Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV

Corriere della Sera

L’offensiva dei cambi

«Corriere della Sera», 14 marzo 1918

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1961, pp. 637-640

 

 

Oggi, che l’istituto nazionale dei cambi è entrato in funzione, uno dei fatti più degni di meditazione da parte sua dovrebbe essere il contrasto risultante dal seguente specchietto:

 

 

Perdita percentuale dei cambi sulla Svizzera

settembre 1917

febbraio 1918

Germania

– 47,5

– 28,4

Austria-Ungheria

– 60,5

– 44,2

Italia

-30,0

– 49,0

 

 

C’è di mezzo Caporetto contro l’Italia e le paci orientali a favore degli imperi centrali. Ma tutto ciò non basta a spiegare perché la perdita delle monete tedesca ed austriaca sia tanto diminuita, mentre quella della moneta italiana è tanto cresciuta. Non voglio ridiscutere la questione delle cause del rialzo del cambio. Una osservazione si può fare ed è che, lasciando da parte il fatto fondamentale dell’incremento della circolazione, il quale spiega il grosso del deprezzamento in generale, le variazioni nei rapporti reciproci tra i cambi austro-tedeschi e quelli italiani sono in parte dovute al fatto che le valute nemiche furono sapientemente manovrate, mentre i cambi italiani furono lasciati andare alla deriva. In uno degli ultimi numeri dell’«Economist» si leggeva una interessante descrizione della offensiva dei cambi intrapresa dalla Germania in Svizzera e culminata quasi nel tempo stesso in cui infuriava l’offensiva militare contro di noi. Vendite di titoli provinciali e comunali tedeschi in Svizzera, allo scopo di procurare cambi alla Germania; abile opera di persuasione esercitata sui creditori della Germania affine di far loro cambiare i crediti a breve scadenza con buoni a tre o cinque anni. Imposizioni fatte al governo svizzero affinché concedesse accreditamenti alla Germania per somme superiori ai bisogni di acquisto di merci della Germania in Svizzera, ecc. ecc.

 

 

Noi che cosa abbiamo fatto per migliorare la nostra posizione in confronto coi paesi nemici? Forse pochissimo si può fare in modo diretto: ma non v’è ragione perché nemmeno quel pochissimo non si voglia fare; e perché l’opinione pubblica dalle notizie dei giornali e dai comunicati ufficiali sia spinta a condannare atti che invece dovrebbero essere incoraggiati, se non lodati, come vantaggiosi al nostro paese.

 

 

Vi sono in Italia, e questo e il punto su cui importa insistere ancora una volta, nonostante che tutte le passate insistenze siano rimaste inutili, non pochi possessori di titoli nemici, specialmente di titoli di rendita e di buoni del tesoro austriaci ed ungheresi, acquistati prima dello scoppio della guerra. Certamente, i capitalisti i quali hanno comperato questi titoli hanno commesso un errore. Essi hanno due attenuanti al loro errore:

 

 

  • hanno acquistato il titolo quando l’Austria era nostra alleata e quando l’acquisto era lecito;
  • l’hanno acquistato quando i ministri italiani del tesoro si ostinavano ad emettere buoni del tesoro a saggi inferiori a quelli correnti in tutta Europa ed a mantenere la rendita 3,50% a prezzi esagerati, superiori a quelli vigenti in tutti i paesi finanziariamente più solidi del mondo; e, così facendo, spingevano i capitalisti nostrani a far emigrare i loro risparmi all’estero ed a fornire capitali a prestito anche a quegli stati che dovevano diventare poi nostri nemici.

 

 

Di chiunque sia la colpa del lamentevole fatto, è ora inutile lagnarsene: cosa fatta capo ha. L’Austria nel 1911, nel 1912, nel 1913 ha incassato le 1.000 lire ed i capitalisti italiani hanno ritirato il titolo di debito austriaco. Su ciò e impossibile tornar sopra.

 

 

Quale è ora, a norma del più elementare buon senso, l’interesse dell’Italia? Cercare in tutti i modi di farsi pagare dall’Austria gli interessi dei titoli di rendita che disgraziatamente noi possediamo, cercare di riscuotere l’importo dei buoni del tesoro che fossero giunti a scadenza. Se alcuni cittadini italiani riuscissero a farsi pagare 50 o 20 o 10 milioni dall’Austria incassando gli interessi ed il capitale dei titoli di essi posseduti, sarebbero 50 o 20 o 10 milioni che l’Austria dovrebbe pagare e l’Italia riscuotere. Per tanto, sia pure di poco, i cambi dovrebbero peggiorare a danno dell’Austria e migliorare a vantaggio dell’Italia.

 

 

Tanto è vero che da ciò l’Austria sarebbe danneggiata, che il governo austriaco non paga né interessi né capitali se non a coloro i quali possono provare di non essere italiani, e di possedere i titoli presentati fin da prima dello scoppio della guerra con l’Italia. Ed è evidentissimo perciò che il governo italiano ha un preciso, indubbio interesse contrario non solo a permettere, ma ad incoraggiare i cittadini suoi a sbarazzarsi dei titoli, ad incassare le cedole dei valori austriaci. Il mezzo a cui i cittadini italiani ricorreranno per raggiungere lo scopo non riguarda il nostro governo. Se vi sono dei neutrali, disposti, mediante provvigione, a comprare cedole e titoli austriaci dai nostri connazionali e ad incaricarsi della riscossione, la cosa non ci riguarda né punto né poco. Ciò che importa, dal punto di vista italiano, è di infliggere il massimo danno all’Austria; e riuscire a farsi pagare capitale ed interessi dei suoi titoli di debito è fuor di dubbio infliggerle un danno.

 

 

Invece …

 

 

Invece ciò che accade in Italia rasenta l’incredibile. Un giorno si legge sui giornali che alla frontiera si arresta un Tizio il quale tentava di esportare in Svizzera cedole di titoli nemici. Un altro giorno si legge un comunicato di colore ufficioso, il quale annuncia gravi pene contro coloro i quali negoziano titoli stranieri nemici. Ed è notorio che la censura militare impedisce l’invio all’estero di titoli nemici.

 

 

L’on. Nitti dovrebbe porre un termine a questo che è davvero il regno dell’incredibile. Come? Vi è un Tizio che, sia pure a scopo di lucro o per evitare una perdita maggiore, cerca di esigere 100.000 corone dall’Austria, di trasformarle in franchi svizzeri e questi poi in lire italiane; vi è un tale il quale cerca di far entrare denaro in Italia, il quale, nell’ambito delle sue forze, compie un atto che tende a migliorare i cambi a nostro favore ed a peggiorare quelli del nemico; e, invece di fare a costui ponti d’oro, deve proprio essere il governo italiano a mettergli bastoni fra le ruote? Dove proprio il governo italiano usare la finezza al governo austriaco di impedire che un creditore riesca a farsi pagare, coll’intermediario di compiacenti neutrali, i suoi crediti verso di esso? Se l’opinione pubblica scambia l’esportazione vantaggiosa dei titoli di stati nemici con l’esportazione dannosa dei cascami di seta utili a scopi bellici, la si deve illuminare, non mai seguire.

 

 

Non giungo fino a chiedere che l’istituto nazionale dei cambi si faccia esso promotore dell’ esportazione. Non già perché sarebbe mal fatto; ma unicamente perché ciò darebbe nell’occhio ai compiacenti neutrali, i quali sono pronti a rendere questo piccolo servigio ai privati italiani non forse ad un istituto di stato. Ma chiudere un occhio dinanzi ad una esportazione così utile, di carta nemica contro importazione di oro sonante, sì. Ma chiudere tutti e due gli occhi dinanzi alla mancanza del bollo su un titolo che fugge, sì. Mettasi per condizione agli agenti ed ai banchieri, che dovrebbero essere tacitamente autorizzati dall’ istituto ad incaricarsi della bisogna, di far rientrare in Italia altrettanta valuta svizzera. Aggiungasi – e sarebbe lo scherzo più elegante che all’ Austria si potesse fare – che la valuta introdotta in cambio in Italia debba essere reimpiegata in titoli del prestito nazionale. Si piglino, insomma, le necessarie guarentigie affinché il danno all’Austria sia inflitto sul serio. Ma curare poi, proprio noi, che all’Austria sia tolto il disturbo di dover pagare i suoi debiti ai cittadini italiani, è davvero uno sproposito troppo grosso.

 

 

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