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Corriere della Sera

Per la piccola proprietà (A proposito di un libro dell’on. Luzzatti)

«Corriere della sera», 20 giugno 1913

 

 

 

Con recente discorso e con la pubblicazione di un volume su La tutela economica giuridica e sociale della piccola proprietà, l’on. Luigi Luzzatti ha voluto porre dinanzi all’opinione pubblica quello che egli ritiene uno dei grandi problemi italiani nel momento presente. Il volume è assai suggestivo, essendo una raccolta compiuta dei provvedimenti legislativi intervenuti in Italia a favore della piccola proprietà, e sopra tutto dei disegni di legge e delle relative relazioni che furono scritte e presentate dal Luzzatti stesso o da Ministeri di cui egli fece parte; cosicché, scorrendo il volume, si ha un’idea compiuta di quanto si fece o si tentò di fare da noi per risolvere il problema. Alla raccolta degli scritti suoi ufficiali, dei discorsi politici e delle relazioni parlamentari il Luzzatti ha apposto una eloquente e dotta introduzione, in cui, col presidio del prezioso «Bollettino delle istituzioni economiche agrarie» pubblicato sotto la direzione del prof. Giovanni Lorenzoni, segretario generale dell’Istituto internazionale d’agricoltura, questo «foro mondiale della sapienza agraria», come lo chiama il Luzzatti, ha sopra tutto messo in luce le esperienze straniere recenti intese a creare o rafforzare il ceto dei piccoli proprietari.

 

 

Sono esperienze che importa ricordare. In Irlanda, dopo numerose leggi preparatorie, la legge Windhom del 1903 delibera il riscatto obbligatorio dei latifondi, mette a disposizione dei commissari per il riscatto 2 miliardi e mezzo di lire italiane per far prestiti ai coltivatori. Il contadino con una quota annua del 3 e 1/4 per cento del capitale mutuato, comprensiva di interesse e di ammortamento, pagabile per 68 anni e 1/2, diventa libero proprietario dei terreni, che egli coltivava prima come affittavolo. Una nuova legge del 1909 eleva il tasso della rata annua al 3 e 1/2% e, ad accelerare il processo di espropriazione, assegna 300 milioni di lire da distribuire in premio ai proprietari che volontieri consentono al riscatto. La massima parte della terra irlandese è passata o sta passando, in conseguenza di queste grandiose operazioni finanziarie, dai latifondisti ai coltivatori; e notasi anzi che è maggiore il desiderio dei proprietari di vendere e di ricevere il premio largito dallo Stato che dei coltivatori di comperare.

 

 

Nell’Inghilterra, l’atto del 1908 dà poteri straordinari ai Consigli di contea (Consigli provinciali) per l’acquisto e la locazione dei piccoli poderi. I Consigli di contea, ove non riescano ad intendersi con gli antichi proprietari, possono ricorrere all’espropriazione obbligatoria, rivendendo poi o dando in affitto i terreni espropriati a piccoli coltivatori od anche ad unioni di coltivatori. Sembra che a tutto il 31 dicembre 1911 siano stati per tal modo acquistati o fissati per l’acquisto 124.502 acri (circa 50 mila ettari); di cui 94.154 acri furono affittati a 6916 piccoli agricoltori, 186 venduti. Inoltre 4597 acri si concedettero in fitto a 39 associazioni cooperative, che li hanno subaffittati a 732 dei loro soci. Intermediari i Consigli di contea, 32.000 acri furono poscia distribuiti da privati proprietari direttamente fra 2644 piccoli agricoltori.

 

 

In Egitto, ad opera di lord Kitchener, venne il 4 dicembre 1912 promulgata una legge sulla insequestrabilità della piccola proprietà rurale, la quale dichiara, insequestrabili (ma non inalienabili) le proprietà agricole dei coltivatori, limitatamente a cinque feddani ciascuna, ossia a 2.90 ettari circa. La legge, che è comunemente detta dei cinque feddani, esenta inoltre da sequestro l’abitazione, due animali da tiro e gli strumenti necessari per la coltivazione.

 

 

La Danimarca, paese di elezione delle cooperative del latte, del formaggio, dell’allevamento del bestiame, con le leggi del 1899, del 1904 e del 1909 ha costituito il «piccolo proprietario di Stato» ed impresta al 3% i nove decimi del valore della nuova proprietà, rimborsabili per ammortamento a lungo termine. Con uno stanziamento in bilancio di una somma annua di cinque milioni e mezzo di lire nostre, furono, dal 1900 al 1912, creati 6275 poderi nuovi del valore di 39,3/4 milioni.

 

 

In Olanda, il Governo ha di recente presentato un disegno di legge per facilitare agli operai l’acquisto di un piccolo fondo e di una casetta, il cui valore non superi i 2500 fiorini e la locazione di terreni, il cui canone non oltrepassi i 30 fiorini. L’ammortamento si fa in 32 anni, nei primi due pagandosi solo l’interesse del 3 e 1/2% e nei susseguenti 30 una rata costante del 5 e 1/2%. La Prussia, allo scopo di distruggere la forza della nazionalità polacca nelle provincie orientali, ha organizzato tutto un piano di colonizzazione e di acquisto delle grandi proprietà polacche che vengono riconcedute a piccoli coltivatori tedeschi, con un canone annuo del 3%, riscattabile fino a concorrenza di nove decimi. Sino alla fine del 1911 la Commissione aveva acquistato 394.398 ettari per un prezzo di 379.242.000 marchi, di cui però solo 112.000 ettari del valore di 96.717.000 marchi di proprietà polacche.

 

 

I latifondisti polacchi si rifiutano ostinatamente alla vendita, che invece è desiderata dai grandi proprietari tedeschi. Furono creati 19.788 coloni con poderi di un’estensione da 5 a 20 o 25 ettari.

 

 

In Spagna una legge del 30 agosto 1907 vuole fissare sulle terre incolte o male coltivate di proprietà dello Stato le famiglie sprovviste di lavoro e di capitale. Finora le colonie istituite o in corso di fondazione furono otto.

 

 

In Francia una legge Ribot del 10 aprile 1908 ampliata da altra del 19 marzo 1910, ha destinato la somma di 100 milioni per concedere prestiti al 2 per cento e per 25 anni e speciali società di credito immobiliare, le quali a loro volta consentono mutui al 3 e 1/2 per cento ai lavoratori desiderosi di acquistare una piccola proprietà del valore massimo prima di 1200 lire ed ora di 800 lire. Una legge successiva del 12 luglio 1909 permette la costituzione del bene di famiglia (homestead) consistente in poderi di valori non superiori ad 8000 lire, i quali non possono più essere ipotecati né colpiti di esecuzione giudiziaria. Bensì possono alienarsi, quando siano salvaguardati i diritti del coniuge e dei figli. Nei due primi anni 1155 agricoltori hanno ottenuto in complesso lire 4.596.692 in prestito al tasso mite di circa il 2 per cento, garantite da ipoteca ed assicurazione sulla vita e rimborsabili in 15 anni.

 

 

Ma l’esperimento più grandioso di tutti fu quello russo, dove gli antichi servi della gleba, liberati nel 1861, erano incatenati ad una specie di proprietà collettiva comunale, che era di grande impaccio ai progressi dell’agricoltura. Con un ukase del 1906 la proprietà collettiva si trasforma in proprietà individuale; e già 1,3/4 milioni di proprietari individuali con 12 milioni di deciotine, superficie equivalente a metà della superficie coltivata in Italia hanno preso il posto degli antichi comunisti. Ad evitare la trasformazione della proprietà ed il riscatto della terra dal canone dovuto allo Stato, la Banca fondiaria dei contadini aveva alla fine del 1911 importato circa 2 miliardi e 600 milioni di lire nostre. E mentre ciò avveniva in Russia, trasmigravano in Siberia dal 1896 al 1910 ben 3.235.000 persone, di cui 1.921.000 diventarono coloni rustici, ricevendo terre per un’estensione di 20 milioni di deciotine.

 

 

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Questi i fatti, che Luigi Luzzatti ha narrato con parole calde di simpatia verso i contadini lavoratori e che richiederebbero lungo commento ed attenta meditazione. Noterò soltanto, a guisa di breve chiosa, che essi hanno importanza e significazione profondamente diverse gli uni dagli altri. Le opere veramente grandi e benefiche furono quelle compiute nella Russia e nell’Irlanda. Ma in Russia trattavasi di compiere l’opera di liberazione dei contadini dalla servitù della gleba. Non erano più da 50 anni servi dei signori; ma erano diventati servi della comunità. La legge del 1906 è una legge che è tutta contraria alla tesi sostenuta dai vincolisti della piccola proprietà; poiché essa crea anzi il proprietario contadino, perfetto signore del suo fondo e libero di disporne. La colonizzazione russa in Siberia è opera grande di civiltà, appena paragonabile a quella compiuta negli Stati Uniti, nel Canada, nell’Argentina; ma è altresì un trionfo della piccola e libera proprietà coltivatrice. In Irlanda gli inglesi hanno voluto, col sacrificio di qualche miliardo, riparare ai delitti dei secoli scorsi; ma il segreto della riuscita dell’operazione sta tutto nell’alto prezzo di esproprio offerto agli antichi proprietari e nel desiderio dei contadini irlandesi di diventare piccoli proprietari indipendenti, signori assoluti della loro terra.

 

 

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Non sono questi gli esempi che si invocano per l’Italia. Scorrendo il volume suggestivo del Luzzatti, sembra a me che il concetto dominante nei nostri riformatori sia di imitare l’esempio tedesco del rentengut e quello cosidetto americano dell’homestead, trapiantato nelle leggi francesi, e nella legge egiziana dei cinque feddani. Sembra ai riformatori che sia opportuno costituire un ceto di piccoli proprietari possessori di un bene di famiglia non ipotecabile, non sequestrabile, assente da certe imposte, alienabile solo a certe condizioni e col rispetto dei diritti del coniuge e dei figli, talora anche indivisibile tra i parecchi figli, allo scopo di evitare il polverizzamento eccessivo della proprietà. Lo Stato interverrebbe espropriando i latifondi e poi li distribuirebbe ai contadini, presidiando questi ultimi contro il pericolo di cadere vittime dell’usura e dell’espropriazione. Si ritiene necessario l’intervento dello Stato per assicurare la piccola proprietà contro i pericoli, fiscali, creditizi, capitalistici che da ogni parte la assalgono.

 

 

L’esperienza straniera per ora dice assai poco in merito. La legge dei cinque feddani in Egitto è recentissima; e pare che il primo suo effetto sia stato di togliere ogni credito ai contadini, i cui terreni non costituiscono più una garanzia per i creditori. Sembra che i contadini oggi, per ottener credito, siano costretti a vendere le loro terre agli usurai ed a ripigliarle in affitto; il che è assai peggio che darle in ipoteca. La colonizzazione prussiana delle provincie orientali è un odioso provvedimento politico, a cui i polacchi santamente resistono e che in Italia non v’è né occasione né motivo di imitare. In Francia, Spagna, Inghilterra, Scozia, Danimarca, trattasi in sostanza di cifre piccolissime, quasi evanescenti in confronto al numero dei proprietari ivi esistenti ed all’importanza del problema. In Francia i 1155 piccoli proprietari che le leggi hanno fatto sorgere sono quasi invisibili in confronto alla massa dei milioni di piccoli proprietari che già esistevano; ed han l’aria di essere sorti allo scopo esclusivo di ottenere in prestito dallo Stato 4.596.692 franchi al 2%, operazione che forse può anche riuscire a buon fine.

 

 

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Cosicché, non avendo noi da risolvere il problema russo, e neppure, fortunatamente, dovendo opprimere, come in Prussia, alcuna razza soggetta, e non essendo forse pronti i miliardi che sarebbero necessari a risolvere alla maniera anglo-irlandese il problema del latifondo meridionale, il miglior partito sembra quello di attendere che le promesse latine, francesi e spagnuole, che il Luzzatti a ragione dichiara le più vicine a noi, si convertano in realtà. Sarebbe facile votare una delle leggi che diligentemente furono apprestate in passato; a che pro, se non si diano i mezzi per attuarle?

 

 

A che pro, aggiungo, quando la piccola proprietà prospera e si moltiplica in Italia senza bisogno di insequestrabilità, beni di famiglia, prestiti di favore o ad ammortamento od assicurativo? Forse m’inganno; ma la visione, diretta, precisa del modo con cui la piccola proprietà si è formata, si mantiene, si rinsalda e si propaga nella provincia di Cuneo, provincia la quale, come a ragione ripetutamente ebbe a ricordare l’on. Giolitti, ha il vanto di una costituzione sociale robustissima, ed è tra le meno afflitte da scioperi e contese di classe, mi ha reso profondamente scettico sulla importanza delle leggi di homestead, beni di famiglia, credito a buon mercato, insequestrabilità e simiglianti provvidenze governative. Tentarono bensì i Principi di Casa Savoia verso il 1700 di colonizzare terreni alla foggia moderna; ma non riuscirono. La piccola proprietà si diffuse all’infuori degli aiuti diretti dati dal Governo; giovandosi invece moltissimo del mantenimento della sicurezza che fu loro grande merito, del riordinamento dell’imposta fondiaria voluto tenacemente da Vittorio Amedeo II, dell’abolizione dei privilegi feudali ordinata da Vittorio Amedeo III, delle costruzioni di strade ordinarie, di ferrovie, della diffusione delle concimazioni chimiche, dei migliorati metodi culturali, ecc. Vivo parte dell’anno in un comune dove su 3500 ettari i proprietari erano circa 700 nel 1787; erano 1200 vent’anni fa ed oggi sono 1500, su meno di 6000 abitanti.

 

 

Uno su quattro abitanti, ossia praticamente tutte le famiglie sono proprietarie. Di ognuno di essi si conosce la storia; e si sa con precisione che nessuno prosperò per avere ottenuto credito a buon mercato, e molti invece trassero partito da mutui al 4 e 1/2, 5 e 6%; si sa che il tale, benché avesse avuto la fortuna di ottenere un mutuo a miti condizioni ed a lungo periodo di ammortamento dal Credito fondiario, è andato in rovina e dovette essere espropriato perché aveva abitudini di ozio, di giuoco e non si curava delle sue terre; mentre è noto che quelli, i quali hanno acquistato campi ed in vecchiaia hanno l’orgoglio della vigna ben tenuta, e feconda, in gioventù lavorarono accanitamente come servitori di campagna e poi come mezzadri, e col risparmio seppero elevarsi. Le grosse disgrazie della piccola proprietà sono le grandinate, le malattie delle piante e la mancanza di capacità tecnica nella vendita; ma via via a questi malanni si provvede con le assicurazioni e con i consorzi agrari e cooperativi. Le qualità personali del piccolo proprietario e la capacità di organizzarsi per diminuire i costi di compera delle materie necessarie all’esercizio dell’agricoltura e di migliorare tecnicamente i propri metodi culturali allo scopo di produrre in maniera adatta al mercato: questi sono i fattori essenziali del successo della piccola proprietà. Pochi anni di raccolti abbondanti e di prezzi buoni, un decennio di emigrazione feconda di risparmi valgono a creare piccoli proprietari più di un secolo di legiferazione e di colonizzazione governativa. Certo, può discutersi il problema di un istituto che acquisti i latifondi e li frazioni senza aumenti di prezzo, tra i contadini. Ricordiamo però sempre che in Piemonte lo spezzamento della grande proprietà nobiliare ed ecclesiastica fu opera utilissima di modesti speculatori terrieri, in gran parte israeliti; e fu compiuta con un costo per la collettività assai minore di quanto non sarebbe il costo, delle falangi burocratiche che sarebbero alimentate dagli istituti di Stato per la distruzione del latifondo. E ricordisi ancora che è vana impresa voler creare la piccola proprietà dove la terra e il genere di cultura vogliono la grande cultura; e che è assurdo voler combattere il latifondo cerealicolo quando si mantiene il dazio sul grano che lo rende conveniente.

 

 

Creare le condizioni economiche generali e non ostacolare le culture ricche, le quali favoriscono il sorgere della piccola proprietà: ecco il significato vero del programma di ritorno alla terra che il Luzzatti con tanta eloquenza ha bandito.

 

 

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