La nostra posizione commerciale di fronte all’Austria-Ungheria. Chi è il più forte?

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 07/11/1903

La nostra posizione commerciale di fronte all’Austria-Ungheria. Chi è il più forte?

«Corriere della sera», 7 novembre 1903

 

 

 

Il mistero di cui si circonda in Italia tutto ciò che si attiene alla negoziazione dei trattati di commercio impedisce all’opinione pubblica di formarsi un’idea esatta intorno a ciò che noi oggi vogliamo e possiamo pretendere nei nuovi trattati colla Svizzera e coll’Austria – Ungheria.

 

 

Siamo noi forti o deboli? Sappiamo noi dove sia d’uopo attaccare per difenderci bene e per dare slancio ai nostri commerci?

 

 

Quanto all’Austria-Ungheria una risposta approssimativa la possiamo trovare in un pregevole rapporto del signor Tommaso Chiaramonti, regio enotecnico italiano a Fiume, rapporto pubblicato in uno degli ultimi fascicoli del ministero di agricoltura. Il commercio austro-ungarico ci si palesa quivi come animato da una forte tendenza all’aumento: da 1.227 mila corone nel 1891 a 1.652 mila nel 1901 per l’importazione dall’estero; e 1.573 mila a 1.885 mila corone per l’esportazione all’estero. È un traffico – cosa curiosa – quasi tutto europeo: nel 1901 su 1.652 mila corone d’importazione ben 1.272 provenivano dall’Europa e su 1.885 mila corone di esportazione ben 1.734 si fermavano in Europa. Benché si debba tener calcolo delle possibili riesportazioni dall’Europa, pure una prima conclusione si può mettere in sodo: che cioè l’Austria-Ungheria, ha un grande interesse a mantenere buoni rapporti col resto dell’Europa ed a non trascendere a lotte doganali. L’Italia poi fra gli altri paesi europei si trova in una condizione singolare per essere una di quelle con cui i rapporti commerciali sono più intensi ed anzi quella con cui nell’ultimo decennio quei rapporti si sono accresciuti di più. In media noi esportammo nell’Austria 104 milioni di corone nel decennio 1892-1901 con un aumento di 36 milioni di corone sul 1891, che, se rimane in cifra assoluta inferiore agli aumenti della Germania e dell’America, li supera in cifre relative. Ma d’altro canto l’Austria-Ungheria esportò in Italia in media nel decennio 1892-1901 per ben 123 milioni di corone di merci con un aumento di 55 milioni di corone, il più alto che si sia avuto sia assolutamente che proporzionatamente. Né basta. Lo stesso fenomeno di incremento notevolissimo si verifica – oltreché in tutto l’Impero – in ispecial modo in quell’Ungheria da cui sono partite le più fiere proteste contro la clausola italiana dei vini. è vero che noi importammo nell’Ungheria 23.162 mila corone di merci nel 1892-1901 con un aumento di 16.418 sul 1891, il più forte proporzionalmente, se non in cifre assolute; ma d’altro canto l’Ungheria importò in Italia 23.335 mila corone di merci con un sovrappiù di 10.859 mila su quelle che importava nel 1891, sovrappiù massimo in linea assoluta e relativa in confronto con tutti gli altri paesi.

 

 

Non è certo un metodo corretto fare i conti della bilancia commerciale fra due soli paesi, senza tener conto degli infiniti fattori che perturbano il calcolo, ridotto a così minimo campo. Ma è certo che la nazione che più ha tratto vantaggio, come nazione esportatrice, dal trattato ora denunciato, è l’Austria-Ungheria. Ed infatti mentre l’Italia cresceva le sue esportazioni nel vicino impero da 67.936 mila nel 1891 a 104.097 nel 1901, l’Austria-Ungheria aumentava le sue in Italia da 93.646 a 136.473 mila corone. In media l’Austria-Ungheria ha esportato in Italia di più di quanto non ne abbia importato per ben 19.125 mila corone all’anno. Noi non diremo che l’Italia ne sia rimasta danneggiata, poiché è probabile abbia comprato tanto solo perché vi trovava il suo tornaconto, ma è certo che anche l’Austria-Ungheria non deve essere malcontenta di un trattato che ha consentito alla sua industria esportatrice di compiere così segnalati progressi.

 

 

È vero che noi aumentammo la nostra esportazione di bevande (i termini di confronto sono sempre il 1891 da un lato e la media del decennio 1892-1901 dall’altro lato) da 362 a 21.440 mila corone, con un di più di 21.078 che noi crescemmo il ricavo dell’esportazione di civaie, frutta, piante e parti di piante di 5.248 mila (da 5.130 a 10.378), di frutti meridionali di 4.372 mila (da 9.042 a 13.414), di lino, canape, juta di 1.070 mila (da 2.976 a 4.046), di minerali di 736 mila corone (da 776 a 1.512), ecc. Ma pur troppo l’esportazione del vino, che aveva raggiunto un valore di 33.202 mila corone nel 1898, era caduta a 13.847 mila corone nel 1901; né trovammo compenso adeguato nella cresciuta esportazione di agrumi, di riso, di frutta fresca e di zolfo. Cosicché l’esportazione nostra in Austria-Ungheria, che nel 1899 era giunta a 119 milioni di corone, nel 1901 era caduta a 104.

 

 

Invece l’esportazione dell’Impero in Italia – se se ne tolga lo zucchero, il quale in tutti i paesi europei tende ad essere sempre più provveduto dalla industria nazionale – ha un carattere molto più accentuato di stabilità. Le due colonne principali ne sono, come è noto, il legname ed i cavalli.

 

 

Per il legname l’Austria-Ungheria, nel decennio 1892-1901 ne esportò in Italia ben 29.066 mila corone all’anno in media, ossia il 17,06 della sua esportazione totale. Dopo la Germania, che ne assorbe il 49,93 per cento, veniamo subito noi. Gli altri paesi seguono a notevole distanza: la Francia con il 9,43 per cento, la Russia col 6,32, la Rumenia col 4,61, la Svizzera col 3,52 per cento, ecc., ecc. L’aumento dell’esportazione del legname in Italia è continuamente progressivo: da 27.424 mila corone nel 1897 salì a 36.635 mila nel 1901. Né va dimenticato il fatto che i travicelli ed i legnami segati della Carniola, della Carinzia e della Stiria trovano quasi esclusivamente sfogo in Italia, mentre per la loro dimensione (travicelli) e per il modo come vengono comunemente segati (tavole di abete) troverebbero difficilmente a collocarsi negli altri mercati esteri.

 

 

Quanto ai cavalli, l’Austria-Ungheria è ancora più intimamente interessata a non perdere il mercato italiano. Di fronte ad una esportazione totale che nel decennio 1892-1901 era rappresentata da un valore medio di cor. 42.024.000 l’Austria-Ungheria mandò annualmente in Italia 22.448 cavalli, per il valore medio di 20.800.000 corone, cifra che corrisponde al 49,50 per cento dell’esportazione; tale rapporto percentuale, che nel 1892 era del 27,60 per cento, si spinse nel 1896 al 61,88 per cento, per discendere, nel 1901, al 56,31 per cento. Apparentemente la più interessata a questo traffico delle due parti dell’Impero è l’Austria, che nel decennio anzidetto esportò in Italia 15.612 cavalli, per un valore di 10.620 mila corone, mentre l’Ungheria ne esportò solo 6.836 capi, per il valore di 4.181 mila corone. Ma si deve notare che la maggior parte dei cavalli che figurano esportati dall’Austria sono in realtà allevati nelle immense pianure ungheresi; ed è precisamente nell’Ungheria dove i clamori contro il trattato di commercio coll’Italia sono più vivi.

 

 

Con le cifre e le considerazioni che precedono non si è voluto dire che l’Italia debba mettersi senz’altro sulla via delle rappresaglie e dei dazi di ritorsione per vendicarsi della mancata rinnovazione della clausola sui vini. In fondo ci daremmo la zappa sui piedi, perché se noi compriamo legnami e cavalli nell’Impero austro – ungarico, si è perché né in altri Stati esteri, ne` in Italia, potremmo procurarceli a più buon mercato. Ma da questo riflesso di buon senso al non sapere giovarci della nostra buona posizione per le prossime trattative ci corre. Noi abbiamo un po’ il coltello per il manico; e se non potremo, per moltissime ragioni, conservare intatta la clausola dei vini, abbiamo il dovere ed il potere di garantire alle nostre industrie e all’agricoltura italiana una larga opportunità di sbocchi nella vicina Monarchia. Occorre soltanto tenerci preparati e trarre partito dalle circostanze non sfavorevoli del momento presente.

 

 

Torna su