La commissione per la riforma dell’insegnamento superiore. Dubbi e osservazioni

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 02/02/1910

La commissione per la riforma dell’insegnamento superiore. Dubbi e osservazioni

«Corriere della Sera», 2 febbraio 1910

 

 

 

Dopo superato lo scoglio pericoloso della leggo sul miglioramento economico, i professori universitari hanno più volte manifestato l’aspirazione ad una riforma dell’insegnamento superiore, e ancora di recente in una riunione tenuta a Milano dai rappresentanti delle Associazioni universitarie locali dell’Alta Italia, si è dettato un ordine del giorno comprendente le parti più importanti e più urgenti di una riforma universitaria, perché servisse di base ad un prossimo Congresso di professori che si vorrebbe tenuto a Napoli nell’occasione in cui vi si radunerà il Congresso delle Scienze.

 

 

La notizia pertanto dataci dai giornali che il ministro Daneo ha nominato una Commissione per lo studio della riforma dell’insegnamento superiore, analogamente a quello che fu fatto per l’insegnamento medio, se anche trova l’animo scettico, in merito alla sollecitudine e alla praticità dei lavori che saranno dalla abbondante Commissione compiuti, tuttavia conforta a bene sperare che, come già nel ceto universitario e ora nelle sfere governative, così anche nella pigrissima opinione pubblica penetri il sentimento della necessità di portare all’altezza dei tempi l’ordinamento delle nostre Università.

Pertanto il ministro Daneo ha interpretato, con metodo che può essere discusso, ma che è nidi ce della sua buona volontà, l’aspirazione maggiore, nel momento presente, del corpo insegnante degli Istituti superiori.

Fu il ministro Daneo felice senza eccezione nella composizione della Commissione? Io non posso naturalmente contemplare di questa che la parte che riguarda la medicina, e dichiaro senza esitare che la mano del ministro non è stata felice, non già bene inteso nella scelta delle quattro egregie persone che rappresentano la medicina nella Commissione, ma nel fatto che da questa sono esclusi, o non vi sono rappresentati, il che fa lo stesso, uno o più cultori delle scienze mediche, le cui aspirazioni, i cui bisogni, la cui preparazione mentale, la cui vita pratica nel mondo accademico, non dirò che sieno in antagonismo, anzi tutt’altro, ma sono nettamente distinte da quelle dei rappresentanti degli studi clinici. Ripeto, non si tratta di una secessione di sottoclasse nella classe generale degli studiosi della medicina, ma si tratta di un indispensabile equilibrio fra i rappresentanti della corrente strettamente scientifica, e’ quella prevalentemente professionale o applicativa.

 

 

L’anatomia, la fisiologia e la patologia hanno contribuito è contribuiscono largamente all’onore, alla fortuna delle scienze mediche in Italia, non meno di quello che spetti al movimento clinico.

 

 

Eppure non vi è occasione in cui il Governo, ove occorra sintetizzare o rappresentare la nazione negli studi medici in patria e fuori o quando si debbano adoperare cultori della medicina a scopo di governo, o di riforme, non ricorra a clinici, che sono poi, fra parentesi, sempre le stesse persone. Chi oserebbe dire che la scelta dell’ex-ministro Bianchi non sia degna, oppure che non sia opportuna quella dell’ex-ministro Baccelli in una questione soprattutto che comprende il quesito dell’autonomia universitaria da lui per il primo e ampiamente patrocinata? Chi vorrebbe dire che gli interessi generali della clinica chirurgica in armonia con quelli che saranno patrocinati per cliniche mediche o per cliniche speciali, dagli altri due sunnominati, non saranno bene rappresentati dal chiarissimo professore Durante?

Ma il ministro Daneo ha voluto aggiungere ai tre suddetti anche un quarto clinico, e con questo determinò l’esclusiva prevalenza, nella Commissione per una riforma degli studi medici, dei cultori di scienza applicata. Certo anch’essi sono degli uomini di scienza, ma aventi di necessità una preparazione mentale e una consuetudine di vita professionale, e qualche necessaria differenza di metodi e di apprezzamenti, che li distinguono, senza fare questione di valore o di grado, ma ripeto, li distinguono, e talvolta profondamente, dai cultori delle scienze mediche propriamente dette.

Queste considerazioni hanno tanto maggior valore, ove si consideri la motivazione che il ministro ha stampato per la nomina della suddetta Commissione. In essa, infatti, è detto fra altre cose, che questa dovrà occuparci del quesito se sia didatticamente opportuna una rielaborazione del contenuto degli studi, e ciò che è più specificatamente vitale : se il magistero didattico delle Università debba avere finalità prevalentemente scientifiche e professionali, o come meglio si possa contemperare ed equilibrare una esigenza con l’altra. Appunto, signor ministro; questo sarebbe il più vitale dei nostri problemi didattici se, cioè, le Università debbano essere istituti scientifici o professionali, oppure se dovendo essere l’uno e l’altro, debbano i due scopi essere raggiunti d’amore e d’accordo o con ordinamenti separati.

 

 

A risolvere questo problema, per disgrazia nostra sempre risorgente, mentre ci parve nell’epoca più gloriosa del nostro risorgimento scientifico definitivamente superato, nel senso dell’inseparabilità dell’elemento professionale dall’elemento scientifico, e nella assoluta prevalenza della ricerca disinteressata del vero, sull’utilità pratica immediata delle applicazioni, occorreva almeno che il ministro che ha creduto bene ai risollevarlo e di rimetterlo in evidenza, avesse, curato la composizione della Commissione (per quanto riguarda la medicina) con elementi tratti dalie due grandi correnti degli studi superiori. Sono persuaso a priori che anche i clinici nominati nella Commissione potranno con scienza e coscienza avere riguardo agli interessi degli studi teorici; qui non si tratta’ di discutere la competenza e la coscienza delle persone scelte;’qui si tratta di un’alta questione di principio, secondo la quale la scienza pura, disinteressata, lontana da ogni rapporto dell’esercizio professionale e da ogni, specie d’industrialismo, ha perle meno uguale diritto di essere tenuta praticamente in considerazione d’ai Governo, tanto più so, come nel nostro paese, quella può offrire tante alte individualità che personificano la maggior parte della coltura scientifica nazionale nella medicina.

 

 

E non entro a giudicare se la Medicina veterinaria avrebbe potuto dare in Italia elementi cresciuti nel vigore della coltura moderna, e consapevoli dei bisogni scientifici e pratici della zooiatria, che non vorrei errare, sia con apprezzamenti di persone, sia col dettare giudizio in un campo non strettamente mio proprio. Tutti noi che passammo il meglio della nostra esistenza nella ricerca disinteressata del vero; tutti noi che nei consigli della istruzione, o nelle pubblicazioni nostre, o nei nostri consueti quotidiani colloqui sugli interessi dell’istruzione superiore in generale, e della cultura medica in particolare, abbiamo onesta coscienza dei servizi resi e che siamo tutt’ora capaci di rendere al mostro paese, non possiamo esservi grati, on. Ministro, di avere lasciato in disparte una nostra qualsiasi rappresentanza, nel primo atto più solenne del vostro ministero, pure plaudendo al vostro intendimento di riformare l’istruzione superiore.

 

 

Pio Foà

 

Torino, 31 gennaio 1910

 

 

Sulla nomina della Commissione reale per il riordinamento degli studi superiori abbiamo ricevute molte osservazioni e critiche provenienti da studiosi, i quali plaudono al concetto che ha mosso il ministro rimangono dubbiosi intorno alla maniera tenuta nell’attuario. L’importante articolo del professore Pio Foà a ragione lamenta l’ostracismo dato, per gli studi medici, alla scienza pura a favore degli studi di carattere professionale. Critiche analoghe potrebbero essere fatte per altre facoltà e scuole. L’istruzione superiore tecnica ha un solo rappresentante, a cui fanno riscontro i fin troppo numerosi cultori di altre discipline. L’arduo problema dell’insegnamento superiore commerciale pare debba essere sottratto agli studi della Commissione, mentre esso si afferma sempre più importante nel risorgimento economico del paese. I cultori del diritto sono stati scelti tra i civilisti ed i romanisti, con esclusione delle più giovani branche del diritto commerciale, e con trascuranza quasi assoluta del diritto pubblico delle scienze economiche. Il ministro si è evidentemente preoccupato di formare una «grande» commissione, con bei nomi illustri e un po’ decorativi. Difettano le energie attive e fattive di quelli che sono in grado di consacrare alla riforma degli studi superiori tempo, studio e fatica. Noi avremmo preferito che il ministro delegasse alle facoltà la nomina dei commissari. Probabilmente la lista sarebbe riuscita meno brillante, ma gli uomini scelti,, per consenso universale degli studiosi, avrebbero dato maggiore affidamento di sapere ideare una efficace ed ampia ri forma dell’insegnamento superiore.

 

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