Iniziative feconde, ma premature

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 02/12/1911

Iniziative feconde, ma premature

«Corriere della sera», 2 dicembre 1911

 

 

 

Voglio accennare ai propositi, che si vanno moltiplicando in Italia, per la costituzione di imprese, a forma di società anonime, per la colonizzazione economica della Tripolitania. A Milano, a Venezia, a Genova, a Torino si sono tenute adunanze preparatorie nelle quali si sono gettate le fondamenta di una pronta azione agricola, industriale e commerciale nella nuova colonia; si sono spedite circolari al pubblico con i moduli di sottoscrizione delle azioni e l’impegno di versare i primi tre decimi all’atto costitutivo; e in un caso (finora ho letto di un solo caso, ma possono essere parecchi) si è già proceduto al rogito notarile della costituzione di società alla nomina del Consiglio di amministrazione ed al versamento dei tre decimi.

 

 

Il titolo dato alla presente nota spiega le considerazioni che mi sembra doveroso fare intorno a queste iniziative, considerazioni affatto impersonali e dettate dall’ossequio al pubblico interesse. Sia lode innanzitutto a coloro i quali hanno compreso, che il capitale italiano potrà avere una feconda e fruttifera missione nella rigenerazione economica della Tripolitania. La nostra impresa trarrà certo forza dal risapersi che il capitale e il lavoro italiani sono di fatto pronti a concorrere col lavoro indigeno nell’opera di valorizzazione di territori da secoli imperfettamente sfruttati. Non v’è ragione perché, se le condizioni del suolo lo consentiranno nei limiti segnati dalle ricchezze naturali esistenti, noi non si sia in grado di fare nella Tripolitania opera simile a quella che i francesi seppero compiere nella Tunisia e nell’Algeria.

 

 

Ma sia lecito osservare che tutte queste iniziative riusciranno tanto più feconde quanto più sapientemente e tempestivamente saranno state preparate.

 

 

Per ora e sicché dura la guerra, ogni possibilità di seria preparazione e tanto più di seria attuazione sembra esclusa. Di ciò si dovette persuadere subito il Governo, se volle fosse emanato dal generale Caneva un decreto, criticabile in taluni articoli od almeno non chiaro, ma sostanzialmente inspirato al ragionevole concetto che il tempo di guerra non è troppo adatto per acquistar terreni, iniziare speculazioni, sviluppare industrie le quali possono fiorire soltanto in tempo di pace. E bene fa il Governo a non volere, come si lesse in comunicati ufficiosi, prendere impegni per lo sfruttamento capitalistico delle nuove colonie, finché non sia chiusa la fase delle armi. Queste sagge determinazioni del Governo meritano di essere secondate dall’opinione pubblica e dall’azione dei capitalisti, per molte ragioni, tra cui mi sembrano principalissime le seguenti:

 

 

  • 1) finché le colonie non siano pacificate, almeno entro un certo raggio dalla costa, è impossibile studiare i terreni dal punto di vista agricolo, formarsi un concetto esatto delle culture, fare ricerche minerarie, sondare le qualità del sottosuolo, ecc. ecc. Qualche cosa si sa in argomento: ma sono notizie di viaggiatori, di scienziati; utilissime sicuramente in una fase preparatoria di studio, ma insufficienti per l’inizio pratico di intraprese, il quale può farsi solo da agricoltori, industriali, tecnici dopo una esperienza più o meno lunga fatta sui luoghi;
  • 2) tra le molte intraprese che possono essere pensate in Tripolitania ve ne saranno indubbiamente di quelle che daranno buoni risultati, mentre altre li daranno mediocri ed altre pessimi. Ciò accade in tutti i paesi e in tutte le colonie del mondo; e non v’è ragione perché le stesse vicende non si abbiano in Tripolitania. Ciò che importa è di ridurre al minimo possibile le imprese passive o mediocri; ed è cosa sicurissima invece che quanto più si avrà fretta, tanto maggiore sarà la copia degli errori che fatalmente si commetteranno. Anche di ciò avemmo prove non lontane in Italia e la esperienza dovrebbe giovare;
  • 3) poiché il capitale italiano non è in quantità illimitata, anzi il risparmio nuovo (del quale soltanto si tratta, essendo il vecchio capitale già tutto investito) si forma di mano in mano in misura che sarebbe desiderabilissimo fosse maggiore; noi abbiamo interesse ad impiegare nella Tripolitania solo quella quota parte che ragionevolmente si potrà presumere sia destinata a dare un frutto almeno uguale o superiore a quello ottenuto nella madre patria. Io non ho idea della capacità di assorbimento di capitali della Tripolitania in confronto della madrepatria; e credo che pochi ne abbiano in Italia un’idea più precisa. Onde la necessità di studi seri e di sperimenti sicuri. Se per disgrazia e per volere fare in fretta le prime iniziative non bene maturate andassero male, sarebbe un colpo mortale inflitto all’impiego del capitale e del lavoro italiano nella colonia. Sarebbero necessari decenni di stentate lotte per far ritornare capitalisti e lavoratori sulle prime cattive impressioni. Mentre se le prime imprese saranno bene maturate ed affidate ad uomini già sperimentati, la riuscita sarà più probabile e l’indirizzo ad ulteriori iniziative più fecondamente tracciato.
  • 4) A che cosa possono servire i decimi che fin d’ora ho visto, non senza una certa meraviglia, essere stati versati per la costituzione di società anonime? Certamente la specchiata integrità dei promotori è fuor d’ogni discussione. Ma è umano che degli amministratori, avendo ricevuto un capitale destinato ad uno scopo, siano desiderosi di impiegarlo al fine voluto; e, poiché per un tempo più o meno lungo, sin dopo la pace sarà difficilissimo trovare sul serio un impiego fruttifero nella Tripolitania, sarà fatale che una parte vada dispersa in tentativi, in spese generali, in studi, ecc. ecc. Per sé stesso il fatto di qualche centinaio di migliaia di lire spese in studi preparatori non deve impressionare, anzi è per sé stesso desiderabile. Il dubbio nasce dalla considerazione che gli azionisti probabilmente reputano di avere versato un capitale per ottenere un guadagno: ed invece si dovranno contentare di aver contribuito ad un’opera forse utile, ma per sé stessa improduttiva economicamente. L’influenza che siffatto esito potrà avere sui futuri impieghi di capitale e lavoro non mi pare incoraggiante.

 

 

Perciò una conclusione si impone: si costituiscano gruppi, sindacati per iniziative economiche. La loro azione non potrà non essere utilissima a chiarire le idee, a sostituire concetti precisi a concetti vaghi o forse erronei; ad additare la via ai capitalisti e lavoratori ardimentosi decisi a portare la luce materiale della civiltà nella colonia. Ma siano per ora gruppi, sindacati di studio, siano consapevolmente dai promotori versati dei fondi col concetto che i fondi devono servire a questa opera utile di avanscoperta economica da iniziare ora su i libri e da compiersi in seguito sul terreno;e siano i sottoscrittori conscii del rischio che essi corrono.

 

 

Fare di più, per il momento, mi sembra prematuro; e potrebbe diventare pericoloso per lo sviluppo della colonia. Quando sarà possibile, dalla fase dello studio si passerà all’azione. L’azione dovrà essere specificata, concreta, industria per industria, località per località; dovrà cominciare dalle aziende commerciali, passare a quelle di trasporto, allo scopo di utilizzare le forze già esistenti, e solo in seguito si potrà discorrere delle più difficili iniziative agrarie e industriali.

 

 

Probabilmente, anzi quasi certamente i concetti sovra esposti sono i medesimi che hanno ispirato i promotori delle iniziative economiche citate al principio di questo scritto. Non mi parve tuttavia inutile averli riesposti pubblicamente, sia perché in alcune circolari da me lette non ne vidi fatto cenno, sia perché le iniziative coloniali paiono trovare favorevole accoglienza nel pubblico. Ed è opportuno che l’accoglienza sia, oltreché favorevole, ragionata.

 

 

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