Conoscerli
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 29/03/1961

Conoscerli

«Corriere della Sera», 29 marzo 1961

 

 

 

Dopo il «non crearli», nella graduatoria dei mezzi atti ad attenuare, ridurre, restringere e sopprimere i monopoli, viene il «conoscerli». Se non si sa che cosa siano, quanti siano e che cosa facciano, come si possono «regolare» con efficacia?

 

 

Se l’inchiesta Tremelloni si farà, bisognerà badare che essa non sia conclusa con una relazione, che sarebbe senza sale né pepe, né carne né pesce, firmata dal relatore o presidente, a nome di tutti i commissari. Sarebbe, anche se corredata da diligenti relazioni speciali, sui temi discussi ed approvati dalla commissione, una relazione di compromesso, e cioè nulla.

 

 

Se l’inchiesta deve illuminare, essa deve contenere i verbali stenografici degli interrogatori, a cui sono convocati tutti coloro i quali credono di avere qualcosa da dire (i chiacchieroni sarebbero subito messi fuori combattimento, dal fuoco di fila delle domande di commissari decisi a non perder tempo), le memorie complementari che gli interrogati chiedessero di presentare e le relazioni finali.

 

 

Dico «relazioni» al plurale, perché ogni commissario dovrebbe avere il dovere di dichiarare i punti nei quali egli dissenta dalla relazione generale ed i motivi del dissenso. Altrimenti è meglio non fare l’inchieste, per ottenere il solito risultato della broda lunga, in cui i dissensi si attenuano e le conclusioni non hanno sapore. Una maggioranza su alcuni punti essenziali precisi, ci sarà; e, per il resto, non è bene che ciascuno dica la sua franca opinione, anche se eterodossa?

 

 

Vi è tuttavia, un campo nel quale non v’è davvero bisogno di inquisire, informarsi e scrivere relazioni di maggioranza e di minoranza ed appunti di dissensi individuali. Sono, per legge, messe a stampa ed, in principio, pubblicate le relazioni alle assemblee degli azionisti delle società anonime. Queste non appartengono, la dio mercé, tutte alla categoria dei monopoli. Tutt’altro. Ma le relazioni dovrebbero fornire una parte dei dati necessari a scoprire, là dove esistono, i monopoli. Ho sotto gli occhi le relazioni ordinaria e straordinaria presentate in Milano dalla Montecatini rispettivamente il 29 aprile ed il 28 luglio 1960 agli azionisti per l’approvazione del bilancio 1959 e per l’aumento del capitale da 100 a 150 miliardi.

 

 

Sono relazioni, nei limiti della moda italiana, informative. Bilanci e conti sono abbastanza specificati; le informazioni non sono generiche e talvolta sono rese leggibili da punte polemiche in rapporto ad una concorrenza non si sa da dove e da chi proveniente. Direi che, vista la stringatezza consueta delle relazioni presentate in Italia alle assemblee

degli azionisti e la spartana lapidaria sobrietà delle cifre contenute nei bilanci, queste relazioni della Montecatini siano preclare. Ma, oh! differenza! ho sott’occhio anche il prospetto, inviatomi da un collega americano, che la stessa Montecatini dovette presentare a Nuova York per ottenere la autorizzazione ad emettere le nuove azioni, alle quali gli azionisti americani avevano, al par di quelli italiani, diritto in relazione all’aumento del capitale da 100 a 150 miliardi deliberato nella assemblea straordinaria del 28 luglio 1960.

 

 

Gli azionisti americani possedevano circa 400 milioni di lire su di un capitale totale di 100 miliardi; appena il 0,40 per cento.

 

 

Ma quante e quali notizie ricevettero il 4 ottobre 1960 affinché potessero a ragion veduta decidere se ad essi convenisse di sottoscrivere 4 azioni nuove per ogni 11 già possedute! In Italia gli azionisti si dovettero accontentare – e, ripeto, le informazioni ricevute potevano essere considerate alla moda nostrana, soddisfacenti – di meno di 20 pagine, grandi bensì, ma stampate a caratteri assai vistosi; laddove i portatori nord – americani (dico «nord – americani» e non «statunitensi», parola impropria inventata al tempo del fascismo a scopo di contumelia contro gli Stati uniti, impropria perché in lingua italiana si scrive «milanesi» e non «milanensi», «torinesi» e non «torinensi» ecc. ecc. e perché di «statunitesi» al mondo, caso mai, non ci sono solo coloro che vivono negli Stati uniti, ma anche cittadini del Brasile, del Venezuela e non so di quali altri Paesi ancora) del 0,40 per cento del capitale totale, hanno potuto meditare su di un fascicolo di 58 pagine, di composizione fitta fitta, senza intercalari di pagine bianche e con ampio sommario in capitoli e paragrafi.

 

 

In calce alla prima pagina (senza lusso di copertina né di frontespizio) è stampata l’avvertenza: «la S.E.C. (la Securities and Exchange Commission, la quale sopraveglia le borse, le emissioni di azioni, gli aumenti di capitale, i bilanci ecc. delle società da noi dette per azioni) non ha approvato né disapprovato i titoli qui offerti; né ha verificato se il presente prospetto di emissione sia accurato od adeguato; e qualunque diversa allegazione fosse fatta sarebbe reato (criminal offense)».

 

 

Il che vuol dire che la S.E.C. non assume alcuna responsabilità su ciò che è affermato nel prospetto; che essa denuncerebbe al giudice colui che le affibbiasse siffatta responsabilità; e che la responsabilità è tutta di coloro che hanno depositato il prospetto e dei sindaci che hanno dichiarato di aver verificato i conti.

 

 

Va da sé, che il presidente dott. Carlo Faina, i sindaci, il depositario delle azioni italiane a Nuova York, che è la Morgan Guaranty Trust Company non corrono alcun rischio di esseremandati in galera, perchè essi hanno dichiarato e certificato il vero; e le dure

sanzioni minacciate nel frontespizio bastano, ed hanno bastato da oramai un trentennio, a tener lontani dalla sede della S.E.C. quanti filibustieri nel mondo potrebbero aver avuto la tentazione di introdursi su quel mercato. Esservi ammessi è un grande onore; che si ottiene solo passando sotto le forche caudine di un rigoroso scrutinio.

 

 

Sarebbe troppo lungo riassumere il contenuto delle informazioni che la Montecatini ha dovuto fornire per ottenere l’onore della ammissione dei suoi titoli alle quotazioni di borsa, ambitissimo particolarmente dai portatori di titoli forestieri. Nelle fitte pagine si leggono:

 

 

  • particolari sulle modalità della sottoscrizione all’aumento di capitale

 

  • storia e descrizione del gruppo Montecatini

 

  •  andamento dei corsi delle azioni negli ultimi tre anni, in lire e in dollari

 

  • dividendi pagati

 

  • composizione dell’attivo, in debiti e in capitale proprio

 

  • redditi lordi, spese per interessi e imposte, redditi netti totali e per azione dal 1955 in poi, con l’indicazione dei periodi per cui i sindacati non hanno ancora verificato i conti

 

  • particolareggiata descrizione delle attività industriali varie del gruppo

 

  • dati della produzione, ugualmente particolareggiati, dal 1955 in poi, confrontata con la produzione totale italiana

 

  • operazioni del gruppo all’estero

 

  • ammontare delle spese per lo sviluppo della produzione e per le ricerche in campi nuovi

 

  • brevetti proprii, dati e ottenuti in licenza

 

  • descrizione delle singole proprietà industriali possedute, con dati particolari sugli impianti elettrici e sulle miniere

 

  • notizie sull’impianto iniziato dalla società negli Stati Uniti, nello stato della Virginia occidentale
  • relazioni con gli impiegati e gli operai

 

  • elenco nominativo delle società affiliate (praticamente al 100 per cento) alla società, con notizie sul capitale e sugli scopi

 

  • elenco e dati sulle società associate di cui il gruppo possiede il 50 per cento del capitale

 

  • nomi e cariche degli amministratori e dei principali dirigenti del gruppo, con indicazione degli onorari singoli dovuti in importi superiori ai 30.000 dollari all’anno e dell’ammontare totale versato al gruppo dirigente

 

  • diritti spettanti alle azioni italiane ed americane

 

  • provvigioni pagate negli ultimi tre anni alla banca Morgan, depositaria americana,

 

  • norme italiane regolatrici in materia di controllo dei cambi e di imposte.

 

 

Seguono, distintamente per la società madre e per le società affiliate e associate, i prospetti dei bilanci per gli ultimi tre anni e mezzo, tanto dei bilanci della società madre quanto di quelli «consolidati» del gruppo nel suo complesso: con dati sul patrimonio, sulle entrate e spese, sulle riserve legali e straordinarie e sui saldi a nuovo con abbondanti note spiegative.

 

 

Tutto ciò, si può osservare, in Italia l’azionista diligente può sapere recandosi nella sede di una qualunque società, di cui si possegga anche una sola azione e facendosi rammostrare i libri. Di fatto, alla sede non si reca mai nessuno; ché si consumerebbe molto tempo a voler esaminare tutto sul serio; ed a gittare uno sguardo, l’azionista sprovveduto non ne caverebbe alcun costrutto. Ben altro è ricevere a casa, all’indirizzo del titolare delle azioni nominative, ogni anno e più nelle occasioni straordinarie, un bel fascicolo in cui «tutte» le notizie interessanti per la conoscenza della società, siano raccontate dalla rava alla fava; e siano raccontate sotto la responsabilità civile e penale di chi firma il documento. Gli azionisti direttamente interessati hanno modo di conoscere i fatti proprii; ché se essi appartengono alla schiera del «parco buoi» e comprano azioni, senza sapere che cosa siano, cosa significhino in capitale, riserve, fabbricati, impianti ecc. e quanto all’incirca valgano in realtà, colpa loro se

 

piglieranno meritamente qualche solenne stangata. Si informino prima di comprare; e se, informandosi, nascono dubbi, vendano in tempo le azioni, senza querelarsi poi contro banche, agenti di cambio, controllori e magistrati. Oggi, in Italia, quando le cose vanno male e, dopo rialzi insensati i corsi dei titoli ragionevolmente precipitano, l’azionista può pretestare di essere stato ingannato da chi avrebbe avuto il dovere di informarlo; laddove dovrebbe in primissimo luogo riconoscere di essere stato leggero nell’andare come fan le pecore, le quali dove l’una va e le altre vanno; e vanno, ovviamente, nel precipizio. Sovratutto, nell’obbligo legale della pubblicità massima data alle cose delle società anonime c’è l’interesse comune. Come si fa a «conoscere» se l’opera delle società è conforme o non al vantaggio collettivo, se non si sa cosa fa o se i dati del bilancio sono così generici che non se ne capisce nulla? Come si conosce quali sono i rapporti finanziari dell’una società con le altre, le possibili o probabili intese per accordi sui prezzi, sui mercati, sugli approvvigionamenti reciproci, sui passaggi di guadagni dall’una all’altra cassa, se per legge non sia fatto obbligo di dichiarare, ad esempio, nei conti pubblicamente resi agli azionisti, in stampati reperibili a prezzo dichiarato:

 

 

  • la denominazione, il numero, il prezzo d’acquisto, il prezzo di inventario di ogni azione posseduta dalla società;

 

  • la natura e la qualità di ogni singola partecipazione in altre società ed imprese, con la indicazione dei capitali investiti ed affidati e dei rimborsi effettuati;

 

  • la indicazione precisa dei fabbricati posseduti, il loro uso, se per industria, commercio, abitazione per dipendenti od affitto a terzi, con quelle indicazioni di località, superficie coperta e totale, reddito imponibile e tributi, che valgano a configurare nella mente del lettore l’importanza economica dello stabile;

 

  • la indicazione dei terreni posseduti, località, superficie, reddito imponibile, data della valutazione catastale, culture?

 

  • e si potrebbe continuare; e bastano un giurista, un ragioniere ed un tecnico del mestiere ad approntare, per ogni tipo di impresa, un disegno di legge;

 

 

Non basta un articolo ficcato in un progetto antimonopolistico tanto preciso, chiaro, tassativo da non lasciar dubbio su ciò che gli amministratori delle società anonime debbono dichiarare ad occasione di ogni assemblea di azionisti, ordinaria o straordinaria.

 

 

Dico che, nell’ordine delle norme utili, questa, dopo quella dei «non crearli», la quale, sul fondamento della mia esperienza di predicatore anziano, oramai giudico disperata del «conoscerli» sia senza uopo di ulteriori inchieste, la maniera più sicura e facile di controllare, limitare, tagliar le unghia e sopprimere i monopoli. Alla stretta dei conti, dove sono le difficoltà? Quali lungaggini possono inventare i patroni delle parti come quelle che sono immaginabili se si vuole contestare il significato dannoso all’interesse pubblico di una azione compiuta da chi sia incolpato di monopolismo in conformità alle leggi vigenti o di quelle future?

 

 

Negli Stati uniti, paese classico della lotta antimonopolista, gli accusati si difendono e presentano alle corti giudiziarie, sino alla Corte suprema, memoriali a stampa, fittissimi e misurabili a metri; e, se si tratta di cose grosse, le vertenze durano anni. In Italia, dove lo spirito litigioso è vivo, la procedura sarebbe ancor più lunga. A meno che, si istituissero camere stellate e tribunali statari. Cosa che sarebbe denegata giustizia, concepibile in tempo di rivoluzione grossa e priva di risultati utili. L’obbligo di pubblicità nei bilanci e conti delle società anonime e dei simiglianti enti pubblici, semipubblici, concessionari pubblici, non presenta difficoltà veruna. è stato dichiarato o taciuto il possesso di tali e tante azioni, acquistate a tale prezzo ed inventariate in bilancio a tale altro od ugual prezzo? è stato elencato, con le notizie appropriate, il tale fabbricato o il tale terreno? La questione è di mero fatto e non comporta dubbi. I dati, tutti certi e non opinabili, richiesti sono taciuti o sono diversi dal vero? L’avvocato di parte deve star zitto; e se dice cose insulse od erronee, il giudice lo metterà a segno. Naturalmente, non bisogna pretendere che gli amministratori delle società dichiarino, sotto la loro responsabilità civile e penale, notizie assurde, come sarebbe, principalissima, quella del reddito «vero» della società. Nessuno chiederà, tuttavia, una dichiarazione cotanto priva di senso comune; ché di redditi «veri» se ne possono legittimamente elencare a decine, a seconda dei criteri seguiti negli ammortamenti, nelle svalutazioni, nel calcolo dei crediti dubbi, dei prezzi di inventario delle materie prime e dei prodotti finiti. Quel che si deve chiedere, è l’indicazione dei criteri che l’amministratore ha osservato nel fare i suoi calcoli. Ho gran paura che siccome il comando del «conoscerli» è il mezzo più sicuro, più agevole, meno controverso del «fare» e del far bene nella lotta contro i monopoli, il comando sarà ignorato, al pari di quello del «non crearli».

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