Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

L’America e l’emigrazione italiana

«Corriere della Sera», 1 gennaio 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 527-533

 

 

 

Una delle prime cose che il nuovo Congresso prenderà in esame sarà il progetto per la legge sull’immigrazione. L’ormai celebre 3% non ha incontrato il favore di nessuno. Spiace a quelli che voglion restringere l’immigrazione, perché mentre riduce il numero degli immigranti, non la migliora in qualità, almeno secondo il loro giudizio: spiace a quelli che vorrebbero l’immigrazione libera, perché riduce di troppo il numero degli immigranti ammessi, e quindi agisce come un artificiale sostegno degli alti salari operai. Spiace a Dio ed ai nimici sui: e se è rimasto in vita finora, si è sovratutto che, battagliandosi restrizionisti e liberali, per ottenere ciascuno una politica che più gli andasse a genio o meglio si uniformasse ai suoi interessi, la legge del 3% era una specie di zona neutra, che serviva di base alle operazioni dei due partiti opposti. Ma i restrizionisti ormai l’hanno vinta: e si preparano a rivedere la legge a seconda delle proprie idee. Nella nuova legge non vi sarà ombra di compromesso o di concessione, a meno che per tale non voglia considerarsi il fatto che l’immigrazione non è proibita del tutto… All’infuori di questo, i liberali non ottengono nulla; e anche questa concessione, se sia concessione, non passerà senza opposizione, né, una volta incorporata nella legge, durerà necessariamente per molto tempo.

 

 

Si dirà forse che si mette troppo pessimismo nel giudicare della situazione. Dopotutto i nuovi provvedimenti sull’immigrazione o contro l’immigrazione sono ancora allo stato di progetto, e durante una discussione parlamentare molte cose possono accadere. L’impreveduto sembra essere spesso il solo elemento di certezza nelle vicende politiche: è vero: ma contare sull’impreveduto in fatto di immigrazione e di Congresso, è quasi come contare sul miracolo o sul terno al lotto. Ogni tanto capita che qualcuno vince il terno, ma sarebbe poco consigliabile di mettere il terno tra le fonti di reddito colle quali si può pagare una cambiale con scadenza fissa.

 

 

Il nuovo progetto sull’immigrazione è opera del deputato Johnson, un repubblicano, che viene dalla costa del Pacifico: è stato congegnato o complottato d’accordo e coll’approvazione del ministro del lavoro Davis: si assicura che abbia ricevuto l’approvazione incondizionata del presidente Coolidge. Il progetto si trova ora dinanzi alla commissione sull’immigrazione: ma presidente della commissione è il Johnson prefato. Tagliatelli in famiglia, parrebbe. La commissione naturalmente approverà e raccomanderà alla camera di approvare. Che, con tanta scorta di autorità, il progetto possa essere respinto da una camera e da un senato, nei quali non esiste una vera e risoluta opposizione contro di esso, non è soltanto improbabile: è inconcepibile. Ed è persino dubbio che la discussione parlamentare possa variare il progetto in qualche particolare di importanza. Per ogni buon fine, lo si poi considerare come se fosse già legge, sola rimanendo incerta, ma non lontana, la data in cui la legge diverrà effettiva.

 

 

Ed ecco la sostanza della nuova legge, la polpa del nuovo frutto, ostica sostanza, amara polpa. Per dirla in pochissime parole, la legge suona a morto per l’immigrazione italiana: le porte che già furono spalancate, e poi dopo la guerra si socchiusero, ci vengono ora chiuse a doppia mandata, e sbatacchiate in faccia. Se l’immigrazione italiana sia stata una delle vittime scelte di proposito dalla nuova politica restrizionistica, non ci è possibile di dire per certo: altre immigrazioni, e precisamente quelle nordiche, sono state meglio trattate e anche favorite: alcune immigrazioni, e precisamente quelle dell’Europa orientale e sud – orientale, ci soffrono molto di più. Ma poca consolazione si può cavare dal fatto che, se l’emigrazione italiana è quasi esclusa, quella greca o slava o siriaca o armena è esclusa del tutto. In questo caso il mal comune non è mezzo gaudio, e nemmeno un quarto né un ottavo di gaudio.

 

 

L’artificio per il quale si riesce a limitare l’immigrazione italiana, pur sotto parvenza di una misura generale, è ancora quello della percentuale, ma applicato in modo puramente arbitrario, prendendosi a base del calcolo il censimento americano del 1890. Siccome nel 1890 non c’erano che pochissimi italiani agli Stati uniti (e non c’erano greci o slavi quasi affatto) la percentuale di ammessi risulta necessariamente piccolissima. Per di più la percentuale stessa è ridotta dal 3 al 2%. In base a questo calcolo, si è fatto il conto che il numero di italiani ammissibili negli Stati uniti, sarà d’ora innanzi di poco più di cinquemila all’anno. La nuova legge porta alle disposizioni eccessivamente rigide della vecchia legge una mitigazione umana: mentre limita al 2% il numero dei nuovi arrivati, permette un 2% addizionale da riservarsi esclusivamente ai parenti di immigrati che già risiedono negli Stati uniti. Ma se in questo modo si arriverà anche ai diecimila emigranti annui, la cifra è, dal punto di vista nazionale, trascurabile: la nuova legge equivale ad un divieto presso a poco assoluto.

 

 

Si potrebbe domandarsi perché i proponenti della legge abbiano escogitato questo artificio della percentuale e del censimento ad libitum, invece di dire più semplicemente che «dal giorno tale l’immigrazione negli Stati Uniti è libera ai cittadini britannici o tedeschi o scandinavi, ed è proibita ai cittadini italiani, greci o slavi». L’artificio sembra un’invenzione del bizantinismo più puro, che si diletta delle cose complicate e difficili, fatto apposta per complicare una questione che è di per sé ben lontana dall’essere facile, e per circondarla della massima quantità possibile di irritazione. Forse i proponenti spiegherebbero la loro mossa, dicendo che non volevano creare malumori internazionali con una legge che favorisse per nome, esplicitamente, una nazione piuttosto che un’altra: la misura ha – come si è detto – un’apparenza di generalità e quindi ostenta l’imparzialità che teoricamente dovrebbe essere il più bell’ornamento di ogni legge. Ma chi si può lasciar ingannare da un’apparenza così trasparente E del resto se ci fosse mai persona dal comprendonio così impenetrabile che non capisse, i proponenti e i sostenitori della legge si fanno un dovere, e probabilmente un piacere, di far sapere urbi et orbi che proprio quello è lo scopo del loro artificio: escludere certe nazionalità a beneficio di certe altre. E allora perché arzigogolare in quella maniera?

 

 

Un sistema analogo di legiferare si trova di frequente negli annali legislativi americani. Per dare un esempio: esiste nello stato di New York un grande antagonismo tra la città di New York, che normalmente democratica ed ha più di metà della popolazione dello stato, e il resto dello stato che è normalmente repubblicano ed ha una maggiore rappresentanza al parlamento di stato che non la città. Ogni qualvolta il parlamento di stato vuol fare un dispetto alla cittadinanza, fa delle leggi che alla città sono sgradite e pure sono applicabili soltanto alla città: e poiché la Costituzione proibisce allo stato di far leggi che si applicano in modo speciale a una parte sola dello stato, le leggi da applicarsi alla città di New York, portano sempre questa formula generale: «in tutte le città la cui popolazione eccede un milione, si farà così e così…» Nello stato di New York c’è una città sola, la cui popolazione ecceda il milione: ma la formula salva il principio della generalità, richiesto dallo statuto.

 

 

Nel caso dell’immigrazione non c’era bisogno di far ricorso a questo espediente per ragioni legali. È vero che una legge la quale, in un paese, faccia trattamento diverso agli stranieri di diversa nazionalità, offende le consuetudini internazionali – quelle almeno che conoscevamo prima della guerra: ma nel mondo presente il riguardo per le norme internazionali è scomparso e gli Stati uniti non ne sono più teneri degli altri. A spiegare la complicazione della formula immigratoria americana non rimane quindi altro di meglio fuor del bizantinismo, che di solito giganteggia man mano che rimpiccioliscono le vedute dell’uomo.

 

 

L’essenziale della legge è quello: d’ora innanzi negli Stati uniti non si entra più. Punto e basta. Gli altri particolari sono d’interesse relativo: c’è la registrazione poliziesca degli immigrati; l’esame degli immigrandi al punto di partenza: si vorrebbe introdurre anche la cittadinanza obbligatoria. Tutta roba che contribuirà alla creazione di una gigantesca macchina burocratica, ma che èdi secondaria importanza. A quelli che son fuori, che importa tutto ciò, se tanto non possono entrare?

 

 

Così finisce un’era storica, un’era che noi abbiamo vissuto intiera dal principio alla fine: l’era della libera emigrazione. Fu uno dei più grandiosi fenomeni del secolo passato e, per l’Italia, dell’ultima parte del secolo passato. Fu a questo fenomeno che, senza il menomo dubbio, gli Stati Uniti debbono la loro grandezza, la loro prosperità e la loro potenza: senza le masse di ruvidi lavoratori che si riversarono in essi per un secolo, gli americani non avrebbero potuto popolare l’ovest, costruire le ferrovie, scavare le miniere, abbattere le foreste, creare l’industria: senza gli immigrati, sarebbero ancora quel che erano un secolo fa – delle colonie di borghesi sognatori da una parte e di gentiluomini indolenti dall’altra. Gli Stati uniti sarebbero ancora dov’è l’Australia, che sin dal principio ha escluso l’immigrazione libera.

 

 

È un bene, è un male, questo cambiamento? Chi sa. Buono o cattivo che sia, è un cambiamento che non si può evitare e che bisogna accettare con tanti altri cambiamenti che il secolo ha portato in germe e che la guerra ha rapidamente sviluppato in piante robuste, come una setta calda.

 

 

L’America non manca di buone ragioni per giustificare le sue restrizioni. Ha paura che l’invasione di nuove turbe europee possa finire per distruggere intieramente la bella compagine politica del paese: è già evidente nella sua vita l’influenza delle nuove generazioni, nate dagli immigrati e cresciute con idee e ideali diversi da quelli americani. Economicamente la legge sarà un inconveniente, perché priva l’America della mano d’opera più elementare, che né gli americani né gli immigrati nordici vogliono o possono fornire. Ma l’organismo sociale si adatterà a poco per volta alle nuove condizioni: è inevitabile.

 

 

Quanto all’Italia, se la sua emigrazione può trovare sfogo nell’America meridionale sarà forse meglio per tutti: andrà in paesi dove è meglio considerata e dove trova una popolazione più vicina per lingua e per costumi. Laggiù non ci sono gli alti salari del nord: ma non si dimentichi che gli alti salari del nord sono proprio dovuti all’esclusione dell’immigrazione. Se l’immigrazione fosse libera, gli alti salari non ci sarebbero, o non sarebbero così alti: sarebbero però conditi ugualmente di molta amarezza e bagnati di molte lagrime.

 

FELICE FERRERO

 

 

Questa corrispondenza viene in un momento nel quale le rimesse degli emigranti italiani all’estero, che erano salite a 4.500 milioni nel 1921 e si erano mantenute a 3.400 milioni nel 1922 (Documenti finanziari presentati al parlamento l’8 dicembre dal ministro delle finanze), accennano a diminuire. Corre voce invero che nell’anno testé chiuso le rimesse siano state notevolmente inferiori a quelle degli anni scorsi, sebbene la cifra della diminuzione non sia ancora nota. Due sono le cause della diminuzione: l’una è la politica restrittiva contro l’emigrazione italiana degli Stati uniti, la quale impedisce che si mantenga il flusso di rimesse che gli emigranti fanno alla madre – patria, specie nei primi anni, quando non hanno ancora chiamato a sé la famiglia; la seconda è la politica, pure nordamericana, di ostacolare le rimesse degli emigranti coll’offrire condizioni allettanti di deposito nelle proprie casse di risparmio, istituite a bella posta e sussidiate da una larga propaganda contro i pericoli delle rimesse a paesi a valuta depressa.

 

 

Contro la duplice politica è forse inutile opporre gli ottimi argomenti esistenti in contrario dal punta di vista americano. Si potrebbe dimostrare, con testimonianze americane, quale contributo di lavora e di intraprendenza gli italiani abbiano recato al progresso economico della grande confederazione. Si potrebbe aggiungere che il danno maggiore gli americani lo recheranno a se medesimi, restringendo la produzione, dando a taluni gruppi di lavoratori il monopolio del loro mercato. Tutto ciò sarebbe vano; ché la legislazione restrittiva degli Stati uniti è dominata da quella ideologia nazionalista, la quale è intenta oggi ad erigere alte barriere protettive in ogni stato contro tutti gli altri paesi del mondo. Politica assurda e suicida, perché, mentre non si ottiene nessun risultato di espansione all’estero, si mortifica certamente la produttività nazionale. Approfittano del prevalere di questa ideologia i sindacati operai per rialzare artificiosamente i proprii salari al disopra del livello corrente negli altri paesi aperti e perciò vogliono ridurre la immigrazione di operai concorrenti; ne approfittano gli imprenditori malcontenti che qualche rivolo del risparmio italiano o slavo o sud – europeo esca dagli Stati uniti ed il danaro sia alquanto più caro di quel che sarebbe se quel risparmio rimanesse in paese. E gridano contro la concorrenza estera e l’espatrio dell’oro, dimentichi che la concorrenza del lavora estero abile è una gran forza per ridurre i costi senza deprimere i salari reali e l’oro espatriato è ricchezza che non esisterebbe se gli emigranti non l’avessero creata. Ma i proibizionisti usano dei sentimenti nazionalistici per ottenere i proprii salari o per poter disporre del risparmia migratorio; e poiché essi sono forti ed influenti, avranno probabilmente causa vinta.

 

 

Sia lecito però a noi trarre le logiche deduzioni dalla politica nordamericana. Chi non vuole ricevere i nostri emigranti, chi ostacola le rimesse da questi inviate alla madrepatria, chi impone dazi enormi sulle nostre esportazioni, quegli

 

 

  • non vuole vendere le sue merci a noi. Come possiamo noi comprare il frumento nordamericano, il cotone nordamericano, le macchine nordamericane, le conserve, le carni, ecc., prodotte in quel paese se noi non possiamo vendere agli americani merci o servizi di emigranti? Non compra chi non vende;

 

 

  • non vuole ricevere il pagamento degli interessi dei prestiti fattici durante la guerra. Quegli otto miliardi e mezzo di lire – oro a cui ammonta ora all’incirca il debito verso gli Stati uniti rappresenta un’ugual somma di merci che gli americani ci inviarono durante la guerra per consentirci di tener testa al nemico comune. Quelle merci ci furono addebitate a prezzi di guerra e se potessero rivalutarsi a prezzi meno profittevoli ai fornitori e meno fecondi di imposte al governo americano, equivarrebbero certamente ad una cifra assai minore di otto miliardi e mezzo. Non monta: gli americani astrattamente ne pretendono il rimborso integrale. Ma subito si contraddicono col rifiutare gli unici mezzi di pagamento a noi aperti: esportazioni di merci e servigi di emigranti. Il prestito bellico fu un anticipo di merci e servigi contro promessa di restituzione in tempo futuro di merci e servigi. In che altro modo potrebbe l’Italia pagare? Ne indichino, di grazia, gli americani qualcuno, che in definitiva non si risolva in merci a servigi.

 

 

Or dunque, non abbiamo ragione noi di trarre dalla loro condotta proibizionista rispetto gli emigranti la deduzione che essi abbiano altresì deliberato di proibirci il rimborso dei prestiti bellici? Noi sapevamo che essi sono di impossibile restituzione; che il rimborsa rovinerebbe le finanze nazionali che si vanno faticosamente riassestando; avevamo dimostrato che quei prestiti non sono tali, ma contributi alle spese della causa comune e che il rimborso sarebbe perciò una sfregio ai principii della morale politica.

 

 

Non credevamo tuttavia che così presta i legislatori americani, distruggendo lo strumento nostro principale di rimborso, dimostrassero il loro consenso sostanziale nella nostra tesi.

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