Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Le trincee della battaglia della lira

«Corriere della Sera», 11 luglio 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 363-366

 

 

 

A rischio di riuscire noioso, insisto sulla necessità di dar la battaglia della lira, appoggiati alla trincea insormontabile dei 20 miliardi di biglietti. In verità qualche giornale giudica «allarmante» la neutralità di noi altri economisti, che ossessionati dai due fatti «del pareggio del bilancio e della circolazione ridotta sulla linea del Piave dei 20 miliardi, come fine a se stessi» ci saremmo «irrigiditi ed avulsi da tutto il rimanente organismo economico della nazione».

 

 

Parrebbe che si potesse fermare il ribasso e le oscillazioni del corso della lira con altri mezzi: e se ho capito bene il processo dovrebbe essere questo:

 

 

  • a) produrre molto, anche se per produrre di più fosse necessario far spendere allo stato somme più o meno grandi in opere pubbliche o in iniziative incoraggianti dell’industria nazionale; ed anche se, per produrre di più, fosse d’uopo anticipare, con qualche momentaneo allargamento della circolazione, i capitali occorrenti ad industriali ed agricoltori;
  • b) consumare poco;
  • c) vendere quanto più è possibile all’estero.

 

 

Sul secondo punto, non c’è nulla a ridire; coincidendo esso perfettamente con la necessità qui sempre proclamata di risparmiare quanto più si possa, per fornire capitali alle iniziative private. Il male, transitorio, di cui soffre l’economia nazionale, sta nel contrasto fra il veloce incremento del risparmio, salito a 14 miliardi di lire all’anno ed il velocissimo incremento delle richieste di risparmio da parte dell’agricoltura, dell’edilizia, delle industrie elettriche, tessili, meccaniche ecc. ecc., che pare siano salite a 21 miliardi di lire all’anno. L’Italia è divenuta un mirabile centro di operosità; ma, affinché non si faccia il passo più lungo della gamba, affinché gli industriali non siano costretti a pagare il capitale sempre più caro, oggi il 9% e poi, per la concorrenza reciproca, il 10, il 12 e più %, occorre che il risparmio cresca.

 

 

Se cresce il risparmio (punto b), aumenta la produzione (punto a) e potrà aumentare altresì la esportazione (punto c).

 

 

Per far muovere il meccanismo ricostruttore, bisogna cominciare dal crescere il risparmio. Il resto verrà come conseguenza, tanto grande è l’ardente voglia e capacità degli italiani di trarre profitto dei capitali disponibili per produrre, lavorare, esportare.

 

 

Il guaio si è che il risparmio disponibile non cresce, anzi diminuisce se si abbandonano quelli che i fautori inconsapevoli dell’inflazionismo proclamano «irrigidimenti» degli economisti. Val la pena ricordare verità così elementari? Pare di sì, se si leggono ogni giorno incitamenti contrarii di organi non ultimi della pubblica opinione.

 

 

Non curarsi in primissimo luogo del pareggio del bilancio dello stato e di quello degli enti locali? Sono dunque tanto lontani gli anni dal 1915 al 1922 quando lo stato assorbiva quasi tutto il risparmio disponibile? Non ci ricordiamo più la stasi nelle industrie, salvo quelle di guerra, rifornite di capitali e di ordinazioni dallo stato? La Dio mercé, oramai tutto ciò deve rimanere un ricordo del passato. Lo stato deve restituire al mercato, grazie agli avanzi provvisori di cassa, i risparmi assorbiti in passato; e deve astenersi dall’assorbire risparmi nuovi. Altrimenti, la distanza tra la offerta di 14 e la domanda di 21 miliardi di risparmio si allarga, invece di accorciarsi; e le industrie, per mancanza di capitali, dovranno diminuire la loro produzione.

 

 

Ed è un «irrigidimento» da cui bisogna guardarsi, la difesa del limite dei 20 miliardi? Hanno meditato coloro che parlano leggermente di possibili transitori aumenti di circolazione, sugli effetti delle loro proposte? Aumentare la circolazione vuol dire stampare, supponiamo, un miliardo di più di biglietti ed anticiparli a chi ne ha bisogno per iniziare o condurre a termine le proprie operazioni industriali. Ottime operazioni, senza dubbio; che però non bisogna fecondare in tal modo.

 

 

Ripeto se i risparmiatori rinunciano a consegnare un miliardo del loro reddito per risparmiarlo, ciò è molto utile al paese. Gli industriali ottengono a prestito il miliardo, invece dei consumatori; e se ne servono per far fabbricare macchine o comprare materie prime, laddove i consumatori avrebbero acquistato vestiti, vino, viaggi, ecc., già esistenti. I prezzi non mutano, perché Tizio, industriale, spende ciò che avrebbe, al suo luogo, speso Caio consumatore.

 

 

Ma se Caio, consumatore, non risparmia di più e spende le sue lire, e Tizio, industriale, ottiene le lire, bisognevoli a lui, dalla Banca di emissione sotto forma di biglietti nuovi; ecco che sul mercato vengono due domande, vengono due biglietti: quello vecchio di cui Caio non si è voluto privare e quello nuovo, fabbricato a bella posta per aiutare Tizio. Si sa cosa succede. Essendoci due biglietti a chiedere merci, lavoro, servigi, i prezzi delle merci, del lavoro, dei servigi vanno su. Tizio, industriale per un po’ è in buone acque perché ha avuto il desiderato aiuto dalla sua banca; ma dopo qualche mese si accorge che con un capitale circolante di 105.000 lire compra esattamente la stessa quantità di merce che comperava prima coi 100. Perciò ricomincia ad invocare credito, a lamentarsi della restrizione e del corso del danaro. Se lo si è ascoltato la prima volta, perché non ascoltarlo la seconda volta, quando egli ripete le stessissime ragioni? La seconda volta bisognerà allargare di più i limiti della circolazione, perché nell’industria si sono impiegati altri capitali, quelli ancora prodotti nel frattempo; perché le imprese si sono allargate: da 21 bisognerà andare a 23. E poi a 26, a 30, a 35, a 45, a 60, alla moda tedesca abissale.

 

 

Mentre l’industria non trova requie, l’inflazione produce deleteri effetti sul risparmio. Le classi medie, le vere grandi produttrici di risparmio, vedono diminuire prima e scomparire poi il margine disponibile. Ben prima, esse si disamorano del risparmio. Perché investire, se gli investimenti, espressi in una moneta svalutatasi, sfumano? Le epoche di svalutazione sono sempre state epoche di corsa pazza ai godimenti immediati e di allontanamento dal risparmio. Quindi, ogni aumento di circolazione distrugge la molla segreta che, unica, fa agire il rimedio alla crisi attuale. Questa è crisi di crescenza, crisi di espansione. Si vorrebbe produrre di più; ci sono le capacità e gli uomini per produrre di più. Ma l’intento si può ottenere solo con mezzi reali – risparmio -; non si ottiene con mezzi cartacei.

 

 

La difesa del pareggio e la difesa della linea del Piave della circolazione attuale sono dunque le due condizioni assolute senza di cui il problema economico non si risolve. Certo, è assai facile indulgere a spese pubbliche sedicenti incitatrici; certo è assai facile stampar biglietti. Col disavanzo e con la carta moneta, però, non si crea nulla. Si distrugge lo stimolo a risparmiare e si sottrae lo scarso risparmio residuo all’iniziativa economica privata per incanalarla in gravosi nuovi prestiti pubblici. Poiché, invece, il pareggio esiste e poiché da anni la quantità di biglietti circolanti non va oltre i 20 miliardi, difendiamo, ad ogni costo, questi due beni supremi. L’avvenire dell’economia nazionale dipende tutto dalla prosecuzione, ad ogni costo, di questa difesa.

 

 

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