Prefazione – L. Robbins, Di chi la colpa della grande crisi?
Tipologia : Altre Pubblicazioni
Data pubblicazione : 01/01/1935

Prefazione – L. Robbins, Di chi la colpa della grande crisi?

Lionel Robbins, Di chi la colpa della grande crisi?, Einaudi, Torino, 1935, pp. 9-14

 

 

 

Che un libro, come quello dell’economista succeduto giovanissimo al Cannan nella cattedra di Londra, si faccia leggere d’un fiato, malgrado che l’autore non abbia sacrificato al desiderio di guadagnare il favore del pubblico né il rigore del ragionamento né il tecnicismo della trattazione, prevalentemente astratta e monetaria, è cosa che tiene quasi del miracoloso.

 

 

Sembra quasi di essere ricondotti ad un’altra età feconda; quando Malthus e Ricardo, Sismondi e Gian Battista Say tenevano desta l’attenzione degli spiriti meditanti d’Europa con carteggi e con saggi memorandi. Sembra anche di avere sotto gli occhi, fresche di torchio, le pagine incalzanti dalle prefazioni di Francesco Ferrara o dei saggi di Maffeo Pantaleoni. Né, come a tratti accade svolgendo le pagine di un altro superbo scrittore inglese contemporaneo di saggi economici, ci prende l’affanno di essere trascinati a conclusioni paradossali. Anche se non si sia d’accordo con lui, dobbiamo riconoscere che la tessitura del libro del Robbins è rigidamente, severamente scientifica.

 

 

Due sono, massimamente, gli strumenti mentali con cui egli tenta la spiegazione della crisi; anzi della «grande crisi» come egli per il primo, con felicissimo intuito psicologico, intitolò il male odierno che travaglia il mondo: le variazioni del saggio dell’interesse e la distinzione scolastica fra beni strumentali o di produzione e beni diretti di consumo ripetuto da un lato e beni diretti di consumo immediato dall’altro. Il libro che qui si presenta al pubblico italiano è forse la dimostrazione più brillante, lucida come una spada affilata, della potenza chiarificatrice di alcuni concetti astratti che è merito singolare della scuola economica viennese, antica e nuova, di avere elaborati e sfaccettati all’infinito.

 

 

Centinaia di migliaia di studenti, in tutti i paesi del mondo, hanno ripetute le definizioni e le analisi delle variazioni del saggio dell’interesse e della distinzione fra beni strumentali e beni diretti. Quanti hanno in quei concetti scolastici intravveduto la spiegazione della grande crisi? Ed ecco, viene il Robbins e ci offre, in una trama intessuta di fili sottilissimi di ragionamento e di eleganti riprove statistiche un piccolo capolavoro di analisi astratta e di esemplificazioni concrete; di ragionamento puro e di pathos commosso; e ci costringe a ripiegarci su noi stessi ed a rimeditare su vicende, intorno alle quali ci sembrava di esserci già formata una convinzione.

 

 

Un siffatto libro di rigorosa teoria e di arte raffinata, non poteva essere scritto se l’autore non fosse riuscito a mettersi per sei mesi in quel particolare stato di grazia spirituale che ogni studioso vorrebbe augurarsi di sperimentare una volta nella vita. Guardato nei suoi aspetti ed effetti pratici, il libro del Robbins è un atto di accusa, veemente nella sua pacatezza serena, contro la politica monetaria e creditizia del suo paese e degli Stati Uniti; Londra e New York

sono le grandi colpevoli della crisi. Sinché i sostenitori delle teorie della moneta manovrata ed i teorizzatori delle politiche di contingentamenti e proibizioni non siano disfatti e dispersi e non sia restituito dappertutto il regime aureo tradizionale e questo sia lasciato agire in pieno, senza restrizioni, in conformità all’indole sua, non c’è speranza che la crisi finisca.

 

 

Conclusioni tradizionali, che la esperienza di secoli aveva dimostrato vere: moneta sana, contratti osservati, sicurezza nell’avvenire, frontiere doganali aperte o, se chiuse, limitate esclusivamente da dazi in somma certa e per tempo definito, saggio di interesse manovrato in tempo per impedire pazzie speculative. Avrebbe torto però chi credesse che il libro ripeta soltanto vecchie, sia pure ottime, ricette.

 

 

Dal giorno in cui i socialisti, Carlo Marx alla testa, proclamarono la bancarotta della scienza economica, questa ha saputo profondamente ricomporsi ed affinarsi. Accadde però agli economisti quel medesimo che ai cultori di tante altre scienze: come la fisica teorica è un corpo di dottrine inaccessibile ai profani, i quali si dilettavano e si dilettano di sperimenti semplici e di risultati meravigliosi, così la economica è divenuta una scienza astratta, la quale elabora sottili postulati e ne deduce teoremi la cui validità è apparentemente limitata ad un mondo rarefatto.

 

 

Chi leggeva Adamo Smith e Stuart Mill e Francesco Ferrara scorgeva immediatamente il nesso fra l’astratto e il concreto, fra la teoria e la realtà; vedeva combattuto o difeso un provvedimento al quale gli uomini viventi si interessavano. Perciò la scienza economica era popolare, e nelle aule dell’università di Torino si accalcava la folla nel dicembre del 1849 ad ascoltare le lezioni di Ferrara ed il conte di Cavour ne scriveva il rendiconto per i lettori del Risorgimento. Chi, dopo, lesse Gossen, Walras, Jevons, Bohm Bawerk, Menger, Marshall, Pantaleoni (Principii), Pareto (Manuale) e Pigou poté credere di essere trasportato in un altro mondo.

 

 

Non più si incontrarono, se pure avevano mai avuto effettiva importanza per la costruzione della scienza, liberismo e protezionismo, individualismo e collettivismo, uomini egoistici e uomini filantropi, ma ipotesi astratte di concorrenza piena, di monopolio, di duopolio, di polipolio, curve di domanda e curve di offerte, linee di indifferenza, prezzi di domanda e prezzi di offerta di beni e di servigi, di beni presenti e di beni futuri, o saggi di interesse ecc. Ipotesi, ipotesi ed ipotesi senza fine, messa in equazione di dati noti o supposti noti e di incognite, risoluzione delle equazioni; una distesa senza fine di lettere dell’alfabeto e di notazioni matematiche.

 

 

Dal 1870 ad oggi la scienza economica pareva ogni giorno più staccarsi dal mondo e diventare uno studio raffinato per un numerato manipolo di scienziati puri. Perciò invece di lugubre, come Carlyle l’aveva definita, era diventata incomprensibile al popolo. Gli uomini politici, gli uomini di affari, ragionevolmente estranei al grande movimento, il quale negli ultimi sessant’anni ha trasformato la nostra scienza, assumevano che essa fosse tuttora quella che aveva trovato la propria caricatura negli epigoni ultimi della grande scuola classica della prima metà del secolo scorso. Contro quegli epigoni avevano combattuto, alla lor volta caricaturandoli, i socialisti del tempo di Marx e gli economisti storicisti. La battaglia si prolungava ancora, ma era battaglia a vuoto, perché gli economisti erano altrove e, chiusi in una torre di avorio, elaboravano raffinate ipotesi e raffinatissimi teoremi e non si interessavano affatto alle polemiche che in lor nome venivano combattute.

 

 

Oggi finalmente gli economisti accennano ad uscire dalla loro torre d’avorio. Saranno ascoltati? La loro scienza tornerà a diventar popolare? Essi brandiscono armi nuove e strumenti inusitati: tempi lunghi e tempi brevi, beni strumentali e beni diretti, beni capitali, beni a consumo ripetuto e beni a consumo unico, aperture di credito che generano depositi, moneta bancaria, moneta neutrale. Pretendono, costoro, di spiegare così i fatti che accadono attorno a noi. Alcuni di essi, i più pugnaci della eletta schiera, i giovani viennesi eredi della gloriosa scuola dei Menger, dei Bohm Bawerk e dei Wieser pretendono, con quelle sottigliezze, spiegare la vera causa della distruzione, la quale va compiendosi giorno per giorno sotto i loro occhi, della economia austriaca; e poiché la vera causa non è, se non in piccolissima parte, il divieto alla piccola Austria di unirsi alla grande Germania, essi senza farlo di proposito difendono l’indipendenza del loro paese.

 

 

Codesti giovani economisti, i quali nuovamente si affacciano, dopoché due generazioni di indagatori hanno vissuto meditando in silenzio, sul campo delle lotte politiche e sociali, hanno l’aria di dire: noi non siamo nulla, noi non siamo i profeti di alcuna fede e di alcun credo, accettiamo quell’ideale che voi, potenti della terra, bandite ai vostri popoli: capitalismo, là dove esso persiste, comunismo in Russia, corporativismo in Italia, nazionalsocialismo in Germania. Non a noi, umili tecnici dello strumentalismo economico, spetta di dichiarare ai popoli gli ideali che essi debbono o vogliono proporsi. Il compito spetta ai popoli medesimi ed ai capi che li guidano ed hanno assunto innanzi a Dio la responsabilità di condurli alla meta.

 

 

 

Noi intendiamo soltanto offrire, ai popoli ed ai capi, a tutti i popoli ed a tutti i capi, qualche strumento che ad essi possa giovare nel rispondere all’ansiosa domanda quotidiana: il mezzo adoperato o quello alternativo è atto a far toccare la meta desiderata? A quel costo? In quanto tempo? La vita è una continua scelta fra ideali e fra mezzi atti a conseguirli.

 

 

Noi economisti ci inchiniamo all’ideale e profferiamo l’opera nostra nella analisi dei mezzi scelti per conseguire quell’ideale. Sia lecito ad uno il quale da tempo oramai discende giù per la china della vita affermare che questi giovani economisti, i quali così parlano, con singolare concordia spontanea di linguaggio e di ragionamento, dall’Italia all’Inghilterra, dall’Austria alla Germania, dalla Francia agli Stati Uniti, danno speranza di diventare una delle maggiori forze spirituali del mondo. Abbandonate le teorie extrascientifiche e perfezionato potentemente lo strumento di indagine, la scienza economica si appresta in lor mano ad emulare le gloriose vittorie dell’epoca degli Adamo Smith e dei Ricardo, dei Say e dei Ferrara. L’umiltà, di cui essi fanno testimonianza, col limitarsi a studiare esclusivamente l’adeguatezza dei mezzi scelti al fine voluto dai popoli e dai capi, è in realtà una grandissima forza. La vita è una lotta continua fra ideali.

 

 

Quale ideale è destinato a vincere? Quello che meglio saprà tener conto dell’ostacolo eterno, il quale si oppone agli uomini: la limitatezza dei mezzi. Poiché i mezzi a disposizione degli uomini sempre furono, sono e saranno limitati rispetto ai desideri ed agli ideali, che sono molti e illimitati, giuocoforza è scegliere. L’uso ottimo di mezzi limitati, paiono aggiungere gli economisti, è condizione necessaria per la conquista non dell’ideale economico, che è l’infimo tra gli scopi della vita, ma di quell’ideale supremo, il quale, ubbidendo all’imperativo categorico morale, comanda a popoli ed a re. Satana, e cioè lo spirito dell’orgoglio, ha forse persuaso i giovani economisti amici miei a vestire il saio dell’umiltà ? Sperano essi in tal modo di farsi ascoltare più facilmente nei consigli dei potenti del mondo?

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