Il Museo sociale di Parigi

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 22/02/1899

Il Museo sociale di Parigi

«La Stampa», 22 febbraio 1899

 

 

 

Poco tempo fa i giornali annunziavano la morte del conte Adalberto di Chambran, senatore di Francia dal 1876 e fondatore del Museo sociale. Alla maggior parte dei lettori la notizia avrà fatta poca o nessuna impressione, mentre invece essa segnava la fine di una esistenza, il cui ricordo durerà per lungo tempo, fino a tanto almeno che gli uomini si dimostreranno reverenti verso coloro che hanno amato o fomentato le scienze. In Italia coloro i quali, attratti dalla bontà dell’animo, dalla mancanza di eredi diretti, o da altri motivi psicologici vogliono beneficare il prossimo, scelgono invariabilmente una unica via; la fondazione di un’Opera pia o la donazione del proprio patrimonio ad un’opera già esistente. Grazie a queste benemerite e caritatevoli persone, l’Italia può vantare di essere una delle prime nazioni del mondo per l’abbondanza ed il numero delle sue istituzioni di beneficienza.

 

 

Ma se ciò è nobile ed è generoso, noi non possiamo nasconderci, che le esigenze della vita moderna hanno reso necessaria una specie, dirò così di divisione del lavoro negli istinti caritatevoli dell’umanità. Senza voler adesso – e sarebbe inopportuno – discutere sulla opportunità della trasformazione, è certo che le classi sociali a favore delle quali la beneficenza si dirige hanno mutato il loro stato d’animo verso di essa. Alcuni pretendono come un diritto ciò che loro è largito dalla carità; altri preferiscono all’essere beneficiati, l’essere illuminati ed istruiti.

 

 

Quando muta la direzione della domanda, muta anche la direzione dell’offerta; e subito le persone d’animo generoso e filantropo cercarono quindi di soddisfare la sete di sapere delle classi inferiori con lasciti spesso cospicui. In Italia molto si è già fatto a questo proposito; ed accanto alla fiumana imponente della beneficenza ospitaliera e soccorrevole già scorrono le limpide acque di un ruscello destinato a fecondare i germi nascosti dell’intelligenza popolare.

 

 

Sennonché scarsi sono ancora i lasciti a favore dell’istruzione e, per giunta, spesso male indirizzati. I generosi donanti conservano per l’antica età i sentimenti d’anni oramai trascorsi, quando il classicismo era il fulcro di tutto il sistema dell’istruzione pubblica; di qui le innumerevoli borse per giovani frequentanti i ginnasi ed i licei e le Facoltà classiche universitarie, borse che spesso sono fonte più di male che di bene, perché servono ad aumentare la torma immensa dei legali senza cause, dei medici a spasso o dei professori senza scolari.

 

 

In un paese la liberalità a favore delle istituzioni scolastiche ha una elasticità di forme ed una molteplicità di atteggiamenti veramente meravigliosa: negli Stati Uniti d’America. Ivi dal re del petrolio: D. Rockefeller, che regala 50 milioni di lire per l’impianto dell’Università di Chicago, al signor Leland Stanford, che lega il suo patrimonio, di quasi un centinaio di milioni, per una Università ed un Osservatorio astronomico in California, ai numerosi fondatori di istituti tecnici e commerciali, ed al signor Warton, fondatore di una Scuola di scienze sociali, è tutta una serie gloriosa di uomini che, arricchiti nelle speculazioni industriali e commerciali, hanno voluto impiegare la loro ricchezza ad accrescere il patrimonio intellettuale delle generazioni venture.

 

 

In Europa non sono mancati gli emuli dei miliardari americani. In Italia il Bocconi fonda una Scuola superiore di commercio a Milano; in Francia il conte di Chambrun lascia la sua ingente sostanza ed un palazzo del valore di un milione e mezzo al Museo sociale. Emulo dei miliardari americani nella liberalità, il conte di Chambrun volle emularli anche sulla originalità della fondazione, creando un istituto scientifico destinato ad accogliere informazioni su tutti i fenomeni e le organizzazioni che possono migliorare le condizioni morali e materiali degli operai.

 

 

Il Museo sociale ha per iscopo di additare ai Governi, alle persone filantrope ed agli operai stessi ciò che deve essere fatto per venire in soccorso alla miseria o per aiutare l’elevamento autonomo e progressivo delle varie classi sociali. La cura dei mali sociali è una vera scienza ed il Museo sociale è per la Francia il santuario di codesta scienza. Il Museo sociale si tiene lontano da ogni discussione politica e religiosa. In un paese così profondamente scisso come la Francia, questo agnosticismo costituì la forza della nuova istituzione, che seppe conquistare la simpatia sia degli operai che degli imprenditori.

 

 

Il Museo è abbonato a tutte le principali Riviste economiche ed operaie; raccoglie gli statuti di Società operaie, Cooperative, Associazioni di resistenza, Banche popolari, ecc; la libreria conta oramai circa 12 mila volumi ed è stata visitata nell’ultimo anno da più di 2000 persone. Il Museo ha istituito un servizio detto dei consulti; tutti coloro che desiderano informazioni su qualsiasi questione operaia, che vogliono conoscere quali mezzi altrove o prima si siano adottati per raggiungere efficacemente un dato scopo, per esempio la fondazione di una Cooperativa di consumo, si possono rivolgere al Museo.

 

 

Questo prepara anche degli statuti modelli.

 

 

Una delle caratteristiche più singolari del Museo sono le missioni composte di persone competenti inviate a studiare all’interno ed all’estero problemi sociali di speciale importanza. Se ne sono già organizzate circa una trentina. Le principali riguardano il trade-unionismo in Inghilterra, la questione agraria in Germania, le classi operaie della Westfalia, le Associazioni cooperative nell’Italia, le organizzazioni operaie in Australia.

 

 

Accanto alle missioni, i concorsi. Il conte di Chambrun metteva somme cospicue a disposizione del Museo sociale per bandire concorsi a temi importanti; e la Stampa ha parlato di un libro del Waxweiler sulla partecipazione ai benefizi, che è appunto il risultato di un concorso del Museo sociale.

 

I risultati delle missioni e dei concorsi sono pubblicati in volumi ed in circolari.

 

 

I volumi compendiano gli studi di mole più ampia; le circolari sono fascicoli stampati saltuariamente, che trattano di questioni e di avvenimenti di indole sociale. Tutti i Congressi operai, quelli, ad esempio, delle Trade-Unions inglesi e dei partiti socialisti mondiali hanno il loro resoconto nelle circolari del Museo Sociale.

 

 

Nelle sale del Museo vi è anche una esposizione permanente di economia sociale, dove i fatti più notevoli della vita economica contemporanea sono riprodotti sotto una forma grafica, di evidenza intuitiva ed accessibile a tutte le intelligenze.

 

 

Il Museo funge da ufficio centrale di informazioni per le Società cooperative e per i Sindacati agricoli.

 

 

È da augurarsi che l’esempio insigne di illuminata filantropia dato dal conte di Chambrun sia largamente imitato anche in Italia; rischiarando le intelligenze, non sempre, ma talvolta si riesce anche a calmare i cuori e ad attutire i conflitti velenosi fra le classi sociali.

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