Per l’agricoltura meridionale?

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 13/06/1904

Per l’agricoltura meridionale?

«Corriere della Sera», 13 giugno 1904

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 136-139

 

 

Mentre alla camera dei deputati si approvavano, dopo un alato discorso del ministro Tedesco, le proposte governative per la costruzione della direttissima fra Roma e Napoli, giungeva notizia che il ministro Rava aveva proposto di elevare da 20 a 150.000 lire la somma già stanziata nel bilancio dell’agricoltura per incoraggiare il commercio di esportazione degli agrumi e la fabbricazione dei derivati di tali prodotti.

 

 

Noi siamo lieti che la sanzione ad un modo non buono di risollevare il mezzogiorno si accompagni coll’inizio di nuovi metodi assai più efficaci ed assai più moderni. Appunto mentre ci perveniva la notizia dell’iniziativa dell’on. Rava, leggevamo il testo dell’ultimo discorso che in maggio passato il senatore Cavasola ebbe a pronunciare al senato: per l’agricoltura meridionale. Un discorso denso di fatti e di utili suggerimenti, questo del Cavasola; ed è ad augurare che presto dia altri frutti, simili a quelli che già si vedono. Il Cavasola, che è uomo dalle vedute precise, non descrive fondo al problema meridionale; e si limita a dire al ministro d’agricoltura quante cose egli potrebbe fare per promuovere l’incremento della produzione agricola nel mezzogiorno. L’utilità di promuovere il commercio degli agrumi è evidente.

 

 

Noi parlavamo alcuni mesi fa col signor P. C. Rossi, il presidente della più forte società produttrice di vino della California: la Italian-Swiss Company, un piemontese che fa veramente onore al nostro paese; ed egli, che aveva visitato la Sicilia e il mezzogiorno, non sapeva celare il suo stupore per il modo anarchico, primitivo con cui viene condotto il commercio degli agrumi. «Se noi avessimo, egli ci diceva la materia prima bella ed abbondante che avete voi, non saremmo rimasti colle mani alla cintola ad aspettare la manna dal cielo e la liberazione dalla crisi; ma avremmo organizzato il commercio in modo scientifico come facemmo per il vino in America. Tolti gli scarti, osservata la uniformità dei tipi, la esattezza degli arrivi, la costanza nei prezzi, impedita la inutile concorrenza sulle stesse località, noi saremmo sicuri di guadagnare laddove voi perdete». Se la iniziativa dell’on. Rava otterrà qualcosa in questo senso, l’agricoltura meridionale ne trarrà certo vantaggio grandissimo. Occorre solo che i privati si scuotano e rispondano all’appello.

 

 

Molto può fare il governo, soltanto coll’incoraggiare e stimolare le iniziative private. Per la cultura della seta, che una volta prosperava nel mezzogiorno e che oggi vegeta soltanto più in scarse proporzioni nella Terra di Lavoro, non vi sarebbe motivo perché non dovesse dare nuova e grande ricchezza al mezzogiorno. Il Cavasola ha narrato nel suo discorso alcuni fatti che provano come un po’ di spinta basterebbe a cambiare lo stato delle cose al riguardo. Quando egli fu prefetto a Napoli, gli venne riferito che la cultura del gelso non rendeva. Stupitosene volle conoscere la ragione dello strano fatto; e ben presto si persuase che l’allevamento del baco non rendeva perché non si sapeva scegliere il seme e la produzione era cattiva e scarsa, di appena trenta chili per oncia di seme, e perché il prodotto veniva accaparrato a prezzo vilissimo, non più di 2 lire per chilo da un piccolo gruppo di accaparratori. Egli fece venire seme selezionato, incubatrici, distribuì norme razionali di allevamento, istituì a Casoria un mercato di bozzoli, fornendolo giornalmente dei listini dei prezzi di Voghera, Vercelli, Asti; fece costruire dal comune un forno essicatore, affinché la gente non fosse costretta a vendere quando i prezzi non fossero rimuneratori. Il risultato si fu che, fino quando il Cavasola rimase prefetto a Napoli, la foglia di gelso andava a ruba, si producevano 70 chilogrammi in media di bozzoli per oncia di seme e il prodotto si vendeva a lire 3,25 al chilogramma. Dopo di lui, ogni cosa fu abbandonata. Se le autorità pubbliche facessero un pò di quel che fece il Cavasola, e provvedessero anche, fuor della Terra di Lavoro, a favorire la costruzione di essicatori provvisori, sarebbero milioni di maggior reddito per il mezzogiorno.

 

 

Né qui è tutto. Chi ha mai pensato a diffondere notizie intorno alla sulla, una mirabile foraggiera che prospera nei climi caldi? Alcuni la tentarono; ma non riuscendo subito, smisero. Il Cavasola nota, ed a ragione, che gli insuccessi furono dovuti al fatto che non si è studiato bene il metodo di preparare bene il terreno a ricevere la sulla. Altrove si è largamente messo in pratica la teoria della fecondazione dei terreni, trapiantandovi certi microbi che si trovano nei sulleti rigogliosi. Basterebbe imitare ciò che fece il governo degli Stati uniti per i fichi. Nella California i frutticoltori erano disperati perché, dopo aver speso decine di milioni di dollari per trapiantare sui loro terreni i fichi di Smirne, questi non giungevano a maturazione. Il dipartimento di agricoltura non si scoraggiò e mandò a Smirne una commissione di scienziati; i quali, studiando ed osservando finirono per scoprire che a Smirne i fichi maturavano per un processo detto di caprificazione, ossia per la esistenza di fichi selvatici che facessero da maschio e fecondassero il fiore del fico buono. Detto fatto, si imbarca una gran quantità di fichi selvatici per la California, si diffondono a migliaia istruzioni brevi e chiare sulla caprificazione; ed oggi in California si producono fichi più gustosi e belli che a Smirne.

 

 

Paiono miracoli, ma sono un nulla di fronte a ciò che in Egitto seppero ottenere i sette ingegneri inglesi capitanati da Willcock, che dal 1882, colla irrigazione artificiale, crebbero la produzione della villata del Nilo. L’Italia meridionale non è in condizioni così favorevoli come l’Egitto; ma è almeno in condizioni eguali alla Spagna, dove colla irrigazione si ottennero risultati portentosi in terreni suppergiù egualmente accidentati come quelli del mezzogiorno. Perché il governo non si assume nemmeno la modesta iniziativa di creare nei politecnici una sezione di ingegneria agraria che sappia dedicarsi all’arte di rigenerare le terre troppo poco irrigate? Sarebbero certo denari bene spesi, meglio che non quelli sprecati per la fabbricazione di professori e di avvocati.

 

 

Con ciò non si vuol dire che il ministero di agricoltura non operi nulla; ma la sua è un’opera troppo parziale e, bisogna aggiungere, troppo clandestina. Chi conosce gli studi che si fanno nei laboratori, nei campi sperimentali, nelle scuole che il ministero sussidia? Ben pochi; mentre invece negli Stati uniti il governo nel 1901 (cito i dati dell’ultimo annuario del «Department of agriculture» che ho sott’occhio) diffuse gratuitamente ben 8 milioni di copie di 606 diverse sue pubblicazioni; e di questi otto milioni, ben 500.000 sono grossi annuari di un migliaio di pagine con splendidi articoli ed illustrazioni, e 3.345.000 sono «Farmers Bulletins», sorta di opuscoli o foglietti volanti con istruzioni pratiche agricole, diverse per le diverse regioni e per le varie culture. La maggior parte di questi opuscoli vengono dati ai senatori ed ai deputati, che li distribuiscono agli elettori.

 

 

Da noi i deputati ed i senatori crederebbero di venir meno alla propria dignità se si facessero distributori di carta stampata. Preferiscono parlare dei vantaggi politici e strategici delle direttissime e della convenienza di arrivare a Napoli un’ora e mezza più presto del solito. Mentre ciò che sovratutto importa al mezzogiorno è di crescere la produzione agricola; e le somme che si spendessero a tale scopo non sarebbero male spese.

 

 

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