La guerra e lo spostamento dei redditi

Tratto da:

Minerva

Data di pubblicazione: 16/06/1920

La guerra e lo spostamento dei redditi

«Minerva», 16 luglio 1920, pp. 505-506

 

 

 

Uno dei motivi più frequenti dei programmi politici e sociali dei partiti i quali furono avversari della guerra è quello dei danni e delle sofferenze che la guerra ha imposto alle masse, al proletariato. Non i soli giornali socialisti si giovano dell’argomento delle sofferenze. Ancor recentemente, un giornale di parte neutralista notava che «il programma di ricostruzione sociale dell’on. Giolitti, derivato dalla negazione della guerra, presupponeva per attuarsi il concorso di tutto il proletariato, che della guerra aveva insieme con la media borghesia sovratutto sofferto». È la nota tesi che la guerra ha arricchito le classi ricche ed ha impoverito le classi medie e povere; da cui si ricava la conseguenza che la guerra ha dato nuovo fondamento di giustizia alle rivendicazioni le quali conducono logicamente a vasti piani di rivoluzione o ricostruzione sociale.

 

 

Non si può mettere in dubbio che la esatta conoscenza della realtà è la condizione necessaria per una sana politica, per quella politica che oggi si chiama «realistica» ma è la politica senz’altro aggettivo; ed è perciò dovere di ogni pubblicista o politico in buona fede di accertare i fatti, prima di avventare affermazioni le quali possono essere gravi di formidabili conseguenze.

 

 

Si premette che qui non si parla di vite umane. Per quanto si sa, il contributo massimo fu proporzionatamente dato dalla vecchia borghesia professionista e proprietaria, in cui oramai è confusa la più antica classe nobiliare. Poi vengono i contadini; poi il medio ceto commerciale; ed ultimi gli industriali ed i proletari delle città. Il che, per chi ricordi la necessità urgente delle industrie belliche per la salvezza del paese, non è in se stesso cagione di demerito o di vergogna. Dovrebbe però essere un fatto sempre ricordato per rintuzzare le menzogne di quei proletari cittadini i quali, a tanto poca distanza di tempo, affermano di aver subito, proprio essi, le più dure sofferenze della guerra.

 

 

Per lo più, tuttavia, quando si accenna a sofferenze, si vuol parlare di quelle economiche: privazioni di cose necessarie alla vita, diminuzione di redditi effettivi, scadimento relativo dalla condizione migliore dell’avanti guerra.

 

 

Purtroppo, anche qui, fanno difetto i dati precisi. Poco si sa e poco si riuscirà mai a sapere in proposito. Ma dove qualcosa si sa, come in Inghilterra, dove gli studiosi riescono a mettere insieme indizi e dati probanti, sembra doversi arrivare a conclusioni in apparenza stupefacenti: che cioè, in massa, le classi ricche non escono dalla guerra avvantaggiate; anzi il loro reddito reale è diminuito. Sono cambiati i membri della classe ricca; al posto dei vecchi ricchi sono sottentrati i nuovi ricchi. In massa, la frazione del reddito nazionale goduta dai ricchi, tenuto conto delle imposte su di essi prelevate, pare diminuita. Pare invece aumentata la frazione spettante alle classi operaie. Ciò in Inghilterra. Negli Stati Uniti, una recente valutazione al 30 giugno 1919 calcola a 7 miliardi di dollari su un totale di 53 miliardi il reddito annuo spettante agli individui provveduti di un reddito superiore a 5000 dollari l’anno. Il resto, e cioè 46 miliardi, spetta a coloro i quali hanno redditi inferiori. Il che, oltre a provare ancora una volta quale scarso miglioramento possano sperare i meno provveduti da una più uguale distribuzione delle fortune, prova che la guerra non ha cagionato nessun sensibile spostamento dei redditi a pro dei ricchi.

 

 

In Italia, buio pesto. Forse, tra qualche anno, meditando sulle statistiche dell’imposta successoria, gli studiosi riusciranno a qualche conclusione. Per ora, giova limitarsi ad osservare che il mutamento più profondo dovuto alla guerra è uno spostamento dei redditi a favore di classi che devono ancora imparare a fare buon uso della manna a loro piovuta dal cielo. In uno dei più mirabili capitoli del libro su Le conseguenze economiche della guerra, il Keynes ha dimostrato come prima della guerra l’Europa e il mondo civile vivevano e progredivano mercé un compromesso tacito, quasi miracoloso, tra classi ricche e classi lavoratrici: queste ultime si contentavano di redditi modesti, sebbene moderatamente crescenti con una certa continuità; e le prime avevano la illusione della ricchezza, ma potevano conservarla e crescerla solo alla condizione perentoria di non goderla.

 

 

Abitudini lentamente formatesi nel tempo inducevano le classi medie ed alte a godere una quota moderata del loro reddito ed a risparmiare il resto; ossia a devolverlo a servizio della collettività in aumento del macchinario industriale, delle migliorie agricole, dei mezzi di trasporto, ecc. Era un miracoloso equilibrio, tenuto su dall’abitudine, dall’educazione, dall’avarizia, dal senso del dovere verso la famiglia; e grazie ad esso il compito sociale essenziale del risparmio era affidato ad una classe, a cui in compenso si dava il fumo del possesso di una ricchezza non goduta di fatto.

 

 

Era un miracolo, una specie di incantesimo. Grazie ad esso l’Europa s’era nel secolo XIX così strepitosamente arricchita. Grazie ad esso le masse lavoratrici vivevano come i gran signori del medio evo. Era un incantesimo, che nulla al mondo può sostituire. Se non esiste una classe incaricata della funzione di risparmiare, la funzione dovrebbe essere assunta dallo Stato. Così favoleggiano accada in Russia. Ma la realtà è che il «capitale» ancor vivo ed operante in Russia è un residuo di quello accumulato dalle generazioni passate. Lo Stato non riesce neppure a riparare ad una parte del logorio del capitale vecchio. Ed il fatto tremendo, inesorabile, è che una società non vive se il capitale accumulato non cresce.

 

 

La guerra ha rotto in parte l’incantesimo antico. Le classi medie e le vecchie classi ricche, gran produttrici di risparmio, si sono trovate ad avere dei redditi monetari fissi, non aumentabili. Il reddito dovette tutto essere consumato per vivere; talvolta si dovette intaccare il capitale. Queste classi sono impoverite.

 

 

Chi arricchì? o meglio chi assorbì la loro parte di reddito? Gli agricoltori e contadini effettivamente interessati al prodotto del suolo, i nuovi ricchi ed i proletari delle città. Di queste tre classi, solo la prima ha attitudine al risparmio. Solo i contadini impiegano socialmente bene parte del loro reddito: in bestiame, in case rurali, in migliorie, in acquisto di terre. Sono antipatici per il loro tracotante rifiuto di pagare le imposte anche più sacrosante come quella sul vino, e per il radicatissimo vizio di cantar miseria. Ma almeno sono utili; adempiono a una funzione sociale importante.

 

 

Non così le altre classi: lusso sfacciato i nuovi ricchi, ed incremento di consumi i proletari cittadini. Il reddito di queste due classi è cresciuto troppo in fretta ed essi ne fanno un uso volgare e socialmente pericoloso: mangiare, bere, divertirsi, sfoggiare, camminar sui piedi delle vecchie classi medie e signorili.

 

 

Gli arricchiti schiacciano con disprezzo i pedoni che non posseggono un’automobile. Le donne proletarie sventolano i capponi sulla faccia della signora che contratta vergognosamente un ettogramma di carne scadente, ed esclamano: «Oggi, i capponi li mangiamo noi!». Il grande problema economico odierno non è dunque l’impoverimento dei poveri e l’arricchimento dei ricchi; non sono le sofferenze del proletario in conseguenza della guerra.

 

 

Tutte queste sono fandonie; e sulle fandonie non si verifica una sana politica realistica che sia di vantaggio al paese. Il vero problema è un altro: mettere un freno all’impoverimento delle classi medie e gradatamente abituare le classi arricchite a pensare che le migliorate loro condizioni sono dovute ad un insieme precario di circostanze – consumo di capitali interni liquidi; ricchezze estere consumate e non pagate – e che questo miglioramento non potrà durare se non si produce di più, molto di più di prima e se non ci si abitua a risparmiare una discreta frazione del reddito.

 

 

Non occorre far la lezione ai contadini; ché essi l’hanno già imparata e producono meglio e risparmiano non poco. Sono le classi nuove cittadine le quali debbono mutar d’animo. La rivoluzione nei redditi è già avvenuta. Si tratta di consolidarla e di fare dei cresciuti redditi quell’uso sapiente, fino e socialmente utile, che fu il vanto della borghesia nel secolo XIX.

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