300 milioni alle costruzioni navali?

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 09/07/1921

300 milioni alle costruzioni navali?

«Corriere della Sera», 9 luglio 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 248-252

 

 

 

Dicono che sia sorta o stia sorgendo una lega dei contribuenti italiani; qualcosa di simile alla lega per la pubblica economia che sta rendendo infelice la vita ai ministri inglesi e riporta lassù segnalate vittorie ad ogni nuova elezione nei collegi rimasti vacanti nel corso della legislatura. Se è vero che qualcuno medita in Italia di far risorgere quella lega dei contribuenti che forse 22 anni fa l’on. Giretti aveva fondato a Torino – ma non andammo oltre lo statuto ed il programma – avrà un gran da fare a correre dietro alle continue incessanti proposte di spese nuove le quali, a colpi di centinaia di milioni, insidiano il bilancio italiano e dovrebbero, se la logica valesse qualcosa, costringere a mettere nuove imposte, invece di pensare, come tutti chiedono e giustamente, a scemare la ferocia e la sperequazione e la stravaganza delle imposte vecchie.

 

 

Ecco qui, il ministro dell’industria che propone di buttar dalla finestra 300 milioni col pretesto di favorire l’armamento e le costruzioni navali; ed i 300 milioni sono, lo dichiara l’on. Alessio, appena un acconto di quello che verrà poi e non comprendono l’onere nascosto delle esenzioni dalle imposte, onere vero e reale, sebbene non figurante in bilancio. Ma, se ho capito bene, la commissione della camera ha respinto il progetto, non perché la spesa fosse fuor di luogo, ma perché la soluzione non era compiuta, il che, in lingua povera, sembra voler dire che bisogna spendere di più.

 

 

Ho detto che si tratta di buttar 300 milioni dalla finestra; ed ecco perché. Durante la guerra e dopo l’armistizio, con alcuni decreti, di cui qui importa ricordare solo quelli Villa e De Nava del 18 agosto 1918 e del 30 marzo 1919, si ritenne opportuno, in un momento in cui i noli erano altissimi e le navi da carico si pagavano a peso d’oro, di incoraggiare la costruzione di piroscafi da carico nei cantieri nazionali. Ai costruttori si promisero mari e monti: esenzioni da requisizioni, esenzione dalle imposte ordinarie e dalle imposte straordinarie sui sovraprofitti di guerra; e finalmente la scelta fra il navigare a conto dello stato con nolo biennale e il navigare a nolo libero col rimborso di un sesto del sovraprezzo. Ossia, il costruttore il quale entro il 30 giugno 1921 metteva in effettivo esercizio una nave da carico di stazza lorda superiore alle 500 tonnellate costruita in un cantiere nazionale aveva diritto di darla a nolo per due anni allo stato. Il nolo doveva comprendere l’interesse dell’8per cento sul capitale investito, il rimborso di tutte le spese di esercizio, un congruo utile industriale; ed in aggiunta il rimborso della differenza fra il costo della nave ed il valore che si presumeva per legge la nave dovesse avere alla fine del biennio. Supponiamo che una nave da 8.000 tonnellate costasse 2.000 lire per tonnellata. Se il valore legalmente attribuito alla nave da una certa tabella B alla fine del biennio era di sole 400 lire, lo stato doveva pagare all’armatore lire 1.600 ossia 12.800.000 lire. Il concetto era logico, una volta che si partiva dalla premessa che convenisse allo stato far costruire navi in paese. L’armatore a buon diritto diceva:

 

 

«Questa nave, a costruirla, mi costa 16 milioni. Da qui a 2 anni, ribassando il prezzo della tonnellata da 2.000 a 400 lire, la nave varrà solo 3.200.000 lire. Se qualcuno non mi paga l’ineluttabile perdita di 12.800.000 lire, come posso io costruire la nave?»

 

 

E così si fece; e un certo numero di navi fu messo in cantiere e costruito in sostanza a spese dello stato. Avvenne poi, siccome gli avvenimenti vanno sempre alla rovescia delle previsioni dei legislatori, che, quando le nuove navi cominciarono ad entrare in esercizio, i noli erano già andati a catafascio, senza aspettare il decorso dei due anni, ed invece di scarsità, di navi sul mercato c’era grandissima abbondanza. Cosicché nessun armatore scelse l’altra via che i decreti gli profferivano, che era di navigare a nolo libero, per conto proprio, contentandosi di avere dallo stato il rimborso soltanto del sesto di quella tal differenza fra il valor di costo, ad es. 2.000 lire, ed il valor di realizzo, in 400 lire. Tutte le navi corsero a mettersi sotto le ali protettrici del nolo biennale statale.

 

 

Fin qui non c’è nulla a ridire. Lo stato s’era preso il lusso di far costruire delle navi per 16 milioni di lire l’una; s’era obbligato a pagare la differenza fra 16 costo e 3,2 valore. Aveva commesso uno sproposito di previsione, perché quelle navi erano appena entrate in acqua, che il mondo era pieno di navi da vendere per 3,4 o 5 milioni di lire. Ma chi rompe, paga; chi commette l’errore di previsione, deve subirne il fio; anche se l’errore lo commettono i ministri e chi paga lo scotto è il contribuente.

 

 

Il bello viene ora. Pare che al 30 giugno 1921, ultimo giorno valido per l’entrata in esercizio a spese dello stato, esistessero ancora 50 piroscafi da 8.000 tonnellate in media impostati sullo scalo, ma non ancora terminati. Questi 50 piroscafi non hanno alcun diritto ad alcun favore da parte dello stato. Il decreto 30 marzo 1919 parla chiaro, lampante: i favori dello stato sono concessi solo a quei piroscafi i quali siano stati ammessi a far parte della marina mercantile nazionale non oltre il 30 giugno 1921, se costruiti in Italia. I costruttori sapevano bene il rischio che correvano impostando navi in cantiere; e li corsero ad occhi bene aperti. Ogni tecnico sa quanto tempo occorre tra la impostazione sullo scafo e la entrata in esercizio; ognuno sa fare e fa il suo calcolo dei casi di forza maggiore, degli scioperi, e di tutti gli altri impedimenti possibili. Se un piroscafo non poté entrare in esercizio entro il 30 giugno, ciò era stato quasi sempre previsto e doveva esserlo sempre. Questi 50 piroscafi che oggi fanno appello alla misericordia statale che ha sì lunghe braccia, furono costruiti a rischio dei costruttori. Essi speravano di fare un buon affare, perché neppure essi prevedevano il ribasso dei noli, cominciato nel luglio 1920. L’affare oggi è divenuto pessimo ed essi pretendono accollarlo allo stato.

 

 

Dicono, è vero, taluni costruttori che se non c’è un impegno scritto e legislativo, c’è un impegno morale da parte dello stato; che essi ebbero affidamenti, promesse, buone parole. Scuse magre; ché nessun industriale mediocremente avveduto arrischia milioni su vaghe promesse non autorizzate. Se poi le promesse ci furono, fuori i nomi! I ministri, che le diedero senza mettere le mani avanti, faranno brutta figura; ed i funzionari dovranno essere destituiti senza misericordia. È l’ora di finirla col sistema di promettere a destra e a sinistra i denari dei contribuenti, con una leggerezza scusabile soltanto con l’idea fatua di onnipotenza che di sé avevano concepito taluni grandi uomini dei ministeri.

 

 

Poiché lo stato non deve un soldo, è veramente incredibile come il governo passato abbia proposto di regalare ai costruttori 300 milioni. È vero che l’on. Alessio nota che, se ai 50 piroscafi ritardatari si fosse applicato senz’altro il decreto De Nava, si sarebbero dovuti spendere 850 milioni, e quasi ha l’aria di dire: «Vedete quanti denari faccio risparmiare io allo stato, proponendo di spendere soli 300 milioni!» Ma il confronto non è fra 850 e 300 milioni; è fra 850 o 300 da una parte e zero dall’altra. Lo stato, indiscutibilmente, senza ombra di dubbio, non deve un soldo; e pagare anche solo una lira, è puro spreco del pubblico denaro; è accollare intollerabili imposte ai contribuenti o fare debiti altrettanto intollerabili al solo intento di far diventar buono o meno cattivo un affare che alcuni privati iniziarono per loro conto sperando di guadagnare, mentre invece perdettero.

 

 

Il nocciolo della questione è tutto qui; il resto sono amminicoli. Non ha grande importanza il modo con cui si propone di spendere i 300 milioni; ché tutti i modi di sprecar denaro sono pessimi. Sono frasi piene di vento la protezione alla marina mercantile, il pericolo politico della disoccupazione operaia, lo sbilancio commerciale e simiglianti stranezze. Se si dovranno chiudere dei cantieri e piantare in asso piroscafi in corso, sarà ancora il minor male. Non è un delitto spendere 1.800 lire, come pare occorra oggi in Italia, 1.800 sacrosante lire nostre, in fatica, materiale, interessi ecc. per fabbricare una nave che si può acquistare con 400 o 500 o 600 lire senza alcuna difficoltà? Agire in questo modo non vuol dire forse accrescere la disoccupazione operaia? Forseché a spendere male il denaro si dà più lavoro che a spenderlo bene e con oculatezza? Né fa differenza alcuna che le 1.800 lire si spenderebbero in Italia, mentre le 400 o 500 lire si manderebbero fuori per comprare una nave estera; poiché persino i paracarri delle strade dovrebbero oramai sapere che noi la nave estera non la possiamo comprare e non la compreremo mai con oro, che non abbiamo, o con biglietti, che nessuno accetta all’estero, ma con merci italiane, fabbricate da noi ed esportate all’estero, ovvero con servigi d’altra specie resi a forestieri. Il che vuol dire che comprando le navi all’estero, non abbiamo rinunciato neppure ad un’ora di lavoro italiano e prestato in Italia. L’abbiamo soltanto impiegato nel produrre cose e servizi utili da esportare in cambio di navi invece che sprecarlo in navi troppo costose. Se poi, per accidente, qualche disoccupato ci avrà ad essere per causa della chiusura dei cantieri, sarà sempre un minor male pagargli temporaneamente un sussidio di disoccupazione. Purché sia un vero sussidio e non incoraggi all’ozio, il sacrificio sarà sempre assai minore.

 

 

Né si cianci di mancato impulso alla marina mercantile. Sono 50 anni che diamo impulsi di questo genere; e sono 50 anni che si sprecano centinaia di milioni, senza cavarne alcun costrutto. In che si giova la marina mercantile, quando compra a 500 una nave italiana, che è costata allo stato in sussidi altre 1.000 o 1.500 lire, invece di una nave estera alle stesse 500 lire? Quel che monta, per far progredire la marina mercantile, è di poter comprare le navi migliori al minor prezzo possibile e di poterle far navigare dove e come e quando si crede. Il che si ottiene solo con la libertà; mentre quando lo stato regala qualcosa, vuol subito ficcare il naso ad insegnare il mestiere a chi lo sa molto meglio di lui. Per esempio, una delle condizioni a cui è sottoposto il regalo dei 300 milioni, che le navi sussidiate viaggino oltre Gibilterra, Perim ed i Dardanelli e che i viaggi siano eseguiti in entrata e in uscita da porti nazionali. Condizioni insensate, perché può darsi che l’impiego migliore di una nave in un dato momento sia precisamente quello di viaggiare entro il Mediterraneo o fra porti esteri. Quando mai gli armatori italiani perderanno il maledetto vizio di chiedere l’elemosina ad uno stato, che, dandola, lo circonda di tanti vincoli da renderla vana? Quando mai comprenderanno che il loro massimo interesse è di riacquistare intiera libertà da stato, da cantieri, da rotte di viaggio prestabilite; correndo dietro ai migliori noli, dovunque si trovino e recando allora, sì, la marina italiana ad insuperata grandezza?

 

 

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