Le classi di rango e la difesa dell’erario

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 13/10/1923

Le classi di rango e la difesa dell’erario

«Corriere della Sera», 13 ottobre 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 399-403

 

 

 

Il sistema delle cosidette classi di rango, che il consiglio dei ministri ha approvato per l’ordinamento dei funzionari dello stato, si ispira all’esempio d’una delle migliori amministrazioni governative dell’ante guerra: quella austriaca.

 

 

Descrivendo qui il sistema austriaco in un articolo del 3 luglio 1921, spiegavo che esso si imperniava tutto sull’idea fondamentale che i funzionari dello stato, a qualunque categoria appartenessero, fossero assimilati a quel funzionario che è il più conosciuto di tutti, la cui gerarchia è più netta e comprensibile all’universale; il funzionario militare: da soldato a caporale a sergente a furiere a sottotenente e via via tenente, capitano, maggiore, colonnello, generale. Basta guardare un uomo vestito in divisa e si sa subito quale posto occupi nella gerarchia militare. L’Austria classificava tutti i suoi impiegati secondo il tipo militare. Si era assimilati, a seconda delle circostanze, a tenente, a colonnello, a generale. Si entrava nella gerarchia più in su o più in giù, a seconda degli studi fatti. Chi aveva assolto gli studi elementari, entrava ad esempio come caporale; chi le scuole medie inferiori, come sottotenente; chi quelle superiori, come tenente; chi aveva compiuto gli studi universitari come capitano. Qualunque fosse la funzione dell’impiegato, questi andava avanti nella gerarchia per classi generali di rango. Si poteva essere maestri, professori di ginnasio o di liceo o di università, segretari o consiglieri di prefettura, viceprefetti o prefetti, pretori o giudici di tribunale, consiglieri di appello o di cassazione. Queste denominazioni erano relative solo all’ufficio esercitato; lo stipendio e la degnità gerarchica erano determinati, invece, dalla classe di rango a cui si era iscritti. Si aumentava di stipendio solo perché si passava dalla decima alla nona classe, dalla nona all’ottava; e tutti coloro che appartenevano a una data classe avevano il medesimo stipendio, sia che fossero colonnelli, o capi divisione, o professori di una data scuola, o magistrati d’un determinato grado.

 

 

Dicevo allora che il sistema delle classi di rango era stato inventato dall’amministrazione austriaca allo scopo di utilizzare alcuni sentimenti fondamentali umani, vivissimi in particolar modo nel ceto dei servitori dello stato:

 

 

1)    Il senso di uguaglianza. Gli impiegati pubblici nulla odiano più della disparità di trattamento. Essi passano parte del loro tempo a confrontare se stessi agli altri; e a trovar ragioni per le quali essi meriterebbero di avere almeno tanto stipendio quanto è goduto da funzionari che essi reputano di ugual grado. E se appena appena scoprono un pretesto per invocare una equiparazione lucrosa, tanto fanno da portarsi avanti. Ciò suscita le querimonie degli equiparati, i quali ritengono invece di aver ragioni di preminenza e chiedono e spesso ottengono riparazioni. Il gioco dei mattoni può continuare così all’infinito.

 

 

Il sistema delle classi di rango cerca di eliminare tali ascese a spizzico, pericolosissime per il tesoro pubblico, classificando di autorità una prima volta tutti gli impiegati. Se, a cagion d’esempio, si è scritto che il vice – prefetto è uguale a un colonnello, amendue devono muoversi insieme in su e in giù. Non può il vice prefetto pretendere di diventare generale, perché il colonnello si riterrebbe scaduto in degnità.

 

 

V’è nella classificazione un arbitrio iniziale; ma l’esperienza sembra provare che, una volta stabilita, essa sia in grado di resistere più a lungo agli assalti delle singole classi di interessati. Non è facile dare un aumento di stipendio ai soli vice prefetti; ché dovrebbero averlo anche i colonnelli; e così pure lo avrebbero senz’altro certi professori e certi capi divisione e certi ispettori e certi magistrati e così via.

 

 

Entro ogni grado o classe non vi sono disparità di trattamento. La sesta classe, ad esempio, è tutta pagata a 20.000 lire all’anno; nessuno tra gli assimilati a quel grado riceve più o meno.

 

 

2)    Il senso della distinzione. Gli uomini amano distinguersi gli uni dagli altri. In un paese dove tutti i magistrati sono giudici, tutti gli insegnanti sono professori, tutti gli impiegati dei ministeri sono commendatori, come si fa a distinguere i superiori dagli inferiori? Come si fa a inspirare anche nel pubblico il rispetto della gerarchia? Il sistema delle classi di rango aveva lo scopo di creare una distinzione gerarchica nota a tutti. Non occorre essere profondi in scienza della pubblica amministrazione, per sapere che la prima classe val di più della seconda, e la seconda della terza.

 

 

3)    Il senso della vanità. È una variante del precedente senso della distinzione. Questa è interna, a scopo generico. Quella è esterna, per incutere rispetto al pubblico. Il grande pubblico, il popolo minuto e medio in genere, non distingue il segretario da un capo divisione e da un direttore generale; né troppo si intende dei vari gradi della magistratura o dell’insegnamento. Ma sa con precisione che il capitano è più del tenente, ed il generale più del colonnello.

 

 

In Austria davano tanta importanza a questi elementi psicologici per il governo delle masse, che tutti i funzionari civili potevano e dovevano, in certe occasioni, vestire la divisa militare. Ciò giovava non solo a crescere il rispetto del pubblico ma a costringere il funzionario medesimo a una certa dignità e fierezza esteriore, come quella a cui sono abituati i militari.

 

 

In fondo, tecnicamente, il nuovo ordinamento degli impiegati italiani dovrebbe produrre questi medesimi effetti. Se in realtà sia destinato a conseguirli intieramente, è cosa che solo l’avvenire potrà dirci. In un paese così poco rispettoso delle gerarchie esteriori, come l’Italia, potrebbe darsi che tutti questi nuovi capitani e colonnelli e generali civili suscitino piuttosto sorrisi e frizzi che ossequio e timore reverenziale.

 

 

Forse, tra noi, i risultati saranno più interessanti a studiarsi dal punto di vista di alcuni malanni che la guerra aveva creato o inasprito. E cioè il sistema non deve solo essere studiato dal punto di vista degli effetti permanenti che sono quelli descritti sopra, ma da quelli di strumento per conseguire certi desiderati effetti immediati e transitori.

 

 

Di cui il più importante pare quello del ristabilimento di una certa gerarchia di valori. Tutti sanno come la guerra abbia in Italia e all’estero rialzato sovratutto gli stipendi bassi in confronto agli alti: chi aveva 2.000 fu portato a 12.000 lire; chi aveva 12.000 andò solo a 20.000 lire. Gli estremi si avvicinarono e parve più conveniente non perder tempo a studiare se lo studio non elevava troppo al di sopra del livello dell’analfabetismo.

 

 

Si poteva riparare al male anche col sistema vigente sino a ieri delle gerarchie divise; ma l’istituzione d’un sistema nuovo ed unificato sembrò all’uopo uno strumento più efficace e sicuro. I gradi bassi non ottengono miglioramenti e potrebbe darsi che, anzi, rispettando i diritti acquisiti ad personam, si siano tolti alcuni tra gli eccessi maggiori. Crescono, invece, gli emolumenti dei gradi alti e torna ad essere visibile la differenza fra i gradi estremi e desiderabile lo sforzo per progredire.

 

 

Indubbiamente, però, la riforma implica per ora un aumento di spesa. Quale sia per essere tale aumento, sarebbe utile sapere. Come pure sarebbe desiderabile che fossero subito attuati quegli avvedimenti, i quali si afferma essersi ideati allo scopo di eliminare gli effetti dell’aumento della spesa. L’avvedimento principale dovrebbe consistere nella riduzione dei posti di organico, possibile a farsi perché l’impiegato meglio pagato o meglio spinto a perfezionarsi per raggiungere i gradi alti ben pagati, dovrebbe rendere di più e far rendere di più i suoi subordinati. Ma la riduzione è già disposta; e l’entrata in vigore del nuovo ordinamento è, almeno in parte, subordinata alla riduzione dei posti?

 

 

L’economia dovrebbe nascere altresì dal congegno del sistema, per cui sarebbe vietata la manovra esposta sopra degli assalti all’erario per ondate successive. Prima si agitano gli A per passare da 10 a 11; e poiché sono influenti e fastidiosi conseguono l’intento. Ma subito i B chiedono d’essere equiparati; e tanto strillano da riuscir vittoriosi. E allora i C e i D e gli E protestano e fan causa, sì da passare anch’essi da 10 a 11. Adesso, se gli A e i B e i C e i D appartengono tutti alla stessa classe di rango dovranno, come si disse sopra, far causa comune, e forse si guarderanno in cagnesco e renderanno più agevole la difesa dello stato.

 

 

C’è qualche speranza che ciò si avveri; ma sarebbe eccessivo fidarsi del tutto. Non sarebbe giusto criticare il bene per invocare un meglio che non si saprebbe neppure come definire. Ma non sarebbe nemmeno opportuno credere che ogni pericolo sia scomparso. La malizia e la furbizia di funzionari in cerca di qualche rottura nella maglia sono inarrivabili. Mentre il ministro del tesoro è uno solo, gli impiegati sono molti e hanno l’aiuto dei ministri della spesa, ognuno dei quali è intento a portar su gli impiegati del proprio ministero. Mentre il difensore del tesoro deve pensare a tante cose, gli impiegati, i quali vogliono scavalcare l’ostacolo della propria classe di rango, non pensano che a questo.

 

 

Si può giurare che sapranno escogitare qualche diavoleria per tentare di mandare a picco il sistema delle classi di rango, così come fecero naufragare il sistema dei ruoli aperti e quello dei ruoli chiusi. Non c’è sistema che per se stesso valga contro l’interesse d’una classe benemerita, ma astutissima, nel considerare i proprii come gli interessi preminenti dello stato. La difesa dell’erario non diventa col nuovo sistema automatica. Essa deve continuare a essere vigile, continua, attiva, sospettosa.

 

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