Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Riparazioni e debiti interalleati: scissione cronologica e inscindibilità logica

«Corriere della Sera», 24 maggio 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 724-727

 

 

 

Nonostante la grande importanza per l’Italia del problema dei debiti interalleati; il presidente del consiglio italiano si sarebbe trovato d’accordo con i ministri belgi nell’affermare l’opportunità di non connetterlo immediatamente con la soluzione del problema delle riparazioni. La necessità più urgente è quella di agire prontamente per risolvere la questione tedesca, profittando dell’occasione, forse unica, offerta dal rapporto dei periti e dalla adesione ad esso degli Stati uniti. Italia e Belgio sono tuttavia concordi nel ritenere che la soluzione del problema delle riparazioni non sarà compiuta fino a quando non sia anche regolata la questione dei debiti interalleati.

 

 

Queste le informazioni dei giornali londinesi intorno ai risultati del colloquio di Milano. Informazioni dettate senza dubbio in stile prudente e misurato, nel quale l’ordine di precedenza logica e cronologica dei problemi è messo in quella luce discreta che si conviene ad affari internazionali di così grande momento. Si riconosce che il problema è logicamente un tutt’uno; che riparazioni e debiti interalleati sono due facce del medesimo problema. Cronologicamente, però, per ragion di tattica, conviene prima risolvere la questione delle riparazioni. L’Europa, operando altrimenti, rischierebbe di perdere l’adesione degli Stati uniti e dell’Inghilterra, dove lo spirito pubblico sembra vada diventando ogni giorno più restio alla remissione dei debiti. Anche la Francia, per quanto si può giudicare dalle dichiarazioni dei suoi giornali più autorevoli, è preoccupata grandemente di vedere messe in forse le riparazioni tedesche dalla pretesa di ottenere dagli alleati una definizione favorevole del problema dei debiti; e patrocina perciò la scissione cronologica dei due momenti.

 

 

Ridotto ad un punto di tattica, il problema della contemporanea o successiva trattazione può essere probabilmente oggetto di un facile accordo. Purché sia ben chiaro che la trattazione separata è possibile soltanto se i governi si tengono strettamente entro i limiti del rapporto dei periti, evitando con somma cura di fare un sol passo più in là. I periti, ricordiamolo bene, fissarono la capacità complessiva di pagamento della Germania a 1.000 milioni di marchi-oro il primo anno, 1.220 il secondo anno, 1.200 il terzo anno, 1.750 il quarto anno e 2.500 il quinto anno od anno «di regime». In seguito i pagamenti dovrebbero continuare sulla base di 2.500 milioni all’anno, più un supplemento in ragione degli indici di prosperità. Ma i periti non dissero e non vollero dire per quanti anni dovrebbe prolungarsi il periodo «di regime».

 

 

Se, negli accordi fra la Germania e gli alleati, la durata del periodo di regime sarà taciuta, il problema dei debiti interalleati potrà altresì essere taciuto. Francia, Italia e Belgio potranno accedere all’accordo, riflettendo tacitamente che vi sarà tempo a prendere una decisione intorno al momento in cui dovranno cessare i pagamenti tedeschi. Le cifre pattuite in passato sono abbastanza alte da consentire un margine di trattative che comprenda o non comprenda o comprenda in misura maggiore o minore il risarcimento per gli alleati delle somme che essi dovessero pagare agli anglosassoni per i debiti interalleati. Con ciò non si vuol dire che un eventuale obbligo per la Francia, l’Italia e il Belgio di rimborsare debiti agli alleati costituisca una ragion di chiedere il rimborso di altrettanto a carico della Germania. Vuol dire invece che, essendo fissata, da trattati e convenzioni precedenti, una certa cifra di riparazioni, la Francia, l’Italia e il Belgio saranno in grado di condonare alla Germania una quota maggiore o minore, a seconda se totale o parziale o nullo sarà stato il condono da parte degli anglosassoni dei debiti interalleati. Se, per ragioni di tattica oggi si ritiene opportuno non abbinare i due problemi, logicamente si deduce che per ora rimarrà imprecisata la durata del periodo di regime dei pagamenti tedeschi a 2.500 milioni di marchi – oro all’anno. Francia, Italia e Belgio si riserveranno il diritto di allungare od abbreviare il periodo a seconda del trattamento che ad esse sarà fatto dagli Stati uniti ed Inghilterra.

 

 

Notisi che, teoricamente, l’allungamento potrebbe procedere all’infinito; perché anche ad un basso saggio di interesse, 2.500 milioni di marchi-oro all’anno non ammortizzano se non a lunghissima scadenza il totale delle riparazioni dovute dalla Germania in virtù dei trattati.

 

 

Ma è nell’interesse della Germania rimanere sotto la spada di Damocle di un prolungamento indefinito degli anni di regime? Ecco che il legame logico si riafferma contro alla scissione cronologica.

 

 

Forse la scissione cronologica è l’unico modo di far penetrare il concetto della unità logica dentro teste anglosassoni, foggiate in modo diverso da quello che a noi latini pare naturale. Gli anglosassoni non amano porsi problemi generali ed aborrono dal risolvere questioni di principio. Risolvono problemi cammin facendo: prima uno e poi l’altro. Spesso, risolvendo di fatto, vanno contro ai principii che amano contemporaneamente affermare con grande solennità. Auguriamoci che anche stavolta si ripeta l’esperienza, perché le notizie che vengono dai paesi creditori sono oggi, in punta di parole, poco confortanti.

 

 

Gli operai, giunti al potere in Inghilterra e corteggiati negli Stati uniti da tutti i partiti in vista delle prossime elezioni generali, si rivelano assai più esigenti dei borghesi nel pretendere la libbra di carne del debitore europeo. Pagano, gli operai anglosassoni, pochissime imposte: quasi nulla sui redditi e moderate aliquote su taluni consumi che a noi parrebbero di lusso. Eppure, quelle poche imposte sembrano loro gravosissime e si sono ficcati in testa che la causa principale per cui sono costretti a pagarle, sia l’ostinazione dei popoli militaristi europei a non rimborsare i debiti di guerra. È un’idea storta, ché il rimborso, anche se nella misura del possibile avvenisse, sarebbe una goccia d’acqua in confronto alle esigenze di riduzione d’imposte e di maggiori spese pretese da quelle classi. In Inghilterra, il governo laburista medesimo deve lottare per resistere alle pressioni universali che si esercitano per fargli aumentare le pensioni di vecchiaia in modo pericoloso per il bilancio. Negli Stati uniti, invano Harding e Coolidge hanno ripetutamente messo il veto alla proposta del dono nazionale di 2.300 milioni di dollari, 50 miliardi di lire circa, ai combattenti. Dappertutto, gli oratori politici vanno predicando che se gli operai inglesi non ricevono le pensioni di vecchiaia, se i combattenti americani hanno trovato difficoltà nello strappare il dono nazionale, concesso solo alla vigilia delle elezioni, la colpa è degli alleati, che non rimborsano i debiti. Agli occhi dell’operaio anglosassone, i crediti interalleati sono divenuti il tesoro di Golconda, da cui ognuno spera per sé una fetta di paradiso terrestre. La colpa dell’illusione infantile è dei cattivi educatori; ma sta di fatto che le alte classi, più raffinate e prudenti, meglio consapevoli della ripercussione economica dei pagamenti di debiti, e della assurdità di ricevere, come immaginano le masse, i pagamenti in oro sonante, più timorose della concorrenza delle merci mandate a pagar debiti, sono meglio disposte a cancellare questa partita. Forse la scissione cronologica gioverà perciò a dar tempo al grosso pubblico anglosassone di persuadersi della inscindibilità logica dei due problemi. Bisogna che il rapporto dei periti compia l’opera sua educatrice; e che quella preoccupazione di ricevere i miliardi tedeschi che è forse la caratteristica più singolare del rapporto medesimo si traduca in preoccupazione per gli anglosassoni di ricevere i miliardi alleati. Bisogna cioè che gli operai inglesi ed americani comincino a temere più i pericoli della disoccupazione conseguente all’invio delle merci di riparazione che non gli illusori vantaggi delle minori imposte o delle largizioni statali.

 

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