciproci. Tutto ciò è molto nebuloso. Quando mai sarebbe una novità per gli economisti studiare i fatti concreti, i mercati, i moventi psicologici delle azioni degli uomini? E che cosa è quella tale realtà concreta che unicamente la teoria dovrebbe sistemare per ubbidire al principio scientifico? E che cosa è questo tale spirito o principio scientifico il quale si occupa solo di “realtà” di fatti” e bandisce gli “ideali” e le “norme” ? Solenni interrogativi, a cui il B. non dà una risposta. Egli è uno spirito inquieto, il quale invece di scrivere un libro, cerca il perché e, il come deve scrivere. Come molti libri introspettivi, anche il suo è degno di esser letto.

 

 

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Gennaro Maria Monti: Due grandi riformatori del settecento: A. Genovese e G. M. Galanti“. (Vallecchi, editore in Firenze, un vol. di pag. VIII-237).

 

 

Il libro del Monti è di un tipo che gli economisti, quelli italiani almeno, hanno poco in pratica. Consta di due saggi sul Genovesi e di tre sul Galanti. Dico che gli economisti poco praticano siffatto genere di libri, perché non hanno ancora l’abitudine e l’amore dell’inedito. Anche quando Prato pubblica qualche pagina o saggio inedito di Vasco o di Law o di Francesco Ferrara, l’economista mette avanti il suo inedito come sfondo o frutto prelibato o materia di trattazione di un problema economico. Il problema viene in primo piano e il documento inedito viene in appoggio ad illustrazione del problema discusso. Tra gli storici si ha l’impressione che la graduatoria sia diversa; ed in primo luogo venga il documento inedito ed il testo dell’autore serva poi ad illustrare quello e non viceversa.

 

 

Il Monti illustra con ricca dottrina di prima mano i documenti inediti che egli ha rintracciato in archivi pubblici e privati intorno a Genovesi e l’anticurialismo, a Galanti e la feudalità napoletana alla fine del Settecento ed a minori problemi discussi dai due autori. Qua e là vi sono spunti assai interessanti per gli studiosi di economia. A pag. 99 c’è un brano il quale sostiene il paragone con quello celeberrimo che Sydney Smith scrisse nel 1820 nella Edinburgh Review intorno alle imposte pagate dal “libero britanno” in compenso della gloria conquistata a Waterloo contro Napoleone. In un’antologia fiscale accanto al quadro di Sydney Smith bisognerà riportare le parole di Antonio Genovesi intorno alla rapacità della Curia Romana: «Si ha a pagar… denari per essere marito, denari per aver figli legittimi, denaro per aver sepoltura, denaro per ricomperarsi da ogni peccato con quelle dispense, che fanno a pezzi le leggi e che autorizzano il diritto, denaro per poter essere usuraio a man franca, denaro per far lo bandito, e l’assassino di strada con una pronta Bolla di Chericato nel caso che venghi in mano alla Giustizia, denaro per sottrarsi da’ legittimi magistrati con una appellazione velut ab iniquis, ed anche coll’eccezione unde vi, denaro per non essere scomunicato, e le cagioni delle scomuniche sono infinite, denaro per sottrarsi da un interdetto generale, denari per esser liberato dall’esser dichiarato eretico e fautore di eretici, convivente con eretici, sospetto di eresia, di magia, di sortilegio, denaro fino per sottrarsi dalle più sante pie opere evangeliche, digiuni, penitenze, dire o udir la messa. Chi direbbe tutto? Devono per poter liberamente testare, jus che la natura e le leggi di società danno a tutti».

 

 

Di Genovesi pare esistano molti scritti inediti, fra cui taluni attinenti a materie economiche. Il Monti pubblica un confronto parlante fra la città e la campagna, contenuto in uno scritto intitolato Conversazione nel quale si dibatte il problema della popolazione del Regno di Napoli in continuo aumento.

 

 

Del Galanti forse è troppo dire fosse «l’autore del primo sodo lavoro di statistica che si vedesse in Europa». Poiché la sua Descrizione delle Sicilie è posteriore al 1780, non sembra possa prendere il passo alle Aritmetiche politiche che da Sir William Petty in poi si erano andate pubblicando in ad paesi d’Europa. Certo i libri del Galanti sono troppo poco sfruttati dagli economisti, i quali troverebbero molta materia di studio nei suoi scritti sodi e bene informati. I brani sulla feudalità nel Regno di Napoli che il Monti pubblica sui manoscritti delle Relazioni al Re sono istruttivi e degni di essere studiati, anche per chi conosca gli Abusi feudali del Winspeare. Il Galanti descrive al vivo i sinistri effetti delle angherie feudali sulle culture e spiega la necessità di una riforma. La quale venne; ma tarda e fu un turbine rivoluzionario.

 

 

Il libro del Monti fa pensare alla messe opima che raccoglierebbe l’economista che studiasse il Genovesi e il Galanti e tanti altri scrittori del sec. XVIII, li inquadrasse nel loro tempo, ne mettesse in evidenza il pensiero economico e la influenza sul pensiero dei contemporanei e dei successori e sulla legislazione. Se ci sarà chi voglia seguire le traccie del bel libro del Monti e darci un Genovesi e un Galanti economisti, editi ed inediti, lo consiglio però a continuare a scrivere Genovesi, lasciando agli eruditi la forma Genovese. Poiché sui ruoli degli stipendi dell’Università di Napoli sempre fu usata la forma in “e”, ed il Genovesi medesimo si qualificò Genovese nel testamento, bisogna rassegnarsi a vedere usata la forma in “e” sui registri dello stato civile. Ma poiché nei frontespizi dei libri suoi il Genovesi usò sempre la forma in “i” e i suoi amici e discepoli, come risulta anche dalle Memorie del Galanti pubblicate qui stesso dal Monti, sempre scrissero Genovesi, è una pedanteria erudita mutare la grafia di un nome glorioso consacrato dal tempo e dall’uso universale. Perché rinnovare il fastidio che a noi giovinetti davano i professori ostinati a chiamare Vergilio il gran poeta latino?

Luigi Einaudi.

 

 

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Antonio Graziadei: Capitale e colonie. (Milano Casa Editrice Sociale, Viale Monza, 77, 1927, un vol. di pag. 159. Prezzo L. 7).

 

 

L’A., il quale da circa trent’anni scrive intorno alle teoria marxista (La produzione capitalistica, Torino, Bocca, 1889; Prezzo o sovraprezzo nell’economia capitalistica, Torino, Bocca, 1924; Il prezzo e il sovraprezzo in rapporto ai consumatori ed ai lavoratori, Roma, Maglione e Strini, 1925; La concezione del sopralavoro e la teoria del valore, Roma, Maglione e Strini, 1925; La teoria del valore e il problema del capitale costante, Roma, Maglione e Strini, 1926), vuole dimostrare «che colla dottrina marxista è impossibile rappresentare e spiegare esattamente tutte le variazioni dei prezzi unitari in rapporto alle modificazioni nella quantità dei rispettivi prodotti, e specialmente a quelle modificazioni che sono nel senso dell’aumento» . E poiché «date certe condizioni, un aumento sensibile della quantità del prodotti tende a trasformarsi, o direttamente, od attraverso al prezzo dei prodotti stessi, in un aumento delle entrate di tutte le classi impegnate nella produzione» il problema porta a studiare «se, in quali limiti e per quali strati, un miglioramento nelle condizioni economiche della classe operaia sia compatibile colle leggi dell’economia capitalistica».

 

 

Come negli altri suoi lavori teorici, e principalmente in quelli non attinenti al marxismo (La teoria del valore e il grado finale di utilità, Valparaiso, 1901; Saggio di una indagine sui prezzi in regime di concorrenza e di sindacato, Roma, 1909; Quantità e prezzi di equilibrio fra domanda ed offerta in condizioni di concorrenza, di monopolio e di sindacato, Roma 1918), il Graziadei anche in queste pagine è insistente e minuto; volta e rivolta in tutti i sensi la tesi da lui esaminata; quasi sempre dopo avere esposta un’idea con una data formula, la torna a porre ed a formulare diversamente. Il che è indizio di quello che si chiama “affanno scientifico” e consiste nel rendere ragione a sé stesso prima che agli altri delle affermazioni fatte. Ogni volta però che io prendo in mano un lavoro di Graziadei, intorno a qualche concezione marxistica, io non mi so trattenere dal porre a me stesso il quesito: quale demone spinge uno scrittore così insoddisfatto, così propenso a porre sempre nuovi quesiti, ad attaccarsi proprio a quella parte del pensiero di Carlo Marx, intorno a cui si è fatta di anno in anno sempre più viva l’impressione di caducità? È ovvio che si studino di Marx le concezioni storiche, l’influenza sul movimento operaio, la virtù mistica rivoluzionaria: e pare ragionevole ammettere che quegli studi abbiano a durare un pezzo. Ma il perché si continui a voltare ed a rivoltare in tutti i sensi quelle alcune tesi marxiste di economia teorica intorno al valore, ai prezzi, al sopralavoro, che gli economisti hanno dimenticato, perché la loro importanza scientifica è universalmente considerata uguale a zero, è un problema in sé stesso degno di studio. Veggasi che il problema è diverso da quell’altro: se gli errori o le affermazioni senza portata scientifica di Marx intorno al valore od ai prezzi abbiano avuto od abbiano un’influenza sul movimento operaio in qualità di mito o d’ideale o d’arma di lotta. Questa è un’indagine storica di cui si comprende senz’altro il peso. È invece una specie di indovinello il perché Graziadei ed altri con lui seguitino a studiare gli errori economici di Marx per vedere se e fino a qual punto sia possibile stirarli per farli combaciare coi fatti. Il bello è che Graziadei – almeno questa è la mia impressione – sovratutto si diletta nel mettere in evidenza le incomprensioni e le unilateralità di Marx. Si chiede: perché l’A., il quale indubbiamente non vuole, in sede di questi suoi libri, risolvere alcuna questione politica sociale o storica, ma esclusivamente affronta un problema di economia teorica, imbarazza sé stesso, sottopone il suo ingegno acuto ad una fatica inumana per avere la soddisfazione di prendere le mosse da uno scrittore, per altri rispetti memorando, ma dimenticato in qualità di economista teorico e, secondo l’opinione comune, giustamente dimenticato per non avere lasciato nella scienza alcuna traccia? Non sarebbe più spiccio, una volta posto un problema, egli lo risolvesse per conto suo, senza altrimenti impacciarsi degli errori che capitarono ad essere enunciati dal Marx? Per dimostrare che la mia domanda è impertinente, bisognerebbe che Graziadei scrivesse, rubando il titolo a Benedetto Croce, un libro su Ciò che è vivo e ciò che è morto in Carlo Marx teorico dell’economia. Nessuno meglio di lui, che ha maciullato frusto a frusto ogni pagina teorica di Marx, sarebbe capace di scrivere questo libro; e solo così egli riuscirebbe a fare arrossire di vergogna quanti, al par di me, non sanno capacitarsi del perché egli senta tanto spesso il bisogno di prendere le mosse da Marx quando, valorosamente affrontando qualche arduo problema, potrebbe farlo senza l’impaccio di cose morte. S’intende che «quel che è vivo» dovrebbe essere di Marx e non d’altri; quel che di suo si potrà dimostrare aver egli aggiunto alle teorie altrui, non quel che egli, destrissimo nei rubare, vituperando i derubati, semplicemente rivoltava come si fa per le giacche fruste, dando al vecchio scintillio di nuovo.

 

 

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D. H. Robertson: Banking policy and the price level. (London, P.S. King and Son, Ltd., Orchard House, 14, Great Smith Street, Westminster, un vol. di pag. 103. Prezzo 5 scellini net).

 

 

Scopo del libro è di esaminare criticamente la dottrina secondo cui i cicli economici sono dovuti a cause puramente monetarie e potrebbero essere aboliti con una politica monetaria intesa a mantenere stabile il livello generale dei prezzi. Nel libro si discutono i pregi ed i limiti di una siffatta politica, insieme con altri punti relativi al problema della stabilizzazione industriale.

 

 

Il libro non è facile a leggersi ed è ancor più difficile da sunteggiare. Che non sia un libro facile è affermato esplicitamente dell’autore medesimo, il quale, a scusarsi, fa notare che si tratta di un libro breve e prega il lettore a leggere ogni capitolo due volte prima di passare al capitolo successivo. Che non sia un libro facile a sunteggiare è provato dal fatto che il Pigou, il quale ci si provò, ha dato alla materia un ordine tutto suo personale ed ha scritto pagine poco meno ardue a capirsi dell’originale.

 

 

Che il libro sia importante e tale che ogni economista dovrebbe leggerlo e tentare, a modo suo e senza fidarsi dei riassunti altrui, di afferrarne il succo, sembra cosa certa. Il Pigou, di cui bisogna leggere la lunga recensione nell’Economic Journal del giugno 1926, scrive: «Il Robertson ha compiuto con successo uno sforzo singolare. In un campo esplorato da molti economisti, egli ha scoperto ed affrontato problemi fondamentali, di cui la stessa esistenza non era sinora neppure stata supposta. Ed ha fatto cosa assai più ardua del rispondere a problemi: ha scoperto quali erano i vari problemi a cui si doveva rispondere. In tal modo, egli ha aperto una nuova via, ha aggiunto un nuovo braccio allo strumento dell’analisi economica».

 

 

Dopo il Pigou, il signor Hawtrey (settembre 1926) ed il prof. Lehfeldt (dicembre 1926) discussero nell’Economic Journal le conclusioni del Robertson; ed i nomi stessi dei contendenti dimostrano quanto viva sia l’impressione destata dal libro del Robertson. A suscitare l’interesse del lettore, senza tentare di mortificarlo con un sunto il quale necessariamente non riuscirebbe all’intento voluto, ricorderò una conclusione pratica del libro. Quando, egli dice, una espansione industriale è giustificata da una causa reale, p. es., un buon raccolto, od una cresciuta domanda estera, se le banche pongono ostacoli al rialzo del livello dei prezzi, esse impediscono il verificarsi di una espansione economicamente razionale. Il signor Robertson perciò conclude che le banche non debbono aspirare ad una perfetta stabilità nel livello dei prezzi. Esse dovrebbero invece secondare quei movimenti nei prezzi, i quali sono legati con una espansione «economicamente giustificabile» nella attività industriale, vietando invece quei movimenti secondari che minacciano di spingere troppo in là la espansione economica. Coloro i quali non erano rimasti persuasi della convenienza di mantenere un livello assolutamente costante dei prezzi, di cui si erano fatti paladini tanti recenti economisti inglesi, devono essere lieti che la fine analisi economica del Robertson sia venuta in aiuto della loro diffidenza. Sarebbe curioso indagare quali punti di contatto vi siano fra la diffidenza istintiva e il ragionamento economico. Il Robertson ragiona movendo, come dice l’Hawtrey, da premesse estremamente sottili sui moventi psicologici dell’uomo economico. Potrebbe darsi che in queste premesse si trovasse il punto di contatto fra l’istinto ed il ragionamento.

 

 

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Celso Ulpiani: Le Georgiche. (Casa editrice Fratelli Marescalchi, Casale Monferrato, 1927, un vol. di pag. VIII-147. Prezzo L. 15).

 

 

È la quarta edizione di un libro divenuto meritamente celebre. Ed è celebrità duratura perché, ad ogni volta che lo si ripiglia in mano, si lamenta la morte immatura di uno scrittore di così gran razza. Le Georgiche sono per lui l’occasione per dimostrare penetrazione filologica e tecnica, per spiegare Virgilio ai latinisti, che non sanno nulla dei lavori agricoli e delle piante e della terra, e sovrattutto per esporre una visione storica della terra italiana da Augusto ai giorni nastri. Marx, Kautsky, Sismondi, il partito socialista, le fattorie agricole nord-americane, la grande impresa agricola e la piccola proprietà, tutto passa attraverso alle georgiche virgiliane e prende posto naturalmente nella visione che, sulle traccie del poema, Celso Ulpiani si era fatta del mondo. L’agricoltore lento, e diffidente, che è in ognuno di noi, è tratto a reputare visionarie le profezie di Ulpiani ma in verità la sua è la visione che un intelletto potente ed immaginativo ha di un mondo in divenire. Che cosa la terra italiana meridionale diverrà sotto la spinta del laghi artificiali, dei lavori profondi, dell’elettricità e del motore a scoppio?

 

 

Ulpiani ci ha profetizzato così: sugli altipiani e i fianchi delle montagne il prato naturale e il bosco, di proprietà collettiva, sulle colline, attorno ai paesi ed alle città, lungo le rive dei fiumi e le grandi vie commerciali la piccola e piccolissima proprietà coltivatrice di alberi da frutta, di viti e di ortaggi, nelle vallate e nelle larghe pianure la grande

proprietà coltivatrice dei cereali, delle leguminose e delle piante industriali. Il piccolo proprietario del colle, del sobborgo, dei terreni alberati, che ha tempo libero e può fare eseguire molti lavori alle donne, ai ragazzi ed ai vecchi, presta l’opera sua intermittente alla grande proprietà del piano, la quale ha bisogno di continuo di opere e non può mantenere una popolazione stabile di salariati, oziosi per gran parte dell’anno e malcontenti sempre.

 

 

Una prefazione firmata col nome notissimo di Luigi Luzzatti giova a persuadere alla lettura i molti a cui riesca nuovo quello di un autore tanto originale per lo stile e per il pensiero. Gli editori hanno dato veste adorna alla nuova edizione; e, sebbene non risulti dal volume, giova augurare esatto l’annuncio, comparso su qualche giornale agricolo, che essi si propongano di pubblicare le opera omnia dell’Ulpiani. Il più elegante e veggente scrittore agrario dell’Italia contemporanea merita bene questo onore.

 

 

20

 

Edwin R. A. Seligman: Studies in Public Finance, (New York, The Macmillan Co., 1925, un vol. di pag. IX-302).

 

 

Questo è uno dei parecchi volumi venuti alla luce a guisa di assaggi dell’opera progettata circa un terzo di secolo fa dal prof. Seligman sulla Scienza delle Finanze. Il trattato uscirà, pare, fra non molto in tre volumi. Frattanto gli Essays in Taxation, la Progressive Taxation, The Shifting and Incidence of Taxation e The Income Tax hanno aguzzato l’aspettativa degli studiosi, la quale oggi cresce leggendo i saggi tributari contenuti in questo ultimo volume: il carico comparativo delle imposte nel ventesimo secolo, i debiti interalleati, le imposte sul reddito ed il livello dei prezzi, le imposte ed prezzi, i dividendi in azioni sono reddito?, la imposta sugli scambi, il problema dei titoli esenti da imposte, se l’imposta sulle successioni debba appartenere alla federazione od agli stati federali, la tassazione dei non residenti, sull’imposta sul reddito newyorkese, la ricostruzione finanziaria, la riforma della tassazione municipale, il sistema fiscale nelle colonie francesi. Chi conosce la dottrina, la misura, l’attitudine a vedere i più svariati aspetti del fenomeno studiato, il retto giudizio dello Seligman è senz’altro predisposto a trarre da ognuno di questi saggi materia di istruzione e di meditazione.

 

 

Di parecchi si può fare applicazione a problemi discussi altresì in Italia. Così della risposta data dallo Seligman al quesito: i dividendi pagati in azioni sociali sono reddito? Fa d’uopo andar cauti nel reputare applicabili all’Italia le soluzioni che lo Seligman ritiene corrette negli Stati Uniti, tanto grandi sono le differenze tra le rispettive norme regolatrici dell’imposta sul reddito. Seligman ragiona di un’imposta simile a quella che noi diremmo personale, complementare, progressiva sul reddito e conclude che la distribuzione agli azionisti di un dividendo:

 

 

–       in contanti è reddito tassabile;

 

 

–       in azioni di altre società è reddito tassabile;

 

 

–       in azioni della stessa società non è reddito e non è tassabile;

 

 

e fonda la dimostrazione sui punto che se la società, dopo aver guadagnato una certa somma, la separa dal corpo dell’attivo sociale e la fa realizzare agli azionisti, vi è reddito. Non importa che, dopo essere stata separata, quella somma sia distribuita in contanti, o in merci, o in azioni, o titoli acquistati con denaro. Vi è separazione e per l’azionista vi è realizzazione, che sono i due requisiti del reddito. Se invece la società distribuisce azioni proprie, essa trattiene il reddito, non lo separa dall’attivo sociale; né l’azionista realizza alcunché. Egli è nella medesima situazione in cui sarebbe se la società mandasse a riserva gli utili conseguiti senza distribuire in corrispondenza nuove azioni agli azionisti. Invece di crescere il numero delle azioni in possesso degli azionisti, aumenta il valore delle vecchie azioni da essi possedute. Nulla essi hanno però “realizzato” che sia stato scorporato dall’attivo sociale. Sul fondamento di questi medesimi concetti della “separazione” e della “realizzazione”, lo Seligman giudica che se un lotto di terreno passa dal valore 100 al valore 150, l’incremento non è reddito se il lotto non è venduto, diventa reddito tassabile se il lotto è venduto ed il guadagno realizzato. «Il vero punto è la separazione dell’incremento dal capitale. Questa separazione è necessaria affinché vi sia reddito. L’incremento separato è reddito, l’incremento non separato resta capitale. La separazione e la realizzazione sono l’essenza della trasformazione del capitale in reddito. Il capitale come tale rimane intatto: l’incremento o guadagno capitale, se di fatto realizzato e separato, costituisce reddito».

 

 

La teoria così esposta non mi pare soddisfacente. I momenti della separazione e della realizzazione sono per fermo importanti; ma è assai più importante definire che cosa essi in realtà siano. Ben dice lo stesso autore in principio del saggio citato che «reddito è il flusso delle soddisfazioni ottenute da servizi di uomini e da utilità di cose o rapporti materiali». Qual flusso di soddisfazioni dunque ricava Tizio dal semplice atto di vendere per 150 lire il lotto di terreno che gli era costato 100? Egli non ha fatto se non uno scambio tra equivalenti; possedeva 150 prima sotto la specie di terreno, possiede 150 dopo sotto la specie di denaro. Che in un momento precedente quel terreno valesse 100, non dice nulla rispetto alla natura di capitale o reddito delle 150 di dopo. Non è vero che la vendita abbia separato le 50 dalle 100, perché essa ha invece solo “trasformato”, un terreno in 150 lire. Ma la trasformazione non equivale a dire che le 150 lire si siano separate in 100 capitale e 50 reddito. Perché valutare in 100 il capitale e in 50 il reddito? Se il valore della moneta è diverso nel momento della vendita e in quello dell’acquisto, può darsi che per riavere l’equivalente delle 100 lire spese originariamente nell’acquisto del terreno occorra una somma maggiore o minore di 100 o di 150. Se si suppone costante il valore della moneta, resta che le 150 lire “realizzate”, sono un tutto compatto, che nessuno riteneva oggetto di tassazione prima e che non si capisce perché debba in parte diventare tassabile solo perché è mutata la forma da “terreno”, a “denaro”. Se lo scambio avvenisse tra due lotti di terreni, ambi cresciuti da 100 a 150, non ci sarebbe la cosidetta “separazione” e non si sa vedere dove starebbe di casa la realizzazione. Eppure quasi sempre lo scambio tra terreno e denaro prelude ad un successivo scambio tra denaro ed altro investimento, senza realizzazione di alcuna soddisfazione da servizi e da cose. Atti di disposizione patrimoniale e nulla più.

 

 

Tutto sommato, nella caratterizzazione del reddito il connotato di “separazione” mi pare meritevole di essere ulteriormente elaborato. Il filo che divide il capitale dal reddito soventi è sottilissimo. Il mero fatto di avere scambiato un lotto di terreno che nel tempo A (di acquisto) valeva 100 e nel tempo B (di vendita) valeva 150 con 150 denaro, non basta a dimostrare che in quell’attimo, per esclusivo effetto dello scambio, nel tempo B, tra due equivalenti ci sia stata separazione tra 100 capitale e 50 reddito. C’è stata “realizzazione” dell’intiero prezzo monetario 150, ma non separazione in quelle due parti. Se le 150 erano già divenute capitale nella forma terreno, esse restano capitale, tuttoché realizzate in denaro e divenute pronte a qualsiasi altro uso di consumo parziale (fino a concorrenza di 10, o 50, o 100, o altra somma) o totale o di reinvestimento.

 

 

La dottrina italiana parmi aver fatto un passo più in là di quello compiuto dallo Seligman quando ha osservato che la separazione delle 150 in capitale o reddito nel momento della vendita non doveva risultare da un mero confronto “numerico” fra due cifre di acquisto (100) e di vendita (150) col conseguente supero (50), ma dalla constatazione di un abito professionale, di un seguito di atti dal quale risultasse l’intenzione nel tempo A di comperare ad un dato prezzo (100) per rivendere nel tempo B ad un altro prezzo (150). Il vero connotato del reddito, oltre la realizzazione, non è il fatto bruto della separazione, di una quantità (50) chiamata reddito da un altra quantità (100) chiamata capitale; ma è «l’intenzione preesistente di effettuare in seguito la separazione», è quella che noi diciamo “animo speculativo”. Abbiamo in tal caso un punto fermo e non arbitrario su cui agire. Tizio non investe un capitale 100 col puro intendimento di investire a tempo indefinito di correre le alee solite di aumento o di diminuzione dei valori capitali. Poiché queste alee si scontano nel prezzo attuale, il prezzo futuro di ricavo non sarà se non l’equivalente preciso del capitale impiegato e dei rischi corsi (di mutamenti di gusti e di redditi, di variazioni monetarie, ecc., ecc.), senza alcun guadagno. Ma se Caio acquista con l’intenzione di rivendere, segno è che egli esercita, più o meno regolarmente, una professione, che egli nell’operazione iniziata introduce un elemento di iniziativa, di lavoro, rende servigio ad una clientela, presente o futura, merita ed ottiene, normalmente, un compenso. Quando egli l’ottenga, la forma del compenso è incremento di valore da 100 a 150, la sostanza è reddito di lavoro professionale o speculativo. Pur mantenendo fermo il connotato “realizzazione”, non vedo la convenienza di costituire il connotato “separazione” a quello tradizionale nella dottrina italiana di “animo speculativo”, nel giudicare se un incremento di valore (plusvalenza di azioni e di immobili o prezzo d’avviamento) sia reddito e sia tassabile.

 

 

La conclusione non risolve il quesito se la distribuzione di azioni sociali agli azionisti sia reddito tassabile. Per quanto tocca l’imposta nostra (reale) di ricchezza mobile rinvio ai saggi secondo e terzo del volume del Sampieri da me recensito in questo stesso fascicolo. Per l’imposta complementare sul reddito complessivo, che è il quesito posto dallo Seligman, a me pare che il criterio di giudizio sia quello della realizzazione. Non può essere reputato reddito dell’azionista se non quella ricchezza che dalla società è distribuita all’azionista e che questi può senz’altro destinare a procacciarsi soddisfazioni. La consegna di azioni sociali gratuite soddisfa a tali requisiti? L’azionista, con esse, possiede un numero maggiore di titoli ad una eventuale futura repartizione dell’attivo sociale. Aveva 100 azioni ed oggi ne possiede 150? La sua posizione non è in realtà mutata, poiché, se la società mandava a riserva senza capitalizzarli, gli utili ricevuti, le 100 azioni gli avrebbero dato diritte ad una quota dell’attiva netto sociale uguale a quella a cui si riferiscono oggi le 150. In ogni caso quello è un maggior diritto patrimoniale, che in seguito potrà dar luogo a più larghi dividendi in denaro, godibili e tassabili, ma che per ora è un capitale e non un reddito. Mi sono astenuto di proposito da ogni accenno al più grosso problema se la tassazione delle azioni gratuite come reddito ai fini della complementare non dia luogo a fatti di doppia tassazione per capitalizzazione. Anche ragionando sui concetti correnti, la tassabilità appare estremamente dubbia. Certo essa non dipende, come sembra accada nella legislazione americana, dalla successiva vendita; operata dall’azionista, delle azioni ricevute. Se il problema sorge, esso deve essere discusso rispetto al momento della distribuzione delle azioni gratuite.

 

 

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Vincenzo Sampieri Mangano: Di alcune questioni controverse in materia di tassabilità di redditi di società commerciali, agli effetti della imposta di ricchezza mobile, con prefazione del sen. LUIGI EINAUDI (un vol. di pag. VIII-270, Torino, Unione Tipografico – Editrice Torinese, 1927. Prezzo L. 20).

 

 

In queste pagine si discutono taluni dei problemi più sottili che nel diritto tributario italiano sono stati posti dalla rivoluzione monetaria occasionata dalla guerra e dall’importanza vie maggiore acquistata nell’epoca nostra dai contribuenti “collettivi”. Se le plusvalenze realizzate da società commerciali colle vendite di immobili siano tassabili senza che faccia d’uopo, come si deve per i privati contribuenti, procedere alla ricerca dell’intenzione speculativa, la quale si deve per le società sempre presume ope legis (I); in quali casi la distribuzione gratuita di nuove azioni ai soci sia passibile di imposta di ricchezza mobile (II); se le mutazioni del potere di acquisto della moneta esercitino in diritto vigente una influenza sulla tassabilità dei plusvalori e delle azioni gratuite (III); se la trasformazione delle società in nome collettivo o in accomandita semplice in società per azioni importi l’applicazione immediata delle norme di accertamento dei redditi e di pagamento dell’imposta particolari alle società per azioni (IV); se e quando il reddito realizzato all’estero da nazionali domiciliati e residenti in Italia sia soggetto all’imposta di ricchezza mobile (V); se l’affitto di tutti o di parte degli stabilimenti di una società anonima previsto nell’oggetto sociale importi rottura della rotazione attuata in base all’articolo 25 della legge d’imposta sulla ricchezza mobile (VI); ecco le questioni che l’autore del libro tratta con padronanza piena della dottrina e della giurisprudenza e con bello ed ordinato vigore di ragionamento. I consulenti delle società commerciali ed i funzionari degli uffici delle imposte mediteranno acconciamente sulle soluzioni date ai grossi problemi che tuttodì li affaticano; e gli amministratori delle società per azioni bene faranno a tenere gran conto dell’ammonimento dell’autore quando, a carte 120, li consiglia a non preoccuparsi esclusivamente del risultato economico che si vuole conseguire appigliandosi; a certe forme giuridiche, ma a vagliare accuratamente, finché siano in tempo, le conseguenze tributarie, si da non imputare poi al fiscalismo dei funzionari tributari quel danno che logicamente derivasse dalla necessaria valutazione della prescelta forma giuridica imposta dalla vigente normativa legislativa. Il libro, dunque, è destinato a benevola accoglienza nel mondo dei pratici, sia che si tratti di funzionari chiamati ad applicare la legge tributaria, di contribuenti incerti nello scegliere tra diverse specie di negozi giuridici fecondi di differenti conseguenze d’imposta o di magistrati chiamati, nell’ordine amministrativo o giudiziario, ad interpretare la legge. Ma dovrà altresì trovar posto, accanto a quelli del Quarta, del Clementini e degli altri che scrissero commenti fondamentali delle nostre leggi tributarie, negli scaffali dei cultori della scienza finanziaria. In che altro modo si costruisce l’edificio dottrinale, se non studiando i casi concreti particolari, i quali travagliano contribuenti e finanza, e ragionando intorno ad essi, sì da astrarne la norma regolatrice?

 

 

Non tutte le soluzioni che l’A., dopo lunga meditazione, dà ai gravi quesiti da lui posti sono forse intieramente accettabili del pari dall’economista e dal giurista, dal funzionario tributario, dal giudice e dall’amministratore di società commerciali. I quesiti sono importanti appunto perché controversi, e talvolta la soluzione dipende da un sottilissimo filo, che ognuno degli interessati vorrebbe tirare volentieri a proprio vantaggio. Ricordiamo che la legge di imposta di ricchezza mobile, alla quale fa d’uopo richiamarsi per risolvere i momentosi problemi che nel volume si discutono è vecchia quasi di due terzi di secolo; sicché non reca meraviglia vederla diversamente interpretata dai rappresentanti di contrastanti interessi, e contrastanti per ragioni e su premesse differenti da quelle che si usavano quando la legge nacque. Eppure quella legge fu cosa siffattamente mirabile, che è da dubitare se sia necessario, nei casi controversi, chiarire la norma vigente con leggi interpretative o non basti e meglio giovi l’interpretazione dottrinale e giurisprudenziale. In uno scritto che il Sampieri cita (a carte 71) ho invocato una norma nuova atta ad agevolare la ricostruzione dei bilanci delle società anonime, che la guerra scrollò e talvolta rese incomprensibili; ma quando, continuando, lessi (a carte 111) la mirabile decisione della IV sezione del Consiglio di Stato a proposito della tassazione dei plusvalori immobiliari, e più oltre (a carte 117), quella non meno elegante e superbamente ragionata della Commissione centrale delle imposte dirette sulla rivalutazione del capitale investito agli effetti dell’imposta sui profitti di guerra, dubitai se davvero la legge nuova fosse necessaria. Il vecchio tronco della legge d’imposta mobiliare è atto ancora a stimolare e saggiare la virtù creatrice del giudice, quella virtù che di tempo in tempo interpreta nuovamente la norma antica alla luce di bisogni nuovi!

 

 

Forse, a dubitare della necessità di una conchiusione la quale parevami meditata, io non mi sarei indotto se l’autore del volume non avesse preferito di dare allo scrivere suo, più di quello di una propria costruzione dottrinale, l’aspetto di una fine trama intessuta intorno a testi decisivi di sentenze, decisioni, normali ministeriali, commenti di dottori celebrati nella soggetta materia. Col crescere degli anni mi è cresciuto il fastidio dei libri che pretendono innovare a fondo le verità sino ad oggi ricevute, e si è fatta acerba l’impazienza delle citazioni mal fatte o di seconda mano e dei riassunti del pensiero altrui, che si ignora se riproducano fedelmente o deformino quel tal pensiero. Epperciò mi compiacqui grandemente e fui meglio persuaso quando, per ogni quesito discusso, vidi dal Sampieri riprodotte, testualmente ed integralmente, le pagine fondamentali che, per sentenze di magistrati ordinari, per decisioni di commissioni amministrative, per commento di reputati dottori, perché tutti furono persuasi che, accanto al raggiungimento di alcuni disputabili ed eventuali vantaggi di giustizia distributiva fra debitori e creditori, bilanciati da sicuri danni per la locupletazione di intermediari fra creditori originari e creditori finali, si sarebbe pronunciata una siffatta caotica sarabanda di cifre nei bilanci dello Stato, degli enti pubblici, delle casse di risparmio, delle banche, delle società industriali e dei privati da scatenare una crisi mai più veduta. Il costo del ritorno alla stabilità monetaria è già per sé stesso così elevato da non potere essere complicato col costo aggiuntivo di un ritorno all’equilibrio precedente al periodo di instabilità. Il quale ultimo ritorno, essendo storicamente un assurdo, non può essere tentato con successo. Laddove invece il ritorno alla stabilità monetaria, guardando all’avvenire, è necessario ed è fecondo.

 

 

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J. Bonar: The Tables Turned. A lecture and dialogue on Adam Smith and the classical economist, 19th January 1926. (London, P. S. King and Son. Ltd. Orchard House, Great Smith Street, Westminster, 1926, un vol. in-16° di pag. VI-52. Prezzo 2 scellini).

 

 

Invitato, in occasione di quel che oggi nei paesi di lingua inglese si usa chiamare sesquicentennial o commemorazione del secolo e mezzo dalla pubblicazione della Ricchezza delle Nazioni a leggere alla London School of Economico su Adamo Smith, in compagnia di Cannan, Gregory, Laski, Dalton, Hirst, Giusberg, il professore Bonar ci ha regalato un piccolo gioiello rievocatore. Se Adamo Smith ci si presenta al pensiero come il primo dei classici, chi parlò a sua volta per il primo di “economisti classici”? A quest’uno dei quesiti che gli si pone, Bonar risponde: Carlo Marx quando nella Misère de la Philosophie (1847), distinse la scuola fatalista nei due rami dei classici e dei romantici. Ma la distinzione non era quella nostra odierna, perché classici sarebbero i seguaci della norma o legge e romantici quelli che si ritenevano fuor delle leggi o facenti legge per sé stessi. In un altro senso, un autore sarebbe “classico” quando, letto o non letto che sia, è onorato come eccellente; e prima del 1804 pare che il barone Hertzberg abbia già applicato in questo senso l’aggettivo al libro di Smith. Per Marshall, un economista non dovrebbe essere detto “classico” se egli “per la forma o la materia delle sue parole od azioni non abbia enunciato o suggerito idee architettoniche nel pensiero e nel sentimento, le quali siano fino ad un certo punto sue proprie e che, una volta create, non possano più perire, ma siano un fermento operante senza posa nel mondo”. Adamo Smith fu certamente il “grande costruttore” tra i classici, anche se i materiali non erano del tutto nuovi ed anche se taluno – il Bonar cita solo Cantillon e il nostro Botero – si era già approssimato assai alla perfezione architettonica. Classico non significa tuttavia “infallibile”. I classici che vissero in Inghilterra dal 1770 al 1820 non nutrivano sentimenti troppo fraterni gli uni verso gli altri e, con le loro mutue critiche, salvarono il libro di Adamo Smith dal diventare una bibbia economica. I fisiocrati, che stavano tutti e troppo uniti, non fondarono perciò una scuota classica, laddove tutti gli studiosi venuti poi, a qualunque scuola o paese appartenenti, si richiamano ad Adamo Smith e lo hanno letto, una o parecchie volte.

 

 

Bonar immagina che il dott. Smith, questo padre dei classici, se ne stia nell’Eliso (in cui egli credeva: Moral Sentiments, parte II, sez. II) circondato dai suoi figli spirituali: Mill, Marshall, Ricardo, Marx, Cairnes, ed altri innominati, ricardiani, cobdeniti, professori contemporanei di Cambridge, i quali a volta a volta lo assalgono, mostrandogli le contraddizioni e gli errori del suo gran libro. Ed il “saggio” replica, riassalendo. In sul bel principio, un conservatore anti-giacobino nega i primissimi paragrafi della Ricchezza delle Nazioni: «dott. Smith, voi dite che il lavoro è causa di ogni ricchezza: non è forse questa una affermazione assai incendiaria? Uno dei curatori delle edizioni del vostro libro, Playfair (1805, vol. I, pag. XVII) ha cercato di dimostrare che, a differenza dei fisiocrati, voi non volevate fare guai, ma egli evidentemente pensa che voi vi muovevate su un terreno pericoloso. Voi in verità non dovevate lodare tanto i lavoratori. Avete persino detto che essi non avevano mai fatto alcun male al mondo. Siete stato più indulgente di quel che siano stati poi verso la vostra scuola, signore, i filantropi inglesi. La spiegazione me la danno ora i filantropi francesi. Fra i giacobini si dice che voi siate uno dei loro, peggio, un sanculotto. Le generazioni venute poi diranno che voi non siete solo un marxista, siete un bolscevico».

 

 

Il Saggio con calma potrebbe rispondere: «Alcuni di voi signori (forse egli intende a riferirsi a Mill ed a Marshall) ritengono perfettamente giusto di porre crudamente il principio nella prima proposizione, salvo poi a smussare nelle successive sentenze la punta con spiegazioni, rettificazioni ed alterazioni. Forse io non feci neppure tanto. Guardate invero al mio testo e al contesto. Osservate ciò che io in realtà dissi: non puramente e semplicemente che “il lavoro fornisce”, ma che il lavoro “originariamente” fornisce il fondo di ogni ricchezza. In seguito dimostro che nei primi tempi ed in luoghi selvaggi il lavoro indipendente può da solo conchiudere il ciclo produttivo a tenere per sé tutto quanto produce: ma in quella medesima originale condizione di cose non vi sarebbe mai stata una ricchezza delle nazioni da studiare. Siffatta indipendenza deve temporaneamente essere abolita se si devono compiere progressi e deve venire l’era dell’abbondanza per tutti. Il lavoratore nei paesi civili, nonostante la sua soggezione al datore di lavoro, gode sempre più dei puri alimenti, e quanto maggiore è la ricchezza delle nazioni tanto egli è più lontano dal limite del minimo indispensabile…».

 

 

«Tuttavia, dott. Smith», – interruppero parecchi ad un tempo – «voi negaste all’operaio il vantaggio di coalizzarsi con i suoi compagni, riducendo così le sue probabilità di successo nel suo ambiente e quelle di migliorare l’ambiente medesimo».

 

 

«Non dimenticate» – così potrebbe rispondere l’accusato- «che il mio libro venne fuori nel 1776, data che voi tuttora ricordate a proposito delle colonie americane e di pigmei come Hume, Gibbon e me stesso. A quel tempo le coalizioni erano quasi sempre illegali e quasi tutte sfortunate e dannose. Voi avete fatto in seguito una esperienza migliore. Nei miei tempi le coalizioni dei padroni erano peggiori di quelle degli operai. Voi ricorderete che, se io nutrivo qualche predilezione, erano in favore degli operai (I, VIII, 30, 36)».

 

 

E così di pagina in pagina, il Bonar festevolmente ci riconduce allo Smith vero, non a quello irreale foggiato da seguaci e da avversari incapaci amendue di leggerlo e di interpretarlo nell’insieme. Con quella già recensita dell’Hollander (vedi La Riforma Sociale del luglio-agosto 1927, pag. 372 di questo volume) questa lettura del Bonar, è il miglior contributo “storico” del 1926 alla conoscenza dello Smith.

 

 

Poiché il Bonar si pose la domanda: chi primo parlò di “economisti classici”, egli consentirà che in calce all’annuncio del suo scritto si dia un piccolo contributo alla risposta. Se, come nota il Bonar, innanzi al 1804, il barone Hertzberg nel Discourse on the Wealth of Nations, citato dal Lauderdale (pag. 23 della seconda edizione) parlò del “classico”, libro di Smith, l’aggettivo si riferiva solo al libro (The profound and classical work of Dr. Smith). Il Bonar non ricorda che alcuno abbia usato la frase “economisti classici” prima del 1847 e anche allora l’uso sarebbe stato introdotto dall’eterodosso Carlo Marx. Non è una gran scoperta per un italiano rammentare che nel 1803 si iniziava la pubblicazione della grande raccolta di economisti italiani edita dal barone Custodi; ed è notissimo che i volumi della raccolta portano nel frontespizio il titolo Scrittori classici italiani di economia politica, ma, in quello che tipograficamente è detto “occhio” e pagina posta innanzi al frontespizio, il titolo usato è: Economisti classici italiani, e con tale dicitura si dà inizio al Proemio dell’Editore nel primo volume: «La raccolta degli “Economisti classici italiani” non è stata da me intrapresa…». Il barone Custodi considerava, a quanto si può ricavare dai proemio medesimo, classici e perciò degni di figurare nella raccolta «quei soli scrittori economici che a ragione possono chiamarsi maestri nella parte della scienza che hanno preso a trattare». Più efficacemente, il Custodi riassumeva nella parola “maestro”, il requisito che il Marshall reputava essenziale per un classico: di avere esposto dee architettoniche e capaci di operare come fermento nell’avvenire. È interessante osservare che la qualifica di “classici” non fu immediata da parte del Custodi. Nel primo “manifesto” pubblicato dal Custodi senza data, ma anteriormente all’ottobre 1803, quando già venivano fuori i primi quattro volumi della raccolta, nel frontespizio non si parla di «classici», ma di «illustri»: Raccolta degli illustri autori italiani che scrissero d’economia politica ed il titolo del testo o prospetto è enunciato semplicemente come Raccolta degli economisti italiani. Il Custodi già promette che la raccolta sarà «eseguita con scelta» e la qualifica di “preziosa”. È probabile che, pubblicato il manifesto, a lui siano giunti da molte parti suggerimenti di aggiunte al piano primitivo; sicché non solo il numero dei volumi crebbe da trenta a cinquanta; ma la scelta apparve dover essere così rigorosa che gli accolti ben meritassero di essere, invece che «illustri», detti «classici» ossia maestri di verità ed incitatori a nuove scoperte.

 

 

Il Bonar si augura che qualche paziente investigatore scopra ancora, ed egli spera tra gli autori inglesi, chi abbia usato prima in senso stretto la frase: economisti classici. Possiamo augurare che il vanto spetti al nostro benemerito Custodi? La ricerca, la quale dovrebbe confermare l’augurio, non sarebbe futile, poiché quando taluno attribuisce per il primo la qualità di classico non ad un libro soltanto, ma ad una raccolta di opere relative ad una branca di studi, ciò vuol dire che una scienza è nata, che quella scienza possiede un corpo di dottrine, che è trascorso il periodo frammentario della sua storia e siamo da tempo entrati nel periodo architettonico, in cui l’edificio si sta costruendo e senza posa rendendo perfetto. Né è indifferente sapere in qual paese si sia avuta prima l’impressione della maestà e della fecondità della nuova creazione.

 

 

23

 

Achille Loria: Ricordi di uno studente settuagenario. (Bologna, Ed. Nicola Zanichelli, 1927, un vol. in-16° di pag. VIII-99. Prezzo. L. 10).

 

 

Queste pagine compaiono nello stesso tempo in tedesco nella collezione Die Wissenschaft in Selbstdarstellungen dell’editore Meiner di Lipsia ed in italiano nel curioso volumetto che ci sta dinnanzi agli occhi. Curioso, nel significato serio della parola; poiché oltre agli aneddoti e agli avvenimenti personali, i quali sono, per il pubblico in genere e per quanti amano la bontà e la ingenuità caratteristiche dell’uomo, la parte più gustosa delle memorie della vita di Achille Loria, lo studioso è attratto sovrattutto dalle pagine nelle quali è analizzato quello che può essere detto lo stato di “affanno scientifico”. L’obbligo di dare l’esame di laurea e la lettura, occasionata dal lavoro della tesi, di scritti di Cusumano, di Proudbon, di Gortz, di Ferrara, di Luzzatti, di Rossi, attirano l’attenzione di Loria sulla scienza economica: «fu un vero colpo di folgore, una passione equatoriale, che preoccupò indi innanzi i miei giorni e le mie notti ed attraversò il mio spirito assetato di sapere come una vampa indomabile». Il periodo in cui, dopo, attende a scrivere il suo primo libro è: «per me una meravigliosa luna di miele scientifica, una fulgida primavera dello spirito, una meditazione così tenace e profonda, quale poi non raggiunsi mai più». Anch’egli, come altri, rimpiange quel «periodo assai breve» in cui «un giovane studioso può conversare unicamente con geni». Giunge abbastanza presto «l’istante, in cui la riserva di quelli è esaurita e fa d’uopo discendere agli ingegni di secondo terz’ordine». Mentre il libro sulla Elisione naturale della rendita, andava costruendosi, «il mio pensiero era in perpetua ebollizione e di giorno o di notte, alzato od in letto, a casa o a teatro o in carrozza, o nelle lunghe passeggiate per la campagna, ero sempre intimamente dominato dai problemi della rendita e della proprietà fondiaria». Quando una sera, assistendo a Siena ad uno spettacolo di operetta, Loria concepì l’idea di cambiare la struttura del libro su l’analisi capitalista, sostituendo, ai metodo di far seguire ad ogni capitolo teorico una dimostrazione storica, quello di scindere in due volumi separati l’indagine teorica e quella pratica, «tale fu l’eccitamento nervoso, che mi dette quella intuizione, che uscii precipitosamente dal teatro per ritornarmene a casa, ove passai buona parte della notte a tracciare il rifacimento così concepito». Dopo il 1889, pubblicata l’analisi, meditazioni ulteriori conducono Loria alla conclusione che, ad impedire l’accesso alla terra dei lavoratori, il valore dell’unità fondiaria “doveva” essere sopra-valutato, ossia spinto ad un punto da superare di una quantità comunque piccola il risparmio massimo del lavoratore. «Disgraziatamente però non riuscivo ad appoggiare codeste vedute teoriche ad alcuna prova di fatto; poiché non meritavano certamente un tal nome le due o tre notizie, faticosamente racimolate nelle opere di Settegast e di qualche altro scrittore di agronomia. Stavo dibattendomi in così dolorose distrette, quando in un giorno d’estate del 1893, sfogliando un fascicolo arretrato della Rivista di Tubinga per la Scienza di Stato, trovai, in una recensione queste parole: Nel numero …. di questa rivista, Schäffle si richiama al fatto della sopravalutazione della terra. Detti un balzo di giubilo e corsi subito a leggere l’articolo di Schäffle, il quale si riferiva a numerosi dati sulla sopra-valutazione della terra, raccolti nell’inchiesta agraria badese del 1883. E tosto mi procacciai…. i quattro volumi dell’inchiesta, ove trovai effettivamente una documentazione vastissima di quel grande fenomeno, ossia la decisiva riprova della mia conclusione dottrinale». Insoddisfatto, dopo la pubblicazione di La Costituzione economica odierna, di lavori minori sente «il vuoto terribile, che pareva affacciarsi ai suoi studi, privi oramai di un oggetto vasto e fecondo, cui consacrarsi». Sopraggiunsero perciò «alcune annate di vera sofferenza mentale, che talvolta raggiungea l’acutezza di un angoscioso delirio. Rammento che una sera, assistendo al dramma di Ibsen Quando noi morti ci detestiamo, ove si dipinge lo spasimo dell’artista abbandonato dall’estro creatore, innanzi a quello strazio, che era pure il mio stesso, provai un turbamento così intenso, che non mi lasciò chiuder occhio durante tutta la notte. E durante più mesi erravo solitario per le vie più deserte della città,o per le più romite campagne, chiedendo febbrilmente e sempre indarno ai più vari aspetti delle cose e degli esseri un rivelatore responso od una suggestione rianimatrice». Solo quando gli parve di aver trovato nel reddito l’elemento economico comune a tutte le forme sociali susseguitesi o coesistenti, egli si calma e si crede «riposto sul binario della investigazione fruttuosa».

 

 

A chi ben guardi, l’analisi che di sé fa Loria si riferisce a due specie di affanno scientifico: l’uno è quello nascente dalla oscurità e dall’incertezza in cui il ricercatore si trova e che tace quando si giunge alla verità od a quella che tale si crede; l’altro è quello della ricerca del problema che si vuole studiare, problema che si vorrebbe nuovo, diverso da quelli studiati fin qui. Se la prima specie di affanno mi pare sempre bella e talvolta feconda, la seconda non è senza pericolo. I dubbi sono parecchi: Il problema, che si cerca, è sempre un problema realmente esistente ed importante? Non si corre il rischio di porsi, per l’affanno di cercarlo e non subito trovarlo, problemi finti, che non sono tali, ma rampollano solo dal bisogno di avere un problema da risolvere? O questa seconda specie di affanno in verità non esiste; e lo studioso immagina di cercare il problema da risolvere quando invece il problema è già in lui ed egli già tenta di diradare una tenebra, di chiarire un mistero che già lo turba?

 

 

24

Giuseppe Candido Noaro: Nuovo manuale completo di legislazione sociale. (Un vol. di pag. 295, in vendita presso l’autore, via Fontanella Borghese, 48, Roma (109). Prezzo L. 30).

 

 

L’A., già noto nel campo degli studi economici, per uno studio su La teoria dei cambi esteri di Bernardo Davanzati, ripubblica in seconda edizione il manuale di legislazione sociale, che aveva già incontrato benevola accoglienza tra gli studiosi ed i pratici. Dopo la prima edizione, profonde riforme sono state apportate alle leggi vigenti, con il riconoscimento giuridico delle associazioni sindacali, il contratto collettivo di lavoro, l’arbitrato obbligatorio, le nuove norme sugli scioperi e le serrate, a cui si devono aggiungere le riforme introdotte in quasi tutto le leggi preesistenti e la vasta opera di coordinamento della legislazione ex-austro-ungarica delle nuove provincie con quella del vecchio territorio del Regno.

 

 

Il libro si divide in tre parti. La prima si occupa della disciplina e della regolamentazione del lavoro ed in particolare tratta degli organi per lo studio e l’applicazione delle leggi sul lavoro, dei rapporti collettivi di lavoro, della durata del lavoro e dei riposi, della regolamentazione del lavoro delle donne e dei fanciulli, della tutela igienica dei lavoratori, dell’avviamento al lavoro, dell’emigrazione e delle istituzioni ausiliarie del lavoro. La seconda espone le istituzioni di assistenza e di previdenza sociale: associazioni mutue, assicurazioni sociali sugli infortuni, contro le malattie, per l’invalidità e la vecchiaia, contro la disoccupazione involontaria e per la maternità. La terza parte, dedicata ai tribunali del lavoro, discorre della magistratura del lavoro, del collegi dei probiviri, delle commissioni arbitrali per l’impiego privato, delle giurisdizioni speciali per l’equo trattamento, delle commissioni di conciliazione in risaia, degli organi di conciliazione in materia di orario di lavoro e delle giurisdizioni speciali per l’emigrazione e per le assicurazioni sociali.

 

 

Per ogni argomento la trattazione è sobria, sistematica, compiuta. Il recensente non ha voluto scrivere innanzi di avere fatto uso ripetuto del Manuale; e poiché ogni volta ebbe occasione di riferirvisi ne riscontrò la esattezza, lo può raccomandare come ottimo a quanti industriali, organizzatori, professionisti, studiosi hanno d’uopo di una fonte sicura alla quale ricorrere per orientarsi nel vastissimo campo della legislazione sociale italiana.

 

 

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Henry See: Matérialisme historique et interprétation économique de l’histoire. (Paris, Marcel Giard, 16, rue Soufflot, 1927, un vol. in-16° di pag. 136 Pr. Frs. 10).

 

 

L’A., chiarissimo per noti studi di storia economica, vuol descrivere la genesi della concezione materialistica della storia, fissarne il carattere, confrontarla con i fatti contemporanei e con i dati della storia. Noi italiani che abbiamo sul materialismo storico i libri di Croce, Antonio Labriola, Loria, Ferraris, Mondolfo, forse non impariamo molto di nuovo da questo libretto. Ma esso è costrutto bene, di sulle fonti prime, con esatti riferimenti ai rapporti fra Engels e Marx. L’A. cita, più di quanto faccia altri, le Considérations sur la marche des idées et des événements dans les temps modernes di Cournot; che gli economisti raramente ricordano, sebbene fosse contemporaneo di Marx, grande economista ed oggi ritornato in voga come filosofo. Il See afferma, contro coloro i quali riaffermano la potenza delle idee nel fare la storia (e tra essi ricorda, forse i più curiosi di tutti, i lavori di Cochin), che la teoria materialistica contiene una parte di vero. Specie l’interpretazione economica della storia ha reso alla scienza storica grandi vantaggi, più che per la sua tesi, per aver richiamato gli studiosi ad approfondire un aspetto dianzi trascurato. Una scelta bibliografia rende assai utile il maneggio del volume.

 

 

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Edwin Cannan: An Economist Protest. (London, P.S. King and Son, Ltd., Orchard House, Westminster, 19. Un vol. di pag. XX-438. Prezzo 16 sc. net).

 

 

Il recensente dell’Economist disse che questa era la più cannanical di tutte le opere del prof. Cannan; e poiché il Cannan era già noto come affilatissimo critico, guastatore di idoli, abbattitore di reputazioni fatte e di lui era stato dai suoi allievi diffuso nel mondo scientifico il favorito intercalare there is not much in that (c’è poco costrutto in tutto ciò) usato nelle lezioni di seminario a gettare acqua fredda sul fuoco dell’entusiasmo di giovani chiamati a leggere e commentare testi famosi di classici antichi e moderni della scienza economica, è agevole immaginare il fuoco di fila di sarcasmi atroci di critiche dissolventi, di sbeffeggiamenti iconoclastici contenuti nel presente volume. Cannan è senza dubbio lo scrittore più nervoso di saggi letterariamente perfetti che vanti l’odierna scienza economica inglese. In questo volume egli si trova, come non mai prima, sul suo terreno favorito. Al principio della guerra, a 53 anni, quando tutti volevano far qualcosa in sostituzione di quei che partivano per il campo, si offrì di lavorare come mietitore; ma non fu accettato, evidentemente perché ritenuto troppo vecchio. Servì il paese per lungo tempo in parecchie commissioni «ma poiché tutti erano membri di qualche commissione e non si concluse mai niente», cosi egli non ne mena gran vanto. Per calmare la sua coscienza, egli «protestò». Il volume contiene più di cento proteste, tra edite ed inedite, che egli, in articoli e in lettere private a uomini forniti di cariche responsabili, elevò contro le innumerevoli sciocchezze che si dissero e si fecero durante e dopo la guerra, dal 1914 al 1926. Lettere ed articoli sono pubblicati nell’ordine cronologico in cui furono scritti; senza correzioni e con la sola aggiunta di un richiamo in poche righe dell’avvenimento o discussione a cui essi si riferiscono. Le proteste di questo economista di buon senso rimarranno come documento storico di prim’ordine per lo studio della guerra mondiale. È ovvio che pagine pungenti come quelle di Cannan abbiano sollevato a loro volta proteste. Le sole che contano sono quelle degli economisti i quali attirarono l’attenzione del pubblico sull’importanza del crediti in banca come causa di inflazione monetaria, rialzo di prezzi e deprezzamento della carta moneta e videro, con dispiacere, il Cannan tener in poco conto le loro indagini. Rimarrà memorabile nella storia della scienza monetaria la partita d’arme combattuta tra Cannan da una parte ed Hawtrey e Keynes dall’altra all’adunanza del 14 aprile 1924 della Royal Economic Society (cfr. Economic Journal del giugno 1924); il primo insistendo sulla necessità del ritorno alla parità coll’oro ed i secondi sull’importanza di regolare piuttosto la quantità di carta moneta così da conservare un livello stabile di prezzi. Hawtrey e Keynes insistono sul potere delle banche, con aperture di crediti ai loro clienti, nel deprezzare la moneta e rialzare i prezzi, quanto e prima che le banche di emissione facciano altrettanto con la stampa di biglietti propriamente detti. Hawtrey nella recensione sul Journal of the Royal Statistical Society rimprovera il Cannan di avere aspettato l’agosto 1917 ad accorgersi dell’inflazione; perché solo allora le currency notes, ossia i biglietti di Stato, cominciarono a diventare allarmanti; laddove ben prima le banche con le loro illimitate aperture di credito allo Stato ed ai fornitori pubblici avevano buttato sul mercato nuovi mezzi di pagamento, vera moneta, sebbene camuffata sotto le innocenti spoglie di assegni bancari. Cannan continuò e continua a non credere nella nuova teoria secondo cui non più il deposito crea la possibilità del credito bancario, ma, viceversa, l’apertura di credito da parte delle banche crea il deposito susseguente in banca. In ciò, nel non aver veduto che, entro certi limiti, quello che era tradizionalmente considerato effetto può diventare causa, il Cannan ha torto. Ma non gli si può dar torto quando egli, pur non negando possibilità future di perfezionamenti nella tecnica e politica monetaria, insiste sulla necessità preliminare di porre un limite alla emissione dei biglietti di Stato (currency notes) e dei biglietti di banca; e di ritornare al cambio a vista dei biglietti in oro. Egli non nega che l’oro sia un tipo imperfetto di moneta; ma in attesa dell’ideale, vuole porre un limite all’arbitrio governativo nella fissazione della quantità di biglietti circolanti. Anche coloro i quali vagheggiano forme superiori di organizzazione, debbono ammettere che la campagna condotta, dal 1917 in poi, dal Cannan contro i ripullulanti sofismi con cui si pretendeva che le emissioni di biglietti di Stato non agissero sui prezzi e sul cambio e il rincaro della vita fosse dovuto a tutt’altre cause fu una campagna vantaggiosa anche per i teorici dei nuovi metodi di regolazione dei prezzi, attraverso la regolazione della circolazione e del credito. Il Cannan perseguita le currency notes nei loro nascondigli e camuffamenti più impensati; non lascia tregua ai sofismi degli inflazionisti: ed anche coloro i quali lamentano non essersi voluto il Cannan associare alla loro tesi che «le aperture di credito creano depositi in banca ed i depositi bancari sono mezzi di pagamento e la creazione di mezzi di pagamento, qualunque siano, influisce sui prezzi e sui cambi», debbono riconoscere che in tempi di inflazione e di corsa della carta moneta al ribasso, il principio della salvezza è l’onestà nella emissione della carta moneta, la abolizione di ogni ingerenza dallo Stato nel governo della circolazione, il ritorno ad un legame automatico tra la carta e l’oro. E tutti debbono anche consentire nella verità che, se in avvenire anche l’oro dovrà essere regolato, il governo dell’oro dovrà spettare non ad un consiglio di uomini politici, perseguenti scopi non economici, ma ad un consesso di dirigenti istituti centrali di emissione, indipendenti del tutto dei governi, ed intesi a conseguire esclusivamente fini economici, tra cui, ad es., la stabilità dei prezzi. A raggiungere, se si potrà, lo scopo, avranno forse servito, non meno delle sottili indagini sulla moneta bancaria, le proteste infaticate di Cannan contro ogni specie di sofismi monetari. Non solo contro questi egli condusse la buona battaglia; ma contro ogni altra sorta di sofismi; che il rialzo dei prezzi fosse dovuto ai profittatori, che si debbano raccontare frottole agli ignoranti invece di illuminarli sulla verità, che si debba lamentare la diminuzione dei lavoratori della terra, quando l’impiegare meno braccia per ottenere lo stesso risultato produttivo è invece indice di progresso, che sia ragionevole, col pretesto della riduzione delle spese, chiedere ai ricchi il licenziamento dei loro vecchi servitori, incapaci di far altro, nel tempo stesso in cui si vogliono mantenuti bassi i prezzi delle cose di consumo delle masse operaie, a cui i salari aumentati consentono di fare sprechi su vastissima scala. A lui pareva un sofisma anche quello che dichiarava nessun paese poter pagare indennità per un ammontare superiore all’eccesso delle sue esportazioni sulle importazioni; ma pur combattendolo privatamente, non rese pubblica la sua critica al sofisma, quando si trattava di fissare le riparazioni tedesche, non volendo egli incoraggiare i vincitori a chiedere troppo; ma la sua opinione era ed è che il limite all’ammontare delle riparazioni tedesche sia unicamente la possibilità e la volontà della Germania a pagare all’uopo imposte. Se la Germania dovrà pagare riparazioni per 1 o 2 o 2,5 miliardi di marchi, e se essa riuscirà a tassarsi per altrettanta somma, l’eccesso di esportazioni verrà necessariamente fuori. Prima, i tedeschi potevano consumare essi stessi i 2,5 miliardi prodotti. Dopo, dovendo dare i 2,5 miliardi allo Stato e questo girandoli agli alleati, i tedeschi dovranno ridurre il proprio consumo di 2,5 miliardi e gli alleati potranno aumentarli di altrettanto. Ma ancora i tedeschi dovranno spedire all’estero 2,5 miliardi di merci di più senza ricevere nulla in cambio o, conservando invariate le esportazioni, comprare 2,5 miliardi di merci estere in meno o fare un po’ l’una e un po’ l’altra cosa. «In breve, se il governo tedesco può esigere l’ammontare richiesto di imposte, non vi sarà la minima difficoltà a mandarlo fuori. Le esportazioni sono sempre popolari e il grosso popolo non si preoccuperà affatto se il paese non riceverà nulla in cambio». I fatti pare stiano dando ragione alle previsioni ed ai ragionamenti di Cannan. Se i tedeschi in avvenire non pagheranno più le riparazioni, non sarà per pretese difficoltà di trasferimento, ma perché darà ad essi noia pagare imposte o, pagatele, non poterle spendere a fini di loro proprio gradimento.

 

 

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Sidney and Beatrice Webb: English local Government; English Poer Law History; Parte I: The Old Poor Law. (Editori Longmans, Green and Co., Ltd., 39, Paternoster Row, London, E.C. 4, 1927, un vol. di pag. X-447).

 

 

Il volume ha un triplice titolo, poiché, come è noto, fa parte di una storia del governo locale inglese, cominciata dai coniugi Webb or son più di vent’anni, dopoché avevano posto termine all’altra grande opera sulla storia e sulla teoria delle associazioni operaie britanniche. I volumi sinora venuti alla luce sono otto ed oltre un volume isolato sulla «storia delle licenze di vendita di liquori in Inghilterra», si dividono in due serie: La struttura dell’amministrazione locale, I: La parrocchia e la contea, venuto per il primo alla luce nel 1900; II e III: Il castello (manor) e il borgo, del 1908; IV: Enti speciali istituiti per legge, del 1922; Le funzioni; V: Storia delle strade reali, 1913; VI: Le prigioni inglesi poste sotto amministrazioni locali, 1920; VII: Storia della legge inglese sui poveri; parte prima: La vecchia legge sui poveri, 1927.

 

 

L’ultimo volume, che qui si annuncia, è quello che forse interessa maggiormente gli economisti ed i sociologi. Tema della ricerca storica è lo studio della legislazione sui poveri fino alla grande riforma che nel 1834 rinnovò l’antico sistema di soccorso ai poveri. La caratteristica coppia Webb è troppo nota per la cura minuziosa nella ricerca delle fonti, la paziente industria nel compulsare ed utilizzare opuscoli, fogli volanti e manoscritti, per l’abilità nella ricostruzione storica perché sia necessario ripetere che queste doti rifulgono anche nel presente volume. I Webb non solo hanno sfruttato le ricchezze bibliografiche del “British Museum”, del “Public Record Office”, della biblioteca del ministero della pubblica sanità e di quella della “London School of Economics”, ma hanno frugato nei documenti degli archivi di centinaia di parrocchie sparse per tutta l’Inghilterra e il Galles. Il risultato è una prima approssimazione alla storia delle relazioni fra “le due nazioni” governate, al dire di Disraeli, dai re e dalle regine d’Inghilterra: i ricchi ed i poveri. Quella storia, nelle grandi linee, può distinguersi in sei periodi: nel primo, il governo e il parlamento si occupano esclusivamente di reprimere il vagabondaggio, ed il disordine e turbolenze che ne seguivano, abbandonando del reato i poveri e gli inabili al soccorso della chiesa ed alle elemosine delle persone caritatevoli. Il celebre Statuto dei lavoratori del 1350 stabiliva massimi di paghe, minimi di ore di lavoro, e trasformava praticamente tutti i non proprietari in servi della gleba. Dopo la riforma, quando si vide che la chiesa era incapace a soccorrere i poveri e con le elemosine ne cresceva anzi il numero, in un secondo periodo, che abbraccia la maggior parte del secolo XVI, il legislatore incarica la parrocchia del mantenimento dei poveri e crea un nuovo pubblico ufficiale, il sorvegliante dei poveri, rendendolo, insieme coi fabbricieri e agli ordini dei giudici di pace, responsabile del soccorso da darsi ai poveri.

 

 

Un episodio storico, senza seguito, è il tentativo condotto dal 1590 al 1640 di centralizzare o nazionalizzare il soccorso ai poveri. Il ministro Burleigh, sotto la regina Elisabetta, l’arcivescovo Laud ed i consiglieri dei primi due re Stuardi tentano di fare prevalere il principio che i poveri debbano essere costretti a guadagnarsi la vita, ma in compenso i fanciulli debbono essere educati, gli ammalati curati ed i vecchi soccorsi a spese delle imposte dei poveri. La Camera stellata, di triste memoria per i difensori del governo libero, è parzialmente rivendicata dai Webb, i quali ne chiariscono l’energico controllo esercitato sui giudici di pace e sugli ufficiali della parrocchia allo scopo di costringere i ceti proprietari e mercantili ad occuparsi seriamente del soccorso ai poveri.

 

 

Venuta meno la forza del governo centrale, per due secoli, dal 1640 all’ultimo quarto del secolo XVIII, in un quarto periodo, si ritorna all’autonomia locale, si rendono più severe le punizioni contro i vagabondi, si rafforzano i legami dei poveri con la parrocchia di nascita. Ma si creano anche case di industria, di correzione, dove filantropi pieni di buone intenzioni, ma di poco senso pratico, si sforzano a risolvere il problema dei poveri creando case ospizio dove si fila e si fanno lavori diversi, metà prigioni e metà stabilimenti industriali. È il periodo in cui gli ufficiali delle parrocchie, stufi dei fastidi che i poveri loro danno, li affittano in blocco, essi e le case di lavoro, ad un appaltatore, il quale offre di incaricarsi della bisogna col minimo onere del fondo delle imposte.

 

 

La rivoluzione industriale dà inizio, nell’ultimo quarto del secolo XVIII, al quinto periodo, in cui i sorveglianti dei poveri, abbandonando il tentativo di far lavorare direttamente od a mezzo di appaltatori, i poveri, affittano i ragazzi ai nuovi industriali cotonieri avidi di mano d’opera a buon mercato ed assegnano forzosamente gli adulti ad industriali od agricoltori della parrocchia.

 

 

Nel sesto periodo, che comincia con le guerre contro Napoleone (1796) e finisce con la grande riforma del 1834, il rincaro delle sussistenze fa sì che nessun industriale o agricoltore vuole più prendere in affitto i poveri per un salario adeguato a mantenerli in vita, essi e le loro famiglie. I giudici di pace, posti tra l’insufficiente salario e la necessità di impedire atti di disperazione di una moltitudine affamata, non trovano miglior espediente fuor di quello di completare il salario insufficiente con un soccorso prelevato dal fondo delle imposte. Contro questo sistema, divenuto notissimo e famoso per le critiche degli economisti, da Malthus a Senior, si elevò la condanna definitiva da parte della grande commissione d’inchiesta, ai cui lavori partecipò anche il nostro Arrivabene, con un rapporto sul Belgio ed i cui risultati furono descritti in un celebre saggio di Cavour. L’importanza del volume dei coniugi Webb sta nell’avere messo in luce la formazione storica del sistema, attraverso tentativi molteplici ed insuccessi ripetuti di altre soluzioni. Un semplice riassunto non può rianimare il quadro vivo che col loro consueto stile brillante i Webb hanno tracciato. Quadri di ferocia e di impotenza amministrativa si succedono. I guardiani dei poveri inferociscono contro i “forestieri”, i quali nella loro parrocchia si sono sposati, hanno trovato lavoro e mantengono onoratamente sé e le loro famiglie e valendosi di tassative disposizioni della legge di domicilio (Law of settlement) li fanno trasportare, come galeotti, separandoli talvolta dalla famiglia, che non possono espellere perché nata sul luogo, al lontano villaggio di nascita, dove non hanno più nessun amico o parente e dove essi diverranno poveri sul serio, per la paura nudrita che potessero in vecchiaia diventarlo nel villaggio di residenza, che li aveva veduti laboriosi e contenti? Al quadro di inutile e dannosa ferocia risponde il comico tocco degli “irlandesi”, il cui numero sembra moltiplicarsi all’infinito tra il 1800 e il 1834. Tutti i vagabondi e gli oziosi, sapendo che in Irlanda e nell’isola di Jersey non esisteva un sistema di soccorso obbligatorio dei poveri, si qualificavano nativi d’Irlanda o di Jersey, quando erano acchiappati dalla polizia; e cominciava così, dalle più lontane contee inglesi, il viaggio di ritorno al luogo di origine; intramezzato da soste in questa o quella casa dei poveri, finché fosse pronto il convoglio per il trasporto alla parrocchia successiva. Giunti a destinazione, trovavano maniera di svignarsela e capitare nuovamente a Londra. Se riacchiappati dalla polizia, ricominciava il viaggio di ritorno, tra libazioni diverse e turbamenti dell’ordine e della moralità nelle case di lavoro. «Il vagabondo» – narra un rapporto parlamentare del 1821 – «ha i suoi ostelli segnati per l’inverno e per l’estate, a cui egli arriva ad intervalli fissi; e lo si sente chiedere: perché dovrei lavorare per uno scellino od uno scellino e mezzo al giorno quando posso divertirmi a vedere ed irridere al lavoro altrui, trasportato gratuitamente, in perfetto ozio e con un assegno della contea?». Molti “irlandesi” esercitavano la professione di vagabondi a spese delle parrocchie inglesi. Scritto per gli studiosi di storia e di economia, volutamente ricco di citazioni erudite e di rinvii bibliografici, questo, come gli altri libri dei Webb, si fa anche leggere con diletto.

 

 

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Giuseppe Prato: L’impiego dei capitali – Guida dei risparmiatori. (Unione Tipografico Editrice Torinese, Torino, 1928, un vol. di pag. 382. Prezzo L. 20).

 

 

Bene a ragione l’autore avrebbe voluto inscrivere come epigrafe del suo libro la sentenza che si legge all’inizio di un celebre saggio sul credito pubblico (1710) attribuito ad Harley conte di Oxford: «Mi accingo a discorrere di un soggetto pel quale tutti si affannano da mane a sera, ma di cui non uno su quaranta intende una parola». Tutti sono costretti ad occuparsi, grandi, medi e piccoli risparmiatori, del modo di impiegare i propri capitali; ma chi oserebbe dire che il modo scelto sia davvero il migliore? Ecco il primo libro pubblicato in Italia sull’argomento; e bisogna augurare che ad esso arrida la medesima gran fortuna che all’estero ebbero pubblicazioni analoghe, a cominciare da quella, celeberrima, del Leroy Bealieu su L’art de placer et de gérer sa fortune. L’insegnamento forse più profondo il quale può trarre dal libro del Prato è che, se fa d’uopo lodare coloro i quali costruiscono dal nulla una fortuna, qualunque ne siano le dimensioni, non minore è la lode dovuta a coloro i quali sanno conservarla nel tempo. Il tempo tutto distrugge, se viene lasciato operare da solo; e distrugge in principal modo le sostanze, le quali non siano salvaguardate da un lavoro continuo, intelligente, oculato di ricostruzione e di riparazione. La tragedia monetaria che si svolse fulminea dal 1914 al 1922 dimostrò ai risparmiatori esterrefatti quanto fosse fragile l’edificio degli investimenti mobiliari in cui gli uomini del secolo XIX avevano avuto fede e di cui tanto si erano gloriati.

 

 

I nipoti immemori si rammaricarono, ahi! troppo tardi, di aver tacciato di brontoloni e di sopravissuti i nonni, i quali li ammonivano a non fidarsi della carta, a tenersi stretti ai terreni ed alle case ed a non disprezzare l’oro e le gioie; e dovettero, troppo tardi ancora! …, toccar con mano che le ammonizioni dei nonni erano il frutto dell’esperienza dolorosa degli assegnati, e dei ricordi, tramandati dai nonni dei nonni, di quella delle carte monete dell’epoca di Law e della Reggenza.

 

 

Attraverso i secoli gli stracci e le carte vanno all’aria; talvolta anche le terre e le case sono confiscate e saccheggiate ed a stento possono essere salvate le porzioni della sostanza avita gelosamente tesaurizzata sotto forma di monete, di brillanti e di gioie. Ma neanche le gioie servono alla salvezza delle famiglie, se queste sono composte di scioperati, avidi di godimenti, desiderosi di rapide fortune, alieni dalle pazienti abitudini di attesa proprie dei risparmiatori.

 

 

Il trattato dell’autore comincia con l’esposizione piana di taluni elementari principi economici intorno ai concetti della moneta, del risparmio, del reddito e del capitale e continua con l’applicazione di quei principi ai singoli investimenti: terreni agricoli, aree fabbricabili, case di abitazione, mutui ipotecari, merci, oggetti preziosi ed artistici, valori pubblici e privati a reddito fisso, valori a reddito variabile e loro diverse specie (azioni bancarie, assicurative, di trasporto, di acqua, di elettricità, di miniere, di immobili, ecc., ecc.). Sia nei capitoli introduttivi, come in quelli speciali, il Prato è principalmente occupato a segnalare i rischi, i pericoli, i vizi occulti degli investimenti che si presentano dinnanzi al risparmiatore. Le ombre sopravanzano di gran lunga nel quadro le luci; sicché l’uomo medio incerto se godere o consumare potrebbe essere tratto facilmente a concludere: se tanti sono i pericoli e le trappole degli investimenti non sarebbe miglior consiglio consumare subito la ricchezza appena guadagnata, innanzi che essa sia vittima del logorio dovuto al trascorrere del tempo, delle svalutazioni monetarie, delle confische tributarie, dei rischi industriali, delle ondate di ribasso e degli altri malanni che quotidianamente, insistentemente insidiano la stabilità delle fortune? Nella disperata domanda c’è di vero soltanto che è finita, forse per sempre, la stagione del risparmiatore semplice, al quale una tradizione quasi secolare insegnava un modo tranquillo di impiegare i propri risparmi. Nel mondo economico moderno non c’è più posto per il risparmiatore semplice, per il capitalista puro. Costoro sono animali antidiluviani, dell’età della pietra, ai quali si deve consigliare di investire i risparmi che avessero ancor voglia di fare, in monete d’oro, in gioie, in lenzuola od altra biancheria di casa, in oggetti preziosi improduttivi facilmente trasportabili ed occultabili. Il risparmiatore adatto ai tempi odierni deve acquistare perizia economica e tecnica; deve essere sempre sul chi vive; sorvegliare i propri investimenti, mutarli a seconda delle cangianti opportunità, studiare i bilanci degli enti pubblici e privati ai quali affida i propri capitali, seguire con occhio critico le vicende delle industrie in cui è interessato; essere insomma un tecnico del risparmio. Uno dei concetti fondamentali che il Prato si sforza di far entrare nella testa del risparmiatore è la differenza tra reddito netto e reddito godibile. Un titolo frutta 5 lire, nette da ogni spesa di produzione, di esazione, da ogni imposta, tassa, onere quasi sempre, il possessore immagina di potere sicuramente consumare tutte le 5 lire, perché esse sono reddito e sono distinte dal “capitale”, ossia dal titolo che, quello sì, non si deve toccare.

 

 

Chi non si è ancora liberato da questa illusione rientra nel novero dei risparmiatori “semplici” ed a lui giova ripetere il consiglio dato sopra di investire il suo in oro sonante o in gioie. Alla lunga, questo è il modo migliore per lui di ridurre al minimo le sue perdite sia in capitale che in reddito. Il risparmiatore “vero” sa invece che non tutto il reddito “netto” è “godibile” e che dalle 5 lire fa d’uopo detrarre quote sufficienti a coprire i rischi di diminuzione del valore capitale, di svalutazioni monetarie di cessazione o riduzione di reddito per sopravvenute crisi industriali, di riduzione nel saggio corrente dell’interesse, ecc., ecc. Chi ha meditato sul concetto del rischio ed ha imparato ad accantonare una parte delle lire di reddito prima di consumarne la parte veramente godibile, colui è sulla buona via di diventare un risparmiatore sul serio. Fortunatamente, i più dei risparmiatori accantonano senza fare tanti ragionamenti, per il piacere di accantonare e di veder crescere il mucchio. Che importa se alla fine il mucchio non è cresciuto e il capitalista si è semplicemente coperto dei rischi? Il fine essenziale di conservare il risparmio è ottenuto. Altri riesce allo stesso fine in altro modo: impiegando direttamente i propri risparmi nella propria azienda. In un paese come l’Italia, dove è diffusissima la proprietà della terra, diffusi l’artigianato ed il medio e modesto negozio, la gran massa del risparmio è impiegata sotto l’occhio vigile del risparmiatore medesimo, e l’ambizione di ingrandirsi, di migliorare, innata nel contadino, nell’artigiano, nel commerciante è il migliore metodo di accantonamento contro i rischi degli investimenti. I consigli del Prato si rivolgono perciò sovrattutto ai risparmiatori della città, appartenenti alla borghesia degli impiegati, dei professionisti, dei salariati. Le disgrazie economiche le quali hanno afflitto la borghesia cittadina, così benemerita per le sue qualità di ordine, di modestia nello spendere, di devozione al proprio ufficio, derivano, a parer mio, dal non avere voluto persuadersi della necessità di esercitare almeno un altro mestiere all’infuori del proprio: il mestiere dell’investitore, il quale esige cognizioni, assiduità, lavoro, al pari di qualunque altro mestiere.

 

 

La borghesia cittadina è stata sempre rovinata dall’errore di pensare che il risparmiare e l’investire fossero operazioni da farsi una volta tanto e non pensarci più. «Io non voglio aver fastidi» è la frase che si sente più frequentemente in bocca ai risparmiatori puri. Per non avere voluto aver fastidi costoro caddero in passato in un mare di guai. Per non aver fastidi, vendettero i fondi aviti al contadino, al quale, viceversa, non par vero di possedere un pezzo di terra, a cui pensar sempre notte e giorno. Il libro di Prato è mirabilmente atto ad insegnare ai buoni borghesi italiani che non si può vivere senza fastidi e che essi potranno veramente reputarsi sicuri quando avranno imparato ad angustiarsi quotidianamente per la sorte dei loro investimenti. La vita è una dura scuola; perché dovrebbero i risparmiatori avere il privilegio dell’ozio, quando tutti gli uomini sono costretti a faticare ed a lottare?

 

 

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Adam Smith (1776/1926): Lectures to commemorate the sesquicentennial of the publication of “The Wealth of Nations”, by J.M. CLARK, P.H. DOUGLAS, I.H. HOLLANDER, G.R. MORROW, M. PALYI, I. VINER (“The University of Chicago Press”, Chicago, Ill., 1928; un vol. di pag. IX-241. Prezzo doll. 3).

 

 

Le “letture” contenute nel volume che qui si annuncia furono tenute all’Università di Chicago dal dicembre 1926 al febbraio 1927 per commemorare il centocinquantesimo anniversario della pubblicazione della Ricchezza delle nazioni. Del non affievolito interessamento per l’opera dello Smith è testimonianza il fatto che forse il solo importante ricordo tramandatoci del centenario fu il rendiconto dei discorsi pronunciati al banchetto del 31 maggio 1876 promosso dal Political Economy Club di Londra; laddove il ricorso del secondo centenario della nascita fu occasione nel 1923 ad una celebrazione a Glasgow (intorno alla quale vedi l’articolo Come scriveva Adam Smith, e la lettera inedita ivi riprodotta, di Giuseppe Prato in La Riforma Sociale, 1923, p. 395), ed, il centocinquantesimo anniversario della pubblicazione del gran libro fornì argomento ad una conferenza di Edwin Cannan su Adamo Smith economista (in Economica del giugno 1926), a quella The Tables Turned di James Bonar (recensita in La Riforma Sociale, 1927, pag. 566), amendue alla scuola londinese di economia politica ed al presente corso di lezioni dell’Università di Chicago. Quattro di queste conferenze, le due dell’Hollander sugli inizi della scienza economica e su Adamo Smith come fondatore di una scuola, quella del Viner su Adamo Smith ed il principio del lasciar fare e, più propriamente, sulle relazioni fra la Ricchezza delle nazioni e la Teoria dei sentimenti morali e l’altra del Morrow su Adamo Smith come moralista e filosofo furono già a lungo recensite in questa rivista (vedi il volume del 1927 a pag. 372) quando esse primamente comparvero nel Journal of Political Economy di Chicago.

 

 

A compiere la serie, a queste tre si aggiungono ora nel volume una lettura di John Maurice Clark su Adamo Smith e le correnti della storia, di Melchior Palyi sull’introduzione di Adamo Smith sul continente e di Paul H. Douglas sulla Teoria del valore e della distribuzione in Adamo Smith. Il Clark studia lo Smith come l’interprete delle forze della libertà economica contro i metodi di restrizione usati a mezzo il decimottavo secolo e degli interessi della collettività considerati sovrattutto dal punto di vista dell’uomo del popolo contro gli interessi sfruttatori delle classi allora al potere. Più che ad una ricerca delle correlazioni fra l’uomo e l’ambiente, il Clark mira a mettere in luce lo stimolo che le teorie correnti diedero, sovrattutto per contrasto, alla tesi dello Smith ed a chiarire come, entro i limiti in cui gli errori combattuti dallo Smith conservano oggi importanza, anche la politica smithiana continui a prestare servigi utilissimi.

 

 

Il saggio del Palyi sull’introduzione di Adamo Smith sul continente si può considerare il compimento delle due lezioni dell’Hollander sui precursori e degli immediati continuatori dello Smith. Era in verità difficile emulare la finissima erudizione, la conoscenza di prima mano di particolari minuti e significati, la rara illuminante anedottica dell’Hollander. Se, forzatamente, il Palyi riesce perciò inferiore ad uno squisitissimo conoscitore della letteratura economica antica e classica, come è I’Hollander, ha il pregio di una ricerca amplissima intorno a quella che, tra gli storici delle belle lettere, usasi chiamare la “fortuna” del nostro. La studia in Francia, in Italia, in Germania, in Austria, in Spagna. La diffusione della fama e delle idee dello Smith sul continente europeo fu uno dei tanti casi di quella che fu allora chiamata “anglomania” su cui scrisse un libro erudito, sebbene troppo superficiale quanto alla sostanza delle idee e troppo poco bibliografico quanto alla forma dei libri letti o tradotti, Arturo Graf. «Nonostante la povertà delle comunicazioni, le influenze intellettuali si diffondevano molto più facilmente e le relazioni scientifiche internazionali erano, in generale, probabilmente più sviluppate d’adesso. I sentimenti nazionalistici erano, naturalmente, molto meno accentuati nell’atmosfera dell’aristocratico diciottesimo secolo che in quella del democratico ventesimo. Nel primo periodo la scienza sociale di ogni nazione era meno chiusa in se stessa e più interessata nei progressi che avevano luogo fuori dei suoi confini. Senza dubbio, il numero dei libri scientifici forestieri tradotti annualmente in tedesco, francese od italiano era allora molto più grande d’oggi. Su tutto il continente si leggevano i libri nuovi inglesi ed anche americani con un vivissimo interesse nettamente contrastante con la tendenza tipica odierna all’isolamento. Il rapporto di Alessandro Hamilton (sulle tariffe doganali) presentato il 19 gennaio 1795 al Congresso americano, fu l’anno seguente commentato e discusso particolareggiatamente dal professore tedesco Sartorius di Gottinga. Le discussioni tecniche sui problemi della restrizione bancaria in Inghilterra ed i rapporti del Bullion Committee del 1810 erano seguite con vivo interesse dal Moniteur di Napoleone come dagli scrittori politici tedeschi; e fin dal 1811 il Report of the Bullion Committee apparve in una traduzione anonima».

 

 

Il libro di Smith fu conosciuto tardi in Italia: Filangieri, Ricci, D’Arco, Palmieri non lo ricordano. La prima citazione nota al Palyi si legge nella dissertazione sulle Università delle arti e mestieri del Vasco pubblicate nel 1790; e, quantunque nel 1779 fosse stata stampata a Napoli una prima edizione della Ricchezza delle nazioni, la vera popolarità cominciò in Italia, dopo che in Francia G.B. Say e Destutt de Tracy ne avevano divulgata la dottrina in libri accessibili. Vero è che il Palyi cita pressoché soltanto gli autori italiani contenuti nel Custodi; non ricorda tra le fonti letterarie il Cossa e il Ferrara; sicché può fondatamente supporsi che più larghe ricerche nelle riviste, nei giornali e nei carteggi del tempo darebbero non trascurabile messe di notizie importanti ad un ricercatore attento.

 

 

Forse le pagine più interessanti del saggio del Palyi sono quelle intorno alla pubblicazione contemporanea (1803) dei due volumi De la richesse commerciale di J.C.L. Simonde de Sismondi e del Traité d’économie politique di J.B. Say. Passato quest’ultimo attraverso sei edizioni, ampliato nel Cours complet e sunteggiato nel Catéchisme, tradotto infinite volte; quasi dimenticato il primo, in favore delle successive opere, in cui il Sismondi tra i primi criticò la moderna società capitalistica. E sono anche storicamente suggestive le pagine in cui il libro dello Smith appare come l’ispiratore delle grandi riforme economiche prussiane di Stein ed Hardenberg, che misero le fondamenta della moderna Germania.

 

 

Un contributo notevole alla storia delle dottrine economiche è dato dal saggio del Douglas colla dimostrazione, che la teoria del valore di Marx, con le contraddizioni rese manifeste nel terzo volume del Capitale, trova la sua radice, prima e più che in Ricardo, nella confusione fatta da Adamo Smith fra ciò che una unità di merce è costata di lavoro o fatica a produrla e la quantità di lavoro che quell’unità di merce permette di comprare. Intorno alle note sofferenze mentali di Ricardo per non essere riuscito a districarsi dal concetto del costo in lavoro nella formulazione della legge del valore ed alla influenza dell’affermazione, cinque volte ripetuta nella Ricchezza delle nazioni secondo cui prima della appropriazione della terra e dell’accumulazione del capitale «l’intiero prodotto del lavoro appartiene al lavoratore», a creare quella scuola di socialisti che appropriatamente si potrebbero chiamare “smithiani” e in cui figurano William Thompson, Thomas Hodgsltin, John Gray e John Francis Bray, il Douglas ha pagine assai istruttive ed altre ne promette ad opera di un suo allievo. Accostamenti così, in apparenza, insospettati tra il capo di quella che si chiama comunemente la scuola economica liberale ed i primi socialisti inglesi non si possono fare se non da chi abbia a lungo meditato, al pari del Douglas, sul contenuto fondamentale del pensiero dell’autore studiato. Epperciò il suo e quelli dell’Hollander e del Viner, ristudiati, acquistano, ogni volta maggior rilievo e paiono dar nuovi lumi per l’interpretazione di quel libro a cui poté essere negato valore di novità teorica, titolo alla scoperta di nuovi problemi, pregio di sistemazione armonica di argomenti prima frammentariamente studiati, ma che, ciononostante, rimane pietra miliare nel progresso della scienza, termine di riferimento per gli sviluppi venuti di poi, libro classico in cui si trovano i germi della più parte degli errori e delle verità che arricchirono poscia le discussioni economiche.

 

 

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Economic Essays, contributedin honor of HOHN BATES CLARK, edited by JACOB H. HOLLANDER, published on «behalf of the American Economic Association» (New York and London, The Macmillan Co., 1927; un volume di pag. VIII-368. Prezzo scellini 17).

 

 

I volumi che si cominciano a pubblicare in Inghilterra in onore di professori i quali si ritirano dall’insegnamento (Edwin Cannan, in Inghilterra, dovutosi ritirare per i limiti d’età, fresco di mente e vigoroso di corpo, così da potere, in occasione dello sciopero ferroviario del 1926, recarsi da Oxford in bicicletta a far lezione a Londra) o compiono gli 80 anni (al professore John Bates Clark, già ritiratosi da tempo dall’insegnamento nella Columbia University di New York, il presente volume fu presentato il 26 gennaio 1927, giorno anniversario della nascita, in un banchetto il cui resoconto, con il testo dei discorsi del presidente dell’Università dott. Butler e dei professori Fetter, Giddings e Seligman e della risposta dell’onorato, si legge nell’Appendice) appaiono più sobri e non meno interessanti di quelli che in Germania ed in Italia da tempo escono alla luce in uguale occasione.

 

 

Come accade di frequente, non tutti i saggi sono legati tra di loro da un filo conduttore: B.J. Anderson parla dell’«economia statica e delle previsioni sull’andamento degli affari»; G.E. Barnett dell’«imprenditore e della offerta del capitale»; James Bonar, ripetendo il motivo del libretto su Adamo Smith scrive una «fantasia economica» intitolata Malthusiade; T.N. Carrer insiste sulla «necessità di adoperare mezzi congrui per migliorare e non peggiorare le condizioni economiche»; John Maurice Clark (figlio di John Bates) studia le relazioni fra la statica e la dinamica economica P.H. Douglas si occupa dell’«elasticità dell’offerta come fattore determinante della distribuzione»; R.T. Ely dell’«economia fondiaria»; J. Fisher di «un nuovo metodo statistico per misurare la utilità marginale e saggiare la giustizia di un’imposta progressiva»; F.H. Giddings delle «alternative considerate come fatti economici base»; Charles Gide delle «cooperative nei paesi latini»; A.S. Johnson dei «gravami ipotecari rurali»; H.R. Mussey della «teoria delle otto ore nella federazione americana del lavoro»; J.E. Pope del «movimento per tenere i prodotti agricoli lontani dal mercato così da influire sui prezzi»; E.R.A. Seligman dottamente espone notizie preziose sui «primi insegnamenti della scienza economica negli Stati Uniti» e C.A. Tuttle delinea una «teoria del profitto economico come remunerazione della funzione, adempiuta dell’imprenditore», di porre il capitale e il lavoro in condizioni od “opportunità” di produrre superiori alla condizione marginale, sicché il profitto risulterebbe uguale alla differenza fra la produttività marginale la produttività delle comodità sopra marginali inerenti nella unità di impresa ed offerte ad uguali unità di lavoro e di capitale.

 

 

Tutti questi saggi forniscono un contributo importante allo studio di qualche problema concreto attuale o di qualche punto di teoria o di storia delle dottrine. Ma poiché nei volumi di onoranze si cercano dapprima quelle pagine che illustrano la figura scientifica dell’onorato, dire che l’influenza del Clark è stata così profonda sullo sviluppo della scienza economica in genere e di quella americana in ispecie che le traccie di un pensiero che fu ed è ancora dominante nella scienza negli Stati Uniti si possono rintracciare in quasi tutti i contributi recati al volume. In particolare i saggi sopra citati dell’Anderson, del Barnett, del Clark figlio, del Douglas, del Giddings, del Tuttle si riferiscono quasi ad ogni passo alle teorie del Clark, prendendo da esse le mosse per ulteriori sviluppi e critiche.

 

 

Vi sono tuttavia oltre il testo dei discorsi pronunciati al banchetto, tre contributi, i quali richiamano più particolarmente l’attenzione del lettore sull’inquadramento del pensiero del Clark nella storia letteraria economica contemporanea: il primo è la compiuta bibliografia dei suoi scritti (p. 339-351); sussidio indispensabile a chi vorrà in avvenire studiare l’opera scientifica del Clark, con scarsissima probabilità, ahimè!, di potere, in Italia almeno e forse in Europa, compierlo in modo soddisfacente, tante sono le riviste ed i giornali, introvabili già, in cui il Clark: ha scritto. Perché i suoi amici non riuniscono, come si fece per Edgeworth ed il Marshall ed, in parte, in Italia, per il Pantaleoni, in uno o due giusti volumi quelli tra gli articoli sparsi che hanno importanza per lo studio del

pensiero dell’autore?

 

 

Il secondo è l’articolo introduttivo al volume: scritto da Jacob H. Hollander, tratteggia in cinque pagine la figura del Clark: come economista. Gli anni dal 1886 al 1899 diffusero per il mondo una concezione del meccanismo economico che non potrà più disgiungersi dal nome del Clark. Nel 1886 esce alla luce The Philosophy of Wealth e nel 1899 l’esposizione della teoria è pressoché completa in The Distribution of Wealth. Fino ad allora la scienza economica americana era stato un riflesso di quello inglese prima e, dopo il 1880, della scuola storica tedesca. Clark riprese la tradizione della scuola classica e, contemporaneamente a Marshall ed a Walras, tentò di dare un quadro unitario del processo produttivo ed economico. La sua non fu la conquista finale della verità; ma fu una pietra miliare nel cammino progressivo e non mai conchiuso della scienza.

 

 

Quale sia stato il contributo dato al progresso della scienza dal Clark: è bene spiegato, per un punto particolare, dal Fetter nel terzo saggio, intitolato La nuova formulazione clarkiana del concetto del capitale. Egli distinse tra due concetti del capitale, l’uno “concreto” il più usato dalla scienza economica secondo cui il capitale consisterebbe nei “mezzi di produzione prodotti dall’uomo” e l’altro “astratto” paradossalmente usato dagli uomini di affari più che dagli scienziati, e secondo cui Il capitale consisterebbe nel “valore che è investito dall’uomo di affari nei vari strumenti e materiali da lui usati”. Quando la teoria fu esposta, quarant’anni fa precisi, parve una novità radicale ed, in verità, essa spazzava via le distinzioni fra terra (fattore naturale) e capitale (fattore artificiale della produzione), fra rendita (della terra) ed interesse (del capitale). La rendita, secondo il Clark, era propria di tutti i capitali “concreti”, l’interesse un attributo del capitale astratto.

 

 

Il Fetter, acutamente, rintraccia le origini della formulazione clarkiana nell’ambiente americano, poco propenso a considerare la terra in modo diverso da un qualunque altro capitale valutabile e permutabile a prezzo di mercato, nell’insegnamento tedesco di Hermann, Rodbertus, Knies e Wagner e nell’agitazione georgiana per l’imposta unica sulla terra, e persegue l’influenza della formulazione del Clark: in Marshall, Hadley e Fisher. Riproduco la pagina finale del saggio di Fetter in cui si conclude che la parola di Clark è ancora viva oggi: «È un vero paradosso, che quanto maggiore è l’enfasi con cui un autore intende scrivere per studenti destinati agli affari, tanto più il suo concetto di capitale è probabilmente remoto dalla pratica concreta degli affari. Fino a quando lo

scrittore di un libro di testo di economia seguiterà a ripetere piamente in sul bel principio vecchie definizioni a cui è venuto meno qualsiasi significato vitale (se pure mai ne ebbero alcuno), salvo a buttarle da un canto più tardi quando giunga il momento di usarle? Perché si deve continuare a rimpinzare la testa di migliaia di studenti principianti con questo inutile peso morto intellettuale? In quale altro campo scientifico sarebbe possibile continuare in una cosiffatta pratica? Le fatiche della generazione passata hanno segnato la via alla coerenza ed alla chiarezza. Bisogna bandire l’ambiguità della terminologia economica. Ricchezza e capitale non sono la stessa cosa e non sono nemmeno imparentati in qualità di genere o di specie. Il capitale è essenzialmente un concetto di proprietà individuale, acquisitiva di investimento. Non coincide con la ricchezza come oggetti fisici, ma piuttosto con i diritti giuridici come ragioni ad usare o aver reddito. È o dovrebbe essere un concetto riferentesi senza equivoci alla proprietà privata od all’esistente sistema di prezzi. Capitale sociale è una parola perniciosa usata invece di ricchezza nazionale. Il cosidetto, a sproposito, “problema dell’interesse” non deve essere concepito in relazione con una ristretta classe di beni artificiali, ma piuttosto come l’elemento di tempo/valore che entra in tutti i casi di valutazione di gruppi di usi diversi nel tempo. L’ammissione di queste e di altre verità logicamente collegate è parzialmente, a tratti, incoerentemente implicita in gran parte della trattazione corrente dei principi fondamentali della scienza. Quando sarà francamente e chiaramente fatta? Quando i nostri testi di economia saranno liberati dalla manomorta

del ricardianismo?».

 

 

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Notes on Malthus “Principles of Political Economy” by DAVID RICARDO. Edited with an introduction and notes by JACOB A. HOLLANDER and T.E. GREGORY. (“The Johns Hopkins Press”, Baltimore, U.S.A. ed in Inghilterra, Humphrey Milford, “Oxford University Press” ed Amen House, London, E.C. 4; 1927, un volume di pag. CVI-246. Prezzo 22 sc., 6 d.).

 

 

Per quasi un secolo gli studiosi di Ricardo seppero dell’esistenza di questo libro, senza riuscire a rintracciarlo. Nel 1837 Empson, in una recensione della seconda edizione dei Principii di Economia Politica di Malthus, ricordava l’esistenza di un commento critico di Ricardo alla prima edizione. Nel 1845 Mac Culloch nella Literature of Political Economy parlando dei Principii di Malthus, aggiungeva: «Ricardo lasciò in manoscritto un volume di osservazioni su questo lavoro, sovrattutto in risposta alle interminabili critiche di Malthus alle sue dottrine peculiari». Nel 1846 scrivendo della vira e degli scritti di Ricardo nella prefazione alle opere complete di questi, il Mac Culloch dubitava che gli Appunti ricardiani fossero abbastanza interessanti da meritare di essere pubblicati.

 

 

Per quarant’anni, l’astro di Ricardo avendo sorto un momentaneo eclissi, nessuno si interessò più degli Appunti. Nel 1895, l’Hollander durante una visita in Inghilterra, la quale portò alla scoperta delle lettere di Ricardo a Mac Culloch e a Hutches Trower, ne fece invano ricerca per mezzo dei discendenti della famiglia di Ricardo; sicché, qualche anno dopo, nel 1910, egli, disperando di ritrovarli mai, parlava degli Appunti come di cosa perduta.

 

 

Inaspettatamente, nel 1919, il manoscritto è ritrovato. In una lettera del sig. Frank Ricardo, pronipote dell’economista, sono narrate le circostanze del ritrovamento: «fu, credo, nell’autunno del 1919 o, forse, nella primavera, che, frugando in un certo mobilio ammucchiato in una legnaia a Bromesberrow, (era la residenza di campagna di Osman, il primogenito di Ricardo) io capitai su questo manoscritto impaccato in carta scura ed abbandonato a caso in una cassetta insieme con vecchie cianfrusaglie. Vidi subito che si trattava di un manoscritto originale di Davide Ricardo, ma non seppi lì per lì precisare se fosse o non stato pubblicato».

 

 

All’annuncio, la commozione fu tanto grande tra gli economisti come quando si seppe che era stata portata a notizia del Cannan l’esistenza del testo raccolto da uno studente (oggi si direbbe delle “dispense stenografiche”) delle lezioni professate nel 1763 a Glasgow da Adamo Smith; e si sperò che il manoscritto gittasse tanta luce su taluni punti controversi delle dottrine ricardiane, quanta, dalla pubblicazione delle Lectures di Adamo Smith, ne venne, a ragion d’esempio, per la conoscenza dei rapporti fra Adamo Smith ed i fisiocrati e per la influenza del viaggio in Francia sulla definitiva formulazione della dottrina smithiana. Forse, l’aspettativa degli economisti non sarà altrettanto soddisfatta dalla comparsa degli Appunti su Malthus. Non ho l’impressione che questi mutino in alcuna parte veramente fondamentale l’interpretazione dei principi ricardiani o mettano in luce diversa da quella già nota le derivazioni delle idee ricardiane dai suoi precursori o dagli amici, con cui egli si teneva in continuo contatto epistolare. La pubblicazione di tre volumi di lettere di Ricardo a Malthus, a Mac Culloch ed a Trower aveva già mietuto il campo della formazione mentale ricardiana. L’utilità caratteristica del fortunato ritrovamento pare a me stia nel fornire un esempio tipico della diversità del concepire astratto e del concepire concreto nella scienza economica. Davide Ricardo è il principe degli economisti teorici od astratti finora vissuti. Appunto nella lettera del 4 maggio 1820, in cui Ricardo manifestava all’autore le prime impressioni ricevute dalla lettura del libro di Malthus, si trova la celeberrima frase che fa testo per la interpretazione dei libri ricardiani: «Il mio scopo era di dilucidare principi e perciò io immaginai casi fortemente tipici (I imagined strong cases) così da potere chiarire il modo di operare di quei principi». Malthus, il quale pure nel 1798 erasi saputo elevare, per uno di quei miracoli della fantasia scientifica, i quali spiegano così spesso le maggiori scoperte teoriche, alla contemplazione di casi veramente tipici, di tendenze marcate o fondamentali, nel suo Saggio sulla popolazione e, di nuovo, aveva fatto opera di astrattista nel trattare, contemporaneamente al West e prima di Ricardo, della rendita della terra aveva per lo più, nel discutere di problemi economici, la mentalità concreta. Vedeva il particolare, il complicato, il reale, che è mutevole e costituito da imponderabili e lo metteva spesso al disopra del generale, del semplice, dell’essenziale. Il titolo dell’opera qui criticata: Principii di economia politica, considerati in ordine alla loro pratica applicazione chiarisce singolarmente per se stesso il tipo delle speculazioni economiche malthusiane. Le conclusioni di Malthus erano talvolta più realistiche, più vere “di fatto” delle conclusioni di Ricardo. Questi aveva ragione per l’eternità, quegli per il momento. Perciò si capisce come i due amici discutessero interminabilmente, per ore ed ore e ritornassero a discutere per carteggio, senza mai mettersi d’accordo.

 

 

Gli Appunti ora ritornati alla luce sono uno dei momenti di questa discussione. Ricardo tiene alla mano i Principles di Malthus e su un quaderno, citando la pagina, va appuntando, slegatamente, le sue osservazioni, le sue critiche, i suoi rari consensi e i suoi frequenti dissensi. Gli Appunti non furono mai ricuciti e sistemati; comunicati a Malthus medesimo, letti da James Mill, da Mac Culloch, da Trower e forse da altri amici, l’autore fu dissuaso dal pubblicarli, perché poco leggibili come libro e troppo polemici per interessare il pubblico. C’erano già i ricardiani; ma non si era ancora costituita quella confraternita internazionale di studiosi, la quale oggi, anche in economia, va in cerca delle minime briciole cadute dalla mensa dei grandi per ricostituire di essi il pensiero e la progressiva formazione mentale. Se qualcuno di questi raffinati vorrà tenere un corso di esercitazioni in logica economica, quale più prezioso strumento di questi Appunti? Un grande economista, nell’opinione dei più il massimo genio della scienza economica, sorpreso nell’atto di leggere il libro di un altro grande, di un amico con cui si trova per lo più in insanabile dissenso per ragione di metodo, con cui litiga ogni volta che si vedono non tanto per la constatazione del problema, ma per il contrastante angolo visuale del quale il problema deve essere affrontato!

 

 

I due “editori”, salvochè per una dimenticanza, hanno facilitato in ogni modo la fatica dei buongustai delle polemiche ricardo-malthusiane. Dimenticarono di compilare, essi, o di far compilare un indice analitico alfabetico, uno di quegli indici che mancano sempre nei libri italiani e francesi di economia e che tanto facilitano lo studio e la consultazione dei libri di lingua inglese. Sotto tutti gli altri rispetti, l’edizione è superba. Il Gregory ad ogni “appunto” di Ricardo, laddove questi annotava semplicemente la pagina e le prime parole della frase criticata ha compilato un sobrio, chiaro riassunto del pensiero di Malthus, dimodochè il lettore, senza uopo di ricorrere ad altra fonte, ha sotto gli occhi la tesi malthusiana e la immediata replica o reazione ricardiana.

 

 

L’Hollander, probabilmente il più esperto conoscitore vivente di Ricardo (Bonar e Cannan possono forse, soli, stare a paro di lui) ha scritto una mirabile introduzione, in cui di ognuna delle teorie dibattute fra Ricardo e Malthus ha tracciato la progressiva formulazione nei diversi scritti e nella corrispondenza dei due autori. Io consiglierei di rileggere, insieme con la presente introduzione, quell’altro gioiello hollanderiano che è il saggio David Ricardo – A centenary estimate, pubblicato in occasione del centenario della pubblicazione del primo importante saggio ricardiano The High Price of Bullion, a Proof of the Depreciation of Bank Notes. (N. 4 della XXVIII serie degli Johns Hopkins University Studies in Historical and Political Science, Baltimore, The Johns Hopkins Press, 1910). Il quadro della vita, delle opere e dell’influenza di Ricardo tracciato con mano maestra e con dottrina inarrivata in questo primo saggio giova ad intendere la assai più minuta analisi della introduzione agli Appunti. Solo un elegante della erudizione precisa, ricostruttrice e sapiente poteva scrivere le pagine preziose che l’Hollander largisce in questa edizione prima e definitiva dello scritto perduto di Ricardo. Il volume riservato, come dissi, ai raffinati doveva essere, e fu, ad essi offerto con il giusto contorno che a così prelibato cibo si conveniva.

 

 

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Pasquale Jannaccone: La bilancia del dare e dell’avere internazionale con particolare riguardo all’Italia. (Un vol. di pag. IV-115, Milano, Treves, 1927. Prezzo L. 15).

 

 

Nell’avvertenza, premessa dall’A. al volumetto si dice che in esso è raccolto il testo di sei lezioni tenute nel marzo del 1927 all’Istituto di Politica e legislazione finanziaria della regia università di Roma, per invito del suo direttore, on. prof. De Stefani.

 

 

L’avvertenza può lasciar supporre che il merito dello scritto dell’A. sia soltanto quello di avere esposto in modo semplice e conciso, ad uso degli studenti, nozioni divulgate tra gli economisti. Può anche darsi che fossero divulgate. Nulla è tanto necessario quanto l’andare guardinghi nell’affermare priorità di teorie; e del pericolo delle attribuzioni di novità un assai elegante esempio è addotto, a carta 83, dall’A. a proposito della «teoria della parità del potere d’acquisto» detta di Cassell. Affermo soltanto di non ricordarmi di aver letto una rappresentazione altrettanto chiara della bilancia del dare e dell’avere internazionale come di un sistema in equilibrio, di cui tutte le parti si tengono insieme e si determinano mutuamente. La concezione era, ammettasi senz’altro, implicita nella concezione teorica dell’equilibrio economico generale; ed era la premessa di tutti i calcoli – non di rado contabilmente sbagliati, come dimostra J., per inserzione di dati eterogenei o duplicati – intorno alla bilancia del commercio o dei pagamenti o del dare e dell’avere internazionali.

 

 

Ma anche si sa che, dopo le grandiose raffigurazioni generali di Walras e di Pareto, il bisogno più sentito dagli studiosi era quello di applicare a problemi particolari quella concezione; e si sa del pari che una teoria non va attribuita a chi la intuì, o per incidente la enunciò o espose un principio da cui poteva essere dedotta o raccontò slegatamente le diverse nozioni, le quali aspiravano ad essere ricomposte in unità. Anderson e Rooke e West e Malthus, sebbene venuti prima, e sebbene i loro meriti siano stati e debbano essere largamente riconosciuti, non hanno impedito che si sia parlato e si continui a parlare di rendita ricardiana.

 

 

Così, ripetendo, io dico: può darsi che J. abbia esposto nozioni divulgate; ma in quale altro libro fu assunta come oggetto “voluto” di “particolare” trattato la seguente proposizione: «la grandezza di ogni partita della bilancia dei conti del dare e dell’avere internazionale è in funzione di ogni altra partita?».

 

 

Questa, invero, è la proposizione centrale delle sei lezioni; ed intorno ad essa tutte sei sono finemente ricamate. Come al solito, verranno i perfezionatori ad osservare che nel ricamo c’è qualche imperfezione, segnalatrice di qualcosa che poteva anche essere rilevata. Frattanto nessun altro scritto mi ha dato una uguale viva impressione della “bilancia” come di qualcosa che realmente “bilancia” e che per bilanciare deve continuamente muoversi, riaggiustarsi, riequilibrarsi. Così la teoria dell’equilibrio riacquista il sapore perduto a mano a mano che i seguitatori noiosamente la martellavano nella testa di tutti coloro che oramai ne sapevano a memoria la bellezza e la importanza. Lo riacquista perché l’A. la rimpolpa di applicazioni feconde, di dati statistici e storici, i quali trovano in essa una evidente spiegazione; e ciò fa con quella chiarezza e precisione e sufficienza di dettato che si ritiene ed è propria dei classici. Accade talvolta nelle scienze economiche di incontrarsi in autori che fanno pensare, ma intorno al significato preciso del cui pensiero si rimane incerti. Che cosa avrà veramente voluto dire l’autore? Questi può essere un originatore e provocatore fecondo di pensieri e di ricerche; ma non è un classico. Cotal titolo spetta soltanto a coloro i quali hanno esposto il pensiero, piccolo o grande che fosse, in una forma perfettamente adeguata ad esso. Se la forma non rispecchia perfettamente il pensiero, questo è, per qualche verso, immaturo od incompiuto, ossia non è classico.

 

 

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Giovanni Zibordi: Saggio sulla storia del movimento operaio in Italia. Camillo Prampolini e i lavoratori reggiani. (Vol. 178 della Biblioteca di Cultura moderna, Bari, G. Laterza e Figli, 1930, pag. 112. Prezzo L. 8).

 

 

Piccolo libro, che si legge assai volentieri. Quando si parla di Camillo Prampolini, chi non lo ha mai visto si raffigura l’immagine di un apostolo evangelico, colla barba alla nazarena, predicante la buona novella ai contadini ed agli operai del Reggiano, divulgatore sulla Giustizietta di un socialismo “temperato”, che i conservatori “illuminati” del tempo portavano in palma di mano, quando occorreva additare agli scalmanati della rivoluzione sociale un esempio da imitare nel loro medesimo campo. Prampolini, così dimostra invece, con affetto di discepolo, lo Zibordi era appena un po’ tutto questo, appena quel tanto per cui la caricatura può raffigurare la realtà. Era, per fermo, un uomo convinto, e ne è prova la dignità con la quale il vecchio ed illustro parlamentare si guadagna oggi il necessario per vivere tenendo in Milano i conti di un negoziante in

mobili artistici.

 

 

Era un apostolo intransigente, apprezzato in Parlamento e in Italia anche dagli avversari, ma da questi rimasto sempre odiatissimo nella sua piccola patria. Uscito dal ceto patriottico dei servitori dello Stato all’antica, sui banchi dell’Università sentì l’iniquità dell’assetto sociale, studiò i libri classici, Capitale di Marx in testa, di quel socialismo che usò qualificare sé stesso di scientifico; organizzò i lavoratori ed i contadini in partito politico, in leghe, in cooperative; li condusse ad assumere imprese industriali e commerciali, fu anti-rivoluzionario e riformista, perché fu del parere che il socialismo divenisse facendo. Educò il popolo in quanto gli insegnò a non odiare le “persone” dei capitalisti, ma a combattere l’ordinamento, il sistema, la classe capitalistica e a coadiuvare coll’opera quotidiana e colla legislazione quel “fatale” processo per cui all’ordine sociale esistente doveva sostituirsi il nuovo più alto ordine socialistico. Lo educò in quanto disse al popolo che non solo i ricchi, ma anche i poveri erano cattivi; ed i poveri arricchiti assai più cattivi dei ricchi antichi. Quindi attendessero a migliorare sé stessi, ché la redenzione doveva venire anzitutto dalla vittoria su sé stessi.

 

 

Tutto ciò è “storicamente” molto interessante ed una viva lode va data allo Zibordi, il quale ha fermato su carta stampata il ricordo di una singolare figura di agitatore e del molto bene che egli fece nei limiti della sua mentalità e delle sue tendenze sentimentali. I limiti erano dati dalla sua filosofia della vita, che era quell’arido, formalistico, meccanicistico, fatalistico marxismo il quale favoleggia di due classi, che mai non esisterono se non per accidente o per scorcio, non comprende il valore sociale, morale e politico dell’esistenza di classi diverse da quelle cosidette tipiche dei capitalisti e dei proletari, suppone un “fatale” andare delle “cose” che non esistette mai se non nei libri di storia sbagliata dei marxisti e rimane stupefatto dinnanzi al rigoglio di ceti niente affatto disposti a rientrare nelle comiche file inventate dai teorici, infantili teorici della lotta fra le due classi. Zibordi narra con un senso tra di dispetto per una specie di tradimento e di rimpianto per la pervicacia dell’egoismo umano, la storia dei “contadini” reggiani, che si fan socialisti quando erano miserabili, si distaccano dal partito quando diventano mezzadri ed affittuari ed arricchiscono, ritornano socialisti quando nel dopo guerra non vogliono pagare i fitti di mercato ai proprietari, e tornano a voltare le spalle al verbo quando, composte le loro querele coi proprietari, talvolta col comprare essi stessi il fondo, si trovano tra i piedi i braccianti, clienti anch’essi di Prampolini. Il quale, sia detto a guisa di conclusione accademica, in una rivista destinata a studi economici, ci è presentato dallo Zibordi in guisa tale da farci sospettare fortemente avesse ragione il vecchio Protonotari (non grande economista, ma certo uomo di buon senso e di mente larga se, finché visse, tenne la Nuova Antologia, da lui diretta, ad un livello di eccellenza dappoi perduto sotto la guida di nomi più famosi), quando lo bocciò in economia politica. Pare davvero, a quanto si può dedurre dalle pagine del suo biografo, che egli non avesse la più lontana intuizione di quel che la scienza economica fosse, cosa la quale accade del resto a molti politici, anche a quelli che non sanno amministrare cooperative ed imprese economiche con quelle doti preclari di economista pratico, che in Prampolini si congiungevano così bene con la fede dell’apostolo, lo spirito di sacrificio dell’uomo veramente dedito al bene pubblico e la illibatezza della vita

privata.

 

 

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Biblioteca di Storia Economica diretta dal prof. Vilfredo Pareto dell’Università di Losanna. (Società Editrice Libraria, Milano, via Ausonio, 22).

 

 

È stata recentemente pubblicata l’ultima dispensa del sesto volume di questa biblioteca, portando così a termine la prima serie di volumi di un’impresa grandiosa iniziata or sono più di trent’anni.

 

 

Affinché i lettori possano valutare l’importanza della pubblicazione si ricordano qui di seguito i titoli delle opere contenute nei sei volumi.

 

 

Volume I: L’economia pubblica dei Greci e dei Romani, completo in due parti di complessive pag. 1.800.

 

 

Parte prima: 1) V. Pareto: Proemio; 2) E. Ciccotti, L’evoluzione della storiografia e la storia economica del mondo antico; 3) G. Roscher, Sul rapporto dell’economia pubblica con l’antichità classica; 4) A. Boeckh, L’economia pubblica degli ateniesi.

 

 

Parte seconda: 1) Dureau De La Malle, L’economia politica dei Romani; 2) E. Ciccotti, L’interesse del denaro nell’antichità; 3) E. Ciccotti, La retribuzione delle funzioni pubbliche nell’antica Atene e le conseguenze.

 

 

Volume II: La produzione agricola-industriale dell’antichità greco-romana e la organizzazione giuridica, completo in due parti di complessive pag. 1.512.

 

 

Parte prima: 1) E. Ciccotti, Tratti caratteristici dell’economia antica; 2). E. Meyer, L’evoluzione economica dell’antichità; 3) A. Dickson, L’agricoltura degli antichi; 4) G. Roscher, Sull’economia agricola degli antichissimi tedeschi; 5) U. Bluemmer, L’attività industriale dei popoli dell’antichità; 6) Fustel De Coulanges, Il podere presso i Romani.

 

 

Parte seconda: 1) P. Guiraud, La proprietà fondiaria in Grecia fino alla conquista romana; 2) Rodbertus, Per la storia dell’evoluzione agraria di Roma sotto gli imperatori; 3) Max Weber, La storia agraria romana in rapporto al diritto pubblico e privato; 4) T. Mommsen, La distribuzione del suolo italiano e le tabelle alimentari; 5) H. v. Scheel, I concetti economici fondamentali del “Corpus Juris civilis.

 

 

Volume III: La metrologia e la moneta degli antichi, completo, di pagine CLXXXVIII – 692. Prezzo L. 36.

 

 

1) E. Ciccotti, Vecchi e nuovi orizzonti della numismatica e funzioni della moneta nel mondo antico; 2) C. F. Lehmann, L’antico sistema metrico e ponderale babilonese come base degli antichi sistemi ponderali, monetari e metrici. 3) E. Nissen, Metrologia greca e romana; 4) E. Babelon, Le origini della moneta considerate dal punto di vista economico e storico; 5) L. Friedlander, Sul prezzo del grano e il valore reale del danaro nel tempo che va da Nerone a Traiano; 6) Rodbertus, Per la questione del valore reale del danaro nell’antichità; 7) J. Marquardt, Monete, misure e commercio del danaro; 8) T. Reinach, Del valore proporzionale dell’oro e dell’argento nell’antichità greca; 9) G. Perrot, Il commercio del denaro ed il credito ad Atene nel quarto secolo avanti la nostra era; 10) H. Michaelis, Valutazione critica dei prezzi dell’editto di Diocleziano dal punto di vista economico.

 

 

Volume IV: La popolazione del mondo antico, completo, p. 720.

 

 

1) E. Ciccotti, Indirizzi e metodi degli studi di demografia antica; 2) David Hume, Della popolazione delle antiche nazioni; 3) G. Beloch, La popolazione del mondo greco-romano; 4) Appendici, G. Beloch, La popolazione della Gallia al tempo di Cesare. – Per la storia della popolazione nell’antichità. – La popolazione dell’Italia nell’antichità; Otto Seeck, La statistica nella storia antica; E. Kornemann, Le cifre dei censimenti romani quale materiale statistico; E. Meyer, Il numero dei cittadini romani sotto Augusto; H. Nissen, La popolazione nell’Italia antica; E. Ciccotti, Del numero degli schiavi nell’Attica; A. Holm, La produzione granaria della Sicilia nell’antichità nei suoi rapporti con la popolazione.

 

 

Volume V: Le imposte e l’assistenza pubblica nel mondo romano, completo, pag. CCXX-1.044. Prezzo L. 59.

 

 

1) E. Ciccotti, Lineamenti dell’evoluzione tributaria nel mondo antico; 2) G. Humbert, Saggio sulle finanze e sulla contabilità pubblica presso i Romani; 3) R. Cagnat, Studio storico sulle imposte indirette presso i Romani; 4) Rodbertus, Storia delle imposte romane da Augusto in poi; 5) Naudet, I soccorsi pubblici presso i Romani.

 

 

Volume VI: Commercio, strade e vie commerciali degli antichi e dei moderni, completo”, pag. CLXIV – 1.240. Prezzo L. 85.

 

 

1) E. Ciccotti, Commercio e civiltà nel mondo antico; 2) R. Mayr, Manuale di storia del commercio; 3) H. Stephan, La vita commerciale dell’antichità; 4) Hudeman, Storia della posta romana; 5) W. Cunningham, Lo sviluppo dell’industria e del commercio inglese nel periodo delle origini e nel Medioevo.

 

 

Che i volumi della prima serie abbiano avuto una buona accoglienza è dimostrato dal fatto che il primo e il secondo sono esauriti e che soltanto il terzo, il quinto e il sesto si vendono separatamente. Tuttavia la casa editrice è in dubbio se intraprendere la seconda serie. Poiché questo è il secondo caso di sospensione di grandi raccolte economiche (l’altro è la sospensione della Biblioteca dell’Economista giunta alla quinta serie), vale la pena di chiederci il motivo dello scarso favore del pubblico. Nonostante i volumi esauriti, è chiaro che il pubblico ha risposto troppo adagio all’iniziativa.

 

 

Il perché non può cercarsi nella poca bontà delle opere pubblicate. È vero che Vilfredo Pareto, direttore nominale della Biblioteca, non se ne occupò mai dopo il breve “proemio” iniziale. Ma era circostanza annunciata fin dal principio dallo stesso Pareto; e non fu circostanza dannosa, poiché l’effettivo direttore, Ettore Ciccotti, aveva, più del Pareto, la preparazione specifica storica, il temperamento da ricercatore delle fonti e le conoscenze bibliografiche che all’impresa si richiedevano. Le sue introduzioni sono dotte, pertinenti alle materie del volume, utili ad apprezzare le condizioni attuali degli studi intorno a quella materia.

 

 

Il perché non pare possa trovarsi neppure in un livello non elevato delle opere scelte per la traduzione. Basta uno sguardo all’elenco sopra riportato per vedere che si tratta sempre di opere di gran pregio, di cui talune hanno lasciato una notevole traccia nella storiografia dell’antichità.

 

 

Si potrebbe discutere se non sarebbe stato meglio omettere qualche opera tradotta ed includere qualche altra opera rimasta fuori. Ma sono discussioni le quali danno poco frutto. In un dato volume di pagine e di volumi non può entrare più di un dato numero di opere e qualcuna deve pure rimanere fuori.

 

 

Un migliore perché forse lo troveremo ponendo il quesito: l’interesse per gli studi economici seri ò davvero in Italia così grande come ci si vorrebbe far credere? A leggere i giornali, parrebbe che mai si sia discusso tanto fra noi di problemi economici e sociali, come da trent’anni in qua. Sotto a questo interessamento ci deve essere molta spuma: articoli di giornali e di riviste di battaglia. I libri grossi non vanno, sicché poco si traduce dalle lingue straniere; e gli autori italiani devono rifugiarsi negli atti delle accademie, nelle pagine delle riviste mattone, come le chiamava Pantaleoni, o sono costretti a stamparsi da sé a proprie spese. Rispetto alle traduzioni ha contribuito alla rarificazione dei lettori la maggior conoscenza dello lingue forestiere. Chi può, compra l’originale francese, inglese o tedesco. Tuttavia, non credo che il campo per le collezioni sia venuto meno. Sono ancora numerose, più che non si creda, le persone colte le quali non leggono o leggono a stento inglese e sovratutto tedesco; ed alle quali una buona traduzione risparmia tempo e fatica. Perché, se non fosse cosi , i tedeschi, linguisti di cartello, traducono tanti libri forestieri?

 

 

Un motivo potrebbe essere la scarsa conoscenza del pubblico intorno alle pubblicazioni serie intorno all’economia come a qualunque altra materia. La Biblioteca dell’economista, intorno al 1850 ebbe tanto successo e dopo il 1900 questo venne meno, anche perché Camillo Cavour ed una pleiade di scrittori nei giornali quotidiani istruivano il pubblico intorno alla eccellenza delle opere contenute in quella biblioteca; cosa che dopo il 1900 più non accadde. Tutti i professori sanno che, lasciati a sé, gli studenti leggerebbero in primo luogo e forse soltanto libri sciocchi, privi di qualsiasi valore scientifico, raccomandati, a caso, dal commesso di libreria, visti nelle vetrine, magnificati in articoli di quotidiani. Solo dopo un faticoso tirocinio, il volenteroso giovane riesce a distinguere il loglio dal grano. In certi campi, affini al nostro, ad es., in quelli della filosofia, della critica letteraria, della storiografia ci sono riviste che si sono assunte l’ufficio di segnalatori del vano, del mal fatto, dell’impreciso. Tutti conoscono l’opera efficacissima in tal senso della Critica di Benedetto Croce.

 

 

Son molti, tra la gente che pur avrebbe desiderio di studiare, coloro i quali conoscono quale utile strumento di studio nel campo della storia economica dell’antichità sia la Biblioteca di Storia economica ? Ne dubito. Perciò ho voluto pubblicare sopra l’indice completo dei volumi. Mi auguro che anche dei volumi rimanenti si esaurisca l’edizione, sicché la Casa editrice sia incoraggiata a proseguire, compiendo la seconda e la terza serie, sul medioevo e sui tempi moderni. Allora si potrà discutere sul criteri da seguire nella scelta. I quali pare dovrebbero essere i seguenti: escludere le opere che non siano eccellenti, e dimostrate tali dal consenso generale. Tra le eccellenti preferire quelle scritte originariamente in lingua meno accessibili al lettore italiano, come le inglesi alle francesi, le tedesche alle inglesi, le russe, slave, scandinave, greco-moderno a quelle tedesche. Anche preferire le opere esaurite a quelle che ancora si trovano in commercio. Ed ancora: gli scritti brevi o contenuti in giusti volumi alle opere monumentali, che sono una biblioteca per se medesime.

 

 

Finalmente abbandonerei le serie a numero di volumi obbligati, che durano decenni e stancano gli abbonati. Una biblioteca di traduzioni dovrebbe essere una cosa viva: uno, due o tre volumi che trattino tutti di un dato argomento secondo le veduto di un grande economista o storico e quelle dei suoi oppositori. Ad esempio, in materia di storia economica medioevale, ho l’impressione, più per curiosità e rapide letture che per conoscenza approfondita, che oggi si sia rinnovellata sotto nuove forme, sovratutto per impulso del Pirenne, la controversia sul momento distintivo fra l’evo antico e l’evo moderno: caduta dell’impero romano di occidente o conquista araba dell’Africa, della Spagna e della Sicilia? Un volume che contenesse le opere più significative venute alla luce in argomento sarebbe un volume vivo, percorso da un’idea. Così in economia teorica, un volume contenente i principali saggi e libri sulla Dinamica economica sarebbe significativo e dovrebbe imporsi come strumento di studio. Perciò dovrebbero evitarsi i grandi piani a lungo metraggio, in cui le opere si giustappongono senza fondersi, neppure attraverso quella forma di fusione che la polemica e la reciproca incompatibilità di tesi. Nella auspicata collezione, avrebbero luogo anche gli scritti di italiani quando fossero davvero significativi.

 

 

Il compilatore di ogni volume dovrebbe nella prefazione proporsi duo scopi: l’uno ambizioso e l’altro modesto. Quello ambizioso consisterebbe nell’inquadrare la raccolta presentata nel quadro dello sviluppo e dello stato attuale della scienza su quel dato problema. Quello modesto nel dar ragione della scelta fatta e nel fornire una compiuta bibliografia in merito, cosicché lo studioso apprenda quel che potrà e dovrà leggere, oltre gli scritti offertigli. Parecchie delle introduzioni del Ciccotti sono eccellenti per tale rispetto. L’introduzione deve essere uno strumento altrettanto indispensabile per lo studioso come il testo.

 

 

Scomparsa così la serie propriamente detta, perderebbe importanza il problema della vendita a serie, a volumi separati o ad opere singole. Ogni volume od ogni piccolo gruppo di due, al massimo tre volumi starebbe a sé, tratterebbe un problema unico e potrebbe essere considerato e venduto come opera a sé, non troppo grossa, sì da spaventare i sottoscrittori, e non troppo piccola e poco incoraggiante, per il prezzo, per editori e venditori, i quali debbono fare assegnamento su un minimo di prezzo unitario per coprire le spese.

 

 

Tuttociò è progettistica e piani di avvenire. Il fatto concreto oggi è che i volumi sinora usciti dalla Biblioteca di Storia economica dovrebbero trovarsi nella biblioteca di tutti coloro che si interessano di storia economica e sociale e sanno quanto sia necessario conoscere la storia dell’antichità per comprendere la storia contemporanea.

 

 

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Et. Martin – Saint Leon: Les sociétés de la nation. Etude sur les éléments constitutifs de la nation française. (Un vol. di pag. 415, Editions Spes, 17, rue Soufflot, Paris (Ve), 1930. Prezzo Frs. 45).

 

 

L’autore è conservatore della biblioteca del Musée Social di Parigi ed agli studiosi è noto soprattutto per i due libri Histoire des Corporations de Métiers, di cui, per l’interesse dell’oggetto, tanto maltrattato dai dilettanti per la coincidenza terminologica con istituti moderni, si fecero già tre edizioni, e Le Compagnonnage, il quale, con pochi altri, fra cui segnalabili le monografie di famiglia e di mestiere del Le Play e del De Maroussem, studia un singolare problema di storia sociale, su cui in Italia, che io sappia, non è scritto nulla. Non esisterono, tra noi, società segrete operaie, con riti, regole tradizionali, punti di ritrovo, madri, rivalità sanguinose fra gruppi avversi? Se no, perché? Se sì, quando fiorirono e si spensero? Nessuno ha scritto memorie, raccolto canzoni, come fece l’ultimo grande compagnon du tour de France, il Perdiguier, operaio, organizzatore, deputato, prescritto del 2 dicembre? Chi rispondesse anche ad un solo dei quesiti posti, si renderebbe veramente benemerito della storia economica e sociale noi. Hic sunt leones, per ora; ed ho paura che i leoni resteranno per un pezzo indisturbati in questo deserto storico.

 

 

Col libro che si recensisce il Martin-Saint-Leon, affronta un problema divulgato sino alla noia e maltrattato sino all’insofferenza: le organizzazioni professionali della società moderna. Per lo più il problema si mette così: la società non è un aggregato di individui, di atomi indipendenti e vaganti nel vuoto e lo Stato non è una somma di individui. Gli uomini che compongono la società sono anche produttori, membri di famiglie, legati a dati luoghi e classi e professioni. La organizzazione dello Stato deve rispecchiare la varia e ricca composizione della società; al luogo del suffragio universale fa d’uopo mettere il suffragio organizzato per professioni, per famiglie, per gruppi, o per corporazioni. Il Martin-Saint-Leon studia il noto problema della rappresentanza professionale, l’atteggiamento della rivoluzione francese e l’organizzazione statale a base di suffragio universale e di governo burocratico accentrato, di livellamento e frantumazione sociale; la reazione monarchica, quella cattolica-sociale e quella socialista. Non trascura la dottrina tedesca e le esperienze compiute all’estero, tra cui quella attuale italiana. Anch’egli ha il suo piano di riforma costituzionale, che tocca i poteri e la costituzione della camera, del senato e del presidente della repubblica in Francia. Tutto ciò detto nel libro quarto ed è certamente interessante; ma non è il contributo nuovo o peculiare del libro.

 

 

L’A. si è posto nei primi tre libri il quesito “suo”: che cosa è questa Francia che i medici sociali e politici vogliono riorganizzare? Dire che il quesito “proprio” dell’autore è, senza dubbio, fare un’affermazione inesatta. Da Tocqueville a Taine, da Le Play a Bodley, per citare solo alcuni nomi tra i maggiori, molti che volevano proporre un piano di ricostruzione, si posero preliminarmente il medesimo problema; ed i citati vi diedero risposte memorande. L’A. se lo pone di nuovo e lo risolve, in maniera degna di essere rilevata. Il titolo stesso è significativo: “le” società esistenti “dentro alla nazione”. Prima di distruggere l’organizzazione politica fondata sugli individui o atomi, vediamo che cosa d’altro esiste, accanto agli individui, nella nazione francese. Ad una ad una egli passa in rivista “le” società, le organizzazioni, i gruppi esistenti. Prima le società “naturali”, e cioè quelle a cui ogni uomo appartiene o è destinato ad appartenere per il solo fatto della nascita: famiglia, ambiente sociale o classe, religione, professione. Che cosa è la famiglia francese, che cosa erano le classi e gli ordini nell’antico regime, che cosa sono ora; la geografia religiosa della Francia, i cattolici, i dissidenti, i protestanti, gli indifferenti; le razze e il loro apporto al sentimento regionale e nazionale. Bei quadretti psicologici dell’operaio, dell’artigiano, dell’impiegato, del contadino, del domestico, dell’industriale, del professionista, del funzionario. Dopo le società naturali ecco lo studio delle società “contrattuali”, alle quali l’uomo adulto aderisce volontariamente: i partiti politici, i bianchi e gli azzurri del tempo della rivoluzione, i destri ed i sinistri, i liberali ed i socialisti. In quali classi sociali si reclutano? Come ai distribuiscono per regione? Le società di lucro: società anonime o in nome collettivo o in accomandita. Le associazioni professionali: sindacati padronali, operai, misti, agricoli, professionali. Le società cooperative di produzione e di consumo. Le casse di credito. Le associazioni di mutualità e di previdenza. Le associazioni a scopi intellettuali, religiosi, filantropici, regionali, turistici, sportivi. Quale, finalmente, l’atteggiamento, ieri ed oggi, del legislatore di fronte a queste diverse società naturali e contrattuali? Come le ha regolate, trasformate, piegate ai suoi voleri, oppresse, difese, rese le une colle altre compatibili?

 

 

Questa la trama del bel libro recensito. Se la soluzione proposta dall’A. sia o non accettabile, non ha grande importanza. Direi che, dal punto di vista scientifica, la soluzione non interessa. Quel che interessa è la visione larga, viva, non tentata prima di una Francia guardata sotto l’aspetto di una combinazione organica di “società”, di “gruppi”. È ovvio che questa non è “tutta” la Francia, che una nazione è un qualcosa che vive anche per altre ragioni, che a formarla quel che essa è concorrono anche gli uomini individui e le idee degli uomini. È ovvio che ognuno dei quadretti dipinti dall’autore può essere ridipinto con maggiore precisione e compiutezza di particolari; che altri contraddirà questo o quel tratto del quadro. Tutto ciò detto, rimane che uno sguardo sulla Francia, secondo il peculiare punto di vista delle società che nella nazione francese esistono, meritava di essere gittato. Il libro potrà essere rifatto. Forse lo rifarà l’autore stesso, se il favore del pubblico lo consiglierà a ritornare sull’opera sua. Se possibile, io separerei quella che è l’analisi storica – psicologica – statistica – legislativa dia ciò che esiste dalla discussione delle riforme e di ciò che dovrebbe essere in avvenire. Ed approfondirei, cesellerei la prima, che è la materia veramente scientifica e destinata a rimanere. Ma forse, a chieder tanto, si domanda per l’appunto ciò che l’A. non può fare, perché egli, oltrecché scienziato e storico, è anche politico e riformatore ed a studiare è stato mosso dall’amore per il suo paese e dal desiderio di vederlo forte e sano. Se è così, bisogna lodare quella passione politica che lo ha indotto a scrivere un libro serio di scienza.

 

 

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Benvenuto Griziotti: Studi di diritto tributario, (Padova, Cedam, 1931, pag. 158. Prezzo L. 18).

 

 

È una raccolta di studi di diritto tributario che sono collegati da unità di criteri nel considerare le esigenze degli studi finanziari, i quali possono essere così espressi con le parole che si leggono dalle prime alle ultime pagine della pubblicazione. Il diritto deve considerarsi non soltanto “forma”, ma “sostanza” dello stesso rapporto tributario, perché sulla formazione del diritto tributario influiscono i rapporti etici politici ed economici dell’imposta e nel diritto tributario si sostanzia la sovranità dello stato sui contribuenti. Onde il diritto non può prescindere dalla conoscenza degli elementi politici morali ed economici dell’imposta, mentre la scienza delle finanze e la politica tributaria non possono ignorare il diritto come elemento essenziale della obbligazione tributaria. Il cemento fra finanza e diritto si stabilisce quando si riconosca nell’attività finanziaria un fatto essenzialmente politico poiché in esso si trova la premessa necessaria della finanza come del diritto. Onde la politica si manifesta come la disciplina introduttiva e complementare della scienza delle finanze e del diritto finanziario. Qualsiasi ricerca scientifica rimane indeterminata quando non investighi il problema finanziario con rispetto alle direttive politiche, al fondamento giuridico e al contenuto economico. In particolare le indagini di diritto tributario sono necessarie come capisaldi di una rigorosa e razionale sistemazione della scienza delle finanze, perché senza la conoscenza giuridica degli istituti finanziari e dei principi dell’imposizione non si possono definire i limiti, entro cui può dirsi legittima la sovranità del legislatore, né rappresentare la figura giuridica del contribuente, né delineare con sicurezza di criterio i casi di imponibilità, i casi di semplice e doppia imposizione, di tassazione normale, eccessiva ed abusiva.

 

 

Una breve rassegna degli studi di diritto tributario in Italia e all’estero dà un quadro di questi studi al momento attuale e apre il volume all’indagine dei fondamenti etici e giuridici delle imposte nonché della causa lecita dell’imposta, ritenendo l’autore che nel rapporto dell’obbligazione di diritto pubblico tributario debba ritenersi per analogia necessaria l’esigenza richiesta dall’art. 1.104, Cod. Civ., dell’esistenza di una causa lecita dell’obbligazione, ossia di uno scopo, per cui il contribuente paghi l’imposta. Della causa così concepita, ossia dei vantaggi generali o particolari derivanti al contribuente dalla sua appartenenza allo stato, alla società o all’economia nazionale, si vale l’autore per definire i limiti e la natura del diritto d’imposta, i concetti di imposizione, di doppia imposizione, di imposizione multipla, di sovrimposizione, di imposte sperequate, eccessive ed abusive, separando e definendo fenomeni che precedentemente non erano stati tutti ben studiati e delimitati. Questi fondamenti giuridici giustificano le conclusioni dell’autore nell’estendere alle leggi tributarie tutti i metodi della interpretazione logica e servono a definire i soggetti attivi e passivi dell’imposizione nonché a trarre dal sistema delle imposte dirette in Italia le regole giuridiche, con le quali si debba procedere all’interpretazione del diritto positivo. Chiudono il volume due saggi. Nel primo sono esaminati i primi principi dell’imposizione che si trovano a fondamento in alcune legislazioni tipiche (S. U. A., Gran Bretagna, Germania e Italia) per sostenere che i principi dell’appartenenza politica e sociale debbano ritenersi come complementari e sussidiari a quello dell’appartenenza economica, il quale si dimostra il più idoneo ed equo come criterio d’imposizione universale ad eliminazione delle doppie imposizioni internazionali. Nel secondo studio si sostiene che la controversia per la questione della doppia imposizione del risparmio si protragga per erronea impostazione dello studio: discutendosi con criteri economici la questione della duplice imposizione che per sua natura deve essere definita partendo da concetti giuridici dello stato, dell’imposta e della doppia imposizione; e perciò non giungendosi a eliminare gli inconvenienti lamentati nella ricca letteratura da Mill in poi e che l’autore attribuisce all’erroneo metodo di colpire il reddito normale e ritiene eliminati con la tassazione dei sopra – redditi anche quando siano il frutto del reddito risparmiato. Con ciò l’A. intende separare e risolvere separatamente, secondo la loro distinta natura, due questioni, che dagli economisti sono unificate nella disputa della così detta doppia imposizione del risparmio.

 

 

Per il calore con cui l’A. pone e sostiene le sue tesi di metodo e di sostanza, il libro ha luogo tra quelli che si dicono “provocativi”, e non mancherà di suscitare discussioni.

 

 

Particolare contrasto susciterà forse l’atteggiamento dell’A. rispetto all’indagine economica del fatto finanziario. Afferma egli, invero, ad un punto che certi problemi – nel caso specifico quelli di giusta, equa, ottima imposizione non possono essere risoluti con criteri economici, trattandosi di questione «esclusivamente giuridica» per cui «si presuppone la conoscenza di esatte nozioni giuridiche e di precise nozioni politiche» (pag. 134). E più sotto rileva che «i concetti fondamentali di stato, imposizione, uguaglianza e universalità dell’imposta, doppia imposizione, non sono espressi con idee giuridiche e politiche in conformità alle esigenze della questione studiata”, ma con rappresentazioni economiche o con criteri non tratti dai sistemi giuridici e politici vigenti e perciò strettamente personali e arbitrari» (pag. 135). In verità, l’A. più tardi si limita ad augurare che «le ricerche giuridiche nella finanza siano incoraggiate e proseguite, per il conseguimento di maggiori frutti, “abbandonando” la fase scientifica, che fu utile di aver coltivato, ma che sarebbe un errore di voler perpetuare e che consistette nello stadio unilaterale incompleto e perciò insufficiente dei fenomeni finanziari sotto l’esclusivo loro aspetto economico» pag. 157).

 

 

Trattisi di «augurio di abbandono» o di «dichiarazione di incompetenza ad occuparsene», consigli il G. agli economisti di sgombrare un campo da essi sin troppo coltivato o malamente sfruttato o dica ad essi di levar le mani di su cosa che non li riguarda, la posizione, nel pensiero del G., dei cultori tradizionali della scienza delle finanze non appare davvero molto brillante. Faranno essi finta di non sentire o raccoglieranno il guanto di sfida o, forse, seguiteranno a lavorare tranquillamente, lasciando ai posteri l’ardua sentenza?

 

 

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Riccardo Bachi: Un sognatore del ghetto: Davide Lubin. (Estratto da La Rassegna mensile di Israel), di pag. 19 con tavole, Città di Castello, 1931).

 

 

Che Davide Lubin fosse un uomo singolare, si sapeva: nato povero nel 1849 nella vicinanza di Cracovia, emigrato presto negli Stati Uniti, pioniere nel Far-West, commerciante abile e divinatore nella California, agricoltore, ricco, propagandista dell’idea di organizzazione degli agricoltori nel mondo, ascoltato dal Re d’Italia e teorizzato da Pantaleoni come iniziatore dell’Istituto internazionale di agricoltura, presso cui rappresentò gli Stati Uniti sino alla morte avvenuta nel 1919. Tutto ciò si sapeva e una bella biografia di Lubin aveva scritto già nel 1922 la signora Agresti. Ma perché Lubin era stato tutto questo? Ecco la domanda a cui risponde il Bachi, ed a leggere le sue brevi pagine si ha l’impressione di avere capito quel perché. Segnato da Dio, quand’era bimbo di quattro giorni, sul volto con la fiamma del sabato, Davide Lubin negli ultimi mesi della sua esistenza scriveva ad Israele Zangevill che la sua chiamata al servizio divino datava da quei primi giorni. «Tra le più varie vicende egli fu sempre figlio del ghetto, sognatore del ghetto, profondamente ebreo». Smarritosi da giovane nelle immensità delle Montagne Rocciose «il deserto risvegliò in lui lontane reminiscenza ancestrali». Durante un viaggio in Spagna il profondo spirito democratico imparato leggendo e meditando sulla Scrittura gli fa dire: «Benedetto il paese che ha una questione del lavoro e dove si svolgono conflitti sociali» e lo rende ripugnante agli ideali burocratici e livellatori del marxismo. Un viaggio compiuto con la vecchia madre, nella Palestina del 1884, ancora chiusa agli ideali sionisti, gli dà la sensazione che Israele è il Lottatore per Dio, è il popolo messianico formato per la benedizione di tutte le nazioni del mondo. Colta una parola astratta e vaga dal Sering, egli la vuole attuare e riesce a creare l’Istituto internazionale di agricoltura; perché, commenta il Bachi, «è carattere intellettuale e spirituale ebraico quello di saper raccogliere talora un’idea, una formula, spuntata come per lampo in un altro cervello; sentirne immediatamente la possanza, la bellezza, l’importanza, la praticità: non lasciare che essa si disperda nell’oblio delle cose che avrebbero potuto vivere e sono morte sul nascere». Lubin, l’ebreo, è animato da una fede profonda nella missione del suo popolo: «i grandi portati ebraici non sono da cercare nel passato, ma nell’avvenire. Israele deve emancipare non solo sé stesso, ma il mondo intero. Israele dorme ancora. Ma verrà l’ora in cui Dio di nuovo schiuderà i suoi occhi, e Israele si desterà per trovarsi all’amplesso amoroso di tutta l’umanità. Ed allora non dormirà più; ma sarà, come per il passato, pieno di zelo a servizio dell’Altissimo, e come anticamente insegnerà di nuovo all’uomo: ama il tuo prossimo come te tesso stesso». Nell’Istituto di agricoltura, dice il Bachi, «l’ebreo Lubin vide uno strumento per realizzare nel mondo il principio affermato dalla teoria del giusto peso e della giusta misura; e vide come un cenno di avviamento alla realizzazione delle profezie di Isaia e di Zaccaria, dell’unione della genti nel Nome dal Signore».

 

 

Se questo è Lubin, bisogna aggiungere che soltanto Riccardo Bachi poteva raffigurarlo così. Conosco Bachi da tanti anni e di anno in anno la stima verso lo studioso scrupolosissimo, lo storico e lo statistico sicuro, il cesellatore di rara penetrazione è andata via via crescendo; e nel tempo stesso imparavo ad apprezzarne le qualità morali elevate di amore verso la sua famiglia e verso la patria italiana. Ma la rivelazione venne improvvisa un giorno che si viaggiava insieme a il treno percorreva una regione quasi desertica. Ad una mia domanda, una dalle solite domande che noi gentili e cristiani possiamo fare, per curiosità storica, intorno ad un popolo così lontano dal nostro spirito, ecco la sua figura animarsi; la folta capigliatura e l’ampia barba dare al suo volto un aspetto messianico; e le parole fluire calde e vive nel narrare la gloria a la tenacia millenaria della sua gente. Perché gli ebrei sopravvivono e vivono? Perché, non gli ebrei, ma una tribù di essi sopravvive, mentre delle altre è perduta ogni traccia? Non perché quella tribù possedesse ricchezze, o fosse specialmente feconda. Anche le altre tribù ebree erano feconde e laboriose e ricche; e ciò nonostante furono assorbite dagli assiri, dai babilonesi a dai persiani e, come tanti altri popoli, scomparvero per sempre. Visse quel pugno di ebrei ai quali i profeti dissero la parola della fede, che dà volontà di vivere agli uomini. Quella parola, raccolta nel Libro e poi di nuovo, dopo l’ultima dispersione, scritta in altri pochi Libri, fu tramandata di generazione in generazione. Oggi, la parola dei profeti che parlano in nome di Dio, continua a far vivere il popolo ebraico. Non tutti gli ebrei sono tali; non lo sono quelli che si vergognano di esserlo, coloro che affettano miscredenza, che attendono solo alle cure economiche. Se l’ebraismo vivrà, la gloria sarà dei suoi sognatori e dei suoi profeti; di quelli che nell’età moderna, in cui il latino non è più la lingua parlata neppure dei dotti, e si fanno vani tentativi per creare artificialmente lingue universali, riuscirono a ricreare la lingua ebraica antica della Bibbia ed a farla lingua nuovamente parlata, parlata nelle case e nelle piazze palestinesi, dagli ebrei moderni. Il volto dell’amico che diceva le ragioni della persistenza millenaria dalla sua gente, trascolorava, in quel panorama di deserto, all’immagine del profeta inspirato, e sulle mie labbra la mera curiosità storica moriva, superata dalla comprensione della potestà sovrana dall’idea, dell’idea sentita e voluta, nel plasmare i destini del mondo.

 

 

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Dictionnaire de Sociologie, familiale, politique, économique, spirituelle, générale, publié sous la direction de Th. Mainage, professeur à l’Institut catholique de Paris, avec la concours de nombreux collaborateurs. (Librairie Letouzey et Ané, 87, Boulevard Raspail, Paris, 1931).

 

 

Valga per ora un semplice annuncia di questo Dizionario del quale è detto che sarà pubblicato in fascicoli in-4° di 256 colonne (2 colonne per pagina) contenenti ciascuno 1 milione circa di lettere. Sei fascicoli formano un volume e ogni fascicolo costa ai sottoscrittori 20 franchi. Poiché ogni volume avrà 1.536 colonne, ed ogni colonna in caratteri nitidissimi e su bella carta, contiene la materia di una ordinaria pagina in-8° grande, il prezzo di 90 lire italiane per volume, deve dirsi moderato. Gli editori francesi, per la gran diffusione della loro lingua, vendono più a buon mercato di quelli italiani! Quanto al contenuto, esso promette di essere grandemente interessante. Il Dizionario è indirizzato ai cattolici. Vuole essere uno strumento di lavoro, di studio, di referenze bibliografiche, di sussidio nelle discussioni sociali ai cattolici, laici e sacerdoti. Esso vuol fare conoscere la dottrina sociale esposta con chiarezza crescente, nelle encicliche dei Papi, negli scritti dei padri, dei dottori, dei teologi. Dopo l’enciclica di Leone XIII sulla condizione degli operai di cui Pio XI ha or ora celebrato il quarantennio, il cattolicismo sociale ha preso un grande sviluppo. Il Dizionario farà vedere la dottrina in azione, descrivendo le istituzioni con cui il cattolicismo intende assicurare agli uomini benessere temporale, luce intellettuale, pace sociale. Naturalmente, il Dizionario studierà anche tutti gli altri aspetti della teoria e della realtà sociale ed economica, che non si riferiscono direttamente alla dottrina cattolica ma sempre dal punto di vista di questa dottrina.

 

 

Basta segnalare il proposito del Dizionario, a cui collaborano i migliori uomini della scuola sociale cattolica, per farne vedere il grande interesse anche per coloro i quali non sono adepti di essa. È un mondo che i sociologi e gli economisti in genere conoscono troppo poco; il che è male, poiché l’ignoranza non ha mai giovato. In questo primo fascicolo si leggono articoli ben redatti ed informativi, ad es., sull’Azione cattolica, sull’Action française, sull’Africa, sull’azionariato del lavoro. Edmondo About, anticlericale specifico, è biografato con ironica simpatia e con precisione di notizie. Il nostro Agostino Trionfo, il grande difensore italiano della supremazia papale (1243-1328) è studiato in un dotto e particolareggiato articolo. Se il seguito sarà all’altezza del primo fascicolo di saggio, il Dizionario dovrà prendere posto nella biblioteca di consultazione degli studiosi i quali desiderano conoscere non una, ma tutte le correnti d’idee che oggi nel mondo si affermano.

 

 

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Giorgio Mortara: Prospettive economiche. Undicesima edizione. Opera edita sotto gli auspici della Università Bocconi di Milano, 1931. (Un vol. di pag. XXII-500; ed un fascicolo in carta rosa contenente l’indice analitico compilato da L. O. di pag. 16. Prezzo L. 50).

 

C’è oramai bisogno di presentare le Prospettive di Mortara? Undici annate, con successo crescente presso studiosi e uomini pratici rendono testimonianza alla bontà del disegno ed alla eccellenza della esecuzione. Mortara, statistico ed economista, è scrupolosissimo nell’accertamento dei fatti e rigoroso nella loro interpretazione. Il che val quanto dire che noi possiamo fidarci di lui, dei suoi dati, dei suoi apprezzamenti. Gli industriali vanno a leggere od a consultare, ciascuno di essi, il capitolo che li riguarda. Noi li scorriamo un po’ tutti, li consultiamo quando abbiamo bisogno di saper qualcosa sul grano, sul vino, sull’olio, sulla seta, sul sapone, sul cotone, sulla canapa, sulla lana, sul carbone, sul petrolio, sulla energia idroelettrica, sul ferro, sul rame, sui trasporti marittimi e terrestri e poi, al solito, leggiamo di seguito i capitoli finali sulla moneta e sulle finanze, specialmente nella parte che riguarda l’Italia.

 

L’A. insiste sulla gravezza dell’incremento del carica tributario; ed i suoi rilievi possono così riassumersi (da pag. 483-484, ed in miliardi di lire con l’aggiunta, per induzione, della cifra in parentesi quadra):

 

Entrate tributarie statali e locali

Reddito nazionale

Anni

Lire correnti a

Lire attuali

b

Lire costanti

c

Lire correnti

d

a/d

e

1913-1914

2,5

9,2

12,3

(25)

12,5%

1925-1926

20,0

14,9

14,9

100

20,0%

1928-1929

22,5

22,5

22,5

90

25,0%

1929-1930

22,0

22,0

24,0

85

25,9%

1930-1931

22,5

22,5

29,5

80

28,1%

 

 

 

La percentuale del carico tributario sul reddito nazionale (colonna e) è notevolmente cresciuta: del 122% in confronto all’anteguerra, del 40% in confronto al 1925-1926; e più apparirebbe cresciuta, se si ammettesse per il 1930-1931 un reddito nazionale diminuito, anziché solo ad 80 miliardi, alla minor cifra corrispondente al livello dei prezzi grandemente scemato. Il Mortara, rispondendo ad obbiezioni che forse gli sono state mosse o che apparvero ovvie alla sua mente, riconosce che le stime del reddito nazionale, nonostante la concordanza di indagini indipendenti, riposano su fragili basi. Ma i paragoni fra le entrate tributarie in anni diversi ridotte a comun denominatore – nella colonna b colla riduzione a lire attuali di 79,19 milligrammi d’oro l’una o nella colonna c a lire costanti ossia con potere d’acquisto rispetto alle merci scambiate in grosso pari a quello medio dell’esercizio 1928-1929 – non soffrono incertezze dello stesso genere; ed il carico appare cresciuto in lire attuali del 144% rispetto al 1913-1914 e del 51% rispetto al 1925-1926; in lire costanti del 140% rispetto al 1913-1914 e del 98% rispetto al 1925-1926. Qualunque sia lo strumento adoperato per il paragone l’aumento del carico tributario appare gravissimo; ed il M. afferma nuovamente la necessità di ridurre le spese. Difficile impresa, ma possibile, a parer dell’autore, se la volontà del fare economia non faccia difetto.

 

 

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Richard Cantillon: Essai sur la nature du commerce en général edited with an English translation and other material by Henry Higgs. (London, Macmillan and Co., 1931, un vol. di pag. X-394. Prezzo 15 scellini).

 

 

Il saggio di Cantillon fu stampato nel 1755, ristampato due volte nel 1756, maltrattato in un rifacimento del cugino Filippo nel 1759, tradotto in italiano nel 1767, riprodotto in fac-simile nel 1892 nella piccola collezione di testi economici classici dell’Harvard University tradotto in tedesco nel 1931 dalla signora Hayek, con prefazione del dott. Hayek. Salvo l’ultima, tutte queste edizioni sono esaurite e per lo più irreperibili; ma se esse saranno sempre ricercate dai bibliofili, gli studiosi staranno per lo più contenti alla bellissima edizione del prezioso saggio che l’Higgs ha ora ad essi apprestato. Il volume è un vero modello di quel che dovrebbero essere le riedizioni dei classici: 1) Introduzione dell’editore, in cui si indica il metodo tenuto nella riedizione (pag. V); 2) Elenco delle edizioni precedenti con precise notazioni bibliografiche (pag. VII-VIII ); 3) Riproduzione del frontispizio dell’edizione originale del 1755 (pag. 1); 4) Testo del saggio (pag. 2 – 323); il quale è in doppio. Quello francese è fedelmente riprodotto dall’edizione principe del 1755, di cui indicata la paginatura e sono ripetuti tutti gli errori di grammatica, di ortografia, di accentuazione e punteggiatura. La stesura francese fu l’originale? Pare di no, sebbene sia probabile che lo stesso Cantillon abbia liberamente tradotto dall’inglese in francese il suo saggio. L’Higgs ha tentato di ricostruire l’originale inglese, di cui nessun esemplare è conosciuto, sebbene taluno persista a ritenere che esso sia stato dato alle stampe a Londra da quel Fletcher Gyles, il quale figura come editore dell’edizione francese del 1755, edita invece, a quanto pare, da un Barrois di Parigi. Per la ricostruzione, stampata pagina a pagina di contro al testo francese, il traduttore utilizzò, nei limiti richiesti dalla fedeltà all’unico originale noto (che è l’edizione francese del 1755), certi brani dell’Universal Dictionary del Postlethwayt (1751 e 1755) da un accurato confronto risultati estratti dal saggio del Cantillon e pirateggiati da una stesura da ritenersi, per vari probabilissimi indizi, scritta in inglese; 5) Indice del saggio (pagine 324-329); 6) il celebre articolo su Riccardo Cantillon e la nazionalità della scienza economica, pubblicato nel fascicolo del gennaio 1881 della Contemporary Review da W. S. Jevons nel rapimento della prima scoperta del Cantillon (pagine 333-360); 7) un saggio del curatore della presente edizione, Henry Higgs, intorno alla vita ed all’opera di Cantillon, redatto sulla scorta di accuratissime ricerche in archivi e biblioteche (pag. 363 a 389); 8) Una prima appendice di parallelo fra i brani del saggio di Cantillon e quelli corrispondenti riprodotti dal Postlethwayt nel suo Dizionario (pag. 390); 9) Un’appendice bibliografica intorno a Cantillon dopo che Jevons lo riscoprì e si vide che Quesnay, Mirabeau padre, Turgot, Condillac, Morellet, Graslin, Adamo Smith, Young, Steuart, fra altri, lo avevano letto e citato (pag. 391-392); 10) L’indice alfabetico dei nomi e delle materie. In mancanza del ritratto del Cantillon, il volume è adorno di quelli della moglie Mary Anne Mahony e della figlia Henriette, contessa di Stafford.

 

 

Dopo che Jevons, riferendosi al saggio del Cantillon, scrisse: «Il primo trattato sistematico di economia fu probabilmente scritto da un banchiere di nome spagnuolo, nato da una famiglia irlandese, allevato non si sa dove, messosi negli affari a Parigi e certamente ammazzato in Albermarle Street a Londra», qualcosa si è potuto precisare intorno al Cantillon: che egli non era di origine spagnuola, ma forse normanna; che, banchiere in Parigi negli anni di Law e della Compagnia delle Indie, speculò fortemente contro Law al ribasso, accumulando una grossa fortuna, messa in salvo in tempo in Inghilterra e in Olanda; che si rifugiò per qualche mese in Italia, quando nel vivo della tormenta, tra l’agosto del 1719 e il febbraio del 1720 correva rischio di essere lapidato come ribassista; che, ritornato a Parigi, fu per qualche mese imprigionato nel 1729; litigò con nobili clienti, i quali lo accusavano di aver fatto loro la contropartita; viaggiò tra il 1726 e il 1733 in Belgio, Olanda, Germania, Svizzera e Italia (nel 1726 era a Verona); ebbe casa nel frattempo a Londra, dove nella notte sul 14 maggio 1734 fu trovato morto nella casa in fiamme. L’incendio era stato appiccato, per nascondere le traccie dell’assassinio, da un cuoco rimasto undici anni al servizio del Cantillon, il quale l’aveva licenziato dieci giorni prima. Carte importanti non furono trovate nella casa dei discendenti dalla figlia unica andata sposa al conte di Stafford; cosicché un alone di nebbia circonda tuttora la figura romantica di uno scrittore che taluno proclamò vero fondatore della scienza economica e fu certamente un uomo di genio, speculatore audace, banchiere avveduto, amante dei classici latini, autore, a tacere di un perduto supplemento, forse prezioso per bilanci di famiglia, di un breve libro misterioso, di cui non si sa con certezza neppure il luogo di stampa, ma nel quale sono sistematicamente adunate idee, oggi di dominio comune, e che, esposte prima del 1734, a ragione hanno attribuito al loro autore il titolo del «più grande economista vissuto prima di Adamo Smith». Precorse nel tempo stesso i fisiocrati ed Adamo Smith dicendo che la terra è la fonte da cui si trae la ricchezza e il lavoro è lo strumento usato nel produrla. Espose, prima di Smith, le cause delle variazioni del salario: piacevolezza del lavoro, facilità di apprenderlo, costo del tirocinio, fiducia meritata dal lavoratore. Distinse nettamente il valore normale (dipendente dal costo) dal valor corrente o di mercato; espose chiaramente la teoria maltusiana della popolazione; vide che una bilancia favorevole dei pagamenti, crescendo la massa monetaria interna, cresceva i prezzi; esaminò l’attitudine dell’afflusso dei metalli preziosi a fomentare l’industria ed a crescere i salari; spiegò con chiarezza il meccanismo dei cambi esteri; discusse con Newton intorno a quello che ora si chiamerebbe il problema del bimetallismo e concluse che il rapporto tra l’oro e l’argento era dato dal mercato e non dal comando del legislatore; spiegò il meccanismo degli scambi per giro – conti; assimilò la stampa di carta moneta alla scoperta di miniere d’oro, con la differenza che l’incremento negli affari determinato dall’abbondanza cartacea è atto a dileguarsi rapidamente lasciando eredità di disastri; usò il vocabolo «entrepreneur» nel medesimo senso di organizzatore dei fattori della produzione in cui 70 anni dopo J. B. Say, nel 1803, ritenne di adoprarlo primo per indicare la figura centrale del mondo economico. Una piccola parte di siffatte anticipazioni basterebbe a porne l’autore su un piedestallo di gloria. Che dire di chi queste ed altre idee espose in un libro sistematico, breve, arido, in cui le digressioni politiche, sociali, sentimentali, morali sono ridotte al minimo e il nudo fattore economico messo in evidenza? Forse il vanto di autore dei primo trattato di economia “pura” non può davvero essere negato al Cantillon.

 

 

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Giulio Fenoglio: Corso di Storia delle dottrine economiche. Vol. I: Antichità e Medio Evo. Parte I: L’Antichità. (Un vol. in-4° di pag. XI-204. Torino, S. T. E. N., 1931. Prezzo L. 50).

 

 

L’A. ha impreso un’opera di lunga lena che io oso predirgli si dilungherà per assai più che per i quattro volumi da lui prognosticati. Per ora abbiamo sott’occhio il primo quaderno, dedicato all’antichità ellenica e romana, di un primo volume, il quale ne conterrà un altro relativo alle dottrine dei padri della Chiesa e dei della dottori scolastici. Se duecento pagine furono all’A. necessarie per spiegare agli studenti suoi – il libro ha origini didattiche, come tanti altri Corsi, i quali meritamente tengono il campo – dottrine economiche pensate quando nessuno rifletteva potesse darsi una autonoma scienza economica, quante mai migliaia di pagine dovrebbero essere scritte per compire l’opera sino ai giorni nostri? Domanda terrorizzante, alla quale l’autore darà risposta cammin facendo, adattando alle esigenze della materia trattata le proporzioni delle varie parti dell’opera concepita. Frattanto, in questo primo saggio, il Fenoglio ha, parmi, egregiamente ottenuto un intento: di inquadrare i pensieri espressi dagli scrittori greci e romani intorno ai problemi che ora diconsi pertinenti all’economia nella cornice delle dottrine generali sullo stato, sulla politica e sulla morale e dei fatti della vita economica del tempo. La cornice è più di dottrine generali per i greci, i cui grandi pensatori diedero tanto incremento alla filosofia ed alle scienze morali; ed è più di fatti, di accadimenti sociali e di istituti giuridici per i romani, i quali furono soprattutto legislatori ed organizzatori politici. Con i greci, filosofi e costruttori di sistemi, vien fatto naturalmente di discorrere di dottrine politiche e morali delle loro applicazioni all’economica; con i romani, fabbricanti, tra lotte sociali asperrime, di codici e di imperi, le dottrine economiche sono contenute nei responsi dei giureconsulti e nelle orazioni politiche. Dunque, la storia delle dottrine economiche dall’antichità ai giorni nostri forzatamente un succedersi di monografie distinte intorno ai successivi momenti di quella storia? Adattando il suo insegnamento ai documenti pervenuti sino a noi e fuor dei quali non v’ha che fantasia, il Fenoglio è riuscito a spremere tutto il miglior sangue che si poteva dalla riluttante economicistica greco-romana; e toccando leggermente l’enorme materiale di iscrizioni e di papiri, preziosissimi per la storia economica, ma probabilmente infecondi per la storia del pensiero, ci dà, in sobrio spazio, il succo di quel che greci e romani pensarono intorno a cose economiche. Siamo al limite della scienza propriamente detta; gli scrittori greci e romani non intendendo a costruire una scienza od a costruirla diversa dalle altre, intorno alle quali essi nel tempo stesso disputavano di proposito. Perciò chi non abbia pretesa di ritrovare i moderni teoremi e corollari e dimostrazioni nei testi antichi, assai godrà leggere i primi adombramenti delle teorie della moneta, del valore, dell’interesse, della divisione del lavoro e le prime discussioni sul comunismo e sulla proprietà privata. Il Fenoglio fa parlare i testi, che cita largamente, così da lasciare al lettore il piacere di ritrovarsi faccia a faccia colla espressione genuina del pensiero antico. Questa è anzi caratteristica che a me, sospettoso dei riassunti del pensiero altrui, i quali lasciano sempre in dubbio se parli l’autore od il riassuntore, pare ottima. Poiché tutti i salmi finiscono in gloria, ossia in una qualche ricetta propinata dal recensente al recensito, ecco la ricetta che io dò al Fenoglio, cavandola dalla riuscita esperienza fatta da lui nel mettere a contatto il lettore con i brani testuali degli scrittori antichi studiati: divide la sua storia nei volumi seguenti in due parti: narrazione e testi. La narrazione disegnerebbe sobriamente, come è già fatto nel primo quaderno, il quadro del pensiero e degli avvenimenti; i testi, resi intelligibili da opportuni glossari e commenti, illustrerebbero e renderebbero viva la narrazione. La narrazione, così ridotta, starebbe tutta in un volume; i testi in un altro. O meglio i volumi sarebbero quattro; due – narrazione e testi documentari – per la storia economica o dei fatti economici, quella che un tempo si usava ed ancor si usa talvolta chiamare storia del commercio; e due – di nuovo uno per la narrazione e l’altro per i testi documentari – per la storia delle idee. I testi documentari dovrebbero stare in un volume distinto da quello narrativo, per rendere agevoli i riferimenti visivi a chi, studiando un problema, ha d’uopo di avere sott’occhio senza voltar pagina il testo decisivo in materia. Qua e là, all’estero, abbiamo, per i testi, parziali approssimazioni all’ideale: cito, per la storia delle dottrine, il volume di Paul Gemahling, Les grands économistes (Paris, Librairie Sirey, 1925), il quale riproduce brani di Aristotele, San Tommaso d’Aquino, Quesnay, Turgot, Hume, Condillac, Smith, Malthus, Say, Ricardo, Cournot, Proudhon, List, Mill, Marx, Menger, Walras; per la storia economica i Tudor Economic Documents di Tawney e Power (Longmans, 1924) ed i Select Statutes, Documentes and Reports relating to British Banking, 1832 – 1928 (Oxford University Press, 1929). In Italia, se si deve consigliare ai giovani qualcosa scritto in lingua italiana, maneggevole per mole ed accessibile per prezzo, da usare a casa come sussidio per lo studio delle scienze economiche, bisogna darsi alla disperazione. Un primo saggio aveva cominciato a dare nel 1925 il compianto Arturo Segre illustrando in un volumetto su Il commercio dei popoli antichi nel bacino dei mediterraneo (Torino, G. B. Paravia, in-16°, di pag. IV-81) la storia commerciale e delle istituzioni economiche dalle origini prime sino al tramonto di Roma. Anche qui i testi sono, come nel libro del Fenoglio, frammisti alla narrazione e, per l’evo più lungo abbracciato, meno pieni che in questo. Si rimane impazienti di possedere un manuale riguardante l’epoca in cui una scienza economica cominciò veramente ad esistere. Mi dicono che nei licei, dove si introdusse la bella usanza di far leggere i classici nei testi originali o tradotti anche all’infuori del campo letterario, consigliasi di leggere qualche capitolo o libro di Adamo Smith. Che è buon consiglio in astratto, ma perché solo e proprio Adamo Smith e quale libro della grande opera sua? Perciò mi auguro che il Fenoglio, conducendo in porto la intrapresa cominciata, ci dia quel manuale tanto atteso, il quale consenta di insegnare storia e teoria economica col sussidio degli indispensabili testi. Chi voglia, come s’usa nelle discipline storiche, insegnare criticamente il metodo di studiare storia economica o storia di dottrine, naturalmente tratterà in scuola di un solo momento o di un solo autore. Ma nelle facoltà giuridiche e politiche e negli istituti commerciali lo studio critico del metodo in economia è affare di una sparuta minoranza; la quale, sebbene faticosamente, può trovare gli strumenti propri al suo studio. Il corso del Fenoglio si indirizza alla generalità degli studiosi; soddisfa egregiamente alle esigenze degli scopi propostisi ed ancor meglio li soddisferà separando, dal medio-evo in qua, narrazione da documenti, storia dei fatti da storia delle idee.

 

 

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Angelo Mauri: Pietro Verri riformatore. (Un vol. di pag. 84, Milano, Società editrice Vita e pensiero, 1931. S.i.p.).

 

 

In questo volumetto, estratto dalla Rivista internazionale di Scienze sociali e discipline ausiliarie, il Mauri ha affrontato un tema attraente: Pietro Verri riformatore. In successivi capitoli egli tratteggia l’epoca, l’uomo, il finanziere; con ampia conoscenza delle fonti importanti stampate, con giudizio preciso sulle difficoltà che il Verri dovette superare e sull’opera compiuta. Lo scritto del Mauri riguarda solo di scorcio le dottrine del Verri; volendo invece essere storia dei suoi atti come uomo di finanza e di governo. Posso esprimere all’amico Mauri un desiderio: che egli, che fu uomo di governo ed ha quindi, insieme a quelle di studioso, le particolari attitudini a comprendere e dipingere uomini di azione, amplii il suo bel saggio, ne tragga un libro compiuto intorno alla singolare figura del Verri politico, tenendo conto dell’abbondante materiale inedito che sicuramente a Milano deve esistere. Se il libro verrà fuori, non dimentichi il Mauri di corredarlo di indice dei nomi di persone, di luoghi e di fonti. Il Mauri cita, a piè di pagina, persone e fonti con gran scrupolo; ma per utilizzare libri, principalmente di storia, il lettore ha d’uopo del sussidio di un buon indice alfabetico finale.

 

 

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Accademie e Società agricole Italiane: Cenni storici a cura della R. Accademia dei Georgofili, Firenze, (Tipografia Mariano Ricci, 1931, un vol. di pag. 7-346. Prezzo L. 20).

 

 

La Reale Accademia dei Georgofili, per iniziativa del suo Presidente professore Arrigo Serpieri, ha pubblicato un volume nel quale è riassunta la storia delle cinque accademie e società agricole italiane. Procedendo per ordine di fondazione degli istituti il dr. Luigi Bottini, scrive La storia della R. accademia dei Georgofili di Firenze dal 1753 al 1929; il

prof. Oreste Mattirolo ed il conte Carlo Arborio di Gattinara fanno La storia della Reale accademia di agricoltura di Torino, dal 1785 al 1930; Giuseppe Grabinski e Dino Zucchini narrano Le vicende della Società agricola di Bologna dalla sua istituzione nel 1807 al 1930; l’ing. Pio Calvari si occupa di quella dell’Accademia agricola di Pesaro dal 1829 al 1930; ed il dott. Carlo Delbeau narra La storia della Società agricola della Lombardia dal 1861 al 1930.

 

 

Quante vicende e trasformazioni subisce, ad esempio, l’Accademia di Torino, la seconda per antichità! Semplice “Società agricola” dal 24 maggio 1785 al 15 febbraio 1788, acquista in questo giorno il diritto di fregiarsi del titolo di “reale” per chiamarsi durante il dominio francese: “Società centrale di agricoltura” e riprendere alla restaurazione l’antico titolo, mutato nel 1843 in quello di R. Accademia di agricoltura. L’unità d’Italia la quale sembrava essere feconda di nuovo progresso per il vecchio istituto, lo minaccia invece di distruzione, quando il Ministro De Vincenzi, pure agricoltore insigne, con decreto del 23 maggio 1865 la scioglie, aggregandola, con il nome di “Società centrale di agricoltura, industria e commercio” al R. Museo industriale italiano. Priva di autonomia e di patrimonio la società pare estinguersi, ma fortunatamente il 10 aprile 1870 il ministro Castagnola la ricostituisce con l’antico titolo. Di tutte le accademie e società agricole sono bella testimonianza gli atti pubblicati in un periodo che per la più antica di esse supererà fra non più di vent’anni i due secoli. Sebbene notizie preziose siano già contenute nel volume pubblicato a cura dei georgofili e nell’estratto che di esso pubblica l’accademia torinese, auguro che in appendice del volume storico ora venuto alla luce sia pubblicata una bibliografia compiuta di tutti gli scritti ed articoli anche minori pubblicati negli atti, memorie e collezioni diverse edite dalle accademie agricole, ordinati alfabeticamente per nome di autori e per soggetto. Il volume storico prova quanta ricchezza di notizie e di riflessioni sull’economia agraria del nostro paese abbia trovato ospitalità nelle pubblicazioni accademiche. Purtroppo la consultazione è resa difficile dalla mancanza di indice appropriato, dalla molteplicità delle raccolte e dalla difficoltà di trovarle radunate in un sol luogo. Se in un volume si raccogliessero tutti gli indici sistematicamente disposti delle cinque accademie, sarebbe con ciò reso un servizio insigne agli studi economici e storici del nostro paese.

 

 

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G. Weulersse: Les Physiocrates, (Paris, S. Doin et C.ie, 8, place de l’Odeon, 1931; un vol. di pag. XVI-328. Prezzo frs. 30).

Luigi Einaudi: Contributi fisiocratici alla teoria dell’ottima imposta. Nota presentata, nell’adunanza del 19 giugno 1932, alla classe di scienze morali, storiche e filologiche della Reale accademia delle scienze di Torino e pubblicata nel volume LXVII, per l’anno accademico 1931-1932, dei suoi Atti. (Torino, 1932, un estratto in-8°, di pag. 26. S.i.p.).

 

 

Il Weulersse il quale nel 1910 ci aveva dato la sua grande storia della fisiocrazia (Le mouvement physiocratique en France de 1756 a 1770, 2 vol. in8°, di 617 e 768 pagine, Paris, Félix Alcan), fondamentale in materia e perciò ben presto esaurita, pubblica ora nell’Enciclopédie scientifique uno stringato volumetto, il quale narra più succintamente la medesima storia e per il medesimo periodo di tempo. I precursori (Sully, Fenelon, Boisguillebert, Vauban, Cantillon), i fondatori (Gournay, Quesnay, Mirabeau) della scuola, la formazione del partito e la sua crescente influenza, attraverso la signora di Pompadour, sul governo, la propaganda con le riunioni nelle stanze destinate nel castello di Versailles all’abitazione di Quesnay, primo medico ordinario Luigi XV, e con la pubblicazione di effemeridi economiche, la Gazette du commerce, il Journal de l’agricolture, du commerce et des finances, le Ephéméides du citoyen, l’adesione di Dupont de Nemours, di Le Trosne, di Mercier de la Rivie, di Baudeau, di Morellet, quella più riservata ma potente di Turgot. La scuola diventa di moda; ed ha l’onore delle critiche mordaci, miste con lodi, di Voltaire e di Galiani. La narrazione si interrompe nel momento culminante, quando il trionfo pareva vicino; e vicina era invece la crisi della scuola, per la rivolta degli interessi costituiti, la volubilità della moda, il rincaro del grano, l’attenzione, malignamente provocata, della censura la quale prelude alla morte delle Ephémérides.

 

 

Il Weulersse espone, in pagine vivacemente attraenti, il programma agricolo dei fisiocrati a pro’ della grande cultura e della sua immunità tributaria, il programma commerciale di basso prezzo dei grani e di libertà di esportazione, i principi politici, sociali e filosofici, le battaglie sostenute contro i popolazionisti e contro i privilegiati. Nella conclusione egli rivendica il valore odierno della dottrina fisiocratica. I fisiocrati volevano una Francia rurale, fornita di una forte classe dirigente, la quale azzardasse capitali nelle migliorie agricole. Perciò essi, oltreché i fondatori della scienza economica, sono anche i precursori dei programmi moderni politico – sociali di ritorno alla terra.

 

 

Libro ben scritto, questo del Weulersse, utilissimo, anche per il corredo di una sobria bibliografia (francese) di scritti dei e sui fisiocrati, alla iniziazione degli studiosi. È bene essere istruiti con una guida sicura, come quella del W., sull’ambiente storico, sugli uomini, sugli avversari, sulle dottrine singole anche se a risolvere il quesito centrale, quale sia il posto tenuto dei fisiocrati nella storia della scienza, giovi più meditare la prefazione e l’appendice poste dal Ferrara a corredo del volume con cui si aperse nel 1850 la Biblioteca dell’economista.

 

 

La breve nota dello scrivente, di cui dò altresì l’annuncio, non vuole risolvere il quesito centrale indicato sopra, ma quello particolare della posizione fisiocratica nella teoria dell’imposta. La mente corre, senz’altro, alle formule del “prodotto netto” della terra, unico prodotto netto esistente nella società economica ed oggetto esclusivo dell’imposta unica. Così pensano tutti, quando sentono parlare di fisiocrati e così scrissero i fisiocrati medesimi. L’autore ha inteso dimostrare, nella nota presentata all’accademia torinese, che siffatta formulazione della teoria fisiocratica della imposta è singolarmente deformatrice e calunniatrice. Alla nota diede occasione la lettura nuovamente fatta di alcuni principali scritti fisiocratici; lettura fatta, come è ovvio, con gli occhi della mente disposti a collocare le pagine lette nello schema che, a torto od ragione, l’A. usa nella interpretazione dell’imposta. Del resto, così si rifà continuamente la storia delle dottrine: per ritrovare negli scritti degli antichi i germi di quelle che oggi a noi paiono verità. Perciò lo scrivente non diede peso al “prodotto netto”, all’”imposta unica” ed all’altro noto formulario della setta; ma cercò di chiarire la sostanza viva di quelle parole morte. Il chiarimento è dato in nove proposizioni redatte in linguaggio presente e dimostrate con la riproduzione testuale di brani di scritti fisiocratici; e di quelle proposizioni mi giova citare la nona: «l’imposta appropriata ai servigi adeguatamente resi dallo stato non è un prelievo sul reddito dei contribuenti, anzi è condizione che questo raggiunga il massimo».

 

 

Annuncio io stesso, sembrandomi inelegante lasciar pubblicare recensioni altrui di cose mie sulla mia rivista, la nota; ed all’annuncio aggiungo un’offerta. Accade per lo più, toccato un certo momento nel corso della vita, che gli autori, per scansar la fatica delle buste e degli indirizzi, lascino dormire nei cassetti gli estratti ricevuti o li ,distribuiscano a caso a chi, vedendoli sul tavolo, li richiegga. Perché, se qualcuno si interessa sul serio dei fisiocrati e del presente tentativo di ricostruzione della loro tributaria, non vorrà egli chiedermi copia della nota? Sarò ben lieto, fino a concorrenza dei pochi estratti rimastimi, inviarli in omaggio ai primi richiedenti.

 

 

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Borsa, n. 1, 2, 3, 4, del 1933.

 

 

Per ora, Borsa, è un giornale quindicinale dei mercati finanziari. Ne abbiamo letto quattro numeri vivaci ben scritti attuali. Può darsi che da questi inizi nasca il grande settimanale economico italiano che fu l’aspirazione mai realizzata di tante generazioni. L’inizio merita di essere incoraggiato. Segnaliamo il nuovo giornale (Casa Editrice Aracne, via Kramer, 32, Milano. Abbonamento annuo L. 40) agli studiosi ed agli uomini d’affari i quali vogliono prontamente essere informati su prezzi, moneta, borse, bilanci di società, problemi economici correnti italiani e stranieri.

 

 

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Paul Einzig: The Economic Foundation of Fascism. (Un volume in-8° di pag. XII-l56, Macmillan and Co., Ltd., St. Martin’s Street, London, 1933. Prezzo 7 sc, 6 d. net).

 

 

L’egregio autore di International Gold Movements e di The Bank for International Settlements pubblica ora un volume allo scopo di far conoscere al pubblico di lingua inglese il sistema economico fascista, che egli ritiene essere «assai inadeguatamente» conosciuto in Inghilterra. L’editore presenta, sulla copertina, l’opera come il «primo libro in inglese, il quale dia una analisi particolareggiata della politica economica del fascismo come è applicata in Italia». Forse è errato dire che nella letteratura anglo-sassone non esistessero prima trattazioni serie intorno al corporativismo italiano. Vengono in mente taluni volumi pubblicati dalla Università di Columbia in New York, nei quali lo Schneider, il Clough e lo Haider studiarono vari aspetti del movimento sindacale corporativo, del regolamento italiano dei rapporti fra capitale e lavoro, con atteggiamento di simpatia verso uomini ed istituzioni. Alla letteratura si aggiunge ora il volume dell’Einzig, il quale riuscirà certo assai utile ai lettori inglesi conoscere la struttura o l’aspetto economico del movimento italiano. L’A. tiene moltissimo a distinguere il fascismo italiano dall’hitlerismo tedesco; e ad assicurare i lettori inglesi che il suo giudizio favorevole per il primo non implica giudizio altrettanto favorevole per nazionalsocialismo tedesco che egli giudica «movimento barbaro distruttivo, il cui spirito e le cui azioni non potranno mai essere bastevolmente condannati». Non bisogna, egli osserva, giudicare il fascismo sulla base «degli imperdonabili eccessi e della intolleranza di razza a corta veduta» dei tedeschi. «Dobbiamo ancora sapere se il signor Hitler ed i suoi proseliti saranno in grado di stornare l’energia dei loro seguaci dalle vie distruttive a quelle costruttive, e se gli attuali sfoghi di violenza e di persecuzione saranno seguiti da una tendenza evolutiva simile a quella verificatasi in Italia». Devesi dar lode all’Einzing per il suo sforzo di distinguere l’un movimento dall’altro, e per far conoscere alla nazione la quale lo ha accolto – l’Einzing è un transilvano, probabilmente appartenente alla diaspora di lingua tedesca – il movimento italiano sulla base di fonti italiane. Il libro avrebbe anzi, nei rispetti dei lettori inglesi, guadagnato se l’A. lo avesse destinato esclusivamente alla esposizione del pensiero e delle azioni di coloro che tengono un posto nel movimento italiano. Dopo tutto, la riproduzione dei brani più caratteristici dei discorsi di Mussolini, dei suoi ministri e dei suoi organizzatori credo interesserebbe di più il lettore inglese che non il conoscere le riflessioni personali dell’A. intorno agli sviluppi ulteriori del sistema corporativo italiano. Il libro dell’Einzing, o, meglio, quasi ogni capitolo del suo libro, si può dividere infatti in due parti: una esposizione del sistema italiano rispetto allo stato corporativo, alla produzione, ai lavori pubblici, alla pace industriale, alla distribuzione, alla politica monetaria, alla banca, ai rapporti fra fascismo e socialismo, alla crisi – e questa parte, tuttoché sommaria, sarà utilissima al lettore inglese -; ed una parte in cui egli, partendo dal “suo”, concetto di un “piano” economico, ha l’aria di insegnare o predire i modi futuri di sviluppo o perfezionamento del fascismo – e questa parte pare a me assai meno utile per la intelligenza dei fatti quali sono, potendo il lettore non avvertito essere tratto a confondere il fascismo, come è, con le predilezioni dell’Einzing, che sono una cosa diversa. Ricordo, per non dilungarmi troppo, il solo punto monetario (cap. VIII). L’Einzing espone dapprima le ragioni della stabilizzazione della lira, avvenuto, come egli osserva, secondo principi strettamente ortodossi di sanità monetaria: il fondamento del discorso di Pesaro e della invariata politica monetaria di poi seguita essere stato morale più che economico; ed avere l’Italia maggiori probabilità di ogni altro paese, anche più ricco di riserve auree, di mantenere invariato il valore attuale della lira. Fin qui egli giudica dai fatti avvenuti e dalle note e ripetute dichiarazioni ufficiali; ed espone perciò dati e previsioni che il lettore forestiero ha una grande utilità di conoscere. Ad un certo punto, tuttavia, spunta fuori l’uomo che ha un “suo” piano. Da questo piano risulta essere «estremamente probabile che, a mano a mano che il sistema economico fascista andrà consolidandosi, gli ortodossi principi monetari saranno gradualmente ribassati». Chi glie l’ha detto? Certamente nessuna delle autorevoli persone da lui consultate: A parer suo «il problema della distribuzione può essere risoluto in uno stato fascista da una accorta manipolazione dei prezzi, dei salari, delle ore di lavoro, ecc. Per far si che il governo di questi fattori sia sufficientemente elastico, è necessario abbandonare i principi monetari rigidamente ortodossi». Non che egli sia favorevole ai ciarlatani della moneta e si auguri o preveda che l’Italia abbia ad indulgere ad essi in avvenire. Ma «si può pensare che, dopo aver condotto il sistema del governar la produzione e le distribuzione secondo un piano prestabilito alla sue conclusioni logiche, il progresso della prosperità in uno stato fascista sia ostacolato da una politica monetaria ortodossa. In questo caso, ed in questo caso soltanto, lo stato fascista non esiterebbe probabilmente a buttar dalla finestra i principi monetari ortodossi». È inutile continuare a citare. Chi voglia, può leggere gli ulteriori sviluppi del pensiero dello scrittore a pagina 82-83 del volume recensito. Di nuovo, si può chiedere: da quale fonte scritta, da quali dichiarazioni, da quali dati o fatti “italiani” ritiene l’Einzing di essere autorizzato, alle previsioni da lui espresse? Nessuna prova è da lui addotta per dimostrare che il sistema economico italiano attuale si avvii all’abbandono della rigida base aurea per la lira; ché anzi l’Italia è forse la più strenua paladina che vi sia al mondo del ritorno universale all’oro.

 

 

Del pari, egli non adduce prove – s’intende tratte da fonti italiane, le quali soltanto contano in un libro di informazione storica per stranieri vogliosi di conoscere correnti d’idee altrove esistenti – della sua affermazione: «essere evidente che gli ideali del fascismo e del socialismo sono in gran parte identici». L’Einzing avrebbe potuto citare in appoggio qualche discorso all’ultimo congresso di Ferrara, respinto però dalla grande maggioranza degli intervenuti. Invece egli non ne fa cenno; e solo adduce la circostanza essere «le banche nell’Italia fascista praticamente nazionalizzate ad ogni effetto». Poiché egli non va a fondo del problema, limitandosi ad accennare a recenti interventi governativi a sostegno delle banche, il lettore non è posto in grado di valutare la sua argomentazione. Certamente, da uno o due fatti, sommariamente accennati, non appare giustificato dedurre la identificazione di due movimenti, l’uno dei quali sorto in contrapposizione all’altro. Poiché al presente libro dell’Einzing non potrà mancare la fortuna degli altri suoi, tutti giunti a parecchie edizioni, sia lecito esporre un desiderio: che in nuove edizioni sia dato maggiore spazio all’obbiettivo esame dei fatti e delle idee, del movimento corporativo italiano, quali sono, e meno alle riflessioni intorno all’attitudine di esso ad attuare quei diversi piani economici, del resto non chiariti, che sembra siano personalmente prediletti dall’autore.

 

 

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Paul Gemähling: Les Grands Economistes, Textes et commentaires. Deuxième édition revue et augmentée. (Un vol. in-8° di pag. XV-372. Paris (Vme) Librairie du Recueil Sirey, 22, rue Soufflot. Prezzo Frs. 25, franco all’estero Frs. 30).

 

 

Quando uscì, nel 1925, questo volume, lo raccomandai caldamente a docenti e discenti. Torno a raccomandarlo, ora che l’A., dalla accoglienza avuta (da parecchi anni l’opera era esaurita), è stato indotto a pubblicarne una seconda edizione, a cui ha apportato soprattutto correzioni particolari ed una sola aggiunta rilevante: l’analisi di Von Thunen, del salario dell’operaio marginale. Sarebbe stato desiderabile, dissi allora e ripeto adesso, che più gran parte fosse stata fatta alla scienza italiana, la quale figura solo con San Tommaso d’Aquino. Il Moore in un’analoga antologia (monetaria) aveva dato agli italiani degna e gran parte. Contentiamoci, del resto, di quel che il Gemähling ci dà, augurandoci che qualche italiano faccia un lavoro analogo per i soli italiani. Se sobria, con brevi introduzioni bio – bibliografiche per ogni autore, con note utili a collocare i brani riprodotti nel quadro generale e nella bibliografia relativa alla dottrina specifica, l’antologia italiana si imporrebbe e sarebbe presto tradotta.

 

 

Sebbene in Italia si sia meglio forniti degli stranieri di raccolte dei migliori economisti, il prezzo, l’esaurito, la mole vietano di far studiare direttamente i classici sui testo. Entro certi limiti, l’antologia del Gemahling ovvia all’inconveniente. I brani di Aristotele, san Tomaso, Hume, Quesnay, Turgot, Condillac, Smith, Malthus, J. B Say, Ricardo, Cournot, Proudhon, List, Mill, Von Thunen, Marx, Menger, Walras consentono allo studente di apprendere dottrine famose direttamente dalla viva voce dei loro creatori.

 

 

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Alberto Cappa: Cavour in Biblioteca di cultura moderna, n. 225. (I vol. in-8° di 4 c. s. n., pag. 478, Bari, Giuseppe Laterza e Figli, 1932. Prezzo L. 30).

 

 

C’è qualche stranezza in questo volume, come quando discorre malamente dei gentiluomini i quali avevano usato all’autore la finezza di consentirgli l’accesso a carte manoscritte inedite di loro proprietà. Il lettore economista può meravigliarsi anche di trovare citato il Senior nell’indice, sotto l’indicazione di Nassau, che era il secondo nome usato dagli inglesi. Ma il libro si fa leggere volentieri e, senza che si possa dire che l’autore sia di proposito andato alla ricerca dell’inedito, pochi libri come questo sanno fare rivivere il grande costruttore dell’Italia nuova. Un indice dei nomi assai aggettivato rende facile la consultazione dell’opera.

 

 

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Meuccio Ruini: Luigi Corvetto genovese, ministro e restauratore delle finanze di Francia (1756 – 1821) in Biblioteca di cultura moderna, n. 1179. (I vol. di pag. 365, Bari, Giuseppe Laterza e Figli, 1929. Prezzo L. 25).

 

 

Annunciamo con ritardo questo bel contributo del Ruini alla conoscenza di Luigi Corvetto vissuto tra il XVIII e XIX secolo. Luigi Corvetto fu uno degli uomini che Napoleone seppe scoprire ed utilizzare. Creato da lui consigliere di stato, il Corvetto, alla caduta dell’impero non ritornò in Italia. La restaurazione lo attrasse dandogli la carica di ministro delle finanze in un momento difficilissimo. Corvetto non arretrò davanti al compito immane di cooperare con il pronto pagamento delle indennità di guerra alla liberazione del territorio francese dagli eserciti alleati. Restaurate le finanze francesi, dimissionario dopo una crisi parlamentare, il Corvetto venne a morire a Genova.

 

 

Gli italiani non hanno dato molta opera allo studio della figura del Corvetto, la quale avrebbe grandeggiato di più se anche egli, come i due ministri delle finanze di Napoleone, il Mollien ed il Gaudin, avesse scritto le sue memorie. Il Ruini, in uno stile nervoso, talvolta un po’ troppo nervoso e rotto, tratteggia con intuito di storico, con simpatia e senza adulazione, questa figura singolare in un libro ben meritevole di essere letto.

 

 

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Benedetto Croce: Commento storico a un carme satirico di Giacomo Leopardi. (Un opuscolo in-8° di pag. 32, Bari, Laterza, 1933).

 

 

Gustosa, sapiente rievocazione della vita di Napoli dopo il 1830 a commento di un carme di Leopardi. L’animo del poeta non intese quanto vi fosse di lietezza e di fiducia nel rinnovarsi e nel distendersi della vita europea e anche napoletana dopo il primo tempo della restaurazione. Con bella arte il Croce per contrasto ne dà i tratti essenziali. Alcune illustrazioni, efficacemente ricostrutte da stampe del tempo, rendono la lettura visiva.

 

 

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Milton: Areopagitica. Discorso per la libertà della stampa; traduzione e prefazione di S. Breglia, in Biblioteca di cultura moderna, n. 227. (I vol. in-8° di pag. XXXII-134, Bari, Giuseppe Laterza e Figli, 1933. Prezzo L. 12).

 

 

Il Laterza ha avuto un’ottima idea incaricando il Breglia della traduzione di questo saggio capitale nella storia della libertà del pensiero e di stampa. Il grande poeta del Paradiso perduto, nel novembre del 1644 scrisse questo saggio di critica contro un ordine del 1643 sulla censura della stampa deliberato dal Lungo parlamento. L’ordine del 14 giugno 1643 riproduceva il decreto del 1637 della Camera stellata il quale stabiliva che nessuno dovesse stampare libri od opuscoli sediziosi scismatici od offensivi, costituenti uno scandalo per la religione o la chiesa o il governo o i governanti della chiesa o dello stato, e che nessuno dovesse mandare alla stampa qualsiasi scritto senza che prima fosse stato legalmente licenziato e autorizzato da speciale autorità e inscritto nel registro della corporazione dei librai. Il Milton, senza darsi per inteso dell’ordine del Lungo parlamento, pubblicò due edizioni del suo trattato sul divorzio senza la debita licenza delle superiori autorità e senza averle registrate presso la corporazione dei librai. Accusato dalla corporazione egli pubblicò in propria difesa l’Areopagitica. L’abolizione della censura ebbe luogo solo nel 1694, venti anni dopo la morte del Milton e cinquant’anni dopo la pubblicazione dell’Areopagitica. Il saggio è certamente uno dei più potenti squarci di prosa oratoria che onorino la letteratura inglese; ma è altresì una delle scritture di più difficile intendimento per chi non sia versatissimo non soltanto nell’inglese del secolo XVII ma anche nelle peculiari singolarità di forma di cui il Milton sparse a piene mani le sue invettive contro chi offendeva la libertà della stampa. Il dottor Johnson, giudice competentissimo, se ve ne fu uno, nella lingua inglese, disse di Milton come autore dell’Areopagitica: «Non scrisse in alcuna lingua e formò un dialetto babilonico aspro e barbaro in sé stesso, ma, mediante il suo genio esaltato e la sua vasta dottrina, trasformato in un mezzo espressivo così ricco di insegnamenti e di piacere che noi, come tutti gli amanti, troviamo la grazia nella deformazione». Il Breglia ha superato difficoltà che avrebbero fatto arretrare chiunque non fosse stato pienamente padrone della lingua, e lui dobbiamo vivamente ringraziare per aver reso accessibile al pubblico colto italiano questo capolavoro.

 

 

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Vito G. Galati: Gli scrittori delle Calabrie. (Dizionario bio-bibliografico), con prefazione di Benedetto Croce, vol. I. (Un vol. di pag. VIII-267, Firenze, Vallecchi, 1928, Prezzo L. 20).

 

 

Il volume appartiene alla Collezione di studi meridionali diretta dall’alacre, infaticabile Umberto Zanotti Bianco. Lo ricordiamo e lodiamo, ed incoraggiamo i lettori a procurarselo, perché volumi bio-bibliografici di questa specie sono di valore inestimabile. Questo primo volume comprende solo la lettera A con circa 250 scrittori, di cui si danno i dati biografici essenziali, i titoli esatti delle opere pubblicate e dei manoscritti lasciati, notizie di chi ne scrisse. Qua e là parecchie notizie interessano anche gli economisti.

 

 

 

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Antonio Fossati: Il pensiero e la politica sociale di Camillo Cavour. (I vol. in-4°, 1 c. s. n., pag. 163, 7 tavole, La Federazione fascista del commercio della provincia di Torino editrice, 1932. S.i.p.).

 

 

Eugenio Olivero: Il Palazzo Cavour in Torino. (I vol. in-4°, 1.c. s.n., pag. 31, tav. ventesima. La Federazione fascista del commercio della provincia di Torino editrice, 1932. S.i.p.

 

 

La Federazione torinese del commercio ha voluto illustrare l’opera sua benemerita di restauratrice intelligente del palazzo Cavour in Torino, assunta a sede dalla federazione medesima, con le due pubblicazioni che sopra sono menzionate; degna ricostruzione storica ed artistica la prima del palazzo in cui visse il gran conte; esposizione accurata la seconda del pensiero della politica sociale dello statista piemontese. In realtà il Cavour, occupato da altri problemi, non attese in modo specifico allo studio di quello che oggi si chiamano i problemi sociali. Quando si sia esposto come Cavour ripugnasse alle dottrine socialistiche del tempo, sansimoniane o fourieristiche e simili; quando si sia detto dell’interesse di Cavour per la inchiesta sui poveri condotta in Inghilterra nel 1834 e del cui rapporto finale fu gran parte il Senior al Cavour assai amico, quando si aggiunga che il Cavour, assieme con altri valorosi uomini dell’epoca sua, se aborriva dall’intervento dello stato nel proteggere le industrie, era favorevole alle leggi tutrici del lavoro delle donne e dei fanciulli ed alle assicurazioni sociali, si è detto praticamente tutto quanto riguarda Cavour, come politico sociale. Egli era essenzialmente un economista classico, e si interessava dei problemi che allora parevano più importanti per l’elevamento dell’economia mondiale: lotta contro il protezionismo, costruzione di strade ferrate, riforma dell’ordinamento tributario, creazione di banche di emissione e di istituti privati di credito. Qui il suo contributo fu grande e riuscì ad innalzare il livello economico e sociale del Piemonte, ben più di quanto non avrebbe potuto fare con provvedimenti di legislazione sociale non sentiti allora dall’opinione pubblica.

 

 

Il Fossati, riconoscendo la scarsità del materiale di studiò, e tratto ad arricchire il suo volume con vari interessanti excursus intorno all’ambiente in cui il Cavour operò ed intorno alle idee dei contemporanei piemontesi. Egli dimostra che la Cassa di rendita vitalizia per la vecchiaia attribuita al Cavour, era in realtà dovuta ad un progetto Lanza, ministro dell’agricoltura, industria e commercio nel gabinetto Cavour nel 1859. Una ricca appendice illustra le variazioni dei salari nominali e reali in Piemonte nel periodo 1840 – 1860, con larga documentazione statistica e diagrammatica.

 

 

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Dictionnaire de sociologie familiale, politique, economique, spirituelle, générale, publié sous la direction de G. Jacquemet du Clergé de Paris. Fascicule III, in-4° a due colonne, col. 513-768, Paris-VI Librairie Letouzey et Ané, 87, boulevard Raspail, 1932. Prezzo Fr. 30 per fascicolo, ridotti a Fr. 20 ai sottoscrittori.

 

 

La pubblicazione di questo dizionario, altra volta da noi annunziato, prosegue, dopo la morte dell’ideatore signor Bricout, direttore della Revue du Clergé Français e del padre Mainage, professore all’Institut catholique di Parigi, alle cui cure sono dovuti i primi due fascicoli, sotto la direzione del signor Jacquemet, a cui l’impresa è stata affidata nel novembre 1931, con il gradimento del cardinale Verdier, arcivescovo di Parigi. Il nuovo direttore precisa, in un foglio di avvertenze, i criteri informatori dei dizionario: studiare la e le società, le istituzioni, l’ambiente, le correnti di sentimenti e di idee, le origini e l’evoluzione dell’ente collettivo. Questo è il vaso in cui si versa un liquore nettamente informato ad ideali e concetti cattolici. In questo terzo fascicolo gli articoli più importanti si riferiscono all’anima, al culto degli antenati, all’ammenda, all’amoralismo, all’amore, all’amuleto. Vi sono articoli speciali economici, sui miglioramenti fondiari, sull’ammortamento del debito pubblico e di quello delle imprese private, sull’anarchia e gli anarchici. I dati di fatto utilizzati e le fonti bibliografiche sono prevalentemente francesi. Chi immaginasse di trovare in questo dizionario prove di cultura arretrata, di intransigenza, di giudizi dogmatici, errerebbe. L’informazione è di sicura mano, il giudizio su credenze, opinioni, correnti d’idee non cattoliche è oggettivo fino allo scrupolo. Le questioni di etnologia, di psicologia sociale e religiosa sono trattate con criterio scientifico. Il dizionario rende testimonianza dell’alto livello di cultura del clero francese; ed è opera la quale non dovrebbe mancare nelle biblioteche generali ed in quelle le quali attengono alla vasta materia considerata.

 

 

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Henry George: The Science of Political Economy. (I vol. in-16° di pag. XIV-433, 1933, The Henry George Foundation of Great Britain, 94, Petty France, London, S. W. 1. Prezzo 2 sc., 6 d. net).

 

 

Tenace paese l’Inghilterra. Enrico George, dopo un momento di straordinaria fortuna, – Progresso e povertà, il suo più famoso libro, tradotto nella terza serie della «Biblioteca dell’Economista»; Problemi sociali, tradotti con ampia prefazione del Masé-Dori – è a mala pena ricordato tra noi. In Inghilterra si costituisce invece nel gennaio 1929 una “fondazione” intitolata al suo nome, la quale ha per iscopo di diffondere la conoscenza del suo pensiero sociale ed economico, quale risulta dalle sue opere principali, e cioè oltre le due già ricordate: Protezione o Libero scambio?, Le condizioni del lavoro; Un filosofo nell’imbarazzo; La scienza dell’economia politica. I fondatori ritengono che i giudizi esposti da Enrico George offrono la sola base di libertà economica e di giustizia sociale e che la loro applicazione abolirebbe la povertà involontaria, faciliterebbe tutte le altre riforme e in generale contribuirebbe al benessere dell’umanità. Grandi nomi si potrebbero citare di economisti di cartello i quali inspirarono la loro politica economica a principi simili a quelli sostenuti dal George. Ma chi va a cercare nei libri di Rodbertus, di Von Thunen, di Gossen e di Walras le fondamenta della teoria della tassazione della rendita fondiaria come mezzo per la rigenerazione dell’economia e la liberazione dell’umanità dalle imposte, dalla schiavitù economica e dai mali del monopolio? Pochissimi. Invece molti leggono ancora e leggeranno per un pezzo i libri coloriti, caldi, scritti nel linguaggio che piace agli uomini colti, i quali vogliono essere persuasi che quel che leggono è un libro di scienza e non di propaganda. La fondazione è amministrata dal comitato per la tassazione dei valori fondiari e pubblica le opere del George a prezzi straordinariamente bassi. Questo bel volume di 450 pagine, legato in tutta tela rossa è offerto ad un prezzo equivalente oggi a 7 lire e mezza. Progresso e povertà, si può avere per uno scellino. Poiché i libri di Enrico George appartengono ad una corrente di pensiero pratico sempre vivo, l’iniziativa della fondazione merita lode.

 

 

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John V. Van Sickle: Direct Taxation in Austria (in «Harvard Economic Studies», n. 35, un vol. in-8° di pag. IX-232. Prezzo $ 3).

 

 

Il Van Sickle ha in questo volume offerto un quadro del sistema della imposizione diretta in Austria prima della guerra, delle sue variazioni durante il periodo bellico e del sistema creato sotto la repubblica. Il sistema antico era caratterizzato dalle imposte sul prodotto netto od imposte reali, che l’A. distingue in impersonali (imposta fondiaria e sui fabbricati) e personali (imposta sui redditi delle imprese industriali e commerciali individuali, su quelli delle società per azione, sull’interesse, e sugli stipendi). Il sistema era assai simile a quello usato in Italia. La guerra accentuò il carattere socialistico dell’economia e reagì profondamente sull’organizzazione tributaria, dando gran rilievo alla imposta sui profitti di guerra. Il dopo-guerra, invece di essere un ritorno all’antico, diede ulteriore peso all’intreccio fra economia e finanza. Come il Van Sickle si esprime incisivamente «non è più dovere del cittadino di mantenere lo stato con le imposte; ma è dovere dello stato di aiutare i suoi cittadini e di garantire a tutti almeno un livello tollerabile di salute, di educazione e di benessere generale». Ciò che rende nuovo l’esperimento è che, laddove prima della guerra, i redditi privati crescevano più rapidamente delle entrate statali, ora accade l’inverso. L’insuccesso dell’imposta straordinaria sul patrimonio caratterizza l’immediata finanza post-bellica; come cure è caratterizzata la lotta combattuta col mezzo delle imposte contro le imprese grandi e soprattutto quelle condotte con società per azioni. La democrazia cristiana, più che il socialismo, ha preso le difese delle classi medie. Il libro del Van Sickle si fa leggere con grande interesse; ed è un bel contributo alla conoscenza rigorosa, scientifica delle variazioni della finanza in rapporto alle variazioni politiche e sociali.

 

 

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Atti dell’istituto nazionale delle assicurazioni. Conferenze di cultura assicurativa. Vol. III, 1930. (1 vol. di pag. 257, Roma, 1931. Prezzo L. 50). Vol. IV, 1931. (1 vol. di pag. 253, Roma, 1932. Prezzo L. 50). Vol. V, 1932. (1 vol. di pag. 271, Roma, 1933. Prezzo L. 50)

 

 

Ogni anno l’istituto nazionale delle assicurazioni fa tenere da insigni studiosi conferenze a pro’ dei suoi funzionari. Tra gli oratori ricorrono i nomi di Amoroso, Livi, Boldrini, Mortara, Insolera Griziotti, Savorgnan, Bachi, Vinci, Cantelli, Del Vecchio, Medolaghi, Asquini, Gini, Enriques e cioè a dire del fior fiore degli economisti, degli statistici e degli attuari i quali hanno qualcosa da dire e da dire con serietà e rigore intorno a quei delicati problemi che gli assicuratori devono conoscere e risolvere. Questi atti sono un’altra delle fonti periodiche, le quali rendono testimonianza del bel rigoglio di studi nelle scienze economiche a cui assistiamo in Italia. La vita dello studioso va rendendosi ogni giorno più complicata: non basta seguire i libri, le riviste, gli atti accademici. Ora si aggiungono gli annali e gli annuari delle università e degli istituti d’istruzione, gli atti degli istituti assicurativi, i bollettini degli istituti pubblici di credito e delle grandi banche, le pubblicazioni delle associazioni e confederazioni sindacali. E tutti interessanti a seguirsi per più rispetti.

 

 

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Travaux juridiques et économiques de l’université de Rennes, tom. XII. (1 vol. in-8° di pag. 280, 1 c. s. n. Rennes, Lib. Plihon, rue Motte Fables, 1932. Prezzo Frs. 50).

Annali di economia, vol. VIII , n. 1-2. (1 vol. in-8° di pag. 2 c.s.n., 614-696, Milano, Università Bocconi editrice, 1932).

 

 

Archivio scientifico pubblicato dal regio istituto superiore di scienze economiche e commerciali di Bari. Volume V, anno accademico 1930-1931. (1 vol. in-8° di pag. 364, 1 c.s.n.).

 

 

Pubblicazioni del regio istituto superiore di scienze economiche e commerciali di Firenze, n. 3. (1 vol. in-8° di pag. VIII-387, Firenze, Seeber, via Tornabuoni, 20, 1933. Prezzo L. 35).

 

 

Annali dell’università di Camerino, vol. V. (1 vol. di pag. 4 c.s.n., 383, 4 tavole s.n., Padova, Cedam, 1931.

 

 

Annali dell’osservatorio di economia agraria di Bologna (Istituto nazionale economia agraria), vol. II. (1 vol. in-8° di pag. XI-462, 9 c. s. n.).

 

 

Annali di statistica e di economia pubblicati dal laboratorio statistico economico dell’istituto di scienze e commerciali di Genova. (Anno I, 1 vol. in-8° di 1 c.s.n., pag. XIII-241, Genova, 1933. Prezzo L. 40).

 

 

Riunisco in un annuncio collettivo alcuni volumi di annali di istituti universitari i quali mi sono venuti recentemente tra le mani.

 

 

La più antica di queste pubblicazioni è quella dell’università di Rennes. Essa è interessante soprattutto perché raccoglie gli studi di un gruppo di economisti i quali si sono raccolti intorno al prof. Turgeon. In precedenti volumi il Turgeon aveva pubblicato i risultati delle sue indagini sulla storia delle dottrine economiche. Nel presente volume c’è il seguito di un lungo saggio sullo spirito economico e sociale di Roma. Il Turgeon ha un posto particolare nel mondo degli economisti francesi. Spirito curioso, intorno a teorie e fatti svolti egli non manca di suscitare nel lettore talvolta la medesima curiosità e di suggerire ricerche su vie non battute.

 

 

Il volume contiene ancora un lungo scritto del prof. Charles Body su l’economia manovrata e l’economia scientifica. Il Body è uno scrittore serio e il suo lungo scritto si inspira alla preoccupazione di trovare una risposta al quesito che affanna gli uomini di tutti i paesi del mondo: è impossibile impedire i disordini e gli errori nel campo dell’economia? Disordini ed errori che conducono alla crisi.

 

 

Le più numerose pubblicazioni italiane rispondono ad una esigenza la quale si è venuta facendo meglio viva, di trovare la soluzione del problema, a cui gli antichi metodi erano impreparati, di pubblicare monografie di studiosi esordienti e provetti ai quali l’ospitalità nelle riviste ordinarie economiche non sarebbe stata concessa.

 

 

Le riviste per la loro periodicità, per il limitato numero di pagine di cui dispongono e per la necessità in cui esse si trovano di offrire al lettore una scelta fra un numero non piccolo di saggi pubblicati contemporaneamente nel medesimo fascicolo, non sono adatte a pubblicare monografie di una certa estensione, superiore, dicasi, ad una trentina di pagine e talvolta arieggianti al libro. Se la rivista pubblicasse ogni volta mattoni da 30 a 100 pagine essa diventerebbe ben presto illeggibile. D’altro canto non è sempre agevole allo studioso di trovare per le sue monografie piccole o grosse accoglienze oneste presso un editore. Si rimprovera talvolta a costoro di essere insensibili alle esigenze scientifiche e di non preoccuparsi se non degli incassi; rimprovero ingiusto perché l’editore non è un filantropo. Se questa fosse la sua vocazione, avrebbe trovato qualche altro scopo nella vita, a cui dedicare le ricchezze possedute. L’editore deve, sotto pena di fallire, pubblicare soltanto quei libri i quali offrono probabilità di essere venduti in numero sufficiente da coprire almeno le spese. La quasi totalità della produzione scientifica non soddisfa queste condizioni, e perciò giustamente gli autori devono rassegnarsi a trarre fuori di tasca loro i denari necessari per la pubblicazione dei loro scritti. Giustamente, dico, sinché non si sia trovata un’altra via la quale, senza avere sapore filantropico, liberi gli studiosi da una necessità, la quale per essere giusta non è però meno dolorosa.

 

 

Alla esigenza hanno cominciato da qualche tempo a sovvenire gli istituti pubblici di carattere universitario. Nel campo economico l’esempio più antico e più insigne è stato dato dall’Università Bocconi di Milano i cui Annali di economia sono giunti ormai all’8° volume.

 

 

L’ultimo raccoglie tre scritti relativamente brevi di Gustavo Del Vecchio, F. Y. G. Edgeworth e le nuove teorie economiche; Ernesto D’Albergo, Intorno al concetto di costo e attività finanziaria; Gerolamo Bassani, La politica economica ed i trattati di commercio dell’Italia dall’unità alla guerra.

 

 

Le Ricerche sopra la teoria generale della moneta, di Gustavo Del Vecchio, sono invece bravamente un volume intero di 528 pagine e raccolgono scritti vari pubblicati in diversi tempi intorno alla teoria della moneta, utilissima raccolta che si dovrebbe essere estesa ad altri scritti del Del Vecchio divenuti praticamente irreperibili e preannunciatrice di altre consimili raccolte di scritti di economisti vivi e morti che oggi si dura gran fatica a procacciarsi.

 

 

Per ricordare soltanto i due casi più lacrimevoli, si può rammentare che non si è trovato modo di dare seguito alle sillogi dei Saggi del Pantaleonie non si possiede una raccolta completa, curata con la voluta diligenza, dei minori scritti di Pareto.

 

 

Nel volume intitolato Archivio scientifico del regio istituto di Bari sono segnalabili due scritti di Renzo Fubini: Attività bancaria e attività finanziaria ed Osservazioni in tema di protezionismo amministrativo; di G. Frisella Vella: Homo oeconomicus e Uomo reale; di Francesco Volpe: Cenni sul commercio estero della provincia di Bari e finalmente di Sabino Fiorese: Storia dell’istituto superiore di scienze economiche di Bari.

 

 

Segnaliamo all’attenzione di lettori curiosi di uomini, istituti, loro vicende, correnti di idee, la memoria del Fiorese. Trattasi di veri e propri ricordi scritti dal più anziano degli insegnanti dell’istituto di Bari. Il Fiorese insegnò finanza e economia alla scuola di Bari per un cinquantennio dopo il 1876; conobbe e trattò uomini che ebbero un posto notevole nella scienza e nella politica italiana: l’ex ministro Valenzano, Pantaleoni, Cognetti De Martiis, De Tullio. Esiste un altro volumetto di ricordi simile a questo: Ca’ Foscari, 50 anni or sono circa, noterelle anedottiche scritte da Angelo Bertolini, anche egli professore nell’istituto di Bari, 1924. Il Fiorese ed il Bertolini ci porgono i ricordi dei due più antichi istituti di scienze economiche e commerciali sorti in Italia. Gli istituti di Bari e di Venezia rivivono dinanzi alla mente, ed il ricordo è commovente.

 

 

L’istituto di Firenze ci offre nel terzo volume delle sue pubblicazioni le monografie di Jacopo Maffei: Parità e preferenza doganale del dopo-guerra; Lionello Rossi: Sull’imposta progressiva; Raffaello Lupetti: Contributi alla teoria economica del costo di produzione.

 

 

Negli Annali dell’università di Camerino sono segnalabili le Ricerche di note critiche sugli errori dei parametri della logistica e sugli errori della logistica stessa adattata alla popolazione italiana di Volrico Travaglini.

 

 

Negli Annali dell’Osservatorio dell’economia agraria di Bologna, interamente, come è naturale, dedicati a studi di economia agraria, oltre alla prefazione del dott. Giuseppe Tassinari si leggono scritti di: Aldo Pagani: I braccianti della Valle Padana; Rapporti fra proprietà, impresa e mano d’opera nell’agricoltura emiliana; La distribuzione del lavoro umano nell’azienda agraria; Osvaldo Passerini: Inchiesta sulla piccola proprietà coltivatrice formatasi nel dopo guerra: Emilia e Marche; Dario Perini: Sviluppo e organizzazione degli usi di contabilità agraria in Germania.

 

 

Ultimi venuti, non meno promettenti degli altri sono gli Annali di statistica ed economia che il prof. Federico Chessa, direttore del laboratorio statistico economico dell’istituto di Genova ha iniziato. Vi si leggono saggi di: Vincenzo Moretti: Considerazioni intorno ai rapporti fra tonnellaggio marittimo mondiale e commercio estero; Alberto Breglia: Conti bancari della banca dei regolamenti internazionali; Birendra Narayan Sinha: Il gold exchange standard in India. Un manipolo di studi raffinati e precisi di giovani valorosi economisti. – Il direttore nella lettera di presentazione promette presto un secondo volume in cui saranno contenuti parecchi suoi scritti.

 

 

Del promettente risveglio nelle ricerche economiche dobbiamo rallegrarci grandemente. L’ardore dei giovani studiosi sarà certamente stimolato dal sapere che, dopo aver tanto faticato, essi, ove i risultati raggiunti siano degnamente apprezzati, potranno trovare ospitalità in pubblicazioni decorose e stimate.

 

 

Affinché i risultati delle fatiche durate non rimangano sepolti nei nuovi annali, come in passato tante altre ricerche rimasero sepolte in atti accademici, gioverebbe la notizia regolare che del contenuto di essi sarà data, magari anche con la semplice enunciazione del titolo, nelle riviste economiche. Gioverà anche che i direttori degli annali non cedano alla tentazione pure così allettante di trasformare le loro pubblicazioni in raccolte di saggi brevi, meglio destinati alle riviste. Nessuna linea rigorosa di demarcazione può essere istituita tra i due generi di pubblicazioni, ma è certo che gli annali adempiranno tanto meglio al loro ufficio quanto più essi cureranno la pubblicazione di quelle monografie le quali per il loro carattere e per la loro mole sono destinate alla limitata cerchia degli studiosi professionali e dall’apprezzamento dei pochi devono trarre stimolo a moltiplicarsi. Ed un altro problema si pone: se, data la impossibilità di creare un nesso logico tra le monografie pubblicate nel medesimo volume – i fascicoli di riviste sono un insieme variato, le cui parti sono necessarie alla vita del tutto; ma gli annali non hanno questo scopo – non gioverebbe meglio che ogni monografia formasse volume o fascicolo a sé stante? Così si usa per parecchie collane accademiche estere simili a quelle sopra annunciate. Così si usa da parecchi istituti italiani scientifici, ad esempio, da quelli giuridici. Ne troverebbero giovamento la più sciolta periodicità degli annali e la soddisfazione data ai singoli studiosi desiderosi di possedere separatamente questa o quella monografia.

 

 

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R. Bertoni: Il trionfo del fascismo nell’U.R.S.S. (Un vol. di pag. XI-158, con 24 tavole fuori testo, Roma, Angelo Signorelli, 1934. Prezzo L. 11).

 

 

Il titolo darebbe a credere che il libro sia, molto più di quanto non voglia l’A. un confronto fra i due regimi italiano e russo. Le osservazioni dirette, invece, dell’A., il quale è stato un anno in Russia e sembra l’abbia percorsa in gran parte, non difettano e sono particolarmente utili per conoscere le ragioni della persistenza di un regime, il quale ha così poco da far valere, dal punto di vista del benessere economico, di fronte ai suoi cittadini. Alcune pagine sono illuminanti. L’A. si chiede se il popolo russo, il quale non è bolscevico, sia vile e passivo. No. Ogni rivolta è resa impossibile dalla formidabile rete poliziesca che i bolscevichi hanno saputo creare. «La forza della polizia non sta nella fedeltà dei suoi componenti, ma nella sua organizzazione, nel terrore organizzato anche all’interno di essa e la gran tattica con la quale questo terrore viene rigidamente tenuto segreto, o fatto conoscere quando è ritenuto utile. Basta pensare che un gran numero della G.P.U. sono ex-borghesi, ex-aristocratici, ex-membri della vecchia intelligenza, cioè tutta gente che ha dovuto scegliere tra l’essere fucilata o deportata ai lavori forzati o fare la spia. Che molti agenti della G.P.U. lavorino per forza non è quindi neppure da dubitarne. Come mai allora se anche la G.P.U. è formata di elementi anti-rivoluzionari è docile agli ordini dei capi, non si ribella? La G.P.U. è tenuta ferma, soggiogata da quello stesso terrore che tiene legata la popolazione… Nello stato attuale delle cose ogni individuo si sente spiato; nel compagno, nel famigliare, nel parente vede la spia. Nessuno si arrischia di comunicare ad un altro ciò che intimamente pensa; l’altro, se anche è dello stesso suo ordine di idee, per tema di trovarsi di fronte a una spia, con il timore di essere denunciato, non esiterebbe egli per primo a denunciare il supposto provocatore». Il malcontento è frenato dall’entusiasmo. C’è malcontento per la miseria, a cui tutti sono condannati, ma c’è entusiasmo per il senso di uguaglianza civile che i russi sentono di aver compiuta. «Bisogna aver sentito con quale voluttà e gioia i cittadini sovietici si chiamano con l’appellativo di “cittadino” , “compagno”. L’”animo” del russo non è più primitivo, schiavo, ma si va evolvendo per diventare quello di un uomo libero…». «Mi si è detto più d’una volta e con manifesto orgoglio, che ora in Russia anche i figli dei contadini possono andare a scuola! che ora non solo i signori, ma tutti i cittadini possono camminare sui marciapiedi! che la donna non è più bastonata, che tutti coloro i quali vogliono possono andare (naturalmente pagando) a teatro, ecc.».

 

 

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Gaetano Ciocca: Giudizio sul bolscevismo. Come è finito il piano quinquennale, II Ed., (Un vol. in-8° di pag. 275, 2 c.s.n. ed 11 tavole fuori testo, Milano, V. Bompiani, 1933. Prezzo L. 12).

 

 

Un bel libro, scritto da un ingegnere italiano, il quale costrusse in Russia uno dei maggiori stabilimenti industriali colà impiantati, quello dei cuscinetti a sfere. L’ing. Ciocca rimase in Russia due anni, e seppe guardarsi attorno e vedere. In questo stesso fascicolo ho riprodotto in un articolo mio alcuni brani del libro del Ciocca, sicché i lettori possono avere una impressione diretta del suo modo di scrivere. I capitoli dal primo al sesto sono il frutto dello spirito di osservazione del C. sui fatti russi. Sono, per quanto io possa giudicare, uno dei migliori contributi italiani alla conoscenza del comunismo russo. Chi vuol sapere cosa siano i piani, quale il valore delle statistiche relative (il C. non le cita mai; ma il suo scetticismo conferma le analisi altrui), legga e si diverta. L’introduzione, il capitolo VII e la conclusione contengono meno descrizione e più filosofia sul bolscevismo. È la filosofia (voglio dire sono le meditazioni) di un ingegnere sulla concezione comunistica russa della vita. Cosa curiosa, l’ingegnere, quando per un momento dimentica le sue osservazioni così vive e vere sulla caducità dei piani e sull’importanza relativamente così piccola del fattore tecnico e così grande del fattore umano, ridiventa credente nella mistica tecnica e fa anche lui piani tecnici grandiosi (cfr. di lui La tecnica di stato in Gerarchia del novembre 1933). Il tecnico viene a galla e medita da tecnico sulle ragioni della vita. Noi economisti, che abbiamo anche noi, volontariamente e non, i nostri schemi per meditare sulla vita, probabilmente, in quanto siano schemi economici, altrettanto buoni o cattivi come quelli degli ingegneri, dovremmo ogni tanto tentar di capire gli schemi altrui. Non foss’altro, per comprendere meglio i nostri.

 

 

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La Cassa di Risparmio di Torino al suo primo centenario, 4 Luglio 1827. (1 vol. in-4° di pag. LIII-307-434, Sten, Torino, s. i . a. ma 1933. S. i. p.).

 

 

È questa la ristampa o meglio la seconda edizione del volume che la Cassa di risparmio di Torino aveva pubblicato nel 1927 in occasione del suo primo centenario. Sebbene il volume non fosse in commercio, ebbe lieta accoglienza nel mondo degli studiosi e dei pratici, sicché presto fu esaurito. L’amministrazione attuale, con giusto pensiero, ne approntò una ristampa, la quale contiene in tre diverse parti la prefazione introduttiva del compianto presidente del tempo, Alberto Geisser, ricca di dati informativi; il fortemente pensato studio storico di ambiente di Giuseppe Prato Risparmio e credito in Piemonte nell’avvento dell’economia moderna, e la documentata narrazione storico-cronologica di Giulio Fenoglio La Cassa di risparmio di Torino nel suo primo centenario di vita.

 

 

Poiché il volume riproduce esattamente la precedente edizione, noi dobbiamo confermare soltanto il giudizio già dato allora, trattarsi di un contributo di primo ordine alla storia economica italiana nell’ultimo secolo.

 

 

Il Prato narra altresì i precedenti storici relativi al risparmio ed al credito innanzi che sorgesse la cassa torinese, così che, attraverso il suo scritto, la storia dell’ultimo secolo si connette con quella del secolo XVIII.

 

 

Non vogliamo tacere che Giulio Fenoglio, curatore della nuova edizione, ne crebbe singolarmente il pregio aggiungendo alle tre parti, di cui il volume si compone, preziosi indici analitici dei nomi citati, singolarmente particolareggiati e precisi, sì che la consultazione dell’opera rimane grandemente facilitata. Vuolsi aggiungere che codesti ricchi indici da sé soli costituiscono quasi una guida storica e bibliografica intorno ai dati della storia economica piemontese ed alle dottrine a quella riferentisi. Poiché i tre autori, nel narrare le vicende della cassa torinese si richiamarono a precedenti e ad analogie passate e contemporanee, quei tre indici riusciranno strumenti preziosi di ricerche per tutti coloro i quali vorranno intraprendere studi affini.

 

 

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Epicarmo Corbino – Annali dell’economia italiana. Vol. I: 1861-1870. (1 vol. in-8° di pag. XV-335, Città di Castello, Tip. Leonardo da Vinci, 1931. Prezzo L. 44). Vol. II: 1871-1880. (1 vol. in-8° di pag. XI-393, Città di Castello, Tip. Leonardo da Vinci, 1931. Prezzo L. 46). Vol. III: 1881-1890. (1 vol. in-8° di pag. XI-464, Città di Castello, Tip. Leonardo da

Vinci, 1933. Prezzo L. 50).

 

 

Il prof. Epicarmo Corbino del R. Istituto superiore di scienze economiche di Napoli si è accinto ad un’opera di lunga lena, la quale già fin d’ora e assai più quando sarà condotta a compimento costituirà uno strumento indispensabile di studio per tutti coloro i quali vorranno studiare le vicende e le condizioni dell’economia dopo la unificazione.

 

 

Non mancarono in passato tentativi intesi al medesimo scopo e fra quelli più importanti noi possiamo menzionare oltre che la serie degli annuari statistici ufficiali, i libri del Sachs (1885), i tre volumi dell’Accademia dei Lincei (1912), gli indici del Bodio (1891) ed altri minori.

 

 

Nei tempi più recenti due intraprese in principal modo meritano di essere ricordate. La prima dovuta al prof. Riccardo Bachi durò dal 1909 al 1921, quando ogni anno il Bachi andò pubblicando, a guisa di supplemento a La Riforma Sociale, un annuario della vita industriale, commerciale, agricola, finanziaria e sociale dell’Italia col titolo L’Italia economica. Malauguratamente il Bachi si stancò e la pubblicazione rimase interrotta, ma così come è, la raccolta degli annuari del Bachi, perfezionata di anno in anno ed arricchita di sempre maggiori particolari, resta la fonte più autorevole intorno alla storia economica dell’Italia durante il periodo fortunoso della guerra e dell’immediato dopo-guerra.

 

 

Nel 1921, mentre il Bachi abbandonava la sua iniziativa, il prof. Giorgio Mortara iniziava la pubblicazione di un altro annuario intitolato Prospettive economiche, di cui sono pubblicati tredici volumi. L’annuario del Mortara è impiantato su un concetto completamente diverso di quello del Bachi: non più una descrizione di tutti gli aspetti della vita economica e degli avvenimenti dell’anno, ma uno studio che nelle linee fondamentali si riferisce alla situazione mondiale sui mercati dei diversi prodotti: grano, vino, olio, carbone, petrolio, energia elettrica, ferro, rame, stagno, rayon, cotone, canapa, lana, trasporti marittimi e terrestri. Ma poiché ad ogni capitolo, allo studio della situazione mondiale segue lo studio della situazione particolare in Italia, anche l’annuario del Mortara può essere considerato come una descrizione delle vicende economiche italiane in ogni anno e costituisce già oggi e sempre meglio costituirà, con l’andar del tempo, fonte preziosa per lo studio delle condizioni sociali, commerciali ed agrarie del nostro paese. Ai capitoli sulle diverse industrie il Mortara aggiunge due altri di carattere più complessivo, l’uno sulle monete e l’altro sulle finanze ed in ognuno di questi capitoli la seconda sezione si riferisce all’Italia.

 

 

Viene ora la nuova impresa del Corbino. Questa ricapitola invece la storia dell’economia italiana, per decenni a partire dall’unificazione. Tre volumi sono finora venuti alla luce, frutto di lavoro assiduo, i quali conducono la esposizione dal 1861 al 1890. Se l’autore continuerà a pubblicare i successivi volumi con la medesima frequenza, in tre anni egli avrà compiuto la storia cronologica dell’economia italiana fino al 1920, ossia approssimativamente sino al punto nel quale rimase interrotta la pubblicazione del Bachi.

 

 

Sarebbe augurabile che da quell’anno in poi la esposizione prendesse un carattere particolareggiato e che il decennio 1921-1930 fosse studiato con particolari più minuti, direi quasi anno per anno, così da costituire la continuazione degli annuari del Bachi, e la integrazione delle prospettive del Mortara. Dal 1931 in poi la pubblicazione potrebbe assumere senz’altro l’aspetto di un annuario riassuntivo delle vicende economiche e sociali italiane negli anni precedenti.

 

 

I tre volumi finora venuti alla luce sono condotti su un piano uniforme e constano di sei capitoli: 1) «Produzione agricola e politica agraria»; 2) «Vita industriale»; 3) «Commercio estero e politica commerciale»; 4) «Opere pubbliche, trasporti, comunicazioni»; 5) «La finanza»; 6) «Monetazione, credito, banche, società anonime». Ogni volume è corredato da una bibliografia, da un indice degli autori, da altro indice dei parlamentari citati, e finalmente da un indice analitico per soggetto. Sebbene l’ordinamento del materiale sia in tutti i volumi uguale, è evidente che la diversità dei fatti accaduti nei tre decenni impose all’autore di soffermarsi su alcuni argomenti a preferenza di altri e così nel primo volume un posto cospicuo è dato ai problemi del corso forzoso, delle unità e pluralità bancarie, della costruzione del sistema finanziario italiano ed alla lotta titanica di Quintino Sella contro il disavanzo. Nel secondo volume continuano le discussioni finanziarie e quelle intorno all’abolizione del corso forzoso; si iniziano le battaglie pro e contro l’esercizio di stato delle ferrovie e fanno le prime prove le tendenze protezionistiche a favore dell’industria nazionale. Nel terzo decennio che va dal 1881 al 1890 la politica protezionistica prende il sopravvento; dopo lunghi dibattiti le ferrovie sono affidate all’industria privata, il corso forzoso è abolito, ma dopo breve tempo ritorna di fatto. L’economia italiana attraversa un periodo di rapido incremento e di accese speculazioni, ma già alla fine del decennio si vedono i segni forieri della crisi, la quale sarà il fatto dominante del quarto decennio.

 

 

In nessuno dei volumi è dato rilievo alle vicende sociali, salvo che nel capitolo introduttivo, ma è augurabile che a partire dal quarto decennio l’autore, riassumendo anche le vicende dei periodi precedenti, dia il voluto posto alle lotte sociali le quali acquistano violenza particolare verso il 1898 e trasformano completamente l’equilibrio delle forze sociali nel primo decennio di questo secolo. Lo schema iniziale della trattazione, che poté mantenersi invariato per i primi tre decenni, dovrà subire nel tempo successivo variazioni notevoli, allo scopo di tener conto della trasformazione verificatasi nella struttura economica e sociale dell’Italia.

 

 

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G.Pirou, W. Sombart, E. F. M. Durbin, E. M. Patterson, U. Spirito – La crisi del capitalismo, con appendice bibliografia di G. Bruguier. (Un vol. in 8° di pag. VI-198 e 2 c.s.n., Firenze, G. C. Sansoni, 1933. Prezzo L. 15).

 

 

L. Brocard, C. Landauer, J. C. Hobson, L. L. Lorwin, G. Dobbert, U. Spirito, L’economia programmatica – con appendice bibliografica di G. Bruguier e prefazione di Giuseppe Bottai. (Un vol. in-8° di pag. VI-203 e 2 c.s.n., Firenze, G. C. Sansoni, 1933. Prezzo L. 15).

 

 

Ugo Spirito – Capitalismo e corporativismo. (Un vol. in-8° di pag. XX-156 e 2 c.s.n., Firenze, G. C. Sansoni, 1933. Prezzo L. 15).

 

 

Giuseppe Bruguier – A proposito di interventi statali. (Un op. in-8° di pag. 39. Pisa, Archivio di studi corporativi, 1933. S.i.p.).

 

 

Gaetano Pirou – La crise du capitalisme. ( un vol. in-8° di pag. 138 e 1 c.s.n., Paris, Librairie du Recueil Sirey. Prezzo Frs. 15).

 

 

Nelle due prime pubblicazioni qui annunciate la scuola di scienze corporative dell’università pisana ha voluto offrire un vario materiale di studio agli studiosi dei problemi connessi con i concetti di crisi del capitalismo e di economia programmatica. L’intento è lodevolmente perseguito con metodo scientifico. Gli autori chiamati a raccolta dall’on. Bottai istruiscono: Gaetan Pirou intorno alla Crisi del capitalismo secondo gli economisti francesi e Lucien Brocard intorno a Le concezioni francesi della economia regolata; Werner Sombart e Carl Landauer rispettivamente intorno alle Correnti sociali della Germania d’oggi ed alla Economia programmatica in Germania; E. F. M. Durbin ed J. A. Hobson su Il pensiero economico inglese contemporaneo e su L’economia programmatica secondo gli economisti inglesi; Ernest Minor Patterson e Lewis L. Lorwin su La crisi economica ed i Piani economici negli Stati Uniti; e Gerard Dobbert su L’economia programmatica nella Russia sovietica. Tutti studiosi seri, i quali conoscono bene il problema studiato e danno giudizi ed informazioni utili a conoscersi. Forse, il saggio che, naturalmente, mi ha soddisfatto di meno è quello in calce al quale sta il più gran nome della eletta compagnia: Werner Sombart, troppo rapido e troppo personale per dare affidamento di informarci veramente su quel che i tedeschi pensano. Sono a maggior ragione, da questo stesso punto di vista, un fuor d’opera nella raccolta i due saggi di Ugo Spirito La Crisi del capitalismo ed il sistema corporativo e L’economia programmatica corporativa, i quali si trovano, per chi si interessi di conoscere le vedute proprie dell’autore, assai meglio a loro posto nel volume elencato come terzo. Non dico che il possedere o il credere di possedere una propria visione del mondo sia una brutta cosa; ma non si vede a primo aspetto la ragione per cui sia stato affidato il compito di informare intorno al contributo delle varie correnti di pensiero e di azione, le quali anche in Italia si contrastano il campo, sia pure con unità finale di vedute, ad un autore, il quale non pare si sia preoccupato del programma esposto dal Bottai «di dare un quadro, il più possibilmente obbiettivo e completo delle diverse tendenze in lotta e delle prime affermazioni della nuova scienza e della nuova politica economica». Per fortuna, al difetto supplisce mirabilmente Giuseppe Bruguier con due saggi bibliografici, i quali integrano per l’estero e compiono per l’Italia l’impresa voluta dall’istituto pisano. Se non fossero utili sotto l’aspetto sopra menzionato, i due volumi riuscirebbero preziosissimi per le bibliografie del Bruguier. Al principio del sapere sta la curiosità. Come potrebbe uno studioso orientarsi curiosamente nella letteratura strabocchevole venuta fuori intorno al capitalismo ed alla economia programmata se persona perita non l’aiutasse a fare una prima scelta ed a distinguere i problemi? Bruguier si è reso davvero benemerito delle centinaia di laureandi, i quali si affaticano oggi intorno al corporativismo e dei professori i quali non sempre possono avere in punta di penna indicazioni bibliografiche precise. Con l’ausilio di questi due volumi, si può cominciare ad orientarsi.

 

 

Il Pirou ha dato nel più ampio volumetto francese una nuova edizione dello studio scritto per invito del Bottai per la serie pisana, accrescendolo di nuove riflessioni occasionate dai fatti e dalle controversie posteriori alla redazione dell’articolo italiano. Delle esperienze italiane e tedesche il Pirou non si occupa se non indirettamente, in quanto possono avere qualche ripercussione nel suo paese.

 

 

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Luigi Federici– Crisi e capitalismo, con 16 grafici e 46 tabelle. (Un vol. in-16° di pag. XV-361. Milano, Ulrico Hoepli, 1933. Prezzo L. 15).

 

 

Chieggo scusa all’autore ed all’editore per il ritardo posto nell’annunciare il presente libro. Il ritardo, dopo la favorevole accoglienza che esso ha avuto nella stampa, giova forse a ricordare il libro a coloro a cui fosse sfuggito e a dire che esso, pur guardato a distanza di un anno è un buon libro. Non scritto per i professionisti della scienza economica, e l’autore espressamente lo avverte, ma per il grande pubblico, il quale non può leggere libri grossi e scritti in un linguaggio difficile.

 

 

Il Federici spiega, in linguaggio semplice, con illustrazioni, digressioni, esempi, statistiche, che cosa sia la crisi, quali ne siano i principali problemi, ammonisce, ricorda gli errori passati, mette in guardia contro le illusioni, ficca dentro, senza averne l’aria, opportuni richiami ai principali teoremi economici. L’uomo della strada e l’uomo colto in cose non economiche, escono dalla lettura meglio fortificati contro gli infiniti errori i quali pullulano attorno ad ogni problema economico e contro le innumerevoli illusioni di facili rimedi, da cui i popoli sono tratti ad aggravare i mali reali od immaginari sofferti. Utilissime le appendici: cronistoria dei principali avvenimenti verificatisi nel mondo a partire dal 1931, della crisi finanziaria e della guerra doganale dopo la stessa data.

 

 

Consigli? Forse in una prossima edizione, converrebbe snellire il volume riducendolo a non più di 300 pagine, togliendo le pagine fatte caduche dal tempo, qualche ripetizione, qualche statistica (perché non collocare quelle fondamentali a cui il testo deve continuamente riferirsi, in fondo, su fogli sporgenti in fuori, così da poterli comodamente riguardare leggendo il testo?). Auguri? Di pubblicare nuove edizioni ogni anno, così che il libro invece di essere, come oggi dice il sottotitolo una guida attraverso il caos mondiale, possa, abbandonando il titolo principale Crisi e capitalismo, diventare una guida annua per la interpretazione dei fatti economici attuali.

 

 

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V. Sampieri Mangano – Gli impianti idroelettrici e l’imposta di ricchezza mobile. (Milano, Società editrice libraria, un vol. in-8°, di pag. XV-172. Prezzo L. 20).

 

 

Il nostro valente collaboratore contribuisce con un altro saggio alla creazione di quella scienza del diritto tributario, la quale può nascere soltanto dalla profonda conoscenza non solo delle norme di diritto positivo ma anche da quella della loro ragione economica giuridica d’essere e del concreto comportarsi della loro applicazione.

 

 

Di quattro capitoli, oltre a una appendice, si compone il sobrio volume. Il primo capitolo, occupandosi delle “sovvenzioni” governative e del loro trattamento agli effetti dell’applicazione dell’imposta di ricchezza mobile, dimostra che esse sono concesse in conto impianti, come ha pure riconosciuto la Commissione centrale con recentissima decisione, a sezioni riunite, del 18 luglio 1934, n. 65486, e perciò non sono tassabili di ricchezza mobile, tanto per tassativa disposizione dell’art. 8, n. 5, del testo unico 24 agosto 1877, n. 4021, quanto per le stesse istruzioni ministeriali, nonché pel disposto dell’art. 15 del R. D. Legge 20 settembre 1926, 1926, n. 1643. Soggiunge, però, l’A. che, sebbene non tassabili le sovvenzioni stesse sono tuttavia computabili nella quota annua di ammortamento destinata a ricostituire il capitale investito in quella parte degli impianti idroelettrici, che è riversibile gratuitamente al concedente alla fine della concessione, appunto per evitare che dette sovvenzioni – corrisposte a solo titolo di concorso nelle spese di costruzione o di acquisto degli impianti medesimi – si risolvano, per i concessionari, in premi di costruzione, in contrasto col loro carattere economico giuridico. Conseguentemente, ammette la possibilità che le sovvenzioni, di cui si tratta, siano tassabili per la sola eccedenza attiva (eccesso dell’entrata sul costo effettivo degli impianti). Un’illustrazione pratica sul modo di contabilizzare, nei bilanci delle società per azioni, le sovvenzioni in parola, al fine di evitare indebiti aggravi o sottrazione di utili, compie la trattazione dell’argomento.

 

 

Premessa quindi una rapida esposizione della legislazione relativa all’imposta sui fabbricati, concernente la materia dell’ex-opificio (costruzione stabile), l’A. entra nel secondo capitolo nel vivo della questione principale: la determinazione del reddito lordo catastale presunto dei suddetti impianti per le finalità di cui all’art. 4 del R. D. Legge 2 ottobre 1919, n. 1995, cioè pel conseguimento del beneficio dell’esenzione del reddito stesso dall’imposta sui fabbricati a tutto il 1940. Questa esenzione, in seguito alla unificazione dei due redditi: il fondiario ed il mobiliare, attuata col R. D. Legge 30 dicembre 1923, n. 3069 (art. 5) e a datare dal 1 gennaio 1925, si risolve ora in una esenzione dall’imposta di ricchezza mobile su tanta parte del complessivo reddito lordo industriale unificato, quanta ne corrisponde al suddetto reddito lordo catastale presunto. L’A. dimostra come questo reddito non possa essere sostituito dal valore locativo propriamente detto, variabile di anno in anno, né essere comunque legato alle alterne vicende dell’esercizio industriale, dovendo esso avere carattere di relativa stabilità sino a tutto il 1940, per non pregiudicare gli interessi della finanza, né quelli degli industriali-concessionari.

 

 

A traverso una particolareggiata esposizione esamina, poscia, in qual modo si debba procedere alla determinazione del reddito lordo catastale presunto degli impianti idroelettrici, toccando tutte le questioni agitatesi quando vigeva la separazione dei due redditi, e sottoponendo a rigoroso esame critico la sentenza 14 aprile-28 maggio 1932, in causa Comune di Torino contro Finanza, la quale accolse il principio della libera estimazione del reddito lordo catastale presunto degli acquedotti comunali, dimostrando come, con detta sentenza, sia stata risoluta una questione di specie, l’oggetto della controversia riguardando enti sottratti permanentemente alla imposta sui fabbricati ai termini dell’art. 12 della legge 25 giugno 1911, numero 586.

 

 

In quanto al criterio da preferirsi nella estimazione del reddito lordo catastale – premessa la ragione della difficoltà che si incontra in detta valutazione e, perciò, la materiale impossibilità di disciplinarla con norme precettistiche, – l’A. si sofferma ad esaminare i criteri comunemente seguiti, considerando in modo particolare quello di un tanto di reddito per ogni cavallo idraulico effettivamente utilizzabile all’asse della turbina, e l’altro di una percentuale di rendita applicata sul capitale investito nell’ex-parte immobiliare degli impianti idroelettrici. Rileva però come siano, entrambi, criteri arbitrari, ma il secondo criterio, meno arbitrario del primo, e tale che, se equamente usato, eliminerebbe la possibilità di contrasti.

 

 

Intorno alle detrazioni che si intenderebbero operare dal reddito lordo complessivo industriale, contemporaneamente ed in aggiunta al reddito lordo catastale di detti impianti, quali supposte spese e perdite di gestione o di esercizio, si dimostra nel capitolo terzo, con analisi minuta, come non siano detraibili i “canoni d’acqua” perché costituenti costi indiretti, comunque pagati periodicamente al demanio dello stato, e perciò neppure detraibili dopo cessata l’esenzione accordata al reddito lordo catastale presunto degli impianti medesimi, sulla considerazione che l’acqua costituisce la parte essenziale dell’impianto idroelettrico, anche quando non sia di proprietà dell’esercente; – che le quote annue di ammortamento finanziario della parte dell’ex-impianto immobiliare, riversibile gratuitamente al concedente alla fine della concessione, e di deperimento industriale relativo al costo dell’intero impianto medesimo, sono bensì detraibili, ma dopo scaduta l’esenzione accordata al reddito lordo catastale presunto dell’impianto stesso, cioè dopo il 1940, con l’avvertenza che, nel calcolo delle quote di ammortamento, si debba tener conto, in diffalco, dell’importo totale delle sovvenzioni di L. 40 per ogni cavallo idraulico risultante dal decreto di concessione di derivazione di acqua; – contesta, in fine, la legittimità della detrazione degli interessi passivi sui capitali presi ad imprestito ed investiti nella costruzione o nell’acquisto degli impianti in discorso, non trattandosi di annualità passive che aggravino la produzione del reddito, bensì il capitale di fondazione o di prima costituzione.

 

 

Nel capitolo quarto, ed ultimo, a traverso una rapida sintesi, l’A. dimostra come, con l’ammettere, in concorrenza con la detrazione del reddito lordo catastale presunto degli impianti in discorso, la detrazione dei canoni di acqua, dell’ammortamento finanziario, del deperimento industriale e degli interessi passivi sui debiti medesimi, si siano venuti a creare dei doppioni in pregiudizio delle ragioni erariali, sulla considerazione, che, una volta detratto il tutto, – che nella specie è costituito dal reddito lordo catastale presunto, – si debbono intendere naturalmente detratte anche tutte le sue parti.

 

 

I documenti legislativi e giurisprudenziali relativi alla materia del volume sono riprodotti in una utilissima appendice. Con le sue sottili disquisizioni intorno ad argomenti concreti i quali presentano inaspettate e singolari complicazioni, il Sampieri ha fornito ancora una volta un modello di quel che devono essere le indagini di diritto tributario: non schemi vuoti, presi a prestito dalla scienza del diritto privato, in cui si ficcano a forza gli istituti tributari, ma costruzione analitica di uno strumento di interpretazione della norma positiva.

 

 

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V. Sampieri Mangano. – Gli interessi di conguaglio e l’imposta di ricchezza mobile. N. 3 delle Questioni della Biblioteca del contribuente, Roma, Via Enrico Quirino Visconti, 77, 1934, un vol. di pag. 33. Prezzo L. 5.

 

 

Lo studio sulla tassabilità, o meno, degli interessi di conguaglio, parte dalla premessa sul modo col quale si venga a costituire un rapporto di credito condizionale tra società e sottoscrittori di azioni di nuova emissione, con godimento retrogrado, quanto al pagamento del dividendo. Su questo punto, l’autore, con richiami di dottrina e di giurisprudenza, fa giustizia dell’abusata maniera di considerare “partita di giro” il pagamento degli interessi in aggiunta al capitale di nuova sottoscrizione, e la eventuale restituzione, in tutto o in parte, degli interessi medesimi, e perviene alla conclusione che la restituzione totale o parziale degli interessi pagati all’atto della sottoscrizione del nuovo capitale, comunque attuabile ed attuata in occasione del pagamento del dividendo, e sino a concorrenza, non è che restituzione di capitale, effettuabile ed effettuata in quanto ci sarà utile ripartibile ai sensi di legge. Ammesso ciò, la intassabilità degli interessi di conguaglio deriva limpidamente dal disposto del n. 5 dell’art. 8 del testo unico 24 agosto 1877, n. 4021.

 

 

Per la tassabilità, in capo alla società, di tutti o di parte degli interessi di conguaglio, è invece necessario che la finanza provi che, in tutto o in parte, gli interessi medesimi siano andati ad incrementare il patrimonio della società, considerata questa ente distinto e separato dalla persona dei propri soci. L’A. esamina perciò vari casi in cui resta dimostrato l’effettivo arricchimento da parte della società, che ha emesso le nuove azioni, e conclude che la tassabilità, o meno, degli interessi in discorso non si possa far dipendere dalla risposta affermativa o negativa che possa darsi alla soluzione della questione, ma deriva dall’esame del caso singolo.

 

 

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Mario Ricca-Barberis – Istituzioni di diritto privato esposte per tavole sinottiche. (Torino, Giappichelli, 1934, pag. 243).

 

 

Nella prefazione l’A. ricorda che da un economista gli fu opposto un giorno: «quando vi si sottopone un caso, voi giuristi cercate subito la casella nella quale collocarlo». L’osservazione gli parve giusta, e contribuì forse a spingerlo verso una sistemazione schematica del diritto privato. Se, infatti, il giurista per risolvere una questione deve anzi tutto ricercar una norma, ne viene, oltre che la possibilità, l’opportunità di presentar la materia così che questa ricerca risulti agevolata. Questo è appunto lo scopo delle tavole in cui sono riunite ed ordinate sinotticamente le norme vigenti, intorno a principi e concetti fondamentali.

 

 

L’opera di cui trattiamo non merita però d’esser presentata agli economisti solo perché uno di essi vi dette impulso, ma anche per le definizioni e gl’istituti in diretto rapporto con l’economia. Tre tavole (XXI, XXII e XXIII) riguardano le cose, i beni e le loro distinzioni. Parecchie il possesso (XXXI, XXXII e XXXIII) e la proprietà, di cui s’indicano i caratteri, l’estensione e le restrizioni (XXXV e XXXVI). Lasciamo stare la particolar evidenza in cui vennero messe queste ultime, e dalla quale traspare il carattere economico-sociale della proprietà; lasciamo stare pure il diritto d’affrancar il fondo, concesso all’enfiteuta, con l’effetto di rovinar l’enfiteusi (tav. XLV). E lasciamo stare ancora le formalità per il trapasso d diritti reali su immobili (tav. LXIII e LXIV). Sotto l’aspetto economico interessa soprattutto la parte dei contratti, mezzo e strumento di guadagno privato e di vantaggio sociale. In quello di deposito si ricordano le norme speciali sulla responsabilità degli albergatori (tav. XCV), e si considerano varie figure di deposito irregolare, quale il deposito alla rinfusa e il bancario, molto in uso oggi, e distinto dal mutuo solo per l’intenzione del deponente e per il momento della restituzione (tav. XCVII). Nella compravendita l’A. rileva che il credito derivante da fornitura di merci si può cedere con cambiale (tav. C), mentre, a proposito della trasmissione delle obbligazioni, non omette di distinguer i titoli di credito secondo il modo di trasmetterli e d’esporre le recenti disposizioni su quelli all’ordine (tav. LXXI e LXXI). Nella compra-vendita trova pure posto un cenno sul contratto di riporto (tav. CII). Più ampio è lo svolgimento del contratto di locazione, nelle sue forme riguardanti le cose e le opere. Nella prima esso subì, cogli ultimi anni, alterazioni che l’A. sa giustamente collocare (tav. CVIII). Nella seconda forma accolse l’innesto di quel moto sociale cui vien accennato nella prefazione. Di qui la necessità d’esporre il contratto di lavoro con riguardo al contratto collettivo (tav. CXII), e di determinarne gli effetti come scaturiscono da leggi recenti e dalla carta del lavoro (tav. CXIII). Poiché a tutti è utile sapere in qual modo vanno inquadrate le norme della moderna legislazione sociale, basterebbero queste due tavole a render l’intera opera profittevole anche agli economisti. Ma preferiamo finire con le ultime parole della prefazione: «tutta la distribuzione s’ispira al criterio della maggior chiarezza possibile, procedendo dalle definizioni alle partizioni via via più minute e presentando allo studioso l’intera tavola per mezzo di richiami avanti ed indietro, con lo scopo sempre presente di aiutar a comprendere». Un libro, dunque, che non i soli studiosi di diritto, ma anche coloro, che nelle professioni, nelle industrie, nell’agricoltura debbono entrare quotidianamente in rapporti giuridici con altri, consulteranno con piacere e con frutto.

 

 

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Old and scarce Tracts on Money, with a preface by J. R. Mr Culloch, notes and Index. Photographed from the original volume printed for the Political Economy Club, 1856. (London, P. S. King and Son, Ltd, Orchard House, Westminster, 1933. Un volume di pag. XVIII-637. Prezzo 15 c. net).

 

 

Quello che qui si annuncia è uno dei sei volumi che Mc Culloch curò tra il 1856 ed il 1859. Dei due primi On Commerce (100-1856) and On Money (125-1856) le spese della pubblicazione furono sopportate dal Political Economy Club; degli altri quattro: On the National Debt (150-1857), On Paper Currency (150-1857), On Commerce (150-1859) e Miscellaneous Tracts (200-1859) dal banchiere S. J. Loyd, poi Lord Overstone, uno della pleiade post-ricardiana di economisti inglesi della prima età dell’ottocento ed uno degli autori dell’atto bancario del 1844. I volumi furono stampati in piccolissimo numero di copie (il primo numero segnato sopra tra parentesi dopo il titolo indica appunto il numero delle copie stampate, laddove il secondo si riferisce all’anno di pubblicazione); non furono messi in vendita, sibbene distribuiti fra i soci del Political Economy Club, il

noto cenacolo, tuttora vivo, fondato da Riccardo, Malthus, Tooke, e fra gli amici di Lord Overstone e del curatore Mc Culloch. Questi si propose di riportare alla luce saggi relativamente brevi (Tracts), venuti alla luce tra il sei ed il settecento, con alcune pochissime punte nel primo ottocento, segnalati per importanza nella storia del pensiero economico. Nessuno più del dottissimo autore di The Literature of Political Economy (si rileggano le prefazioni di Ferrara per apprezzare il vantaggio che gli economisti confessavano a mezzo l’ottocento di ricavare dalla consultazione di questo libro) era in grado allora di condurre a buon fine l’impresa utilissima. Nei sei volumi sono contenuti 67 saggi, tutti per qualche rispetto famosi e quasi tutti divenuti per la loro rarità inaccessibili allo studioso della storia delle dottrine economiche. Curatore ed editore ebbero tuttavia un torto: di limitare a numero troppo piccolo le copie della ristampa; la quale divenne perciò ben presto anch’essa introvabile. Chi anzi rifletta che uno dei volumi fu stampato in soli 100 esemplari; che parecchi dovettero andare dispersi fra gente indifferente; che non tutti furono donati alle medesime persone, comprenderà facilmente la ragione della rarità eccezionale delle collezioni compiute dei sei volumi. In Italia, che io mi sappia, solo il Laboratorio di economia politica della Università di Torino e la biblioteca della Università Bocconi di Milano posseggono gran parte dei volumi, non

però tutti.

 

 

Oggi, grazie alla riedizione fotografica dei benemeriti editori King and Son di Londra, gli studiosi possono finalmente procacciarsi a prezzo moderato (gli esemplari dell’edizione originale sono quotati da 5 a 6 sterline al volume, per quei volumi che di quando in quando capitano in antiquariato) ed in nitida stampa uno dei più interessanti dei volumi di Mc Culloch: quello curato su argomenti monetari per i soci del Political Economy Club. I quattordici saggi vanno dal 1626 al 1771. Celeberrimo fra i nomi degli scrittori di essi è certo quello di Isacco Newton, il grande astronomo; il quale attendeva all’ufficio di mastro della zecca di Londra e nel 1712 e nel 1717 dettò, appunto per ragion di ufficio, tre rapporti qui ristampati, ottenendo di far fissare in 21 scellini il corso della ghinea d’oro; al qual corso corre tuttavia. Più importante dal punto di vista dottrinale è il saggio di Lowndes, segretario al tesoro nel 1695, uno dei tanti che cercavano fin d’allora di trarre d’imbarazzo tesoro e debitori proponendo svalutazioni monetarie. Il saggio è celebre perché provocò la classica confutazione di Locke in uno scritto fondamentale per la formazione della dottrina sulla moneta, che si legge in ogni edizione delle opere del grande filosofo e fu voltato nel 1750 in ornata lingua italiana da G. F. Pagnini ed A. Tavanti e pubblicato sontuosamente in Firenze nel 1713 in due volumi in quarto, con annotazioni e discorsi, in edizione accolta tra quelle di Crusca. Di Sir William Petty il volume contiene le pagine famose, intitolate Quantulumcunque (1682), in cui il grande economista confutava l’errore di ritenere le svalutazioni monetarie strumento acconcio di arricchimento a danno degli stranieri.

 

 

Il saggio più lungo, che il Mc Culloch definitiva «una delle migliori e più pregevoli trattazioni le quali abbiano mai veduto la luce in materia monetaria», è l’Essay on Money and Coins di Joseph Harris (1757-1758). Mc Culloch, il quale non conosceva Cantillon, non poteva dire quanto l’Harris si fosse valso dell’Essai sur le commerce en général; ma

all’Harris rimane pur sempre tanto di suo da poter affermare essere egli uno dei più vigorosi espositori dei danni delle variazioni e delle svalutazioni monetarie. L’Essay dell’Harris è libro degno di essere consultato per rinfrescare la memoria sulla storia della moneta e sugli insegnamenti che da essa possiamo ricavare.

 

 

L’edizione originale e la presente ristampa sono arricchite dalla riproduzione dei frontespizi delle prime stampe degli opuscoli riprodotti, sì da mettere il lettore a contatto, non solo del pensiero, ma quasi della forma nella quale il pensiero aveva primamente veduto la luce.

 

 

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Ilm. Kovero – Some Views on Marginal Utility and the Theory of Taxation. (Helsinki, Helsingin Uusi Kirjapaino. Osakeyhtio (Finlandia), 1933, un vol. in-8° di pag. 103. Prezzo 9 s. net).

 

 

Il dott. Kovero studia nella suggestiva memoria l’influenza che la dottrina dell’utilità marginale ha avuto sul problema della progressività nell’imposta. È noto che le due ipotesi veramente diverse, in base alle quali si giunge alla dimostrazione della razionalità dell’imposta a base variabile crescente (cosidetta progressività), sono quelle del sacrificio proporzionale e del sacrificio uguale. L’ipotesi del sacrificio minimo essendo una semplice variante di quella del sacrificio uguale.

 

 

L’ipotesi del sacrificio proporzionale dice che l’imposta pagata da due o più contribuenti deve essere tale da rendere eguale per tutti i contribuenti il rapporto fra la soddisfazione perduta in conseguenza dell’imposta (s) e la soddisfazione totale che si sarebbe ottenuta se l’imposta non fosse stata pagata (S). Indicando con a, b, c, i contribuenti, l’imposta deve soddisfare alla condizione:

 

 

sa/Sa = sb/Sb = sc/Sc = ……… = sn/Sn

 

 

Il Kovero osserva che siffatto modo di misurare il sacrificio provocato dall’imposta non deriva dalla dottrina dell’utilità marginale. Secondo questa, l’ultima unità di ricchezza posseduta dà una certa soddisfazione (s) all’individuo. Se l’imposta preleva tale unità, l’individuo perde o sacrifica la soddisfazione s. Nel calcolare s si è già tenuto conto della variazione che nell’ammontare totale della soddisfazione goduta da Tizio si è operata in conseguenza dell’imposta. Prima la soddisfazione totale era S, ed ora è S – s. La quantità s tiene già conto di tutte le privazioni che Tizio sopporta in conseguenza del possesso di un minor numero di unità di ricchezza: diversa distribuzione della sua ricchezza fra i diversi beni, nel tempo presente e in quello futuro, diversa intensità marginale dei bisogni soddisfatti, ecc. ecc.

 

 

Quando si parta dalla premessa che s misura tutto ciò che v’ha da misurare in conseguenza dell’imposta, non si capisce che cosa significhi il rapporto s/S. Secondo il Kovero, la adozione del rapporto s/S implica la non accettazione della sufficienza di s come misura della soddisfazione positiva o negativa provata in conseguenza dell’acquisto o della perdita della postulata unità di ricchezza, ossia implica la non accettazione della dottrina dell’utilità marginale. Il principio del sacrificio proporzionale (sa/Sa = sb/Sb = sc/Sc = ……… = sn/Sn) sarà quel che sarà, ma non deriva dalla dottrina dell’utilità marginale. Ed è, altresì, abbastanza imperscrutabile in sé stesso: se gli uomini misurano le variazioni dei loro piaceri e dei loro dolori in base ad s (soddisfazione guadagnata o perduta per l’aggiunta o la perdita di una unità di ricchezza), che senso ha quest’altra misura: rapporto fra l’acquisto o la perdita della soddisfazione così misurata e la soddisfazione totale che si avrebbe avuto se l’aggiunta o la perdita non si fossero verificate? O si accetta la dottrina dell’utilità marginale ed in tal caso dobbiamo misurare le soddisfazioni in base ad s. O non la si accetta ed in tal caso bisognerà, pare dica, sebbene non espressamente, il Kovero, costruire, prima di discorrere, un’altra teoria del valore.

 

 

Al principio del sacrificio uguale il Kovero non muove obbiezioni di logica economica. Non nega che esso sia uno svolgimento logico della dottrina dell’utilità marginale. Ma, sulla base di ipotesi varie intorno alla curva della decrescenza dell’utilità egli, con elaborate dimostrazioni matematiche, conclude:

 

 

1) che l’aliquota risulta costante nel solo caso in cui si accetti l’ipotesi di Bernouilli: ita vero valde probabile est lucrum quodvis semper emolumentum afferre summae bonorum reciproce proportionale, essere cioè il pregio di 1 lira per chi possiede 1.000 lire uguale al pregio di 10 lire per chi possiede 10.000 lire ed al pregio di 50 lire per chi possiede 50.000 lire;

 

 

2) se non si accetta, per la sua inverosimiglianza, l’ipotesi ora detta, l’imposta, fondata sul principio dell’uguaglianza di sacrificio, non può mai, contrariamente all’opinione di Sax, di Seligman e di altri, a nessun punto anche altissimo della curva dei redditi o dei patrimoni, diventare proporzionale;

 

 

3) non solo l’imposta è a base variabile crescente (progressiva), ma, comunque si supponga tenue la ragione della decrescenza dell’utilità, essa necessariamente cresce sino alla confisca totale del reddito o del patrimonio. Se l’utilità decresce rapidamente, il momento della confisca arriva presto; se lentamente o lentissimamente, il momento giungerà più tardi. Ma giunge in ogni caso.

 

 

Le conclusioni del nitido concetto del Kovero sono importanti. Forse però l’osservazione decisiva è buttata là incidentalmente: «Nel trattare il problema dell’imposta progressiva bisogna supporre che la utilità diminuisca più o meno rapidamente, ma sempre in conformità ad alcune norme generali (medie). Anche se nei casi concreti individuali accadono irregolarità grandissime, possiamo considerare probabile che la decrescenza dell’utilità abbia luogo con una certa regolarità. Se ciò non possiamo assumere, evidentemente nulla può concludersi intorno alle norme dell’imposta progressiva, fuorché essere impossibile stabilire al riguardo qualsiasi norma (59 – 60)». Come ho avuto occasione di rilevare ripetutamente (la R. S. 1933, 598,742 e 1934, 432), qui è il gran salto della teoria del sacrificio. Che cosa è l’uguale, quando non esiste il metro? Può dirsi razionale una teoria la quale presuppone necessariamente l’empirismo di una legge uniforme di decrescenza della utilità della ricchezza? Legge scelta ad arbitrio ed applicata a tutti gli uomini? Alla teoria del sacrificio proporzionale rimaneva aperto uno spiraglio: non occorre misurare e paragonare da uomo a uomo sacrifici assoluti, bastando assumere l’uguaglianza del rapporto fra s ed S, ambo quantità psicologiche riferite ad un medesimo individuo epperciò paragonabili fra di loro. Ed il rapporto fra due quantità assolute essendo un’astrazione, un numero, pareva lecito paragonare i numeri astratti. Viene Kovero e dice: quel rapporto è un non senso od almeno è un non senso rispetto alla dottrina del valore quale è stata costruita attorno al principio dell’utilità marginale. Per darvi un senso, pare egli aggiunga, bisogna innestarla sul tronco di un’altra dottrina del valore o far a meno di qualsiasi dottrina del valore. La quale ultima alternativa, per una teoria che deve misurar qualcosa (imposte pagate) par grossa. Ancor più grossa pare tuttavia l’esigenza di una nuova dottrina del valore.

 

 

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A. D. Giannini. – Elementi di diritto finanziario e di contabilità dello stato. (Milano, A. Giuffrè, 1934, un vol. in-8° di pag. VIII a stampa e 357 tipo-litografate. Prezzo L. 35).

 

 

Buon volume, il quale, pur nella sua veste non definitiva, è promessa di un rifinito trattato di diritto finanziario. Giova ricordare le partizioni dell’opera: Introduzione: a) Il diritto finanziario; b) L’organizzazione finanziaria dello stato. – I – L’amministrazione patrimoniale:a) L’azienda statale; b) I beni demaniali; c) I beni patrimoniali; d) I contratti dello stato. – II. – I tributi: a) Concetto e classificazione delle imposte; b) Le imposte (Il rapporto giuridico d’imposta, le imposte dirette, le imposte indirette, le privative fiscali, le imposte sui trasferimenti della ricchezza, sugli affari civili, sulle successioni, le imposte sui consumi); d) I tributi speciali; e) Le tasse; f) I tributi locali. – III. – La gestione finanziaria dello stato: a) Il bilancio dello stato; b) Effettuazione delle entrate; c) Effettuazione delle spese; d) I conti giudiziali e la giurisdizione della Corte dei conti.

 

 

Taluno, guardando all’accidente e non alla sostanza, si ostina nell’opinare che l’inferiore avanzamento scientifico del diritto finanziario in confronto alla scienza delle finanze derivi in gran parte dal vassallaggio del primo in confronto alla seconda, dalla predilezione in che gli economisti detentori in Italia della cattedra abbinata delle due materie tengono la scienza delle finanze in confronto al diritto finanziario. Non nego che l’esistenza di una cattedra promuova gli studi intorno ad un problema; quantunque, per non andar fuori della finanza, non si veda come una cattedra non mai coperta o non desiderata o non esistente – è noto essere quella cattedra una invenzione franco-italiana – abbia potuto promuovere gli studi di Pantaleoni, di Wicksell, di Edgeworth, di Cohen- Stuart, di Lindhal, che pur segnano nella scienza pietre miliari; ma, certamente il problema deve pre-esistere alla cattedra e ne è la necessaria condizione. Verri diede, senza cattedra, all’economica più di Beccaria che pur la teneva. Adamo Smith ne fu il padre, e grazie alla fama acquistata col suo gran libro e più all’amicizia del duca di Buccleugh divenne, invece che cattedratico, commissario alle dogane. Giambattista Say esaltò la propria potenza mentale quando fu da Napoleone privato della cattedra, perché ideologo.

 

 

Esistono problemi di diritto finanziario? Questo è il vero quesito dalla cui soluzione dipendono le sorti della scienza del diritto finanziario. Ecco qui un giurista egregio, il Giannini, il quale dal modo stesso in cui scrive rivelasi di buona scuola giuridica, ragionatore acuto nel modo proprio dei giuristi, ed insegna alla Cattolica di Milano diritto finanziario senza contaminazioni di scienza delle finanze. Il Giannini porta il medesimo acume giuridico in tutti i campi da lui percorsi, che sono essenzialmente tre: amministrazione finanziaria, diritto tributario e contabilità di stato. Egli riunisce i tre campi «non perché il diritto finanziario che ne tratta costituisca un sistema organico di rapporti omogenei», ma perché esso regola una unica materia comprendente «un insieme di rapporti di diversa natura, aventi in comune soltanto il loro riferimento materiale alle molteplici attività che lo stato esplica nel campo finanziario». E cita il diritto coloniale, il diritto industriale, il diritto agrario, che si troverebbero nella medesima situazione. A leggerlo, mi sono convinto che il Giannini ha, per la scienza da lui coltivata, ambizioni più alte di quelle che son contenute nella costituzione, a scopo di vantaggiosa divisione di lavoro – vantaggiosa entro i limiti in cui sono tali tutte le divisioni del lavoro scientifico – di quelle modeste specializzazioni del diritto pubblico o privato che hanno le denominazioni da lui citate. Il diritto finanziario non può costituirsi semplicemente col portar via fette di materia ai diritti costituzionale ed amministrativo od alla contabilità di stato. Deve esistere qualcosa che spinga il suo cultore a dire: questo problema è mio, ed il pubblicista puro, con i suoi strumenti propri, non lo può trattare. A leggere il corso del Giannini si vede che egli nel cuor suo pensa che uno solo dei tre campi da lui percorsi, quello del diritto tributario, soddisfi al requisito della autonomia scientifica. Non solo lo dice nell’introduzione (pag. 6), ma in tutto il corso fa vedere come egli si compiaccia, più che del resto, della trattazione dei tributi. Ma «dati i fini pratici» del corso, occorreva a lui non dimenticare il resto.

 

 

I risultati ottenuti via via chiariranno la via da seguire: se convenga limitare il discorso a quei problemi i quali abbiano caratteristiche proprie e si dimostrino capaci di una costruzione giuridica diversa da quelle già contenute in altre discipline; oppure sistematicamente elaborare tutte le norme giuridiche le quali si riferiscano alla attività finanziaria dello stato. La prima via parmi meglio adatta agli ingegni creatori, ai quali dà noia lo scrivere trattati “completi”. Ma talvolta accade che persino un trattato completo si faccia leggere da cima a fondo; ed allora è nato il capolavoro.

 

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