Opera Omnia Luigi Einaudi
Fondazione Luigi Einaudi ETS

La predica della domenica (X)

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 26/03/1961

La predica della domenica (X)

«Corriere della Sera», 26 marzo 1961

Le prediche della domenica, Einaudi, Torino 1987, pp. 30-32[1]

 

 

 

Scopo di una savia politica economica, dicesi, è crear posti di lavoro, dare occupazione.

 

 

Il proposito è buono, fa onore a chi lo vuole attuare e conosce ed usa i mezzi atti ad attuarlo. Ma la terminologia è equivoca. Nel significato suo proprio, dar lavoro, crear lavoro significa dar fatica, crear pena, sottoporre gli uomini ad un servizio, a consumar tempo, intelligenza, forza muscolare in un luogo, in una occupazione, che non è quello che sarebbe da essi spesso volontariamente preferito. Chi lavora a lungo si stanca; e perciò la legislazione sul lavoro e le agitazioni operaie dal principio del secolo scorso si sforzano a ridurre la durata del lavoro. La divisione del lavoro, l’atto ripetuto, sempre lo stesso, durante la giornata tende a limitare, ad attutire, a scemare l’intelligenza, l’iniziativa del lavoratore. Perciò si vorrebbe che il lavoro fosse variato nel tempo e la fatica fosse alleviata dalla buona costruzione del luogo di lavoro, dal sole, dall’aria.

 

 

In verità, la terminologia usuale è sbagliata. Chi dice che importa crear lavoro, vuole invece tutt’altra cosa. Si vuole dare agli uomini maggior copia di beni, economici e spirituali, si vuole dar pane a buon mercato, vestiti migliori e meno costosi, casa bella. Si vuole dare agli uomini la gioia del vivere, si desidera che essi vivano una vita più sicura e soddisfatta, possano perfezionare i loro gusti e i loro desideri, si elevino nella scala sociale, ed innalzino il loro sguardo e le loro mira dalla terra al cielo.

 

 

Il lavoro non è il fine da raggiungere; è lo strumento, è il mezzo atto a far toccare la meta vera, che è l’incremento dei beni materiali e spirituali, messi a disposizione degli uomini. L’uso di una terminologia sbagliata non è sempre innocuo. Talvolta, gli uomini, e specie i legislatori, immaginano di bene operare creando posti di lavoro, quando invece distruggono beni, ossia scemano il benessere, la felicità, la gioia di vivere degli uomini. Si citano, di solito, a dimostrare la vanità di taluni lavori, le Piramidi dell’Egitto antico, che creavano un durissimo lavoro per migliaia di servi lavoratori, i quali dalla fatica durata ritraevano misero cibo; e qui tuttavia la fatica antica creò monumenti immortali ed offre oggi perenne gioia ai viventi.

 

 

Ma che cosa crearono le buche fatte scavare e subito fatte colmare durante la Rivoluzione francese del 1848 allo scopo di dar lavoro ai disoccupati parigini? All’infuori di un po’ di tranquillità politica, il lavoro delle buche scavate a vuoto non poteva crear nulla. Che cosa creano i posti di lavoro per uscieri, inservienti, bidelli, impiegati d’ordine e di concetto, braccianti e dirigenti, creati in numero esuberante, con l’umanitario scopo di dar lavoro ai disoccupati?

 

 

Non si crea nulla; dal lavoro inutile, dai decreti incostituzionali prefettizi, i quali imponevano agli agricoltori minimi di giornate di lavoro, non si crea nulla. Se non è produttivo di beni e di servizi, il lavoro non giova ad aumentare il prodotto nazionale totale, ossia la somma di quelle cose utili, che è il suo fine vero.

 

 

Se per proteggere un’industria nazionale, la quale avrebbe già da tempo dovuto diventare adulta, si istituiscono dazi protettivi alla frontiera, il legislatore forse crea posti di lavoro per doganieri; ma non crea beni e probabilmente li diminuisce, se sono vere le teorie divulgate dagli economisti pari miei.

 

 

La torta comune, nella quale si riassumono i beni forniti dal lavoro ai viventi, non aumenta certamente se i partecipanti alla divisione sono cento, ma i produttori veri sono soltanto novanta. I dieci in più, che hanno trovato un posto di lavoro, ma non hanno creato nulla, provocano solo un aumento di stenti per la collettività.

 

 

La domanda sostanziale da porre, a coloro i quali propongono provvedimenti intesi al santo scopo di dar lavoro ai disoccupati è dunque: «Il lavoro proposto è atto a crear beni, ad accrescere la massa dei prodotti e dei servizi di cui vivono gli uomini?» «Alle buone intenzioni risponde l’attitudine a raggiungere lo scopo, che non è mai quello di crescere la fatica umana per ottenere un dato risultato, ma di aumentare il prodotto con uguale e forse con minor fatica?»

 

 

Crear lavoro è puro mezzo, che diventerà degno di lode se lo strumento è conforme al fine vero dell’elevazione morale e materiale dell’uomo.



[1] Col titolo Non creare lavoro inutile [ndr]

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