Un buon investimento e un’opera patriottica

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 20/12/1914

Un buon investimento e un’opera patriottica

«Corriere della sera», 20 dicembre 1914

 

 

 

L’annunzio del prestito nazionale di un miliardo di lire deve esser accolto con approvazione da quanti sono convinti dell’opportunità, anzi della necessità di alleggerire il Tesoro dello Stato e di permettergli il facile pagamento delle ingenti spese per la preparazione della difesa del Paese che si sono compiute nei mesi ultimi e delle altre che il Parlamento ha approvato e si stanno ora compiendo.

 

 

Anche le modalità con cui il prestito viene proposto sono lodevoli. Sopra tutto è degno di lode il Governo per avere scelto il tasso dell’interesse del 4,1/2% e un corso assai vicino alla pari. V’era da temere che, mossi dal timore che si potesse danneggiare il corso della rendita 3,1/2% o dei buoni del Tesoro 4%, si volesse conservare il tasso del 4%, acconciandosi fors’anco ad un prezzo di emissione assai inferiore alla pari. È chiaro che se il titolo 4,1/2% lo si deve emettere al corso di 97, un titolo 4% lo si sarebbe dovuto emettere a lire 86.25, perché soltanto emettendolo a questo prezzo i due titoli avrebbero dato lo stesso reddito. Ma ciò sarebbe stato dannoso per lo Stato, il quale alla scadenza avrebbe dovuto rimborsare lire 100 mentre ne avrebbe ricevuto sole lire 86, o anche per abbondanza lire 90, con una perdita di 14 o 10 lire. Col metodo prescelto, invece, lo Stato deve solo, alla scadenza, pagare una piccola differenza in più di 3 lire, rimborsando 100 in luogo delle 97 ricevute. Questo piccolo premio è accettabile e può essere una attrattiva per molti capitalisti ai quali viene promesso così un aumento modesto nel valore del titolo che hanno acquistato.

 

 

Ogni nuovo titolo emesso sul mercato contribuisce a deprimere il prezzo dei titoli vecchi; ma tale effetto non sarà certo maggiore col tipo 4,1/2 di quanto sarebbe stato col tipo 4 o anche 3,1/2 per cento; e vi è una certa ragione di credere che del prestito – che tutti prevedevano inevitabile – si sia tenuto già conto nei prezzi odierni dei titoli. Infatti, a non parlare della Rendita 3,1/2% la quale – essendo un titolo di debito perpetuo, pagabile in Italia e all’estero, già compiutamente collocata fra una clientela affezionatissima – non può in alcun modo essere paragonata al nuovo titolo, confrontiamo le obbligazioni nuove coi buoni del Tesoro 4%.

 

 

Questi valgono circa 97.60 e rendono 4 lire; mentre le nuove obbligazioni costano 97 lire e rendono 4,1/2 lire. A primo aspetto parrebbe conveniente vendere i buoni 4% per comperare le obbligazioni 4,1/2%. In realtà non v’è tornaconto. Infatti i buoni rendono circa il 4.10% sulle lire 97.60 spese, ma sono rimborsabili gli uni (emessi nel 1912) fra due anni e mezzo, gli altri (emissione 1913) fra tre anni e mezzo, e gli ultimi (del 1914) fra quattro anni e mezzo circa. Siccome, alla scadenza, i buoni sono rimborsabili con 100 lire, è chiaro che al reddito del 4.10% bisogna aggiungere un premio di lire 2.40 esigibile fra due e mezzo, tre e mezzo e quattro e mezzo anni: il che equivale ad aggiungere altri 90, 70 e 50 centesimi circa all’anno al reddito. Cosicché in realtà i buoni scadenti nel 1917 rendono netto, ai prezzi attuali, circa il 5%; i buoni scadenti nel 1918 rendono il 4.80%; e quelli scadenti nel 1919 circa il 4.60%. Salvo forse per questi ultimi – e solo per chi desideri gli impieghi lunghi – non v’è dunque convenienza, a vendere i buoni per comprare le nuove obbligazioni; e queste perciò non possono esercitare una azione depressiva sul prezzo dei primi.

 

 

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Lasciando stare i confronti, si deve osservare che le obbligazioni del prestito nazionale sono un impiego attraente per i capitalisti. Al prezzo di 97, esse, fruttando 4 lire e mezzo nette, danno un reddito del 4.64 per cento lire impiegate; più, offrono la sicurezza di un premio di tre lire al momento del rimborso, il quale al più tardi dovrà verificarsi fra 25 anni.

 

 

Da lungo tempo, in Italia, ai capitalisti non si offriva un’occasione di impiego a così favorevoli condizioni. Lo Stato italiano otterrà capitali a condizioni migliori di tutti gli Stati stranieri, salvo l’Inghilterra; ma, contemporaneamente, è innegabile che il titolo è singolarmente redditizio per i capitalisti italiani, i quali da tempo erano stati abituati a digiunare al 3 e 1/2 per cento.

 

 

Notisi che il reddito netto del 4.64 per cento, oltre il premio finale delle tre lire, è assicurato per almeno 10 anni. Soltanto a partire dal primo gennaio 1925 lo Stato avrà diritto di rimborsare le obbligazioni; ed avrà l’obbligo di finire il rimborso dopo 25 anni, ossia per il primo gennaio 1940. Nel decreto non è detto in modo chiaro come si procederà all’ammortamento. Pare che lo Stato ricomprerà in Borsa le obbligazioni al prezzo corrente, quando il prezzo corrente fosse, dopo il 1925, inferiore a 100; mentre, se esso fosse uguale o superiore, procederà ad estrazioni a sorte, per mezzo di una Cassa speciale di ammortamento. La cosa andrebbe meglio chiarita. La Cassa avrà diritto di riscattare in ogni momento, passati i dieci anni, tutti o solo parte dei titoli? E se potrà riscattare il prestito in varie frazioni, chi determinerà la parte da riscattare? Sarebbe utile che tutto ciò fosse chiaramente determinato nel programma affinché i capitalisti conoscessero con precisione le modalità del riscatto.

 

 

Quando si è aggiunto che il reddito del nuovo titolo è esente da qualunque imposta o tassa, presente o futura, e quindi sia dalla imposta di ricchezza mobile come da quella di negoziazione; quando si è rilevato che sul titolo gli istituti di emissione saranno obbligati, per tutto l’anno 1915, a concedere anticipazioni al tasso del 4,1/2 per cento fino al 95 per cento del valore nominale, ossia per una somma inferiore per appena due lire al prezzo di emissione; e finalmente quando si è notato che il titolo nuovo potrà essere adoperato per cauzioni, depositi d’asta, ecc., come i titoli vecchi, ci sarà quanto basta per mettere in evidenza che esso possiede tutti i requisiti per la sua facile negoziabilità, e quindi per una notevole stabilità di valore.

 

 

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Qualche ulteriore spiegazione non sarà inutile per ciò che si riferisce alle epoche del pagamento. La sottoscrizione sarà pubblica ed avverrà nella prima decade di gennaio; ed i sottoscrittori dovranno versare un acconto del 10 per cento, il quale sarà conteggiato nei versamenti successivi. Naturalmente potrà darsi che le somme sottoscritte siano superiori al miliardo di cui ha bisogno lo Stato. Se ad esempio fossero sottoscritti un miliardo e mezzo, sarà d’uopo ridurre a due terzi tutte le sottoscrizioni. Chi avrà sottoscritto per tremila lire riceverà in tale caso solo duemila lire di titoli e verserà 1940 lire. Però allo scopo di favorire i piccolissimi risparmiatori, le sottoscrizioni non superiori 100 lire saranno irriducibili, e per queste il versamento dovrà essere fatto integralmente in una volta sola; non si sa bene se al momento della sottoscrizione o al momento della notificazione del riparto.

 

 

Per le sottoscrizioni superiori alle 100 lire, il versamento della somma ripartita potrà essere eseguito subito, ovvero in tre rate successive: al primo aprile, al primo luglio e al primo ottobre 1915. A me il tempo concesso per la rateazione pare assai lungo, direi quasi eccessivamente lungo, dato che i bisogni dello Stato non possono ripartirsi su un periodo di tanti mesi, ma devono essere soddisfatti subito. Se si concedesse qualche vantaggio o un diritto di preferenza ai sottoscrittori i quali eseguissero subito l’intero versamento all’atto del riparto, sono certo che si darebbe un grande impulso alle sottoscrizioni coi versamenti immediati, le quali sarebbero assai utili all’erario dello Stato. Per evitare poi che molti sottoscrivano per contanti, per rivendere subito i titoli con uno sperato guadagno, si potrebbe dare la preferenza a quelli i quali si obbligassero a depositare il titolo definitivo presso un istituto di emissione per il periodo di sei mesi o un anno. È un metodo che si usa frequentemente in Germania con ottimi risultati.

 

 

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Le osservazioni sopra fatte dimostrano come l’emissione, così come è progettata, sembri a me commendevole e raccomandabile. Il momento è bene scelto. Fra pochi giorni scadono i cuponi di molti titoli, principalissima la rendita consolidata, per parecchie centinaia di milioni. I proprietari rurali hanno ormai incassati i loro fitti o i loro redditi. Tutti coloro i quali avevano ritirati i propri depositi dalle banche e li tenevano in casa o nelle cassette forti, ovvero li avevano depositati alla Banca d’Italia all’uno e mezzo per cento, attraversano un momento psicologico, in cui la paura è cessata e domina l’incertezza. Sono malcontenti di non ricevere alcun reddito, o un reddito troppo esiguo dei loro capitali; ma non sanno ancora che fare. Dal dubbio li trae il prestito nazionale. Sottoscrivendolo alle obbligazioni quattro e mezzo, essi fanno un ottimo e sicuro investimento, e nel tempo stesso conservano per tutto il 1915 la possibilità di batter moneta col titolo acquistato. Infatti per tutto quest’anno, essi avranno diritto di ottenere un anticipo di 95 lire su ogni 100 lire nominali, e un tasso di interesse non superiore al quattro e mezzo per cento sulla somma ottenuta a mutuo.

 

 

Finalmente – e ho lasciato in fine l’argomento precipuo in favore del nuovo prestito – i capitalisti e risparmiatori italiani devono sentire il dovere di partecipare a una grande opera nazionale. Non è in un momento in cui la Germania vanta orgogliosamente il successo del suo prestito di cinque miliardi e mezzo di lire, e l’Inghilterra può additare con fierezza l’emissione di successivi prestiti per un totale di ben undici miliardi di lire; non è in questo momento che negli italiani deve mancare la fiducia nel loro Paese. Noi dobbiamo far vedere al mondo che un prestito di un miliardo si sottoscrive in Italia rapidamente e spontaneamente. Non in tutti gli Stati d’Europa si può oggi dire altrettanto. Sia pur lontana da noi la presunzione di gareggiare con la Germania e con l’Inghilterra, ma noi dobbiamo dimostrare che oggi lo Stato italiano può procacciarsi danaro a prestito a un tasso di interesse minore che in Germania, con maggiore rapidità che in Francia e con maggiore spontaneità che in Austria. In Germania per un mese, tutti i giorni, i giornali mantennero costante una rubrica: «Sottoscrivete il prestito di guerra»; e privati, casse di risparmio, società di mutuo soccorso, associazioni di cultura e di divertimento, sodalizi di ogni genere, andarono a gara nel fare le massime sottoscrizioni possibili e nel dare ad esse pubblicità ad incitamento degli altri. In Italia non v’e` bisogno di una pubblicità troppo insistente per il successo del prestito. Io sono convinto che modestamente, silenziosamente, i risparmiatori d’Italia, sicuri di fare il proprio interesse e di adempiere a un dovere verso la patria, sottoscriveranno a usura il prestito di un miliardo: e daranno così allo Stato parte dei mezzi che gli sono necessari per la conservazione dei suoi ideali nazionali. In questo momento solenne, dinanzi alla necessità dello Stato, tutti gli interessi privati, tutte le esigenze particolari devono tacere. Innanzi e sovra ogni altra cosa deve nella coscienza di tutti prevalere l’interesse nazionale.

 

 

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